Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo
scene d'ogni specie tratte da' miti antichi, dalla vita cavalleresca
come dalla comune. Vi erano pure danze di persone mostruosamente fantastiche, di rozzi idioti e villanzoni e contadini, di selvaggi e satiri, ne' quali fioccavan bastonate a tutt'andare, nel più barbaro modo che mai. Sembra che questo ballo romantico abbia proprio in Ferrara servito di spinta allo svolgimento di una particolare coltura. Quella città fu difatti la culla dell'epopea romantica, di Mambriano e di Orlando. Non accade dire che, lo stesso come a' dì nostri, il ballo aveva pel pubblico la massima attrattiva. Ad una commedia plautina invece, che su uomini, che sentono alla moderna, non può avere altro effetto che di un giuoco di burattini, quel pubblico, se era di buona fede, doveva provare noia veramente profonda. E le rappresentazioni duravano 4 a 5 ore, dalle 6 o 7 di sera alla mezzanotte.
La prima sera, poichè il duca ebbe condotto gli ospiti nella sala del teatro, e questi ebbero preso posto, venne prima fuori Plauto avanti alla principesca coppia, e recitò un complimento. Quindi cominciò la rappresentazione dell'_Epidico_. Terminato il primo atto, e così anche dopo gli altri, seguì il ballo. Con l'_Epidico_ s'innestarono _cinque bellissime moresche_. Comparvero prima dieci gladiatori; al suon di tamburini fecero una danza pirrica, con celere movimento e con varie armi. Alla seconda presero parte dodici persone in altro vestiario. La terza rappresentava un carro, tirato da un unicorno e guidato da una giovinetta. V'eran sopra alcuni uomini legati a un tronco e, seduti fra cespugli, quattro suonatori di liuto. La donzella sciolse i primi, che, scesi, fecero la moresca; mentre gli altri cantavan bellissime canzoni. Almeno così assicura il Gagnolo; ma la marchesa di Mantova, di gusto così raffinato, stimò invece la musica tanto tetra da non meritar quasi menzione alcuna. Nelle sue notevoli lettere Isabella si mostra critica acuta non solo degli spettacoli teatrali, ma di tutte le feste date in occasione delle nozze. La quarta moresca fu ballata da dieci Mori, con candelotti accesi in bocca. La quinta di nuovo da dieci uomini vestiti in modo fantastico, con piume al capo e aste in mano, in cima delle quali ardeva un gran fuoco. Finito l'_Epidico_ e le moresche, furono anche regalati esercizii ginnastici.
Il 4 febbraio, venerdì, Lucrezia non si lasciò vedere prima del mezzogiorno. Il duca frattanto condusse gli ospiti in giro per la città. S'andò a far visita ad una santa donna, suora Lucia di Viterbo, che Ercole, rigoroso credente, si era tirata a Ferrara come una rarità preziosa. La monaca ogni venerdì rinnovava la Passione; mentre nel corpo suo apparivano le Stimate ne' cinque luoghi, com'ebbe Cristo. E difatti ella donò all'ambasciatore francese alcune pezzuole, che aveva tenuto sopra le Stimate; e monsignor Rocca Berti le tolse con grande devozione. Di lì s'andò a vedere il vecchio castello, ove il duca fece mostra dell'artiglieria ferrarese, materia prediletta degli studii suoi. S'andò poscia ad aspettare madonna Lucrezia, la quale apparve più tardi nella grande sala, accompagnata da tutti gli ambasciatori. Si ballò sino alle 6 di sera; e quindi ebbe luogo la rappresentazione, le _Baccadi_, che durò cinque ore. Isabella la trovò smisuratamente lunga e noiosa. Vi furono anche balli come nell'_Epidico_. Persone vestite di panno color di carne tenevano in mano, danzando, torce che ardevano spandendo odorosi effluvii. Altre figure fantastiche eseguirono una lotta danzante con un drago.
Il giorno appresso Lucrezia fu invisibile. Era occupata a lavarsi il capo e a scrivere lettere. Gli ospiti nuziali si contentarono d'andare a zonzo per Ferrara. Non vi fu alcuna festa officiale. L'ambasciatore Francese mandò regali a' principi della casa in nome del re di Francia: al duca uno scudo d'oro smaltato con un San Francesco, lavoro parigino di molto pregio; al principe erede, Alfonso, uno scudo simile con l'immagine di Maria Maddalena, e a proposito di ciò l'ambasciatore faceva notare, che Sua Altezza aveva scelto una sposa pari in virtù e grazia alla Maddalena: _quae multum meruit, quia multum credidit_. Forse fu questo presente per Alfonso, allusivo alla Maddalena, una pensata ironia da parte del re di Francia. Alfonso ricevette pure una istruzione intorno al modo di fondere i cannoni. Anche Don Ferrante ebbe similmente in dono uno scudo d'oro. Lucrezia ebbe una corona di globi d'oro sottilmente lavorati, e pieni di muschio. Ad Angela, la sua seducente dama di compagnia, toccò una collana d'oro di gran costo.
Il rappresentante di Francia fu trattato con ogni possibile carezza. Il sabato stesso l'invitò a cena la marchesa di Mantova; e a tavola lo fece sedere in mezzo a lei e alla duchessa d'Urbino. «S'intrattennero — così racconta il Gagnolo — _in molte parole amorose e atti soavissimi e accostumati_. Dopo cena, per compiacere al signor ambasciatore, la marchesa _col liuto in mano cantò diverse canzoni con melodia e soavità grandissima_. Lo menò poscia secolei in camera, ove quasi per un'ora, in presenza di due donzelle di compagnia, stettero _in diversi colloquii secreti_. Ella si cavò quindi i guanti e glieli porse in regalo _amorosamente e con accomodate parole_; e il signor ambasciatore gli accettò con riverenza ed amore, come quelli che derivavano da quella vaghissima fonte. In verità, egli ha riservati i guanti in santuario _usque in consumationem saeculi_.» Noi vogliamo credere al Gagnolo, e ammettere anche che pel fortunato ambasciatore di Francia codesta reliquia di una bella e florida dama fosse preziosa altrettanto quanto i cenci statigli regalati dalla povera suora Lucia.
La domenica, 6 febbraio, in Duomo vi fu ufficio solenne. Un cameriere papale consegnò a Don Alfonso la berretta e la spada consacrata, mandategli da Alessandro VI. L'arcivescovo, innanzi all'altare, l'una gli pose in testa e gli dètte l'altra in mano. Dopo mezzogiorno i principi d'Este e le principesse presero madonna Lucrezia dal suo appartamento, e la condussero nella sala del festino. Si danzò per due ore. Con una damigella di compagnia Lucrezia fece alcuni balli francesi. La sera fu dato il _Miles gloriosus_. Una delle moresche in quella rappresentazione dovett'essere davvero una danza mostruosa: dieci pastori cozzavan fra loro, armata la testa di corna di becco.
Il 7 febbraio sulla Piazza del Duomo vi fu torneo a cavallo fra un Bolognese e un Imolese, e si terminò senza sangue. La sera fu data l'_Asinaria_, con una moresca veramente bizzarra. Apparvero quattordici satiri, fra' quali uno con in mano una testa d'asino inargentata, e dentro un oriuolo a suono. I satiri danzarono su quella melodia; fecero poi una caccia di uccelli d'ogni specie e di bestie feroci. A questa rappresentazione tenne dietro nel secondo intermezzo una produzione di otto cantori, fra i quali una donna di Mantova, che si fece sentire con accompagnamento di tre liuti. Alla fine fu data una moresca rappresentante tutta la serie de' lavori campestri, aratura, seminagione, mietitura e battitura delle biade; e quindi celebrazione delle feste della mèsse. Questo ballo allegro e spigliato, forse il meglio riuscito di tutti, si chiuse con un ballo campestre al suono di zampogne.
L'ultimo dì delle feste, l'8 febbraio, era anche l'ultimo di carnevale. Gl'inviati, che subito dopo volevan partirsi, presentarono donativi alla sposa, parte in belle stoffe, parte in argento lavorato. Il più curioso le venne da' rappresentanti di Venezia. L'eccelsa Repubblica aveva mandato per le feste a Ferrara due nobili uomini, Niccolò Dolfini e Andrea Foscolo, entrambi vestiti con gran lusso a spese dello Stato. Il vestimento allora non era men costoso che bello, e i sarti della Rinascenza non potrebbero che guardare con disdegno quei de' giorni nostri. In quel tempo, quando l'arte era nel massimo fiore, anche i sarti erano veri e proprii artisti. Lavoravano nelle stoffe più preziose, velluto, seta e broccato d'oro; e i colori, l'andatura delle pieghe, e il taglio degli abiti, tutto ciò era fornito da pittori. Il vestito era adunque qualcosa, cui s'annetteva il più alto valore, qual condizione essenziale all'apparenza della bella persona. Tutti i relatori delle feste di Ferrara non tralasciarono mai di notare con ogni particolarità gli abiti, che in ciascuna solennità vestivano Lucrezia e altre dame di alta origine, e descrissero anche quelli degli uomini. Quanto, in punto di vestito, si mettesse importanza sempre e in ogni luogo, lo mostran pure le relazioni che i Veneziani mandarono in patria, e che Marin Sanudo ha inserite nel suo _Diario_. E ancora meglio lo prova il fatto, che i due ambasciatori di Venezia, prima di muovere per Ferrara, dovettero mostrarsi pubblicamente innanzi al Senato riunito ne' loro abiti nuovi; grandi mantelli in forma di pallii di velluto cremisino foderati di ermellino e con cappucci simili. Più di 4000 persone erano ad ammirarli nella sala del Gran Consiglio, e la Piazza di San Marco era gremita di popolo curioso di vederli quasi bestie rare e maravigliose. I nuovi abiti richiesero l'uno 32 e l'altro 28 braccia di velluto.[206] Appunto questi pallii portarono gl'inviati, qual regalo di nozze, alla duchessa Lucrezia, siccome era stato deciso dalla Signoria di Venezia.[207] Il bizzarro presente fu offerto con forme di pretensione insieme e d'ingenuità. I due nobili signori tennero dapprima un lungo discorso, l'uno in latino, l'altro in italiano; poscia, ritiratisi nell'anticamera e toltesi quivi le superbe vesti, andarono a consegnarle alla sposa. La natura del regalo e la pedanteria degli esibitori furono, del resto, materia di scherno e di riso alla corte di Ferrara.[208]
La sera si ballò l'ultima volta, e s'assistette quindi all'ultima produzione teatrale, la _Casina_. Prima che questa cominciasse, fu suonata una musica del Rombonzino, e insieme furon cantate barzellette in lode degli sposi. Anche nella _Casina_ furono incastrati parecchi pezzi di musica. Al terzo intermezzo sei violinisti suonarono benissimo, e tra questi si produsse come dilettante anche Don Alfonso. Sembra che specialmente in Ferrara l'arte di suonare il violino avesse toccato un grado di notevole perfezione, perchè, quando Cesare Borgia nel 1498 andò alla Corte di Francia, richiese il duca Ercole di alquanti suonatori per condurli seco in Francia, ove simili artisti eran molto ricercati.[209]
Il ballo consistette in una danza di rozzi uomini, che si contrastavano il possesso di una bella fanciulla, sinchè non apparve il Dio d'amore, accompagnato da musici, che la liberò da quelle strette. Poscia si vide una grandissima palla che si divise in due, e cominciò d risuonare di musicali accordi. Vennero infine dodici Svizzeri con alabarde e con bandiera nazionale ed eseguirono con gran destrezza una danza pirrica.
Se, come il Gagnolo riferisce, le rappresentazioni drammatiche terminarono con questa scena, si sarebbe potuto rimproverare all'ordinatore della festa il poco buon senso, anzi il manco di spirito. Le moresche riunivano in sè il doppio carattere dell'opera e del ballo; ed esse furono le uniche produzioni inventate per queste feste nuziali. Ma se si paragona le feste di Ferrara con quelle date in occasione degli sponsali di Lucrezia al Vaticano, è certo che le prime restano di molto inferiori. Perchè nelle feste di Roma noi vedemmo commedie pastorali con allegorie allusive a Lucrezia, a' principi di Ferrara, a Cesare ed Alessandro. Invece in quelle di Ferrara non l'ombra di scene di tal genere, tutte ingegnose o almeno tenute per tali.
Malgrado al lusso spiegato dal duca, le sue feste ci sembrano monotone e atte a indurre stanchezza; ma, sicuramente, andarono a genio alla maggioranza di quei che v'assistettero. Isabella veramente ne diede giudizio sfavorevole. «In realtà — così scriveva al marito — queste nozze sono molto fredde. A me sembrano mille anni di esser di nuovo a Mantova, per rivedere Vostra Eccellenza e il mio figliuolino, e di allontanarmi di qua, ove non è briciolo di piacere. Vostra Eccellenza dunque non ha da invidiarmi per la presenza a queste nozze, le quali sono riuscite così gelate; che quasi invidio piuttosto lei di essersi rimasto a Mantova.» Questo giudizio della nobile donna fu evidentemente ispirato anche dalla profonda repugnanza sua per l'unione del fratello con Lucrezia. Nondimeno dovette essere anche in parte determinato dal carattere di quelle feste; mentre la marchesa espressamente lamentava la stanchezza e la noia, ond'era oppressa.[210]
Appena finite le feste, anche la marchesa tornò a Mantova. L'ultima lettera sua al marito da Ferrara porta la data del 9 febbraio. Da Mantova poi scrisse il 18 la prima lettera alla cognata Lucrezia:
«Illustrissima Signora. — L'amore che io porto alla Signoria Vostra, e il desiderio di sapere che ella persevera in quella buona salute, come al momento della mia partenza, mi fanno credere che anch'ella sia nell'espettazione stessa rispetto a me. Epperò, nella speranza di farle cosa grata, le significo ch'io sono arrivata sana e salva lunedì in questa città. Vi ho trovato anche in ottima convalescenza il mio Illustrissimo Signor consorte. Resta ch'io intenda parimenti della signoria Vostra lo stesso, acciò possa pigliarne piacere, come di sorella cordialissima. E benchè reputi superfluo offrirle le cose sue, nondimeno una volta per tutte voglio ricordarle, che la può disporre della persona e della facoltà mia non altrimenti che delle sue proprie. Me le raccomando per sempre, e la prego di volermi raccomandare al di lei Illustrissimo Signor consorte, mio fratello onorandissimo.»[211]
Lucrezia rispose il 22:
«Mia Illustrissima Signora Cognata e Sorella onorandissima. — Abbenchè sarebbe stato debito mio il prevenire Vostra Eccellenza nelle prove di amorevolezza, ch'ella s'è degnata usare verso di me, nulladimeno volentieri mi rassegno alla mia negligenza per questo solo, che l'Eccellenza Vostra m'abbia per tal guisa tanto più obbligata al servizio suo. Non potrei giammai esprimerle con quanta consolazione e contentezza abbia inteso il suo prospero arrivo in Mantova e la buona salute dell'illustre suo signor consorte. Possa lo stesso, assieme all'Eccellenza Vostra, come io ne prego Dio, esser preservato in prosperità e aumento di buono e felice stato secondo il desiderio loro. E per ubbidire, come desidero e debbo, al comando dell'Eccellenza Vostra, le significo che anch'io per grazia di Dio mi trovo bene e sempre pronta a far cosa che le sia grata. — Ferrara, 22 febbraio 1502. Devota Sorella, che desidera servirla, Lucrezia Estensis de Borgia.»[212]
Con questa lettera officialmente cortese cominciò il carteggio fra le due celebri donne, continuato per lo spazio di 17 anni. Ciò prova che la marchesa, sul principio ostile, divenne più tardi sincera amica della cognata.
Il duca di Ferrara fu di tutto cuore contento, quando gli ospiti presero finalmente la via d'andarsene. Solo madonna Adriana, Jeronima e quella Orsini innominata non diedero segno di voler tornare a Roma. Alessandro le aveva incaricate di rimaner colà, sino a che non giungesse la moglie di Cesare. Dovevano andare incontro a costei sino in Lombardia, e poscia accompagnarla a Roma. Se non che la duchessa di Romagna, malgrado delle premurose sollecitazioni del nunzio, non aveva voluto abbandonar la Francia. Suo fratello soltanto, il cardinale d'Albret, era giunto in Ferrara il 6 febbraio; ma ben presto continuò la strada per Roma.
Adriana, come prossima parente del Papa e di Lucrezia, era stata alla corte di Ferrara trattata assai onorevolmente, ed era anche entrata in relazione molto intima con la marchesa Isabella. Fa prova di ciò una lettera di quest'ultima, diretta ad Adriana, lo stesso giorno 18 febbraio, nel quale scrisse a Lucrezia. Vi si parla di una persona statale raccomandata in Ferrara da Adriana in proprio nome e anche a nome di madonna Giulia; donde risulta che quella innominata Orsini non era la Giulia Farnese.[213]
Ercole desiderava ardentemente la partenza di quelle donne.
In una lettera del 14 febbraio al suo ambasciatore Costabili in Roma lagnavasi con certa vivacità della inutile dimora delle stesse alla corte sua. «Noi vi diciamo — così scrivevagli — che la presenza delle nominate madonne fa sì che gran numero di altre persone, uomini e donne, rimangano similmente qui, aspettando la partenza di quelle; il che è peso grande ed insopportabile dispendio. Perchè se si conta tutt'insieme il numero delle persone del seguito di queste donne e di altre, restano ancora qui quasi 450 uomini e 350 cavalli.» Ciò egli, l'ambasciatore, potere rappresentare al Papa, ed i viveri esser consumati, e la duchessa di Romagna non esser per venire per Pasqua; e quanto a lui non poter più fare le spese, avendo già per le feste delle nozze erogato più di 25,000 ducati. Il Papa poteva quindi richiamare quelle donne. In un poscritto aggiungeva: «Io ho licenziati i gentiluomini dell'Illustrissimo Signor Duca di Romagna, dappoi che sono stati qui dodici giorni, perchè era gente impertinente, e la presenza loro era senza alcun frutto per Sua Santità e pel Duca di Romagna.»[214]
Finalmente le importune donne partirono; ma, a quel che pare, più tardi che ad Ercole non piacesse. V'è difatti un dispaccio dell'inviato Gerardo Saraceni da Roma del 4 maggio, col quale informa il duca, che monsignor di Venosa e madonna Adriana, ritornati da Ferrara, avevano espresso al Papa la loro gratitudine per l'amorevole accoglienza colà trovata.
Lo stesso giorno 14 febbraio Ercole scrisse una lettera al Papa, il cui tenore, tolte alcune frasi, non aveva nulla di simulato:
«Santissimo Padre e Signore. — Prima che l'illustrissima duchessa, nostra figliuola comune, giungesse qua, era mia ferma intenzione, come si conveniva, di accoglierla con benevolenza e con onore, e in alcuna cosa non mancare che tenesse a mostrarle particolare affetto. Ora, da che Sua Signoria è arrivata, mi ha talmente soddisfatto per le virtù e degne qualità trovate in essa, che non solo mi son raffermato in quella mia buona disposizione, ma altresì il desiderio e l'animo di far così è in me grandemente cresciuto, tanto più che veggo la Santità Vostra per un Breve di sua mano farmene amorevolmente ricordo. Stia adunque Vostra Santità di buon animo; mentre io userò verso la duchessa in tali termini, che la Beatitudine Vostra abbia a riconoscere come io la tenga per la più cara cosa che abbia al mondo.»[215]
IV.
Sin dal primo entrare nel castello degli Este, Lucrezia appartenne interamente a nuove relazioni, a nuovi interessi, si può dire, a un mondo nuovo per lei. Si trovò come principessa in uno de' più ragguardevoli Stati italiani e in una città a lei straniera, che da mezzo secolo a quella parte era diventata sì importante, che lo spirito della coltura nazionale v'aveva trovata una nuova sede e una nuova forma. Si vide accolta in una delle più cospicue case principesche d'Italia, che tempo e storia insieme avevan circondata di splendore veramente romantico. Una fortuna straordinaria e immensa l'aveva fatta entrare in quella casa famosa, della quale ella stessa ora doveva rendersi degna.
La stirpe degli Este era, accanto all'altra de' duchi di Savoia, la più antica e più eccelsa d'Italia. Anzi la seconda era dalla prima ecclissata per l'importanza dello Stato di Ferrara, grazie alla sua posizione geografica.
Ecco in breve la storia degli Este:
I signori, che ebbero il nome feudale da un piccolo castello tra Padova e Ferrara, ripetevan l'origine loro dalla invasione longobardica, e da una famiglia, il cui stipite chiamavasi Alberto. I nomi Adalberto e Alberto ebbero in italiano la forma di Oberto, che nel diminutivo si trasformò in Obizzo e Azzo. Nel X secolo apparisce un marchese Oberto, che fu partigiano di re Berengario prima, poi di Ottone il Grande. È ignoto da qual territorio togliessero il titolo di Marchesi egli e i prossimi discendenti suoi. Furono, ad ogni modo, grandi signori in Lombardia come in Toscana. Un pronipote di Oberto, Alberto Azzo II, vien ne' documenti nominato _Marchio de Longobardia_. Egli dominava da Mantova all'Adriatico e alla valle del Po, ove possedeva Este e Rovigo. Sposò Cunigonda, sorella del conte Guelfo III di Suabia. Così la famosa stirpe tedesca de' Guelfi si unì con quella degli Oberti, ed entrò nella cerchia delle relazioni italiane. Venuto a morte Alberto Azzo nel 1096 in età di più di 100 anni, lasciò i figli Guelfo e Folco. Costoro furono i progenitori della casa d'Este in Italia e della casa guelfa di Braunschweig in Germania. Guelfo difatti ereditò i beni di suo avo materno Guelfo III, col quale nel 1055 erasi estinta la linea maschile della casa sua. E andò in Germania; vi divenne duca di Baviera, e fondò la linea de' Guelfi.
Folco ereditò i possedimenti italiani del padre, e consolidò la linea degli Este. Nella gran lotta degl'imperatori tedeschi col Papato i marchesi d'Este furono aspri e tenacissimi combattenti; prima seguaci fervorosi, poscia capi del partito guelfo; il che valse a fondare il loro potere anche in Ferrara.
Gl'inizii primi di questa città furono oscuri e ignoti. Si crede che fosse venuta su al tempo delle immigrazioni forestiere. Dopo la donazione di Pipino e di Carlomagno la Chiesa pretese di averne il possesso. Fu compresa anche nella donazione della contessa Matilde. Nelle guerre tra il Papa e l'imperatore, cui diè alimento la disputa intorno l'eredità di Matilde, Ferrara acquistò la sua autonomia come repubblica.
Il XII secolo era sul finire, quando gli Este cominciarono a mettervi piede. Il nipote di Folco, Azzo V, sposò in quel tempo Marchesella Adelardi, erede del capo dei Guelfi nella città; mentre Salinguerra v'era capo de' Ghibellini. Da quel momento i marchesi d'Este andaron man mano guadagnando influenza in Ferrara. Essi divennero capi del partito guelfo anche nell'Alta Italia.
L'anno 1208 riuscì ad Azzo VI di scacciare Salinguerra. La città era così profondamente stanca della lunga lotta partigiana, che diede al vincitore la qualità ereditaria di Podestà. Fu questo il primo esempio di spontanea dedizione di una libera repubblica alla mercè di un signore. Così gli Este furono i primi a fondare un potere dinastico sulle rovine di una repubblica. L'audace Salinguerra, figura eroica delle più notevoli del tempo degli Hohenstaufen in Italia, scacciò di Ferrara ripetute volte Azzo e il successore di lui Azzo VII, sino a che nel 1240 non soggiacque e finì di vivere nel carcere. Dopo d'allora gli Este furono padroni di Ferrara.
Per un certo tempo, durante l'esilio avignonese de' papi, ne furono scacciati per opera della Chiesa; ma ritornarono il 1317, chiamativi da' cittadini che s'eran sollevati contro il luogotenente di quella. Giovanni XXII gli confermò con diploma d'investitura, mercè il quale ricevevano Ferrara in feudo dalla Chiesa contro l'annuo tributo di 10,000 fiorini d'oro. Oramai gli Este ordinarono il loro Stato come tiranni di Ferrara. Era uno Stato, cui il perdurare della dinastia fra tante guerre rese consistente. La dinastia degli Este non fu, come quelle di quasi tutte le altre dominazioni italiane, il prodotto di momentanee conquiste, d'intrusi illegittimi, ma antica, ereditaria, fortemente abbarbicata.
Con Aldobrandino, signore di Ferrara, di Modena, Rovigo e Comacchio, cominciò a venire al potere una serie di principi la maggior parte illustri, mercè i quali la città di Ferrara potè levarsi a quell'importanza, ond'era in possesso al cominciare del secolo XVI. Ad Aldobrandino successero i fratelli, Niccolò dal 1361 al 1388, e Alberto sino al 1393. Poi sino al 1441 dominò il figliuolo di costui Niccolò III, uomo di spiriti gagliardi e bellicosi. Essendo i suoi figli legittimi Ercole e Sigismondo minorenni, gli successe il suo bastardo Lionello. Questo principe non solo continuò quello che il padre aveva iniziato; ma fece di Ferrara uno Stato splendido e temuto. Il grande Alfonso di Napoli gli diè in moglie nel 1444 la figlia Maria; e per tal guisa gli Este si strinsero in intimo legame con la Casa reale degli Aragonesi. Lionello fu savio e liberale, cultore di ogni arte e scienza, principe di _nome immortale_. Nel 1450 gli successe il fratello Borso, al pari di lui bastardo, usurpando anch'egli il posto ai figliuoli legittimi di Niccolò III.
Borso fu uno de' principi più splendidi e grandiosi del tempo suo. Federico III, di ritorno dal suo viaggio d'incoronazione, lo nominò in Ferrara duca di Modena e Reggio, conte di Rovigo e Comacchio, paesi che appartenevano tutti all'Impero. D'allora in poi gli Este, la cui arma era stata un'aquila bianca, presero l'aquila nera imperiale, alla quale unirono i gigli di Francia, che un tempo Carlo VII aveva loro concessi. Il 14 aprile 1471 anche Paolo II nominò in Roma Borso duca di Ferrara. Poco dopo, il 27 maggio, questo principe famoso morì nubile e senza discendenti.
Gli successe Ercole, figliuolo legittimo di Niccolò III. Per tal guisa il governo ritornò alla linea pura degli Este, dopochè, per opera appunto di due bastardi, Ferrara era diventata uno Stato potente. Nel giugno 1473 Ercole si ammogliò con Eleonora di Aragona, figliuola di Ferdinando di Napoli. Le feste pel matrimonio furono sontuosissime. Da quel tempo sino al giorno, in cui questo secondo duca di Ferrara con altrettanta pompa univa Lucrezia in matrimonio con suo figlio, eran scorsi 29 anni di lotte molte e varie. Ercole aveva corso il massimo pericolo, onde lo Stato suo potesse essere minacciato: la guerra di Venezia e di papa Sisto IV contro di lui, la quale il 1482 fu terminata felicemente, non senza però la cessione di alcuni territorii in favore de' Veneziani. Ma il pericolo poteva rinnovarsi. Accanitissimi nemici del suo Stato erano sempre Venezia e la Chiesa. La sua politica quindi prescrivevagli di collegarsi con Francia, la quale comandava a Milano e forse poteva rendersi per sempre padrona di Napoli. Per questo motivo stesso erasi visto nella necessità di dare in moglie a suo figlio Lucrezia Borgia, a condizioni però vantaggiosissime. Lucrezia adunque poteva aver coscienza dell'alta significazione che la persona sua aveva per lo Stato di Ferrara. E ciò sin dal bel principio svegliò in lei il sentimento della sicurezza, rispetto alla nobile casa, cui ella omai apparteneva.
Il duca destinò Castel Vecchio a residenza degli sposi. Ivi Lucrezia stabilì la sua corte officiale. Il celebre castello esiste tuttora come uno de' più grandiosi monumenti medievali. Esso torreggia su tutta Ferrara ed è visibile da miglia lontano. Il color rosso scuro; il carattere grave e triste, congiunto ad una regolarità architettonica, che può dirsi perfetta; le quattro poderose torri; tutto ciò produce addentro impressione fortissima, specialmente al chiaro di luna, quando queste ultime riflettono la loro ombra nell'acqua del fossato, onde il castello ancora oggi, come in antico, è intorno ricinto. Alla fantasia dell'osservatore riappariscono allora le figure de' personaggi notevoli, che una volta v'abitarono o lo animarono: Ugo e Parisina Malatesta,[216] Borso, Lucrezia Borgia e Alfonso, Renata di Francia e Calvino, l'Ariosto, Alfonso II, l'infelice Tasso ed Eleonora.
Castel Vecchio fu fatto edificare dal marchese Niccolò nel 1385, dopo una sommossa cittadina. I successori lo compirono e ornarono nell'interno. Mercè cammini coperti era in comunicazione con la residenza dirimpetto al Duomo. Prima che Ercole allargasse Ferrara dal lato settentrionale, il castello rimaneva alla parte estrema, presso le mura. Una delle torri, quella chiamata _del Leone_, copriva la porta della città. Un braccio del Po, che allora scorreva in vicinanza, forniva d'acqua il fossato, sul quale si passava su ponti levatoi.
Al tempo di Lucrezia l'aspetto del castello era qual è ora solo nella sua forma essenziale. I comignoli delle torri sono di tempo posteriore. Le torri stesse erano più basse. Avevano merli, e così pure tutte le mura, come il castello dei Gonzaga in Mantova: intorno intorno armate de' cannoni fatti fondere da Alfonso. L'interno era una corte con portici, quadrata e lastricata. Si mostrò quivi a Lucrezia il luogo, ove Niccolò III, nel 1425, fece tagliare il capo all'infelice suo figlio Ugo e alla matrigna, la bella Parisina. E la lugubre memoria dovette suggerire alla figliuola di Alessandro di esser fedele al marito.
Ampie scale di marmo menavano a' due appartamenti del castello, de' quali quello al primo piano serviva di residenza a' principi. Era una fila di sale e di camere. Col tempo tutto è così mutato, che anche quei, che più a fondo conoscono Ferrara, confessano non saper più ove fosse l'abitazione di Lucrezia. Anche delle pitture, che gli Este vi fecero fare, rimangono appena alcuni affreschi del Dossi e uno d'altro maestro.
La residenza in quel castello dovette forse essere sempre malinconica e alquanto oppressiva. Ciò era in armonia col carattere di Ferrara. Anche oggi la città reca l'impressione di una serietà cupa e monotona. Quando dall'alto de' merli del castello guardi quella estesissima pianura riccamente coltivata, pur sempre uniforme, priva di un bello orizzonte, mentre le Alpi di Verona appena si disegnano in lontananza, e il più prossimo Appennino non ha aspetto gran fatto maestoso; quando guardi quella massa nera della città, un senso di maraviglia ti assale, pensando come mai la gioconda poesia dell'Ariosto sia nata in quel luogo. Il cielo, la terra e il mare atti ad ispirarlo avrebbe dovuto piuttosto cercare in quel eliso di Sorrento, che fu culla del Tasso. Una prova di più della verità sovente osservata, che la fantasia poetica è indipendente dai luoghi.
Ferrara giace in una pianura malsana, attraversata dai rami del Po e da parecchi canali. Il fiume principale non dà punto vita alla città nè alla campagna, perchè scorre lontano molte miglia. Mura poderose con quattro porte cingevano la città d'ogni lato. Al tempo di Lucrezia, oltre Castel Vecchio sull'estremità nordica, v'era pure dal lato sud-occidentale Castel Tealto o Tedaldo. Questa fortezza era posta sur uno de' rami del Po. Aveva una porta, per la quale s'entrava in città, mentre un ponte di barche menava dall'altro lato al sobborgo San Giorgio. Per questa porta Lucrezia aveva fatto il suo ingresso. Di Castel Tedaldo oggi non resta più nulla; fu distrutto sul principiare del secolo XVII, quando il Papa, espulsi i discendenti di Alfonso, fece edificare la nuova grande fortezza.
Ferrara aveva spaziose piazze e strade regolari con portici. Sulla piazza principale era il Duomo, ragguardevole edifizio di stile gotico-lombardo dell'anno 1135, nel quale fu consacrato. L'alta facciata, divisa in tre parti e con tre frontoni formati di tre serie di archi, che partecipano del gotico e del romano, poggiati su colonne, e con le antiche sculture, tutte annerite dal tempo, ha un'apparenza veramente singolare, che sente insieme dell'originalità medievale e di bizzarro romanticismo. Nulla colpisce oggi tanto in Ferrara quanto la prima vista di codesta facciata. Si crede aver dinanzi una figura del favoloso mondo ariostesco. Rimpetto a uno de' lati della Cattedrale sta ancora il gotico Palazzo della Ragione, e stavano altra volta due vecchie torri, una delle quali chiamavasi _Rigobello_. Di fronte poi alla facciata era la residenza degli Este. Ivi abitava Ercole, e un tempo abitò Eugenio IV, quando tenne a Ferrara il famoso Concilio. Innanzi al palazzo erano una volta le statue de' due grandi principi di Ferrara, Niccolò III e Borso: la prima equestre, l'altra seduta. Erano poste su colonne; epperò avevano piccole dimensioni. Oggi le colonne sussistono a' lati del portone: le statue furono distrutte nel 1796.
Gli Este gareggiarono con altri principi e repubbliche nell'edificare chiese e monasteri, de' quali Ferrara è ricca tuttora. Intorno l'anno 1500 più notevoli erano: San Domenico, San Francesco, Santa Maria in Vado, Sant'Antonio, San Giorgio innanzi a Porta Romana, il chiostro del _Corpus Domini_ e la Certosa. Tutte queste chiese sono state più o meno rammodernate. Benchè alcune si distinguano per belle proporzioni e spaziosità, pure niuna ha un'individualità artistica rilevante.
Col XV secolo anche Ferrara cominciò ad arricchirsi di palazzi, che oggi pure sono il decoro della deserta città, e costituiscono una parte di gran valore della storia dell'architettura, dagl'inizii del Rinascimento sino al passaggio nel barocco. Alcuni sono in uno stato di deplorabile decadenza. Sullo scorcio del secolo XVI il marchese Alberto costruì i palazzi del Paradiso, oggi l'Università, e Schifanoja. Ercole edificò il Palazzo Pareschi. Di lui può dirsi che fosse il rinnovatore di Ferrara. Allargò la città, aggiungendovi, verso settentrione, un nuovo quartiere, l'_Addizione Erculea_. Questa è pur oggi la parte più splendida della moderna Ferrara. È attraversata da due strade lunghe ed ampie, il Corso di Porta Po con la sua continuazione nel Corso di Porta Mare, e la strada de' Piopponi. Passeggiando per quelle vie tranquille e solitarie, fa stupore vedere quella lunga fila di bei palazzi della Rinascenza, monumenti di una vita rigogliosa, ma ora spenta del tutto. Ercole aprì colà una piazza, e all'intorno la nobiltà vi fece elevar palazzi. La si chiama oggi _Piazza Ariostea_, avendo nel mezzo il monumento del grande Poeta. È forse il più bello che sia mai stato eretto ad un poeta. La statua marmorea si slancia alta e libera sopra magnifica colonna, sicchè domina tutta Ferrara. Anche la storia sua accresce al monumento fascino e attrattiva. Originariamente doveva sulla piazza essere messa la statua equestre di Ercole su due colonne. Le si trasportavano sul Po, quando l'una andò a fondo. L'altra fu impiegata nel 1675 a sostenere la statua in bronzo di Papa Alessandro VII. La quale fu abbattuta nella rivoluzione dell'anno 1796, e sostituita dalla statua della Libertà, alla cui solenne elevazione assistette il generale Napoleone Buonaparte. Tre anni dopo gli Austriaci gettarono giù la Libertà, e la colonna restò decapitata sino al 1810, anno in cui vi fu messa la statua imperatoria di Napoleone. E questa pure cadde col cadere dell'imperatore. Finalmente nel 1835 Ferrara pose su quella colonna la statua dell'Ariosto. Niun mutamento di dominazione politica e niuna forza umana potrà mai più gettare abbasso quell'immagine da quell'altezza, ove la sostiene e protegge un poema immortale.
Nel nuovo quartiere di Ercole sursero palazzi sontuosi. Il fratello di lui Sigismondo edificò il grandioso Palazzo Diamanti, ove oggi è la Pinacoteca. I Trotti, i Castelli, i Sacrati e i Bevilacqua v'eressero i loro palazzi privati, esistenti tuttora. Ferrara era abitata da numerosa e ricca nobiltà, discendente in parte da antiche famiglie di conti. Oltre i già nominati, eran del novero: i Contrarii, i Pii, i Costabili, gli Strozzi, i Saraceni e i Boschetti, i Roverella, i Muzzarelli e i Pendaglia.
L'aristocrazia ferrarese aveva da gran tempo superato il periodo delle intestine lotte partigiane e della indomita fierezza feudale, ed era diventata cortigiana. Gli Este, e massime il battagliero Niccolò III, avevano domati e sommessi questi baroni, che originariamente vivevano nei loro feudi. Ormai essi erano al servizio del principe, coprivano i più ragguardevoli ufficii nella corte e nello Stato, ed eran capitani nell'esercito. Prendevano bensì parte, e forse con più fervore che non facesse la nobiltà degli altri Stati italiani, alla cultura dello spirito, essendo questa essenzialmente opera de' principi d'Este. Epperò alcuni nomi di grandi signori spiccano a quell'epoca nel movimento letterario di Ferrara.
L'Università ferrarese sin dalla metà del XV secolo era venuta in tanto rigoglio da stare bene, accanto a quelle di Padova e Bologna, tra le più celebri d'Italia. Era stata aperta nel 1391 dal marchese Alberto; poscia riformata da Niccolò III. All'apogeo dello splendore la condussero Lionello e Borso. Lionello fu discepolo del famoso Guarino da Verona, ed egli stesso dotto assai in ogni scienza. Fu altresì l'amico e l'idolo degli umanisti del tempo suo. Pieno d'entusiasmo, faceva collezione di manoscritti rari o li faceva copiare. Fu il fondatore della Biblioteca. Borso continuò le stesse tracce con altrettanta attività e fervore.
Già nel 1474 l'Università di Ferrara contava 45 professori, largamente retribuiti. Ercole ne aumentò il numero. Nel primo anno del suo regno fu anche introdotta l'arte tipografica.[217]
Nell'indole del popolo, come nel carattere della città, una disposizione seria si direbbe che sia l'impronta fondamentale e più risaltante. Con essa si disposava il bisogno di speculazione e di critica, come pure delle scienze esatte. Girolamo Savonarola, il profeta fanatico in quel deserto morale dei tempi borgiani, nacque in Ferrara. Lucrezia ebbe forse spesso a ricordarsi di quest'uomo, nel quale il padre suo per mano del carnefice aveva fatto soffocare la protesta delle anime ancora credenti e pure contro il Papato di lui.
L'astronomia e la matematica, le scienze naturali in generale e la medicina, che allora insieme con quelle era parte integrante delle discipline filosofiche, fiorirono specialmente in Ferrara. Il Savonarola stesso aveva dovuto studiar medicina. Suo avo Michele, celebre medico di Padova, era stato chiamato a Ferrara da Niccolò III.[218] Come medico, matematico e filosofo ed anche qual filologo vi brillava dal 1464 il vicentino Niccolò Leoniceno. Ai piedi suoi sedettero tali, che poscia furono i più famosi eruditi e poeti d'Italia. Egli formava ancora l'orgoglio di Ferrara, quando v'andò Lucrezia. Invece il grande matematico Domenico Maria Novara insegnava allora in Bologna, ove aveva avuto a discepolo il Copernico.
Da questa Università vennero fuori grandi umanisti, che al tempo dell'arrivo di Lucrezia erano ancora bambini o giovanetti, fra i quali i due Giraldi e quel geniale Celio Calcagnini, che le aveva dedicato una poesia per nozze. Tutti questi uomini erano ben veduti alla corte degli Este, essendo persone tutt'altro che esclusive, ma d'ingegno versatili e facili nella forma. In verità, solo più tardi, quando la divisione del lavoro e la necessaria limitazione professionale prevalse nella scienza, la viva erudizione dell'umanismo si trasformò in pedanteria di casta.
Ma soprattutto alla poesia, e ad una particolar forma di essa, la città di Ferrara, proprio nell'epoca di Lucrezia, diè impronta affatto speciale ed assolutamente romantica. Per questa via potette divenire una di quelle città, che pe' tardi nepoti sono ancora luoghi di pellegrinaggio della civiltà. Ferrara produsse molti poeti in ambedue le lingue, latina e italiana. Pressochè tutti quegli eruditi poetavano in latino. La più parte non erano certamente che gelidi facitori di versi; ma alcuni s'elevarono al più alto grado nella letteratura poetica, sicchè anche oggi non sono dimenticati. Eran tra questi specialmente i due Strozzi, padre e figlio, e Antonio Tebaldeo. Se non che, a petto di tali poeti neolatini, ebbero importanza di gran lunga maggiore quei che in lingua italiana seppero svolgere e perfezionare l'arte epico-romantica. La lussuriosa e tanto splendida corte di Ferrara, con quel carattere di forte romanticismo, onde la casa degli Este erasi circondata, mentre la storia sua rimontava al tempo eroico medievale, con quella eletta nobiltà e col moderno sentimento cavalleresco, favoreggiava già per propria essenza il culto del genere epico. Ma s'aggiungeva anche, come fondo adatto e propizio, la città con la sua propria storia e col suo carattere architettonico. In Ferrara, come in Firenze, non vi ha monumenti dell'antichità romana: tutto appartiene al Medio Evo. Lucrezia non trovò più nella corte di Ercole l'amico di lui, il Bojardo, il celebre poeta dell'_Orlando Innamorato_. Ma forse viveva ancora il cantore di Mambriano, Francesco Cieco. Ed abbiamo già visto come l'Ariosto, quegli che presto doveva oscurare la gloria de' due precursori, avesse offerto gli omaggi suoi a Lucrezia.
Meno prospera vita delle scienze e della poesia ebbero in Ferrara le arti belle. Pure, se non vi produssero maestri di prim'ordine, come Raffaello o Tiziano, vi tennero, ad ogni modo, non ispregevole luogo per la coltura italiana. Gli Este coltivarono la pittura. I palazzi loro fecero ornare con affreschi, de' quali rimangono ancora alcuni notevoli per originalità, come quelli che ultimamente, nel 1840, furono scoperti nel Palazzo di Schifanoja. Una scuola indigena venne in gran reputazione sino dalla metà del XV secolo. Ne fu capo Cosimo Tura. Uscirono da essa due ragguardevoli pittori, Dosso Dossi e Benvenuto Tisio, il quale sotto nome di Garofalo divenne celebre come uno de' migliori discepoli di Raffaello. Le opere di questi pittori, entrambi contemporanei di Lucrezia — Garofalo era più giovane di un anno — ornano ancora molte chiese di Ferrara, e sono altresì il principale decoro della Pinacoteca.
Tal'era, ne' tratti suoi più essenziali, la città di Ferrara; e tale pure la vita spirituale, ond'era animata, intorno il 1502. È evidente che, oltre lo splendore della corte e la politica importanza, come capitale dello Stato, anche la vita interiore v'era fervida e rigogliosa. Alcuni cronisti affermano, che il numero degli abitanti toccasse allora i 100,000. Fosse pure la cifra esagerata, ad ogni modo, al principio del XVI secolo, all'epoca sua fiorente, Ferrara dovett'essere più popolosa di Roma. Era città prospera ed agiata: accanto alla nobiltà, una borghesia operosa, mercè l'industria, massime la fabbricazione di panni, e mercè il commercio, vi si procacciava un tranquillo godimento della vita.
V.
Con ogni studio Alessandro teneva dietro a quanto accadeva in Ferrara. Egli non perdeva d'occhio la figlia. Questa e gli agenti di lui lo informavano d'ogni segno di favore o disfavore, cui incontrasse. Cessata l'ebbrezza delle feste nuziali, quando Lucrezia doveva affrontare con tatto l'invidia e il sospetto e formarsi nella corte un solido stato, potevano forse esserle serbati giorni difficili e penosi. Le informazioni di costei rassicurarono Alessandro, specialmente rispetto al contegno di Alfonso. Egli non supponeva che il principe erede di Ferrara amasse la figliuola. Ma ciò che solo gl'importava era che la trattasse da moglie e la facesse madre di un principe. Sentito che Don Alfonso passava la notte con Lucrezia, n'espresse grande soddisfazione all'ambasciatore ferrarese. «Certamente di giorno egli va altrove, giovane qual è, pel piacer suo; ma in ciò fa molto bene:» così pensava Sua Santità.[219]
Egli ottenne pure che il duca désse alla nuora, come rendita annuale, 12,000 ducati invece di 6000, come colui voleva. Lucrezia era difatti liberale e aveva bisogno di molto.
Frattanto Cesare apparecchiavasi a condurre a termine quelle imprese, di cui gli erano mallevadori insieme il parentado con Ferrara e l'assenso di Francia. Dopochè ebbe fatto sgozzare in Castel Sant'Angelo il giovane Astorre Manfredi, mosse il 13 giugno per Romagna. Trasse in inganno l'ingenuo Guidobaldo d'Urbino, e ad un tratto s'impadronì dello Stato di lui. Ciò fu il 21 giugno. Il duca fuggiasco riparò a Mantova: poi andò con la moglie a Venezia.
Ora Cesare si rivolse contro Camerino. Trasse in agguato i Varano, e li fece trucidare: solo uno scampò. Di tutte le sue geste egli informava la corte di Ferrara. Ed Ercole non si vergognava di felicitarlo di atrocità, mercè le quali principi amici o prossimi parenti di lui avevan subito la estrema rovina. Da Urbino scrisse alla sorella questa lettera:
«Illustrissima Signora e Germana nostra carissima. — Tengo per certo, che per la presente indisposizione della Eccellenza Vostra non possa esservi nulla più efficace e più salutare che il sentire buone e felici nuove. Le facciamo sapere che in questo punto abbiamo avuto nuova certezza della presa di Camerino. Noi la preghiamo di far onore a codesta nuova con evidente miglioramento dello stato suo, e di volerci informare di ciò. Imperocchè per l'indisposizione sua non possiamo provar piacere nè per questa, nè per altre nuove. Noi la preghiamo pure di partecipare la presente all'Illustrissimo Signor Don Alfonso, suo marito, come a fratello nostro amatissimo, e al quale per fretta non scriviamo. — Urbino, 20 luglio 1502. Di Vostra Eccellenza fratello, il quale l'ama come se stesso, Cesare.»[220]
Poco dopo Cesare fece alla sorella la sorpresa di una visita nel Palazzo Belfiore. Vi giunse con cinque cavalieri travestito, il 28 luglio. Si fermò due ore appena; quindi, accompagnato sino a Modena dal cognato Alfonso, ripartì frettolosamente per recarsi in Lombardia presso il re di Francia.
In questo mentre Alessandro aveva presa una risoluzione intorno alla conquistata Camerino, interamente in opposizione con le mire di Cesare, la quale mostrava a costui, che alla fin fine la volontà del padre non era tutta e intera in poter suo. Il 2 settembre 1502 Alessandro investì di Camerino, come Ducato, quell'Infante Giovanni Borgia, nominato da lui talvolta suo, tal'altra figliuolo di Cesare, e che aveva già investito del Ducato di Nepi. Tutti questi possedimenti reggeva in nome dell'Infante il suo tutore, il cardinal di Cosenza, Francesco Borgia. V'hanno monete di questo effimero Duca di Camerino.[221]
Il 5 settembre Lucrezia, a grandissimo cordoglio di Alessandro, che aveva sperato nella nascita di un erede al trono, partorì una bambina morta. Essa ne fu gravemente malata. A questa nuova Ercole venne in fretta da Reggio, ove era ito incontro a Cesare di ritorno dalla Lombardia. Trovò Lucrezia affidata alle cure del più abile de' medici di Alessandro, il vescovo di Venosa. Il 19 settembre venne anche Cesare a visitar la sorella: restò con lei due giorni; quindi andò ad Imola.[222]
Lucrezia si sentiva opprimere in Castel Vecchio, e desiderava respirare aria migliore. L'8 ottobre andò a stare nel chiostro del _Corpus Domini_. Vi fu accompagnata da tutta la corte. Si riebbe in salute, e già il 22 del mese stesso, a grande gioia di tutti, come lo stesso duca Ercole scrisse a Roma, potè tornare alla sua residenza nel castello. Alfonso andò pure a Loreto a sciorre un voto fatto pel ristabilimento della moglie. La pubblica sollecitudine, di che Lucrezia nella congiuntura fu fatta segno, mostrarono che si cominciava ad amarla in Ferrara.[223]
Nel mese d'ottobre ebbe pur luogo la ribellione dei condottieri, che mancò poco non traesse Cesare a rovina. Per la defezione de' generali anche il paese d'Urbino insorse, tanto che Guidobaldo il 18 ottobre poteva già rientrare nella sua capitale. Ma la protezione di Francia e la cecità de' codardi salvarono il duca di Romagna dal più estremo pericolo. Il 31 dicembre egli si sbarazzò di quei baroni col noto strattagemma in Sinigaglia. Fu il suo capolavoro. Vitellozzo e Oliverotto fece immediatamente sgozzare. Gli Orsini, Paolo, il suocero di Jeronima Borgia, e Francesco, il duca di Gravina, che un tempo doveva essere marito di Lucrezia, incontrarono la stessa sorte il 18 gennaio 1503.
Il duca di Ferrara mandò a Cesare congratulazioni. I Gonzaga fecero altrettanto. Isabella stessa, che aveva visto scacciar da Urbino sua cognata, e il marito di questa costretto a fuggirsi di colà una seconda volta, gli scrisse lettere piene di complimenti. I Gonzaga volevano ora effettivamente impegnar la mano del loro piccolo Federigo, principe erede, con Luisa, figliuola di Cesare. E con la mediazione di Francesco Trochio già si trattava a Roma dell'affare. Ecco una lettera d'Isabella a Cesare:
«Al Signor Duca di Valenza. — Illustrissimo, etc. — De' felici progressi di Vostra Eccellenza, ch'ella con amorevole lettera ci ha significati, abbiam preso piacere e contento, quale si conviene alla mutua amicizia e alla benevolenza, che è tra lei e il nostro illustre signor consorte. Epperò in suo e in nostro nome ci congratuliamo seco per la sicurezza e prosperità conquistate; e la ringraziamo per la partecipazione e anche per l'offerta di tenerci avvisati degli ulteriori successi. Al qual proposito la preghiamo di persistere nella bontà sua. Poichè, amandola come noi facciamo, desideriamo sentire più spesso degli andamenti suoi per poterci rallegrare con lei pel bene e per l'esaltazione di Vostra Eccellenza. Ora, credendo noi che, dopo le pene e le fatiche patite in codeste sue gloriose imprese, voglia anche trovar loco di ricrearsi, mi è parso bene mandarle 100 maschere per mezzo del nostro staffiero Giovanni. Certamente noi lo riconosciamo come vile dono rispetto alla grandezza de' meriti dell'Eccellenza Vostra e anche all'animo nostro. Nullameno valga come testimonianza che, ove in questo nostro paese fosse cosa più degna e conveniente, più volentieri gliela manderemmo. Che se inoltre le maschere mancheranno della bellezza che pur si confarebbe, piaccia a Vostra Eccellenza imputarlo ai maestri di Ferrara. I quali, per la proibizione già da molti anni di mascherarsi colà in pubblico, hanno disimparato a farne. Possa quindi supplire la sincera volontà e affezione nostra verso Vostra Eccellenza. Quanto alla pratica nostra, non accade replicare altro, finchè non intendiamo da Vostra Eccellenza la risoluzione di Sua Santità, Nostro Signore, circa il caso della sicurtà, che le abbiamo fatto esplicare a voce mediante Brognolo. Onde stiamo in aspettazione per venire alla conclusione. A lei ci raccomandiamo ed offeriamo. 15 gennaio 1503.»[224]
Cesare da Acquapendente rispose così alla marchesa:
«Illustrissima Signora Commara e Sorella nostra onorandissima. — Abbiamo ricevuto il dono di Vostra Eccellenza delle 100 maschere, che mi sono state molto accette per la multiplice varietà e singolare bellezza, e ancora più per essere sopraggiunte in tempo e luogo che più al proposito non sarebbe potuto essere, come se Vostra Eccellenza ci avesse prefissa la legge e l'ordine delle imprese nostre e della nostra tornata a Roma. In vero in quel medesimo giorno ci eravamo impadroniti della città e contado di Sinigaglia con le fortezze, e punito di santa ragione i perfidi tradimenti degli avversarii nostri, e liberato altresì da tirannia Città di Castello, Fermo, Cisterna, Montone e Perugia, e ridottele all'ubbidienza di Sua Santità, Signor Nostro. Ed ora abbiamo anche deposto dal tirannico dominio, che s'era usurpato a Siena, Pandolfo Petrucci, addimostratosi contro di noi feroce nemico. E soprattutto ci sono state accettissime le maschere, perchè venivano dalla fraterna e singolare benevolenza, ch'ella, ne siamo certissimi, con l'Illustrissimo suo Signor Consorte ci porta. E di questo ella ci dà prova con l'amorevolissima lettera, con la quale ci ha mandato quel presente. Per tutte codeste cose noi dovremmo per lettera ringraziarla infinite volte, se la grandezza de' meriti suoi e del suo consorte presso di noi non rifiutasse ogni dimostrazione di parole, ricercando invece efficacità di fatti. Noi useremo le maschere, e la loro perfetta bellezza ci sparagnerà la cura di ogni altro ornamento. Quanto alla nostra comune parentela vi perseveriamo sempre con maggior fervore. Nella nostra andata a Roma ci adopereremo in guisa che Sua Santità, Signor Nostro, le dia pienissimo effetto. Al prigioniero accorderemo la libertà, siccome l'Eccellenza Vostra da noi desidera. Assumeremo subito piena informazione, e, avutala, non ci resteremo di rispondere alla Signoria Vostra Illustrissima con sua soddisfazione, e a questa ci raccomandiamo. — Dal campo papale presso Acquapendente, il primo febbraio. Di Vostra Eccellenza compare e fratello il Duca di Romagna, etc., Cesare.»[225]
Cesare s'accostava allora al sommo de' desiderii suoi, la corona reale dell'Italia centrale. Questo audace disegno però non restò che un sogno. Luigi XII gli proibì di spingersi e penetrare più in là. Gli Orsini e altri baroni dei territorii romani si levarono a lotta disperata; ond'ei dovette in fretta recarsi a Roma. Poichè Consalvo aveva abbattuto la potenza francese nel Regno di Napoli, e il 14 maggio era entrato vittorioso nella capitale, Alessandro e suo figlio cominciarono a volgersi verso Spagna. Se non che Luigi XII, per la riconquista di Napoli, mandò sotto il La Tremouille nuovo esercito, nel quale prese servizio al soldo del re anche il marchese di Mantova. Nell'agosto 1503 l'esercito s'era avanzato sin sul Patrimonio di San Pietro.
Ma ecco che in un solo e stesso giorno Alessandro e Cesare caddero malati. Il Papa morì il 18 agosto. Che entrambi siano stati in pari tempo avvelenati, è stato affermato e negato insieme. E, per quante ragioni si possa far valere in favore dell'una e dell'altra opinione, questo è sicuro che il fatto rimane incerto.
La morte del padre fu per Lucrezia, fatta astrazione da ogni sentimento personale, un avvenimento capace di mettere in forse la condizione sua in Ferrara. In realtà, la potenza di Alessandro era stata per lei saldo sostegno. Nè essa poteva dirsi ancora sicura dell'affetto duraturo del suocero nè del marito. Piuttosto Alfonso ora poteva ricordarsi di ciò che una volta gli ebbe detto Luigi XII: che, alla morte di Alessandro VI, egli non saprebbe più chi fosse la donna, la quale egli avea sposata. Il re stesso domandò un giorno all'ambasciatore di Ferrara presso la sua corte, se sapesse in che modo madonna Lucrezia aveva accolta la nuova della morte del Papa. E avendo il ministro risposto d'ignorarlo, Luigi XII gli disse: «So che non siete mai stati contenti di codesto matrimonio; questa madonna Lucrezia non è nemmeno la moglie effettiva di Don Alfonso.»[226]
Lucrezia sarebbe stata sgomenta assai, dove avesse potuto leggere la lettera che il suocero scrisse al suo ambasciatore Giangiorgio Seregni in Milano, allora in possesso de' Francesi, con la quale gli apriva l'animo suo in occasione della morte di Alessandro VI:
«Giangiorgio. — Per chiarirti di quello che da molti si è domandato, se per la morte del Papa stiamo di mala voglia, ti assicuriamo che la non ci è spiaciuta per niun capo. Piuttosto per l'onore del Nostro Signore Dio e per l'universale bene della Cristianità abbiamo già da più dì desiderato, che la divina bontà e provvidenza volesse provvedere un pastore buono ed esemplare e togliesse dalla Chiesa sua tanto scandalo. Per quel che riguarda noi peculiarmente, non potremmo altrimenti desiderare; perchè presso di noi prepondera il riguardo alla gloria di Dio e al bene dell'universale. Pure, oltre a questo, ti diciamo, che non fu mai Papa, dal quale non avessimo ricevuto grazia e piacere più che da questo, anche dopo l'affinità contratta. Avemmo da lui soltanto appena quello, cui era obbligato, mentre noi non ce ne stemmo alla fede sua. Del rimanente, in niun'altra cosa, nè grande nè mediocre nè piccola, siamo stati compiaciuti da lui. Il che crediamo in gran parte procedesse per colpa del duca di Romagna. Non avendo egli potuto fare di noi quello che avrebbe voluto, si è con noi condotto da estraneo. Giammai non si è aperto con noi; giammai non ci ha communicati gli andamenti suoi; nè noi abbiamo communicato a lui i nostri. Da ultimo, inclinando egli a Spagna, e vedendoci noi buoni francesi, non avevamo mai da sperare piacere alcuno nè dal Papa nè da Sua Signoria. Per questo tal morte non ci è dispiaciuta; mentre non avevamo ad aspettarci che male dalla possanza del nominato duca. Noi vogliamo che tu communichi puntualmente questo nostro secreto al Gran Maestro (Chaumont), al quale non vogliamo che sia celato l'animo nostro. Con altri però parlane sobriamente. Respingerai poscia la presente indietro a messer Gian Luca (Pozzi) nostro Consigliere. — Belriguardo, 24 agosto 1503.»[227]
Questo linguaggio era molto schietto. Tenuto conto de' grandi beneficii venuti allo Stato suo dall'unione con Lucrezia, si sarebbe forse potuto dare ad Ercole dell'ingrato. Se non che egli aveva sempre risguardato quel matrimonio puramente come un affare. E quanto poi alle relazioni sue con Cesare, aveva ragione di concepirle come faceva.
Sentiamo ora come scrivesse della morte del Papa un altro principe famoso e molto intimo con i Borgia. Il marchese di Mantova, al tempo dell'avvenimento, era all'esercito francese, e nel suo quartier generale in Isola Farnese, a poche miglia innanzi Roma. Di colà scrisse alla moglie Isabella il 22 settembre 1503:
«Illustre Signora, moglie nostra amatissima. — Affinchè la Signoria Vostra sia, al pari di noi, informata del decesso di papa Alessandro VI, le significhiamo quanto segue. Essendo malato, egli cominciò a parlare in forma, che chi non intendeva il suo proposito, credeva che vaneggiasse, ancorachè ragionasse con gran sentimento. Le parole sue erano: — Verrò, verrò, l'è ragionevole; aspetta ancora un po'. — Quei che intendevano il suo secreto, le spiegavano così: nel Conclave, alla morte d'Innocenzo, egli pattuì col diavolo, comprando il Papato con l'anima sua; fra gli altri patti fu che dovesse vivere sulla Santa Sede 12 anni; il che gli è stato atteso con quattro dì di giunta. V'è ancor chi afferma aver visto in camera di lui, al punto di rendere lo spirito, sette diavoli. Morto che fu, il corpo suo cominciò a bollire e la bocca a spumare, come caldaio sul fuoco; e continuò così sino a che stette sopra terra. Di più divenne oltre modo grosso, tanto che in lui non appariva più forma di corpo umano, e dalla larghezza alla lunghezza non v'era più differenza alcuna. Fu portato alla sepoltura senza molti onori; il cataletto fu trascinato da un facchino, con una corda legata al piede, sino al luogo ove fu sotterrato; e ciò perchè non si trovò alcuno che volesse toccarlo. Gli furon fatte esequie tanto misere, che la Nana moglie del zoppo le ha in Mantova più onorevoli. L'ultima fama sua rivive ogni giorno ne' più vituperosi epitaffi.»[228]
Le relazioni del Burkard, dell'ambasciatore veneto Giustinian, del ferrarese Costabili e di molti altri contengono la descrizione stessa, e quasi con identiche parole. La favola del diavolo o Babuino, venuto a prendersi Alessandro, si può, del resto, legger pure in una relazione nel _Diario_ di Marin Sanudo. Il marchese Gonzaga, uomo di spirito tanto côlto e largo, la teneva per vera con la stessa ingenuità del popolino di Roma.
La leggenda diabolica di Faust e di Don Giovanni, che venne istantaneamente a collegarsi con la morte di Alessandro VI — e non mancò neppure il cane nero, che irrequieto e senza mai posare correva in San Pietro — quella leggenda, dico, esprimeva il giudizio de' contemporanei sull'abominevole natura del Borgia e sulla sconfinata fortuna toccatagli in vita. Nulladimeno la figura morale di Alessandro VI è così enigmatica da rimanere un mistero, anche per lo sguardo del più acuto psicologo.
In lui, come radice de' delitti suoi, non scopriamo ambizione nè sete di dominio, donde è mai sempre scaturita la massima parte delle colpe de' regi. In lui non odio del simile, nè crudeltà, nè piacere nel male; ma sensualità e la più nobile delle forme, che valgano a spiritualizzarla: l'amore pe' figliuoli. Tutte le osservazioni della psicologia disporrebbero l'animo a credere che l'enorme carico di colpe abbia fatto di Alessandro un uomo oppresso, come Tiberio e Luigi XI, dalla paura e dalla demenza. In quella vece innanzi a noi sta un uomo sempre pronto ai godimenti mondani, che sin nella più tarda età non sente l'esaurimento della vita: «Il Papa ogni dì si ringiovanisce; i suoi pensieri non passano mai una notte; è di natura allegra e fa quello che gli torna utile; e tutto il suo pensiero è di far grandi i suoi figliuoli; nè d'altro si cura.» Così l'ambasciatore veneto Capello nel 1500, due anni prima che quegli morisse.
Il lato inesplicabile della natura sua non eran già le passioni, cui abbandonossi, nè le azioni commesse. Delitti pari, e anche più gravi, consumarono molti principi, prima e dopo di lui. L'inconcepibile è che le commettesse come Papa. Come è possibile che Alessandro VI congiungesse insieme quel delirio de' sensi e quelle spietate azioni con la coscienza continua di essere, qual ei si teneva, sacerdote supremo della religione, e rappresentante di Dio in terra? Abissi dell'anima umana! Non v'ha occhio capace di penetrarli e scrutarli. In che modo mai riduceva egli al silenzio i rimorsi e i palpiti della coscienza; come riusciva a nasconderli sotto quell'aspetto sempre franco e sereno? E poteva egli credere all'immortalità dell'anima e all'esistenza di un Dio?
Ove si guardi alla gioconda e festosa spensieratezza, che in ogni azione sua poneva, si potrebbe affermare che Alessandro VI sia stato ateo e materialista per convinzione. Per spiriti profondamente filosofici e infelici vi può essere un punto di vista, dal quale tutto questo dibattersi del mondo umano apparisca come privo di scopo, come miserabile giuoco di fantocci. Più di un papa e di un imperatore poteva ripetere il noto motto: _Vanitas, omnia vanitas_, se nella coscienza della propria effimera esistenza osservava questa fragile gabbia di matti e l'insipidezza delle gioie e de' dolori loro, e le illusioni e i timori e l'egoismo e le idolatrie dell'uomo. Ma in Alessandro VI non v'ha traccia dello spirito di un Faust; nulla di un sottilizzante disprezzo del mondo; nulla di uno scetticismo titanico. Piuttosto una straordinaria ingenuità di fede sembra essersi in lui disposata con l'attitudine ad ogni enormezza. Lo stesso Papa, che all'effigie della Madre di Gesù faceva improntare i tratti dell'adultera Giulia Farnese, credeva di essere sotto il patrocinio speciale della Madonna.
La vita di Alessandro VI è il più acuto contrapposto dell'ideale di Cristo. Questa è verità tanto incontrastabile, che non ha bisogno di altra prova se non del semplice confronto del procedere di colui con le dottrine dell'Evangelio. Si confronti soltanto con i dieci Comandamenti: non fornicare — non ammazzare — non far falsa testimonianza....
Il fatto che Rodrigo Borgia sia stato Papa, apparirà a tutti i seguaci della Chiesa come il più miserando degli avvenimenti, come quello che dovrebbe essere deplorato più amaramente di ogni altra opposizione ostile, anche di ogni aperta ribellione alla Chiesa stessa. Certo è un fatto che non può distruggere la venerabilità dovuta alla Chiesa, a questo secolare ed elevatissimo prodotto dello spirito umano. Ma non distrugge forse tutta una serie di concetti mistici, che con l'idea del Papato si eran connessi?
Le maledizioni contro il padre suo, che a un tratto rimbombarono per tutta Italia, difficilmente arrivarono all'orecchio di Lucrezia. Pure n'ebbe in sè qualche sentore, e dovette esserne terribilmente commossa. Tutto il passato in Roma le tornò ancora una volta vivo nella coscienza, ed oppresse l'anima sua. Suo padre, che primo l'aveva fatta infelice, era poscia stato l'artefice della fortuna sua. Pietà infantile e religioso timore dovettero a un tempo assalirla. Il Bembo ha descritto il suo dolore e la sua angoscia. Quest'uomo, dipoi tanto celebre, era venuto il 1503 alla corte di Ferrara, ov'egli, giovane nobile veneto della più fine coltura e di bellissimo aspetto, fu accolto con gioia, e s'era preso d'ardente passione per Lucrezia. Il perfetto cortigiano le scrisse questa lettera di condoglianza:
«Io venni bene ieri a Vostra Signoria parte per farle intendere di quanto affanno e cordoglio m'erano le sue disavventure e parte per confortarnela, come io potessi il meglio, e pregarla a darsene pace, intendendo io che voi ve ne affliggevate oltra modo. Ma non m'è venuto fatto potermi in ciò soddisfare nè nell'una cosa, nè nell'altra. Chè, tosto che io vidi voi in quelle tenebre e in quel nero drappo mesta e lagrimosa giacere, ogni senso mi si ristrinse nel cuore, e stetti buona pezza senza poter niente dire, o almeno senza sapere ciò che io mi dicessi. E più tosto bisognoso io di conforto, che possente a darne altrui, confusa l'anima dalla pietà di quella vista, tra mutolo e scilinguato mi dipartii, siccome vedeste o poteste vedere. La qual cosa se forse m'è avvenuta perciò, che a voi non facesse nè di mia doglianza nè di mio conforto mestiero, siccome a colei, la quale e conoscendo la mia verso lei osservanza e fede, conosce parimente il mio dolore per lo suo, alla consolazione piglia per se stessa dalla sua infinita sapienza conforto senza altronde attendernelo, meno mi doglio di me stesso e della poca mia virtù, che intanto m'abbandonasse a quel tempo. Ma se pure e in questo e in quello ho a farne a voi parevole segno: dico che in quanto alla noia, senza fallo alcuno nessun'altra via avea la fortuna da potermi compiutamente far tristo e doloroso, che questa, dando a voi di dolervi e di attristarvi cagione: nè poteva suo strale alcuno passarmi tanto nell'anima quanto quello che mi veniva dalle vostre lagrime bagnato a ferire. In quanto poi alla consolazione e conforto, altro non so che dirvi, se non che vi ricordiate che ogni vostro dolore ammollisce e fa minore il tempo, il qual tempo indugiare e non prevenir col consiglio tanto più a voi si disdice, quanto da voi maggior prudenza è aspettata, la quale per le cotidiane pruove delle vostre virtù s'aspetta sommissima in ogni avvenimento e caso. Che se bene ora voi quel vostro così gran padre avete perduto, che maggiore la fortuna medesima dare nol vi potea, non è perciò questo il primo colpo che avete dalla vostra nemica e maligna disavventura ricevuto. Anzi dee oggimai l'animo vostro aver fatto il callo alle percosse degli avversi casi, tante e sì gravi n'avete voi sofferte per lo addietro. Oltra che, perciò che così portano per avventura le presenti condizioni che si faccia, non è da commettere, che alcuno creder possa che voi non tanto la caduta, quanto ancora la stante vostra fortuna piagniate. Ma per avventura io sono poco prudente, che a voi queste cose scrivo. Perchè farò fine umilmente raccomandandomivi. State sana. A' 2 d'agosto 1503. In Ostellato.»[229]
VI.
Calmata la prima commozione, Lucrezia potette benedire alla sua sorte. Se, anzi che esser moglie di Alfonso, i destini suoi fossero stati ancora legati a quelli de' Borgia, in quanta miseria non sarebbe anch'ella caduta! Presto si convinse che lo stato suo in Ferrara non era scosso. Doveva ciò parte alle proprie prerogative, e parte pure a quei solidi e duraturi vantaggi che aveva arrecati in dote alla casa d'Este. Se non che vedeva la vita de' suoi in pericolo a Roma. Il fratello Cesare vi giaceva malato. V'erano anche il figliuolo Rodrigo e Giovanni, il duca di Nepi. E intanto gli Orsini, spinti dal furore, cercavano vendicare nel sangue de' Borgia quello de' congiunti loro.
Ella assediò di preghiere il suocero, perchè aiutasse Cesare e gli mantenesse gli Stati. Ercole trovò più vantaggioso che la Romagna rimanesse a Cesare, anzichè cadesse in potere de' Veneziani. Mandò colà Pandolfo Collenuccio per eccitar le popolazioni a restar fedeli al loro duca. Al suo ambasciatore in Roma esprimeva la sua gioia per esser Cesare in via di guarigione.[230]
Ad eccezione della Romagna, lo Stato, messo insieme a furia di rapine dal figlio di Alessandro, cominciò in un momento ad andare in brani. I tiranni scacciati da lui ritornavano nelle loro città. Da Venezia Guidobaldo ed Elisabetta si condussero in fretta ad Urbino, che gli accolse festeggiando. Ed anche più presto di loro era Giovanni Sforza tornato da Mantova a Pesaro. Il marchese Gonzaga aveva mandato a lui la prima nuova della morte di Alessandro e della malattia di Cesare; e lo Sforza ne lo ringraziò con questa lettera:
«Illustre Signore e Cognato onorandissimo. — Ringrazio l'Eccellenza Vostra per la buona nuova che s'è degnata di darmi con le sue lettere dello stato del Valentino. N'ho in vero provato tanta allegrezza, che spero omai mettere un termine ai mali miei. Io l'assicuro, che quando rientri nel mio Stato mi considererò come creatura di Vostra Eccellenza, perchè ella è padrone del tutto e anche della mia propria persona. Io la prego, se altro la intende del nominato Valentino che sia morto, a volermene dare qualche avviso, che la mi farà singolare piacere. Di cuore me le raccomando per sempre. — Mantova, 25 agosto 1503. Di Vostra Eccellenza servitore Giovanni Sforza di Pesaro.»[231]
Già il 3 settembre lo Sforza potette informare il marchese di essere entrato in Pesaro fra le acclamazioni del popolo. Per il fausto avvenimento fece coniare una medaglia. Porta da un lato il suo busto; dall'altro un giogo spezzato con le parole: PATRIA RECEPTA.[232] Sitibondo di vendetta, infuriò contro i ribelli di Pesaro con confische, col carcere e con esecuzioni capitali. Molti cittadini fece impiccare alle finestre del suo castello. Anche il Collenuccio, che aveva riparato a Ferrara sotto la protezione di Lucrezia e del duca, doveva ben presto cadergli in mano. Lo attirò a Pesaro con traditoresche promesse. Ma poscia per quell'accusa, dal Collenuccio un tempo indirizzata a Cesare Borgia, della quale asserì aver solo allora avuto cognizione, lo cacciò in prigione. Il Collenuccio, non privo certo di colpa verso l'antico signore ed amico, subì il suo destino e affrontò tranquillamente la morte nel luglio 1504.[233]
Infrattanto Lucrezia seguiva con grande ansietà il corso degli eventi in Roma. Niuna lettera sua a Cesare o di questo a lei, in quel periodo, è rimasta. Ne abbiamo solo alcune tra Cesare e il duca di Ferrara, che non cessò mai di scrivergli. Il 13 settembre Ercole lo felicitava per la ricuperata salute, e lo informava aver, mercè un inviato, esortato i popoli di Romagna alla fedeltà verso di lui.
Questa lettera giunse a Cesare in Nepi. Poichè per trattato con l'ambasciatore francese in Roma si fu messo sotto la protezione della Francia, egli, cedendo alla domanda de' cardinali, erasi ritirato in Nepi. Condusse seco la madre Vannozza e il fratello Jofrè, e, senza dubbio, anche la piccola figlia Luisa, come i due bambini Rodrigo e Giovanni, il quale ultimo era appunto duca di Nepi. La prossimità dell'esercito di Francia, accampato ancora in quel territorio, lo rendeva colà sicuro. Come se nulla fosse successo, egli scrisse lettere al marchese Gonzaga, che teneva allora il quartier generale a Campagnano. Gli mandò pure in regalo alcuni cani da caccia. Anche di Jofrè vi sono lettere da Nepi del 18 settembre allo stesso marchese.[234]
Quivi Cesare apprese che il suo protettore ed amico Amboise non era, com'egli aveva sperato, riuscito a farsi elegger Papa; ma che era stato invece eletto il Piccolomini. Il 22 settembre salì sulla Santa Sede, come Pio III, questo vecchio e già moribondo cardinale: del resto, padre felice di non meno di 12 figliuoli, tra maschi e femmine, che solo la morte gli tolse di poter introdurre nel Vaticano e farli principi. Egli permise a Cesare di rientrare in Roma e mostrò anche di favoreggiarlo. Ma non erano quasi ancora tornati i Borgia, che già il 3 ottobre gli Orsini si levarono pieni di furore gridando morte al loro nemico. Cesare con i bambini riparò in Castel Sant'Angelo; e già il 18 ottobre Pio III moriva.
I bambini non avevano omai altri difensori che Cesare e quei due cardinali, alla tutela de' quali Alessandro avevagli affidati. I loro Ducati svanirono come per colpo magico. Appena morto il Papa, i Gaetani tornarono da Mantova e s'impossessarono di nuovo di Sermoneta e di tutti gli altri beni, stati concessi al piccolo Rodrigo. Su Nepi affacciò pretensioni Ascanio Sforza o la Camera Apostolica. Di Camerino s'impadronì di nuovo l'ultimo dei Varano.
Il piccolo Rodrigo era duca di Bisceglia, e come tale sotto la protezione di Spagna. Difatti, con molta previdenza, Alessandro VI aveva sin dal 20 maggio 1502 ottenuto da Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia diploma, mercè il quale la Casa reale di Spagna assicurava alla famiglia Borgia tutti i suoi beni nel Napoletano. E in questo atto erano espressamente nominati Cesare e successori suoi, Don Jofrè di Squillace, Don Juan, il figliuolo dell'ucciso Gandia, Lucrezia qual duchessa di Bisceglia, e il figlio ed erede suo Rodrigo.[235] Nell'Archivio di casa d'Este si trovano ancora i documenti della Cancelleria di Lucrezia, relativi all'amministrazione de' beni di Rodrigo, insieme con altri che si riferiscono al piccolo Giovanni.[236]
Malgrado della protezione di Spagna, la vita del figliuolo di Lucrezia era allora in pericolo a Roma. Niun dovere incombeva a lei più stretto che di esigere che il figlio le fosse reso, e di prenderlo seco. Nol fece, perchè non potette o perchè non ebbe cuore abbastanza da farlo, o forse perchè le nacque il sospetto che appunto in Ferrara la vita di quel bambino sarebbe esposta a maggior pericolo. Il cardinal di Cosenza, tutore di Rodrigo, le propose di vendere tutti i mobili del figliuolo e di condurlo fuori d'Italia e metterlo al sicuro in Spagna. Essa comunicò la proposta al suocero, che le rispose così:
«Illustrissima Signora Nuora e figlia nostra dilettissima. — Abbiamo avuto la lettera di Vostra Signoria assieme a quella, che il reverendissimo cardinale di Cosenza le diresse, e ch'ella ci ha mandata. Qui, con questa nostra, gliela respingiamo, dopo essere stata letta da niun'altra persona se non da noi. Abbiam notato la prudenza, con la quale la Signoria Vostra stessa e il nominato Cardinale scrivono. E le parole loro sono accompagnate da tante buone ragioni, che non si può giudicare se non che siano amorevoli e savie. Onde, avendo tutto ben ponderato, ne pare che la Signoria Vostra possa e debba acconsentire a quanto il detto reverendissimo Monsignore propone di voler fare. A noi sembra che Vostra Signoria debba avergli qualche obbligazione per la prova di cordiale amore ch'egli addimostra verso di lei e dell'Illustrissimo Don Rodrigo, del quale accade dire essere stato preservato in vita per opra di colui. Quando anche esso Don Rodrigo avesse a stare un po' più lontano da Vostra Signoria, tanto meglio stare lontano e sicuro che vicino con pericolo, come il Cardinale fa vedere che sarebbe. Nè per questa lontananza l'amore tra voi diminuirà. Una volta poi fatto grande, potrà secondo le circostanze di tempo pigliar da sè partito, se tornare in Italia o rimanersi lontano. È buona idea quella dello stesso Cardinale d'invertire i mobili in danaro per supplire al vivere di colui aumentandone le entrate, siccome egli dice di voler fare. Per ogni rispetto adunque, come abbiamo detto, pare a noi sia bene acconsentire alla proposta. Non di manco se a Vostra Signoria, ch'è prudentissima, paresse altrimenti, ce ne rimettiamo a lei. Si tenga sana. — Codegorico, 4 ottobre 1503. Ercole Duca di Ferrara, etc.»[237]
Intanto il primo novembre 1503 salì sul trono papale il Della Rovere, come Giulio II. I Della Rovere, i Borgia, i Medici, tre famiglie di cui ciascuna contò due papi, hanno dato al Papato l'aspetto politico moderno. Negli annali della Chiesa non vi sono altre famiglie che abbiano avuto altrettanto influsso sulla storia. I nomi loro abbracciano un grande processo di rivoluzioni politiche e morali. Ora i Della Rovere occupavano ancora una volta il posto dei Borgia, de' quali fierissimo nemico era già stato un tempo Giuliano. La decadenza di Cesare poteva omai riguardarsi come decisa.
In altre storie si legge come Giulio II si servisse dapprima di Cesare per assicurarsi, mercè l'influenza di lui su' cardinali spagnuoli, l'elezione; e poscia, ottenuta una volta la dedizione delle fortezze di Romagna, lo mettesse da parte. Cesare si gettò nelle braccia della Spagna. Nell'aprile 1504 andò da Ostia a Napoli, ove il Gran Capitano Consalvo era luogotenente di Ferdinando il Cattolico. Fu accompagnato da Don Jofrè; e v'era già stato preceduto da' cardinali Francesco Romolini di Sorrento e Lodovico Borgia, fuggiti a Napoli per tema di un processo. Ma Consalvo ritrattò il salvocondotto che aveva dato a Cesare. E a nome del re Ferdinando lo fece arrestare il 27 maggio, e lo mandò nel Castello d'Ischia.
Nulla sappiamo della sorte de' bambini Borgia. È molto probabile che sian rimasti sotto la protezione de' cardinali spagnuoli in Roma o piuttosto in Napoli. Avendo appena salva la vita, Cesare fu imbarcato per la Spagna. Le cose sue di maggior valore egli aveva dato a custodire in Roma agli amici suoi, perchè gliele serbassero in modo sicuro e spedissero a Ferrara. Perciò il 31 dicembre 1503 il duca Ercole scriveva al suo ambasciatore a Roma, di prendere in consegna le casse di Cesare, quando il cardinale di Sorrento gliele rimettesse, e di spedirle quindi a Ferrara come proprietà del cardinale d'Este.[238] Se non che Giulio II, quando fu morto il cardinale Romolini, ancora nel maggio 1507, confiscò nella casa di lui 12 casse e 84 balle, contenenti tappeti, drappi e altre suppellettili di proprietà di Cesare. Altra parte de' tesori di costui, oro e argento e altri oggetti preziosi, il Papa esigette gli fosse resa da Firenze, ove Cesare l'aveva depositata. Però la Signoria Fiorentina dichiarò volersi essa stessa compensare.[239]
La deportazione di Cesare in Spagna fece molto senso. Niuno voleva darsene per autore, non Consalvo, non il Papa e nemmeno il re Ferdinando. Fu detto pure essere stata la vedova di Gandia, la quale alla Corte di Spagna aveva ottenuto che fosse preso l'assassino del marito.[240] I cardinali spagnuoli s'impegnarono per Cesare. Anche Lucrezia cooperò con grandi sforzi alla liberazione del fratello. Giunsero di lui notizie dalla Spagna; le prime dell'ottobre 1504. Il Costabili scriveva a Ferrara: «Gli affari del duca Valentino non sembrano tanto disperati quanto s'era detto. Il cardinale di Salerno ebbe lettere del 3 dal Requesenz, il maggiordomo del duca, da costui mandato anticipatamente, prima che egli stesso arrivasse colà, con lettere di parecchi cardinali alle Maestà Cattoliche di Spagna. Ora il Requesenz scrisse, il duca essere stato rinchiuso con un sol servitore nel Castello di Siviglia, che, ancorachè molto forte, pure è spazioso assai. Ma poscia gli sono stati dati otto servitori. Scrisse benanche aver parlato al re intorno la liberazione, e questi avergli risposto, che non lui aveva comandato l'imprigionamento del duca; ma aveva disposto che fosse in quel castello rinchiuso per molte cose, delle quali Consalvo lo chiama colpevole. Quando queste si provassero non vere, egli senza dubbio farebbe, rispetto a Cesare, il voler de' cardinali. Pure doveasi prima di tutto aspettare che la regina risanasse. Risposta identica diede pure agli ambasciatori del re e della regina di Navarra, che si eran presso lui con ogni fervore impegnati per la liberazione di Cesare. Epperò il Requesenz sperava che questi ben presto ricupererebbe la sua libertà.»[241]
Dalle lettere adunque del Requesenz risulta, che Cesare in prima fu portato a Siviglia; di là fu poi mandato al Castello Medina del Campo nella Castiglia. Le preghiere sue presso il re di Francia rimasero inascoltate. In Italia poi niuno poteva desiderare di vederlo rimesso in libertà. Ivi, tranne sua sorella, non v'era chi si prendesse cura dell'avventuriero decaduto. Ma gli sforzi di colei con difficoltà trovavano un buon appoggio da parte medesima degli Este. Ove Cesare fosse tornato in Italia, è chiaro che sarebbe venuto a turbar la pace alla corte di Ferrara, e forse anche avrebbe fatto di questa il centro de' suoi intrighi. Solo i Gonzaga sembrano non avergli tolto del tutto la loro benevolenza; abbenchè, in luogo d'imparentarsi con lui, come un tempo desideravano, diventassero ora congiunti de' Della Rovere. Difatti il marchese di Mantova il 9 aprile 1505 sposò la sua giovane figlia Eleonora col nipote di Giulio II, con Francesco Maria Della Rovere, l'erede di Urbino.[242] Era specialmente Isabella Gonzaga quella che, per compiacere alla cognata Lucrezia, appoggiava presso il marito le intercessioni di costei. L'Archivio di casa Gonzaga contiene ancora parecchie lettere di Lucrezia al marchese in favore di Cesare.
Il 18 agosto 1505 ella gli scrisse da Reggio, che aveva iniziato pratiche in Roma e nudriva speranza, che il Papa darebbe facoltà al cardinale Pietro Jsualles a fare un viaggio alla Corte di Spagna per ottenere la liberazione di Cesare. Pregava perciò il marchese di voler intercedere presso il Papa, perchè permettesse al cardinale siffatta commissione.[243] Gli scrisse di nuovo l'8 novembre da Belriguardo, e lo ringraziò della intenzione di lui di spedire nella Spagna un agente. E gli mandò al tempo stesso una lettera pel re Ferdinando e un'altra pel fratello Cesare.
Non si sa se il cardinale andasse in effetto alla Corte di Madrid. È poco credibile che Giulio II glielo abbia permesso.
VII.
Nell'anno stesso che Lucrezia con grande amore tanto s'affannava per la sorte dell'abominevole fratello, le condizioni sue proprie mutarono di molto. Il 25 gennaio 1505 ella era divenuta di fatto duchessa di Ferrara. Il marito Alfonso, per desiderio del padre, aveva intrapreso un viaggio per far conoscenza delle corti di Francia, delle Fiandre e d'Inghilterra. Doveva quindi tornare in Italia, passando per la Spagna. Se non che, alla Corte di Enrico VII d'Inghilterra, gli giunsero dispacci che lo informavano della infermità del duca. Tornò in fretta a Ferrara, ove poco dopo il suo arrivo Ercole moriva.
Alfonso salì sul trono ducale in un tempo che richiedeva da lui molta energia e molta prudenza per affrontare i pericoli, onde lo Stato suo era minacciato. Perchè la Repubblica di Venezia s'era già impadronita d'una parte della Romagna, e cercava chiudere a Ferrara le foci del Po. E dall'altro lato Giulio II apparecchiavasi in Roma a sottomettere Bologna e dopo a stendere forse anco la mano su Ferrara. In condizioni siffatte fu fortuna per quello Stato avere a capo un principe, come Alfonso, di indole posata e pratica. Egli non amava lo sfarzo nè la prodigalità; di avere una corte splendida non si curava punto. Tutto quello che fosse apparenza, anche il suo vestimento, negligeva. Le passioni sue si concentravano nell'esercito, nelle fortificazioni e nel fondere cannoni. Quando le occupazioni gliene lasciavano agio, trovava il suo svago in una bottega di tornitore che s'era ordinata, ovvero, da quell'abile dilettante ch'era, nel dipingere vasi di maiolica. Per la più elevata coltura non ebbe alcun senso. L'abbandonò alla moglie.
Con piena libertà regolava Lucrezia la sua corte. Ormai erasi fatta anima e centro di ogni vita spirituale in Ferrara. Il côlto intelletto, la bellezza, la grazia irresistibile della sua natura affascinavano chiunque le si accostasse. La ripugnanza, che in sul principio i congiunti di casa d'Este avevan sentito per lei, era svanita. Specialmente in Isabella Gonzaga s'era convertita in affezione. N'è prova la copiosa corrispondenza epistolare tra loro, durata sino alla morte di Lucrezia. Parecchie centinaia delle lettere sue alla marchesa di Mantova si conservano ancora nell'Archivio Gonzaga.
Le sue relazioni con la casa d'Urbino s'erano appena fatte meno amichevoli e cordiali. Continuarono ancora così, quando Guidobaldo fu venuto a morte nell'aprile 1508, mentre successore di costui fu Francesco Maria Rovere, genero d'Isabella Gonzaga. Essa riceveva le visite di questi principi, e stava in intimo contatto con molti de' più ragguardevoli uomini, quali Baldassarre Castiglione e Ottaviano Fregoso, Aldo Manuzio e il Bembo.
Il Bembo ardeva d'amore per la bella duchessa. La cantò in versi, e le dedicò il primo agosto 1504 il suo dialogo sull'amore, _Gli Asolani_, con una lettera, nella quale ne celebrava le virtù. L'amico suo Aldo, che aveva dapprima vissuto in Ferrara alla corte di Ercole, poi era andato presso i Pii nell'incantevole Carpi, e da ultimo stabilitosi in Venezia, stampò quivi nel 1505 _Gli Asolani_ e gli mandò a Lucrezia con una dedica. La passione del Bembo per la duchessa è cosa, su cui non cade dubbio. Ma sarebbe sterile impresa voler desumere dalle prove di affetto, che la bella donna gli diede, che la passione abbia trascesi i confini del lecito; il che si è creduto poter arguire dalle lettere del Bembo a colei, stampate nelle opere di lui; e molto più da quelle dirette a lui stesso dalla Lucrezia. L'ingegnoso Veneziano, dal 1503 al 1506, tempo in cui andò a stare alla corte di Guidobaldo in Urbino, stette sempre in vivissime relazioni personali con Lucrezia. Le scrisse lettere, allorchè dimorava dagli amici suoi Strozzi, in villa Ostellato. In esse, soprattutto in alcune, ch'ei indirizzava ad un'amica innominata, e ch'era, senza dubbio, la duchessa, si sente qualcosa più dell'amicizia: son piene di tenera confidenza. Le lettere di Lucrezia al Bembo esistono, com'è noto, nell'Ambrosiana di Milano. Ogni visitatore della celebre Biblioteca le avrà viste insieme con la ciocca di biondi capelli, che v'è unita. Quelle sono autografe e incontrastabili; dell'autenticità invece dell'altra sembra lecito dubitare; ma potette anche ben essere un pegno d'affetto, che al fortunato Bembo riuscì ottenere. Le lettere della Lucrezia a lui sono state descritte e commentate prima da Baldassarre Oltrocchi; poi messe in voga da Lord Byron, e ultimamente, nell'anno 1859, pubblicate in Milano da Bernardo Gatti.[244] Sono nove in tutto: sette in italiano, e due in spagnuolo. V'è anche annessa una canzone spagnuola.
Che nel suo cuore Lucrezia accogliesse pel Bembo più che amicizia, deve parere certo. Lei giovane tuttora, e lui perfetto cavaliere, bello, amabile e pieno di spirito sì da ecclissare interamente il ruvido Alfonso. Di questo egli dovette anzi eccitare la gelosia. E forse per ciò e pel pericolo, onde si vide minacciato, si decise ad andarsene a stare in Urbino. Sino al 1513, benchè di lontano, si tenne in amichevole relazione con Lucrezia.
Molti altri poeti in Ferrara le offrivano omaggi e la divinizzavano. I versi de' due Strozzi sono anzi più appassionati di quelli del Bembo, forse perchè il loro ingegno poetico era superiore. Tito, il padre, s'incontrava col suo geniale figliuolo, Ercole, negli stessi sentimenti rispetto alla bella principessa, e sino ne' motivi e nelle immagini poetiche. E siffatta comunanza basta già a provare, che l'amor loro non era che una devozione estetica. Tito cantò una rosa, che Lucrezia avevagli offerta; ma il figliuolo lo vinse in un epigramma: _La Rosa di Lucrezia_,[245] che difficilmente fu la stessa che aveva ricevuta il padre.
Tito ne' suoi epigrammi confessava, che, mentre per l'età sua si teneva sicuro dell'amore, ora nondimeno era preso ne' ceppi di Lucrezia. In essa — così diceva — s'è raccolta ogni magnificenza del cielo e della terra; e niente che le stia a paro può trovarsi nel mondo. Al Bembo, di cui gli era nota la passione, diresse un epigramma, nel quale con spiritosa vena componeva il nome Lucrezia da _Lux_ e _Retia_, e saporitamente rideva della rete, nella quale segnatamente il Bembo era avviluppato.[246]
Suo figlio Ercole la chiamava una Giunone nel soccorrere; una Pallade ne' costumi; una Venere nell'aspetto. Cantò in versi catulliani il marmoreo Cupido, che la principessa aveva posto nella sala. Il Dio d'amore era stato pietrificato dal lampo degli occhi di lei. L'occhio bellissimo di Lucrezia paragonava al sole, che accieca chi osa fissarlo. Come Medusa, con lo sguardo suo essa faceva diventar di pietra l'acciecato. Ma anche nella pietra l'amorosa pena perdura e si sfoga in lagrime.
È mai possibile leggere tutte quelle graziose poesie, e pensare ancora che gli autori potessero scriverle, tenendo Lucrezia realmente colpevole di que' delitti, onde il Sannazzaro non aveva lasciato di accusarla anche dopo la morte del padre?
Antonio Tebaldeo, il Calcagnini e il Giraldi cantarono anche la bellezza e la virtù di Lucrezia. Marcello Filosseno compose su lei amorosi sonetti, comparandola con Minerva e Venere. Jacopo Caviceo, che negli anni ultimi della sua vita — morì il 1511 — fu vicario del Vescovado di Ferrara, le dedicò il suo curioso romanzo, Peregrino, con una epistola dedicatoria, nella quale l'esaltava come «bella ed erudita, savia e costumata.» La serie de' poeti, che stettero a' piedi suoi, dev'essere stata lunga assai. Ed essa accoglieva gli omaggi loro con quella stessa aria di orgoglio soddisfatto, con cui ogni bella donna riceve oggi di simili offerte. Alcuni de' poeti erano forse ebbri d'amore per lei. Altri la incensavano per pura cortigianesca adulazione. Ma contenti tutti d'avere in essa un ideale, che poteva per lo meno valere come platonica sorgente delle rime e de' versi loro.
Quei poeti per noi oggi non sono che nomi letterarii, eccettuato l'Ariosto. Dal 1503 il grande Poeta fu in istrette relazioni con la corte di Ferrara, essendo entrato anzi tutto a' servizii del cardinale Ippolito. Poco dopo, nel 1505, diè principio al suo poema, sul cui svolgimento però non pare la bella duchessa abbia spiegato grande influenza. Alcuna volta la glorificò, segnatamente in una ottava, per la quale essa non avrebbe saputo render grazie che bastassero, se avesse inteso che il Poeta era destinato all'immortalità: è l'83^ma del canto XLII dell'_Orlando Furioso_. L'Ariosto colloca l'immagine di Lucrezia nel tempio d'onore delle donne, sostenuta da due cavalieri testimoni dell'onore di lei, i due celebri poeti, Antonio Tebaldeo ed Ercole Strozzi. L'iscrizione sotto l'immagine dice, che la patria di lei, Roma, debba per bellezza ed onestà porla al disopra della Lucrezia antica.[247]
Uno scrittore moderno italiano, a proposito di quest'omaggio dell'Ariosto, osserva: «Per quanto si voglia tener conto dello spirito cortigianesco dei poeti di quei tempi e della buona servitù di messer Ludovico agli Estensi, si consentirà tuttavia che l'arte adulatoria aveva pur essa i suoi canoni e i suoi limiti, e che male avvisato e inesperto delle materie del mondo e delle usanze delle Corti sarebbe stato colui che avesse lodato un principe di ciò appunto, di cui più palesemente avesse meritato biasimo; imperocchè la lode avrebbe allora vestito le forme dell'ironia, e mal ne avrebbe incolto all'incauto e sconsigliato piaggiatore.»[248] L'adulazione fu il prezzo, onde i poeti di corte in ogni tempo pagarono la loro aurea servitù; fu il loro peccato e la loro pena. L'Ariosto e il Tasso se ne tennero tanto poco lontani quanto Orazio e Virgilio. Allorchè il Cantore dell'_Orlando Furioso_ si vide trattato con freddezza dal cardinale Ippolito, avrebbe voluto d'un tratto dar di frego a tutto ciò che aveva detto in lode di lui. Uopo è anche ammettere che il semplice nome _Lucrezia_ porgeva occasione all'Ariosto, come agli altri poeti, di stabilire paragone con quell'ideale classico dell'onestà muliebre. Questo s'offriva quasi spontaneo all'immaginazione, soprattutto pe' poeti della Rinascenza. Nulladimeno non si può in tutto rigettare l'osservazione del moderno difensore di Lucrezia. Dove pure quel paragone non fosse stato fatto, è certo che altri contemporanei dell'Ariosto hanno appunto esaltato l'onestà della bella duchessa. E questo è sicuro, che nel periodo della sua vita in Ferrara essa si mostrò qual modello di donna virtuosa.
Alla corte sua viveva una giovane dama, le cui attrattive affascinavano tutti i cuori, sino a che non divenne cagione di un tragico avvenimento. Era quell'Angela Borgia, che Lucrezia aveva seco menato da Roma a Ferrara, un tempo fidanzata di Francesco Maria Rovere. Non si sa quando la promessa di matrimonio sia stata sciolta. Dovett'essere forse appena dopo la morte di Alessandro. Allora, come s'è visto, l'erede di Urbino si ammogliò con Eleonora Gonzaga. Fra gli adoratori di Angela erano i due fratelli del duca Alfonso, il cardinale Ippolito e Giulio, figliuolo naturale di Ercole, uomini egualmente rotti al vizio. Un giorno che il cardinale le offriva gli omaggi suoi, Angela vantò i belli occhi di Giulio. Il geloso libertino ne sentì dispetto sì forte, che concepì tutto un disegno di vendetta veramente infernale. Il reverendo cardinale ordinò a compri sicarii di cogliere in agguato il fratello, di ritorno da una caccia, e di cavargli quegli occhi, che donna Angela aveva trovati sì belli. L'attentato fu compiuto in presenza del cardinale stesso; ma non riuscì così a pieno com'ei avrebbe desiderato. Il ferito fu trasportato al suo palazzo, ove i medici potettero per gran ventura salvargli un occhio. Il criminoso fatto accadde il 3 novembre 1505.[249] Tutta la corte ne fu in grande commozione. Il duca, è vero, punì il cardinale, esiliandolo temporaneamente; ma l'infelice Giulio aveva ben motivo di rimproverargli, ch'innanzi a quel delitto s'era rimasto indifferente. Egli ardeva di vendicarsi, e il suo furore doveva ben presto trarsi dietro le più terribili conseguenze.
Per l'Ariosto, cortigiano dell'empio cardinale, l'imbarazzo non fu poco nè piccolo. Se la cavò in modo, a dir vero, punto onorevole; il che contribuisce a scemare valore alle lodi da lui tributate a Lucrezia. L'adulazione l'acciecò e l'indusse a scrivere un'egloga, nella quale assegnava le ragioni dell'attentato, e cercava in parte riabilitare gli assassini, dipingendo con foschi colori il carattere di Giulio. Nell'egloga stessa diè anche la stura ad un entusiastico panegirico di Lucrezia. Ne lodò non solo la bellezza e lo spirito e le opere di pietà, ma sopra ogni cosa la pudicizia, per la quale sarebbe già stata glorificata prima di venire a Ferrara.[250]
Un anno dopo, il 6 dicembre 1506, Lucrezia sposò donna Angela col conte Alessandro Pio di Sassuolo. E, per strano accidente, più tardi il figlio di costoro, Giberto, fu marito d'Isabella, figlia naturale del cardinale Ippolito.
Intanto, nel mese stesso di novembre, in cui ebbe luogo l'attentato, un avvenimento in Vaticano fece su Lucrezia gravissima impressione, e risvegliò in lei le più penose ricordanze. La Giulia Farnese, la compagna della sua sciagurata gioventù, vi apparve in condizioni tali, che ella dovette sentirsene commossa davvero. Non sappiamo quali casi incontrasse l'amante di Alessandro poco innanzi e dopo la morte di costui. Probabilmente andò a vivere col marito Orsini al Castello di Bassanello; ed ivi forse si ritirò pure la suocera Adriana. Per lo meno troviamo colà la Giulia nel 1504, anno in cui nella famiglia Orsini fu consumato uno di quei delitti di sangue, così frequenti nella storia delle famiglie italiane. La sorella di Giulia, Girolama Farnese, la vedova di Puccio Pucci, erasi in seconde nozze sposata col conte Giuliano Orsini di Anguillara. Il figliastro Giambattista di Stabbia ammazzò Girolama, perchè, come fu detto, essa stessa aveva voluto avvelenar lui. Giulia diede sepoltura all'uccisa sorella in Bassanello.
L'anno appresso dev'essere andata a Roma ed aver preso dimora nel palazzo degli Orsini. Suo marito era morto, e forse morta doveva esser pure Adriana Ursina; mentre non comparisce nell'atto solenne avuto luogo in Vaticano nel novembre 1505. Ivi, a grandissimo stupore di tutta Roma, Giulia maritò l'unica figlia sua, Laura, col nipote carnale di papa Giulio II, Niccolò Della Rovere, fratello del cardinal Galeotto.
Laura, per quanti erano addentro a' misteri della madre, passava per figliuola di Alessandro VI, e quindi per sorella naturale della duchessa di Ferrara. All'età di sette anni appena la madre, il 2 aprile 1499, l'aveva formalmente promessa in isposa al dodicenne figliuolo di Raimondo Farnese. Il legame era poscia stato sciolto, per dar luogo all'altro, il più splendido che l'ambizione di quella donna sapesse desiderare.[251]
L'assenso di Giulio II all'unione di suo nipote con la bastarda di Alessandro VI è uno de' fatti più singolari nella storia personale di questo Papa. Sembra indicare la sua riconciliazione con i Borgia. Egli gli aveva odiati, sino a che fu loro nemico; ma l'odio suo non aveva mai avuto motivi morali. Giulio II non ha mai disprezzato Alessandro e Cesare: piuttosto, al pari del Machiavelli, n'ha riconosciuto con ammirazione la forza. Niun documento ci attesta, che asceso al trono egli abbia intrattenuto relazioni personali con Lucrezia Borgia. Pure è da tenere per sicuro, che lo abbia fatto, per riguardo alla casa degli Este. Una volta soltanto aveva recato sfregio gravissimo a Lucrezia, quando il 24 gennaio 1504, mettendo Guglielmo Gaetani in possesso di Sermoneta, scrisse una Bolla in termini così poco riguardosi, che vi dava, senza complimenti, ad Alessandro VI del truffatore, avido di arricchire i suoi con le spoliazioni degli altri.[252] E signori di Sermoneta erano stati per lo appunto Lucrezia prima, poi il figlio Rodrigo.
Più tardi, soprattutto quando Alfonso fu venuto al governo, le relazioni del Papa con Lucrezia dovettero farsi più amichevoli. Ella continuò pure a mantenere un commercio epistolare con Giulia Farnese. Senza dubbio ebbe da questa la nuova dell'unione della figlia con la Casa del Papa.
Il matrimonio fu solennizzato in Vaticano, presenti Giulio II, il cardinale Alessandro Farnese e la madre della sposa. Quel giorno segnò per Giulia uno de' più grandi trionfi nella sua vita così piena di avventure. Aveva soggiogato la resistenza morale di un altro Papa; e questi era il nemico di Alessandro e l'autore della rovina di Cesare. Essa, l'adultera, la ganza di Alessandro VI, stigmatizzata con le satire di Roma e di tutta Italia, compariva ora in Vaticano, come una delle più cospicue signore dell'aristocrazia romana, come l'_illustrissima gentildonna Julia de Farnesio_, vedova dell'Orsini, per sposarvi la figlia sua e di Alessandro col nepote di Giulio II, e così assolvere e purificare il suo peccaminoso passato. In quel tempo essa era ancora donna bella e seducente, che toccava, tutt'al più, il trentesimo anno dell'età sua.
Questa fortuna e questa reintegrazione dell'onor suo — se pure, rispetto alla morale del tempo, accade di ciò parlare — essa le doveva alla reputazione del fratello, il cardinale. Vi furono anche riguardi politici che indussero il Papa a quella unione. Per effettuare il suo disegno di ricostituzione dello Stato della Chiesa, egli voleva innanzi tutto guadagnarsi l'animo delle grandi famiglie romane. Tirò dalla sua i Farnesi e gli Orsini. Nel maggio 1506 maritò la propria figlia naturale, Felice, con Giangiordano Orsini di Bracciano; e nel luglio dello stesso anno diede la nipote Lucrezia Gara Della Rovere, sorella di Niccolò, in moglie a Marcantonio Colonna.
La giovane Laura Orsini ereditò Bassanello e i diritti sul palazzo di Monte Giordano in Roma. Dopo quel tempo la madre Giulia scompare di nuovo dalla scena. E non è più visibile nè sotto Giulio II, nè sotto Leone X. Il 14 marzo 1524 fece testamento in favore delle nipoti Isabella e Costanza, pel caso che la figliuola non avesse discendenti. Il 23 marzo dello stesso anno l'ambasciatore veneto in Roma, Marco Foscari, scriveva alla Signoria: «La sorella del cardinale Farnese, madonna Giulia, un tempo amante di papa Alessandro, è morta.» Queste parole danno a credere che la sia morta in Roma. Di Giulia _bella_ non abbiamo nessun ritratto autentico. Soltanto la tradizione romana pretende che delle due figure marmoree, che ornano il sarcofago di Paolo III Farnese in San Pietro, l'una, la _Giustizia_, rappresenti l'immagine fedele della sorella, la Giulia Farnese, e l'altra, la _Saviezza_, quella della madre di lui, Giovannella Gaetani.
La figliuola di Giulia restò signora di Bassanello e Carbognano. Ebbe un figlio, Giulio Della Rovere, che più tardi ebbe grido di uomo molto dotto.[253]
Frattanto l'attentato commesso contro Giulio d'Este adduceva tali conseguenze, che la casa di Ferrara si trovò minacciata da una terribile catastrofe. Giulio accusava Alfonso d'iniquità; e invece i molti amici del cardinale trovavano l'esilio di lui sin troppo duro. Ippolito aveva gran seguito in Ferrara. Egli era uomo mondano e prodigo; mentre il duca, tutto immerso nelle sue inclinazioni positive e nelle sue occupazioni pratiche, trascurava la corte e la nobiltà. Un partito si formò, che aspirava ad un violento cambiamento di governo. Rivoluzioni siffatte furon tutt'altro che nuove nella casa degli Este, sin nel tempo in che Ercole era venuto al potere.
Giulio fece entrare ne' suoi disegni di vendetta alcuni nobili malcontenti, e uomini senza coscienza ch'erano al servizio del duca: il conte Albertino Boschetti da San Cesario, il genero di lui, capitano della Guardia palatina, un cameriere, un cantante di camera del duca, e alcuni altri. Alla congiura prese parte anche Don Ferrante, germano di Alfonso, al quale, come procuratore di costui, era stata affidata Lucrezia in Roma. Intendimento di Giulio era di spedire all'altro mondo il cardinale, avvelenandolo; e, poichè il fatto non sarebbe passato impunito ove Ercole rimanesse in vita, di ammazzare anche quest'ultimo e mettere sul trono Don Ferrante. L'uccisione di Alfonso doveva aver luogo in un ballo in maschera.
Il cardinale, ch'era servito egregiamente dalle sue spie in Ferrara, ebbe notizia del disegno, e potè presto avvertirne il fratello Alfonso. Ciò fu nel luglio 1506. I congiurati cercarono salvezza nella fuga. Pure non riuscì fuggire che a Giulio e al cantante Guasconi, il primo a Mantova, il secondo a Roma. Il conte Boschetti fu preso a poca distanza da Ferrara. Quanto a Don Ferrante, sembra non abbia fatto tentativo alcuno di fuga. Condotto alla presenza del duca, gli si gettò a' piedi, implorando grazia. Ma, inetto oramai a contener lo sdegno, Alfonso non solo lo scacciò adirato da sè; ma con uno stocco, che aveva in mano, gli cavò fuori un occhio. Quindi lo fece rinchiudere nella torre del castello. Colà fu ben presto menato anche Don Giulio, consegnato, dopo alquanta resistenza, dal marchese di Mantova. Il processo di crimenlese fu subito condotto a termine, e i colpevoli condannati a morte. Primo ad esser decapitato innanzi al Palazzo della Ragione fu il Boschetti con due de' complici suoi. Lo spettacolo dell'esecuzione è con precisione figurato in una statistica criminale di Ferrara di quel tempo; e il notevole manoscritto si conserva nella Biblioteca dell'Università.
I due principi dovevano essere impiccati il 12 agosto nella corte del castello. Il patibolo era già stato rizzato; le tribune andavan popolandosi; il duca venne a prendere il suo posto; furon condotti i due infelici coperti di catene. Alfonso fece allora un segno: egli rendeva grazia a' suoi fratelli. Privi di sensi, furon questi riportati nel carcere. La loro pena era la prigione in vita. E vi languirono per lunghi anni, anche dopo la morte di Alfonso. Nulla potette mai ammollire il cuore di quest'uomo crudele. Tutto il tempo che visse seppe acconciarsi al pensiero, che i miseri fratelli giacevano là, nella torre, in quel castello stesso, ove egli libero entrava e usciva, ove abitava, ove non di rado trovava gioia e contento. Tali gli Este, quelli che l'Ariosto nel suo poema ha levati a cielo. Don Ferrante cedette alla morte il 22 febbraio 1540 nell'età di 63 anni. Don Giulio ricuperò la libertà nell'anno 1559, e poscia morì il 24 marzo 1561, di 83 anni.
VIII.
Proprio nel tempo che quella tragedia si svolgeva alla corte di Ferrara, e che alla memoria di Lucrezia dovevano ripresentarsi vivi i ricordi della sua passata vita, Giulio II usciva da Roma per dar seguito alle sue ardite imprese. Queste eran rivolte alla ricostituzione dello Stato della Chiesa, mercè la scacciata di quei tiranni, che un tempo avevano potuto schivare il ferro di Cesare. Come vassallo della Chiesa, Alfonso mandò truppe ausiliarie. Non prese però parte di persona alla spedizione; mentre invece Guidobaldo d'Urbino, che aveva adottato Francesco Maria Della Rovere a figlio e successore suo, e il marchese Gonzaga servivano personalmente nell'esercito di Giulio II. Il 12 settembre 1506 il Papa entrò in Perugia, i cui tiranni, i Baglioni, pieni di timore e spavento, gli si sottomisero. L'11 novembre fece il suo ingresso in Bologna, dopochè Giovanni Bentivoglio, la moglie Ginevra e tutti i figliuoli loro eran già sulla via dell'esilio. Colà Giulio fece alto, gettando avidi sguardi sulla Romagna, una volta Stato di Cesare, ed ora in potere de' Veneziani.
Uno strano caso faceva proprio allora apparir di nuovo in lontananza la già dileguata figura di quel duca di Romagna. Il 26 novembre giunse a Lucrezia la nuova, che il fratello era evaso dalla sua prigione nella Spagna. Il giorno dopo ella ne informò il marchese Gonzaga, ch'era a Bologna come Capitan Generale della Chiesa.
Per la liberazione di Cesare ella erasi dato un gran da fare; ma le intercessioni sue non fecero presa sull'animo del re di Spagna. Finalmente per circostanze accidentali quegli ottenne libertà. Lo Zurita racconta che Ferdinando il Cattolico nella primavera del 1506 voleva prender Cesare dalla prigione di Aragona e menarlo seco in Napoli, ove andava per ordinarvi le faccende del Reame e per assicurarsi di Consalvo, della cui fedeltà aveva cominciato a insospettire. Ma il genero, l'arciduca Filippo, col quale era in una certa tensione, in causa delle pretensioni che colui affacciava sul governo della Castiglia, negò di render Cesare prigioniero in Medina, ch'era luogo castigliano. Ora, assente Ferdinando per quel viaggio, Filippo venne a morte in Burgos il 5 settembre 1506. E Cesare approfittò per fuggire di questa circostanza e anche della lontananza del re. La fuga fu aiutata dal partito castigliano, che aveva in mente servirsi del celebre condottiero.
Il 25 ottobre egli fuggì dal Castello di Medina sulla terra del conte di Benavente, ove si fermò dapprima. Alcuni baroni, che desideravano rimettere il governo della Castiglia nelle mani di Massimiliano, padre di Filippo, volevano mandarlo ambasciatore nelle Fiandre alla Corte dell'imperatore. Ma, svanito il progetto, Cesare se ne andò a Pamplona, dal cognato, il re di Navarra, anch'egli implicato ne' negozii castigliani e in quel momento in guerra col suo ribelle Conestabile, il conte di Lerin.
Di lì scrisse al marchese di Mantova. Questa è l'ultima lettera che abbiamo di lui, o che almeno ci è nota:
«Illustrissimo Principe e signor Cognato, onorando qual fratello. — Avviso Vostra Eccellenza, come, dopo tanti travagli, è piaciuto al Signor Nostro Iddio liberarmi e cavarmi di prigione. In qual modo sia ciò accaduto, intenderà dal mio segretario Federigo, esibitore della presente. Piaccia a Dio, d'infinita clemenza, che ciò sia per maggior suo servizio. Al presente mi trovo in Pamplona con gl'illustrissimi re e regina di Navarra. Vi giunsi il 3 dicembre, della qual cosa, come di ogni altra, Vostra Signoria sarà a pieno informata dal nominato Federigo. Piaccia a lei prestargli, per quanto sarà per dire in mio nome, tutta quella fede, come farebbe alla mia persona propria. Mi raccomando per sempre all'Eccellenza Vostra. — Da Pamplona, il 7 dicembre 1506. Di Vostra Eccellenza compare fratello minore Cesare.»
La lettera è suggellata con ostia. Il suggello porta le doppie armi di Cesare, finamente incise, con l'iscrizione: _Cæsar Borgia De Francia Dux Romandiolæ_. Uno degli scudi contiene l'arme de' Borgia co' gigli francesi, dalla cui corona si levano sette draghi dalle lingue aguzze; l'altro, l'arme della moglie di Cesare con i gigli di Francia e un pegaso che sormonta il cimiero.[254]
Il segretario di Cesare giunse a Ferrara sugli ultimi di dicembre.[255] Difficilmente era stato mandato in Italia solo per confermare la liberazione del suo signore. Egli vi veniva pure per investigare lo stato delle cose, e vedere se una restaurazione del duca di Romagna fosse ancora possibile. Ma per simili sogni niun momento poteva essere più inopportuno della fine dell'anno 1506, quando Giulio II aveva preso appunto possesso di Bologna. Il marchese Gonzaga, sulla cui benevolenza Cesare faceva ancora assegnamento, era colà Generalissimo dell'esercito papale. E questo, come si teneva, era già pronto ad un'impresa in Romagna. Pure la Romagna era l'unico paese, nel quale Cesare potesse avere in vista una restaurazione. Il suo buon governo vi aveva lasciato orma profonda; e i Romagnoli avrebbero preferito la dominazione di lui, anzichè sottomettersi al reggimento della Chiesa. È giusto ciò che lo Zurita, lo storico d'Aragona, dice: «La liberazione di Cesare costernò il Papa, perchè il duca era tale uomo che da se solo bastava a mettere sossopra l'Italia intera. Egli era amato assai non solo dalla gente di guerra, ma anche da molti in Ferrara e nelle terre della Chiesa: fatto che raramente scontrasi in tiranno altro qualsiasi.»
L'inviato di Cesare osò spingersi sino a Bologna, nonostante che vi fosse il Papa; e questi lo fece prendere. Informatane Lucrezia, scrisse al marchese Gonzaga questa lettera:
«Illustrissimo signor Cognato e Fratello riveritissimo. — Ho appunto inteso che per commissione di Sua Santità, Nostro Signore, è stato preso in Bologna Federigo, cancelliere del signor Duca, mio fratello. Io son certissima ch'egli non si troverà in mancamento alcuno, non essendo venuto per fare o per dire alcunchè di disaggradevole o di molesto per Sua Santità, mentre nulla di simile penserebbe nè ardirebbe Sua Eccellenza. Che se colui avesse avuto alcuna commissione, me l'avrebbe anticipatamente comunicata, ed io non avrei giammai tollerato nè tollererei ch'egli fosse motivo anche a sospetto, essendo io, al pari dell'Illustre mio Signor Consorte, devotissima e fedelissima serva di Sua Beatitudine. Quanto a me, non trovo nè so ch'egli sia venuto per altro se non per portare la nuova della liberazione. Onde tengo per cosa indubitata che egli sia del tutto innocente. Ma la detenzione è un fatto che ha per me un peso grave, massime per lo smacco che può derivarne al detto Duca mio fratello, quasi non fosse in grazia di Sua Santità; e lo stesso vale pure riguardo a me. Io prego adunque quanto più so e posso l'Eccellenza Vostra, e per quanto amore la mi porta, di adoperarsi in ogni guisa presso Sua Santità, perchè colui presto sia rilasciato. E questa cosa io spero dalla benignità di quella, e dalla efficacia ed intercessione di Vostra Eccellenza. Perocchè niun piacere nè beneficio potrei dall'Eccellenza Vostra al presente ricevere maggiore di questo, e pel quale sapessi esserle più obbligata e per l'onor mio e per ogni rispetto. Sicchè di nuovo le raccomando di tutto cuore questo affare. E me le offro e raccomando. — Ferrara, 15 gennaio 1507. Di Vostra Eccellenza sorella e serva la Duchessa di Ferrara.»[256]
Da Pamplona Cesare mandò il Requesenz, il suo antico maggiordomo, al re di Francia, per impetrare la permissione di tornare alla Corte e al servizio di lui. Ma Luigi XII non volle saperne. All'inviato, che a nome di Cesare pretendeva il Ducato di Valenza e la pensione per lo innanzi percepita come principe della Casa di Francia, fu risposto con un rifiuto.[257]
Ben presto la morte veniva a porre termine a tutte le speranze del famoso avventuriero. Al soldo del cognato di Navarra, Cesare cingeva d'assedio il vassallo di lui Don Loys de Beamonte, conte di Lerin, nel Castello Viana. Quivi cadde morto in una imboscata, valorosamente pugnando, il 12 marzo 1507. Il luogo è nella diocesi di Pamplona; e per strana coincidenza, come lo Zurita nota, il giorno della morte di Cesare fu quello stesso, in cui aveva un tempo ricevuto il Vescovado di Pamplona. E in questa città con grande onoranza fu anche seppellito. Non aveva che 51 anno, proprio come Nerone.
La caduta dell'uomo formidabile, che una volta aveva fatto tremare l'Italia intera, e il cui nome era divenuto celebre per ogni dove, liberava Giulio II da un pretendente, che col tempo avrebbe potuto diventargli molesto assai. Chi può dire difatti tutti gl'imbarazzi che Cesare avrebbe potuto procacciargli o nella guerra con Venezia pel possesso della Romagna, come alleato e condottiero della Repubblica, o ancor più in quella del Papa stesso con la Francia, dopo la defezione di lui dalla Lega di Cambray? Niun dubbio che Luigi XII, tutto spirante vendetta, avrebbe ricondotto Cesare in Romagna, messo a profitto gli antichi legami in quel paese, come pure le grandi attitudini di lui.
La nuova della morte di Cesare giunse a Ferrara da Rema e da Napoli, nell'aprile 1507, mentre il duca Alfonso era assente. Il suo consigliere Magnanini e il cardinale Ippolito celarono i dispacci alla travagliata duchessa, prossima a sgravarsi, la quale per altro aveva già dell'accaduto più che un presentimento. Le si disse soltanto, che in un combattimento il fratello era stato ferito. In preda a profonda commozione, si ritrasse in un convento della città, e vi passò due giorni pregando; quindi fece ritorno al palazzo. Non appena il rumore della morte di Cesare era arrivato all'orecchio di lei, aveva spedito il servitore Tullio a Navarra. Ma, confermatosi della realtà del fatto, questi a mezza strada tornò indietro a Ferrara. Era quivi venuto pure il Grasica, scudiero di Cesare, che aveva assistito ai funerali del duca in Pamplona; e diede notizie precise sulle circostanze della morte. Il cardinale si decise oramai a dire a Lucrezia la verità, consegnandole la lettera del marito Alfonso, che recava la triste nuova.[258]
La duchessa mostrò più rassegnazione di quello si potesse aspettare. Il dolor suo si mescolava con l'amarezza di tutte quelle rimembranze e di quei sentimenti, che la vita in Ferrara aveva potuto sopire, non estinguere del tutto. E ben due volte risursero nell'anima sua più prepotenti e spaventevoli che mai: alla morte del padre, e ora alla morte del terribile fratello, l'uccisore del suo giovane sposo Alfonso. Se è lecito pensare che il cordoglio suo, oltre tutte le altre ragioni che concorrevano a generarlo, fu essenzialmente il prodotto del più santo de' sentimenti, lo spettacolo di Lucrezia, che piange la morte di Cesare Borgia, rappresenta davvero uno de' più bei trionfi dell'amore fraterno. E a noi piace tener così, perchè, di certo, quest'amore è il più puro e generoso di tutti i sentimenti umani.
In verità, bisogna riconoscerlo, Cesare Borgia non appariva nè alla sorella nè in generale a' contemporanei quale lo vediamo noi oggi. Oggi per noi i suoi misfatti sembrano sempre più neri; mentre invece le sue buone qualità e quella sua importanza, tanto per politiche ragioni esaltata dal Machiavelli, si sono via via rimpicciolite. E per ogni pensatore la possanza, cui quel giovane avventuriero, per rincontro di condizioni affatto peculiari, seppe levarsi, non può che esser prova di ciò, che la moltitudine volgare, paurosa e ignorante, è capace di sopportare. Essa sopportò anche la puerile grandezza di un Cesare Borgia, innanzi al quale principi e città allibirono per anni. Ned egli, del resto, fu l'ultimo idolo della storia, sfacciato tanto quanto intimamente vuoto, innanzi al quale il mondo si sia prosternato tremando.
Ma quando anche Lucrezia non si fosse formato un giudizio chiaro sul conto di suo fratello, pure nè la memoria nè la mente sua potevano esser diventate mute e inerti. Per parte sua lo perdonò; ma dovette domandarsi, se lo perdonerebbe del pari l'incorruttibile giudice delle azioni umane. E noi sappiamo ch'ella era cattolica credente e fervorosa nel senso della religione di quel tempo. Possiamo quindi immaginare quante messe espiatorie facesse dire per l'anima di Cesare, e quante preghiere volgesse al Cielo in suffragio della stessa.
Ercole Strozzi cercò confortarla con pompose poesie, nel 1508 le dedicò un epicedio per Cesare. Questa poesia barocca è notevole pel concetto dell'autore, e quasi è lecito chiamarla l'accompagnamento poetico del _Principe_ del Machiavelli. In prima il poeta mostra la profonda angoscia delle due donne, Lucrezia e Carlotta, che spargono sul caduto caldissime lagrime, come già altra volta ne versarono per Achille Cassandra e Polissena. Dipinge l'eroica carriera di Cesare, pari al grande Romano nelle geste come nel nome. Novera tutte le città di Romagna da lui conquistate, e accusa l'invido destino che non gli permise conquistarne altre, perchè in tal caso non avrebbe lasciato a Giulio II la gloria di Bologna. Racconta che, tempo innanzi, il genio di Roma era apparso al popolo romano e aveva profetizzato la fine di Alessandro e di Cesare, deplorando che con loro svaniva la speranza sua di vedere una volta venire la sua salute dalla stirpe di Callisto, siccome gli Iddii le avevan promesso. Ora Crato istruisce il poeta intorno a tal promessa. Pallade e Venere, quella amica di Cesare e Spagnuoli, questa italiana di patria e indignata che stranieri avessero a padroneggiare su' discendenti di Troia, avevano, disputando tra loro, levato i loro richiami innanzi a Giove, e accusatolo di non aver mantenuto la promessa di dare all'Italia un re eroico. Giove avevale calmate: il fato era irresistibile. È vero che Cesare aveva dovuto morire come Achille; ma dalle due stirpi degli Este e de' Borgia, derivate da Troia e dall'Ellade, nascerà l'eroe promesso. Pallade quindi entra in Nepi, ove, dopo la morte di Alessandro, Cesare giaceva malato di peste; e al suo letto, sotto le sembianze del padre di lui, gli presagisce la morte, cui egli, nella coscienza della sua gloria, doveva affrontare da eroe. Poscia s'invola come uccello, e corre a Ferrara da Lucrezia. Descritta la caduta di Cesare in Spagna, il poeta consola la sorella prima con filosofici luoghi comuni, e poi annunziandole ch'ella sarebbe la madre del predestinato figlio d'eroi.[259]
Stando all'asserzione dello Zurita, Cesare Borgia non lasciò che un'unica figliuola, la quale visse con la madre sotto la protezione del re di Navarra. Ebbe nome Luisa. Si maritò più tardi con Luigi De La Tremouille; e, morto costui, con Filippo di Bourbon, barone di Busset. La madre, Carlotta d'Albret, dopo una vita tanto commossa, si diede alla pietà e devozione contemplativa. Ritirata dal mondo, morì gl'11 marzo 1514. Due figliuoli naturali di Cesare, Girolamo e Lucrezia, vivevano in Ferrara, ove l'ultima si fece monaca, e nel 1573 morì badessa di San Bernardino.[260]
Nel febbraio 1550 in Parigi saltò fuori un altro bastardo di Cesare. Era un prete che si spacciava per figliuolo naturale del duca, di nome Don Luigi. Era venuto di Roma per chiedere soccorsi al re di Francia, avendo, com'ei diceva, suo padre incontrato la morte nel regno di Navarra in servizio della Corona di Francia. Gli furon dati 100 ducati, co' quali se ne tornò a Roma.[261]
IX.
Ben due volte Lucrezia aveva per sciagurato accidente tradite le speranze di Alfonso di aver discendenti. Finalmente il 4 d'aprile gli partorì un figliuolo. Gli si diede il nome dell'avo paterno.
Ercole Strozzi, alla nascita di questo erede al trono, festeggiò il compimento delle sue predizioni. In un genetliaco adulava la duchessa, esprimendo l'augurio, che le geste dello zio Cesare e dell'avo Alessandro potessero un giorno servir di modello al figliuolo. Perchè coloro lo avrebbero fatto ricordare di Camillo e degli Scipioni e degli eroi della Grecia.
Passarono poche settimane appena, ed il geniale poeta fece una fine orribile. Il suo trasporto per Lucrezia non era certamente che di cavalier cortigiano o di poeta, che s'inchina alla bellezza. Oggetto invece delle sue passioni era Barbara Torelli, la giovane vedova di Ercole Bentivoglio. Ella lo preferì ad altro gentiluomo ferrarese. E il fortunato Strozzi la sposò nel maggio 1508.
Il mattino del 6 giugno, tredici giorni dopo, il poeta era steso morto all'angolo del Palazzo Este, detto oggi Pareschi, avviluppato nel suo mantello, i capelli arruffati, il corpo coperto di ventidue ferite. Tutta Ferrara ne fu costernata. Lo Strozzi era il decoro della città, uno de' poeti più ricchi d'ingegno del tempo suo, il prediletto di tutti i cultori degli studii, amico del Bembo e dell'Ariosto, favorito della duchessa, in grande reputazione presso la corte. Dalla morte del padre, Tito aveva occupato il posto da colui tenuto, di capo de' dodici giudici di Ferrara. Era ancora nel fiore degli anni: aveva toccato appena il ventisettesimo.
Quest'orribile avvenimento dovette riporre in mente a Lucrezia il giorno dell'uccisione del fratello Gandia. E come questa era rimasta avvolta nel mistero, il cui velo non fu mai sollevato, così pure la morte dello Strozzi. «Niuno nominò l'autore dell'assassinio, poichè il pretore tacque:» così disse più tardi Paolo Giovio nel suo elogio del poeta. Ma chi mai poteva far tacere il giudice, se non coloro che ne avevano la potestà?
Il fatto è stato attribuito ad Alfonso. Gli uni affermano che facesse ammazzare lo Strozzi per passione, ond'era preso per la moglie di lui; altri invece che vendicasse in lui il favore dispensatogli da Lucrezia. Anche i più moderni scrittori, che si sono sforzati di schiarire quel mistero, e che se ne riportano alle corrispondenze intime del tempo, dànno la colpa ad Alfonso.[262] E che il duca, il quale pure non solo aveva punito con tanta crudeltà i congiurati contro la vita sua, ma era in generale mantenitore spietato delle leggi in tutta la loro severità, non facesse trattar l'affare dal magistrato, è, certamente, tale un fatto, che solleva contro di lui gravissime ragioni di sospetto.
Lucrezia è stata pur essa indicata come colpevole dell'uccisione, forse per gelosia verso Barbara Torelli, forse anche per tèma che lo Strozzi potesse propalare la relazione di lei col Bembo, della quale egli doveva essere a parte, soprattutto avendo il poeta sperato, mercè l'influenza della duchessa, ottenere la dignità cardinalizia, speranza che era poi rimasta frustrata. I moderni non hanno a ciò prestato fede alcuna. Anche l'Ariosto non credette all'accusa; altrimenti, come mai avrebbe osato in quel tempio d'onore delle donne di casa d'Este porre a fianco dell'immagine di Lucrezia appunto Ercole Strozzi, come araldo della gloria di lei? Avesse pur scritta la sua ottava, ciò che non è verosimile, innanzi la morte del poeta, l'avrebbe, ove fosse stato da quell'accusa preoccupato, in altro modo concepita al momento di pubblicare nel 1516 il suo poema per le stampe.
Non credette alla colpa di Lucrezia nemmeno Aldo Manuzio, perchè proprio nel 1513 le dedicò l'edizione delle poesie de' due Strozzi, padre e figlio, con una introduzione, nella quale la levava alle stelle.
Giulio II aveva intanto composta la Lega di Cambray, il cui scopo era la distruzione della potenza veneziana. Anche Ferrara v'era entrata a parte. La guerra quindi teneva molto occupato Alfonso fuori della residenza e dello Stato suo; e nella sua lontananza affidava a Lucrezia la reggenza. In verità, essa reggeva ora in ben altro senso che nel passato in Vaticano e a Spoleto. Nel 1509 ella vide anche dappresso la tempesta guerriera, quando sul Po il marito e il cardinale riportarono vittoria sulla flotta veneziana. Il 25 agosto di quell'anno Lucrezia diè alla luce un secondo figliuolo, Ippolito.
Le guerre, che sconvolgevano l'Italia, attrassero oramai nel gran movimento anche Ferrara. Nè l'agitazione si calmò presto, ma solo quando Carlo V ebbe dato nuovo assetto alle condizioni italiane. Onde, da questo tempo in poi, la vita di Lucrezia subì l'influenza della politica. I primi anni tranquilli in Ferrara eran passati insieme colla sua gioventù. Ora si dedicò alla educazione de' suoi figliuoli, i principi d'Este, e agli affari dello Stato, ogni volta che il marito glieli confidò. Essa era donna accorta: sulla sua intelligenza il padre non s'era ingannato mai. Anche come reggente di Ferrara seppe guadagnarsi stima e reputazione. Nella dedica delle poesie degli Strozzi, che Aldo le fece, oltre le altre qualità, come il timor di Dio, la beneficenza pe' poveri e la bontà verso coloro che le eran prossimi, celebrava in modo particolare anche la eccellenza sua come reggente, della quale «i cittadini ammiravano l'acuto giudizio e lo spirito penetrante.» Anche volendo far la parte all'adulazione in queste lodi, ne rimane pur sempre un'altra, che è l'espressione della verità.
Non v'è quindi a maravigliarsi, se d'allora in poi la personalità di Lucrezia quasi scompaia, ovvero sia ecclissata dalla storia politica di Ferrara. I cronisti della città non più la rammentano che alla nascita de' figliuoli. E in tutta la biografia di Alfonso di Paolo Giovio non è menzionata che due o tre volte, ma con grande riverenza. L'attrattiva personale, suscitata un tempo dalle avventure di questa donna, era scomparsa col cessare delle stesse. Anche le sue lettere ad Alfonso e le molte altre all'amica sua Isabella Gonzaga sono pel biografo di lei pressochè di nessun conto.
L'animo di Lucrezia era tutto immerso in quel mondo saldo e compatto, del quale oramai faceva parte. In mezzo a' serii ed alti doveri, che le incombevano, aveva trovato il suo posto tranquillo; e solo di rado ebbe ancora a sentirsi come turbata per eventi, che la riportavano con la mente al periodo romano della sua vita. Il che avvenne nel 1510 per la morte di Giovanni Sforza di Pesaro.
Dopo il ritorno nello Stato lo Sforza per Bolla di Giulio II v'era stato confermato qual feudatario. Da quel tempo aveva cercato di governare con saviezza, introdotti alcuni miglioramenti, e munito anche di nuovo il castello di Pesaro. Egli era uomo dotto e dedito allo studio della filosofia. Fu egli, come nota il Ratti, un biografo di casa Sforza, l'autore dell'indice di tutto l'Archivio di Pesaro. Nel 1504 s'era ammogliato ancora una volta con una nobile veneziana, Ginevra, di casa Tiepolo, che lo aveva conosciuto nell'esilio. Il 4 novembre 1505 n'ebbe un figliuolo, Costanzo.[263] Non sappiamo in quali termini si tenesse col d'Este a lui congiunto; ma non potettero essere che freddi e tesi. Nella vita sua non poteva più esservi motivo di contento davvero. Tutta la celebre casa Sforza inclinante al tramonto o caduta di già, a lui non rimaneva speranza alcuna in una lunga durata della sua propria schiatta. Nel Castello di Gradara, ove il più del tempo soleva vivere in solitudine, lo colse tranquillamente la morte il 27 luglio 1510.
Essendo il figliuolo bambino ancora, assunse la reggenza di Pesaro il fratello suo naturale Galeazzo, che s'era ammogliato con Ginevra, figlia di Ercole Bentivoglio. Ma, quel fanciullo essendo morto il 5 agosto 1512, papa Giulio negò a Galeazzo l'investitura. Egli costrinse quest'ultimo degli Sforza di Pesaro ad un trattato, in forza del quale il 30 ottobre 1512 dovette consegnare il castello e la terra a Francesco Maria Della Rovere, già, per la morte di Guidobaldo, diventato duca d'Urbino sin dall'aprile 1508. Così Pesaro fu riunito a quest'altro Stato. Galeazzo morì a Milano il 1515, dopochè il duca Massimiliano Sforza avevalo istituito suo erede. Per tal morte la linea de' signori di Pesaro s'estinse, non avendo Giovanni Sforza lasciato che una figliuola naturale, Isabella. Questa sposò il 1520 Cipriano Sernigi, nobile fiorentino, e morì in Roma l'anno 1561, in fama di donna illustre assai per coltura e dottrina.[264] Fu sepolta in Laterano, ove può vedersene il profilo in marmo e leggersi ancora quest'epitaffio: _Isabellae Sfortiae Ioannis Pesaurensium F. Feminae Sui Temporis Prudentia ac Pietate Insigni Exec. Test. P. Vix. Ann. LVII. M. VII. D. III. Obiit Ann. MDLXI. XI. Kal. Febr. Consensu Nobilium De Mutis Papazurris_.
La morte del suo primo marito dovette rinnovare in Lucrezia la coscienza della colpa sua verso lo stesso. Oramai era in un'età e le disposizioni de' suoi sentimenti religiosi erano tali, che non era più possibile che la leggerezza la vincesse in lei sulla coscienza. Se non che i tempi volgevano tanto burrascosi, che tosto ella diè altra direzione a tutti i pensieri suoi. Il 9 agosto 1510, pochi giorni dopo la morte dello Sforza, Giulio II scomunicò Alfonso e lo dichiarò decaduto da tutti i feudi ecclesiastici. Il Papa allora aveva ripreso i disegni dello zio Sisto, che, alleato con Venezia, aveva un tempo voluto strappar Ferrara agli Este. Rabbonito da' Veneziani con la cessione delle città romagnuole, erasi Giulio riconciliato con la Repubblica, e domandato ad Alfonso che anch'egli abbandonasse la lega francese e desistesse dalla guerra contro Venezia. Al che il duca erasi ricusato; e conseguenza di ciò fu la scomunica. Dopo d'allora Ferrara, nella più stretta alleanza con la Francia, si vide spinta in quella guerra furibonda, che condusse alla celebre battaglia di Ravenna, degli 11 aprile 1512, nella quale l'artiglieria di Alfonso decise le sorti della giornata.
Appunto in tal guerra e in occasione del tentativo di Giulio II d'impadronirsi di Ferrara con una sorpresa strategica, il famoso Bayard fece conoscenza di Lucrezia. Tornando i cavalieri francesi, in compagnia de' loro commilitoni ferraresi, trionfanti in Ferrara, dopo la conquista della Bastìa, vennero accolti con altissime dimostrazioni d'onore. A memoria di ciò il biografo del Bayard scrisse più tardi in lode di Lucrezia: «Soprattutto la buona duchessa, ch'era una perla in questo mondo, accolse i Francesi con grande distinzione, e tutti i giorni dava loro feste maravigliose e banchetti sul gusto italiano. Io oso ben dirlo: nè del tempo suo nè molto innanzi s'è mai trovata principessa di lei più gloriosa; mentr'ella era bella e buona e dolce e cortese con tutti; e nulla è pure più sicuro di questo che, comunque il marito di lei fosse principe savio e coraggioso, nondimeno essa, mercè la sua cortesia, gli ha reso buoni e grandi servizii.»[265]
È noto come, per la morte di Gastone di Foix alla battaglia di Ravenna, la vittoria di Francia si convertisse in perdita, e la sconfitta del Papa in trionfo. Alfonso si vide privo di difesa. Nel luglio 1512 s'affrettò ad andare a Roma per ricevervi da Giulio l'assoluzione. Benchè ottenesse questa, pure solo una fuga precipitosa potette salvarlo dall'estrema rovina o dalla sorte medesima di Cesare Borgia. Aiutato da' Colonna, che lo condussero a Marino, gli riuscì travestito tornare a Ferrara.
Furono giorni tormentosi per Lucrezia. Mentre tremava per la vita del marito, ebbe anche la nuova della morte del figlio suo, lontano ed espulso. Il 28 agosto 1512 l'agente mantovano Stazio Gadio scriveva da Roma al suo signore Gonzaga: «Qui si dà per certo che il duca di Bisceglie, figlio della signora duchessa di Ferrara e di Don Alfonso d'Aragona, sia morto a Bari, ove la duchessa di quella città lo teneva seco.»[266] Lucrezia stessa ne informò una persona sconosciuta con lettera del primo ottobre, nella quale diceva: «Io mi trovo tuttavia involta in lacrime e amaritudine per la morte del duca di Biselli, mio figliuolo carissimo; su di che il latore della presente potrà darle i particolari.»
Ignoriamo i destini del povero Rodrigo ne' primi anni dopo la morte di Alessandro e dopo che Cesare fu tradotto in Spagna. Pure dobbiamo tenere per certo, che visse in Napoli sotto la tutela de' cardinali Ludovico Borgia e Romolini di Sorrento. Il re di Spagna, giusta i trattati anteriori, lo riconobbe qual duca di Bisceglie, e vi sono ancora del settembre 1505 documenti, ne' quali il luogotenente del piccolo duca prestava giuramento di fedeltà nelle mani de' due cardinali tutori.[267] Probabilmente Rodrigo fu educato da donna Sancia, sua zia carnale. Anche questa trovavasi col marito nel Reame di Napoli, ove Don Jofrè fu riconosciuto nel possesso de' suoi beni. Sancia morì senza figliuoli nel 1506, appunto durante il soggiorno di Ferdinando il Cattolico a Napoli. Pertanto fecero ritorno al re gran parte de' feudi di Don Jofrè, il quale nulladimeno restò principe di Squillace. Egli si ammogliò una seconda volta, e da questo matrimonio ebbe discendenti. Nulla si sa della fine sua. Una delle sue nipoti, Anna de Borgia, principessa di Squillace, come ultima discendente di questo ramo portò in dote, sugl'inizii del XVII secolo, quel possedimento nella casa Gandia di Spagna, sposando Don Francesco Borgia.
Morta la Sancia, Rodrigo dovette forse essere affidato all'altra zia, sorella maggiore di suo padre. Era questa Isabella, la più infelice delle donne di quel tempo, vedova di Giangaleazzo di Milano, fatto morir di veleno da Lodovico il Moro. In tutta la storia d'Italia di quel periodo, in cui con l'invasione di Carlo VIII una tempesta di fortunose vicende si scatenò sulle varie dinastie che la dominavano, difficilmente potrebbe trovarsi una figura altrettanto tragica quanto quella d'Isabella d'Aragona. Ella fu colpita insieme dalla rovina delle due case Sforza e Aragona. E d'ambo queste famiglie può ben dirsi ciò che il Caracciolo nel suo _De varietate fortunae_ ha detto degli Sforza: «Non v'ha ancora tragedia, per orribile che sia, cui la casa Sforza non possa offrire sufficiente materia.» Isabella aveva assistito alla caduta di tutta la casa sua, un tempo così potente, e visto menare il proprio figlio Francesco, da Luigi XII, prigioniero in Francia, ove doveva morire giovane ancora e sacerdote. Essa erasi ritirata a Bari, città che Lodovico il Moro nel 1499 le aveva abbandonata, e ne fu duchessa sino alla morte, sino cioè agl'11 febbraio 1524.
Ora s'era preso seco il figliuolo di Lucrezia, il quale moriva in casa sua all'età di tredici anni. Quest'ultima pretese alla eredità di lui; e, come risulta da documenti, la ebbe in effetto da Isabella d'Aragona, qual tutrice del defunto, nella somma di alcune migliaia di ducati.[268] Quali che fossero le circostanze, che costrinsero Lucrezia a tener lontano da sè il figliuolo, è certo, ad ogni modo, che questo infelice bambino lasciò sulla figura di lei un'ombra sinistra.
X.
Grazie all'energia d'Alfonso e ai supremi sforzi dello Stato, la guerra contro Ferrara era cessata. Pure Giulio II aveva tolto allo Stato Modena e Reggio; perdita gravissima per la casa d'Este, tanto che la storia di Ferrara per parecchi anni si concentrò tutta nell'intento di riconquistare le due città. Per fortuna d'Alfonso Giulio II morì nel febbraio 1513. Sulla Santa Sede gli successe Leon X. Aveva costui insino allora mantenuto amichevoli relazioni con i principi d'Urbino e di Ferrara, i quali non sapevano da lui aspettarsi che atti d'amicizia. Ma proprio per mano di questo Medici, uomo falso, che riuscì a trarre tutti in errore, dovevano quelle due case subire i più amari disinganni. Alfonso andò in tutta fretta a Roma per l'incoronazione di Leone, e se ne tornò a Ferrara con le migliori speranze in una intera e perfetta riconciliazione con la Santa Sede.
Lucrezia in Ferrara s'era acquistata stima e affetto presso l'universale. Era divenuta la madre del popolo. I miseri e gli afflitti trovavano presso di lei ascolto e soccorsi. Carestia e indigenza e finanze esauste: tali erano state le conseguenze della guerra. Lucrezia si spogliò de' suoi ornamenti e delle sue gioie, e gli pose in pegno. Rinunziò, come il Giovio la lodava, alla pompa e alla vanità del mondo, cui dalla prima giovanezza era usa. Si diede ad una vita religiosamente devota; fondò istituzioni monastiche e ospedali. Che tutto questo facesse, non v'è a maravigliarsi. Ciò s'accordava con la natura della donna non solo, ma col suo passato e con le sofferte vicissitudini. La più gran parte delle donne, che han molto vissuto ed amato, finiscono bigotte. E la bigotteria è sovente l'ultima forma, che alla vanità della donna rimane a prendere. La rimembranza di un mondo pieno di vizii e di delitti commessi dalle persone a lei più prossime, e fors'anco la memoria delle colpe proprie, non potevano cessare di tormentar l'animo di Lucrezia. E così anche quelle altre donne, che insieme o prima di lei avevano preso parte, quali personaggi principali, alla storia dei Borgia, si trovarono in condizione interiore identica, e provarono lo stesso bisogno di religioso conforto. La vedova di Cesare finì la vita in un chiostro; altrettanto fece la vedova di Gandia. Anche la vedova di Alessandro VI divenne una vecchia bacchettona. E, se ne fossero giunte nuove sino a noi, senza dubbio troveremmo pure l'adultera Giulia Farnese, in sul tramonto della vita, se non fatta santa in un monastero, immersa in quotidiane pratiche di devozione.
L'anno 1513, in cui fu messo termine alla guerra contro Ferrara, segnò un nuovo periodo nella vita di Lucrezia. D'allora in poi prese decisamente quel devoto indirizzo; il quale però non degenerò in bacchettoneria fanatica: le valsero in questo d'impedimento la pratica energia d'Alfonso, le cure per la famiglia e pei figliuoli, i doveri della corte. La corte di Ferrara aveva per la guerra perduto molto del suo splendore; pure fra le Corti d'Italia rimaneva sempre una delle più ragguardevoli. Alfonso stesso dedicò alcuno degli anni di pace, che seguirono, al culto delle arti. Lavoravan per lui nel castello, come anche a Belriguardo e a Belfiore, i migliori maestri di Ferrara, quali il Dossi, il Garofalo e Michele Costa. Il Tiziano, che alcuna volta fu ospite in Ferrara, dipinse per lui; ed anche a Raffaello ei diè commissioni. Fondò similmente un museo di antichità. Nel suo gabinetto Lucrezia aveva un Cupido di Michelangelo. Nondimeno il trasporto della duchessa per le cose d'arte non era molto vivo, e non paragonabile nemmeno alla lontana con la passione della cognata Isabella di Mantova, la quale era in relazione con gli artisti più famosi del tempo suo e teneva agenti in tutte le grandi città d'Italia, con l'incarico d'informarla d'ogni nuovo prodotto delle arti belle.
Dopo il 1513, quando la Corte di Leon X venne in fiore, Ferrara ebbe a patire perdita non piccola, anzi fu proprio messa nell'ombra. Il lusso artistico del Medici attrasse in Roma i più eletti ingegni d'Italia. V'andò il poeta Tebaldeo, e vi vivevano il Sadoleto e il Bembo, ora segretarii di Leone. I due Strozzi eran morti. L'Aldo, sulla carriera del quale, come erudito ed editore, Lucrezia ne' primi anni aveva esercitato un certo benefico influsso, viveva a Venezia. Nondimeno si teneva di colà in commercio letterario con la sua protettrice. Celio Calcagnini rimase fedele a Ferrara. Anche l'Università continuò a mantenersi in certo rigoglio. Lucrezia era di più molto amica del Trissino, il nobile vicentino, l'infelice rivale dell'Ariosto nella poesia epica. Vi sono cinque lettere del Trissino dirette a Lucrezia negli ultimi anni della vita di lei.[269] Ma l'orgoglio di Ferrara era l'Ariosto; e Lucrezia viveva ancora, quando la glorificazione di lui era cominciata. Egli non dedicò a lei nè ad Alfonso il suo Poema, ma all'indegno cardinale Ippolito, al cui servigio lo avevan fatto entrare circostanze accidentali. Niuna casa principesca fu mai magnificata tanto, quanto quella degli Este per mano dell'Ariosto. Con l'Orlando Furioso per tutti i tempi, sinchè l'idioma italiano vive e dura, essa è divenuta nella letteratura immortale e monumentale. Ed anche Lucrezia ha trovato in quel poema il suo posto d'onore. Ma per bello che questo sia, pure è certo, che l'Ariosto le avrebbe offerto omaggi più caldi e più frequenti, ov'ella lo avesse incoraggiato, mostrandogli una premura realmente entusiastica.
Le relazioni di Lucrezia col marito, non fondate sull'amore e non mai spinte sino alla passione, sembrano nondimeno essersi via via fatte sempre più intime e cordiali. Nell'aprile 1514 gli aveva partorito un terzo figliuolo, Alessandro, che morì all'età di due anni. Il 4 luglio 1515 diede alla luce una bambina, Leonora; e il primo novembre 1516 un altro bambino, Francesco. Alfonso era contento di vedersi padre di figliuoli, che erano suoi eredi legittimi. Egli s'abbandonò alle gioie domestiche; ma gli era di soddisfazione l'osservare la stima, anzi l'ammirazione, onde la moglie era circondata. Se gli omaggi erano per lo innanzi tributati alla sua giovanile bellezza, ora invece venivano offerti alle virtù sue. La donna, che una volta fu la più ingiuriata del tempo suo, prendeva ora il suo posto nel tempio d'onore delle donne. Il Caviceo poteva insino osar di adulare la festeggiata Isabella Gonzaga con questo giudizio, che egli l'esaltava abbastanza, dicendole che si approssimava alla perfezione di Lucrezia. Il passato parve così morto nella memoria degli uomini, che lo stesso nome Borgia non era pronunziato che a titolo d'onore.
Nel 1517 Lucrezia ebbe di nuovo a rammentarsi della vita sua in Roma. Alla corte apparve una figura di quel tempo, che s'era già dileguata. Era Giovanni Borgia, il misterioso _Infante romano_, una volta duca di Nepi e Camerino, e compagno di sventura di Rodrigo, il figliuolo di Lucrezia. Giovane di 19 a 20 anni, egli, a quanto pare, andava da Napoli in Romagna, ove fece naufragio. Il suo bagaglio, di cui s'era nell'occasione impossessata la Comunità di Pesaro, fu richiesto il 2 dicembre da un ambasciatore di Lucrezia; e nell'atto Giovanni Borgia vien chiamato _fratello_ di lei. Da altri documenti apparisce, che nel gennaio 1518 egli viveva alla corte di sua sorella.[270] Si vede che Alfonso non aveva impedito alla moglie di accogliere questo prossimo parente. Sembra anzi che l'anno stesso Giovanni l'accompagnasse in Francia, ov'egli, il duca, lo presentò al re Francesco I, successo sul trono il 1515 al suocero Luigi XII.
Dappoi l'_Infante romano_ scompare di nuovo, sino all'anno 1530, in cui riapparisce in Roma qual pretendente al Ducato di Camerino. L'ultimo de' Varano, Giammaria, caduto Cesare, era colà tornato; e Giulio II lo aveva riconosciuto vassallo della Chiesa. Leon X nell'aprile 1515 lo fece duca di Camerino, e lo unì in matrimonio con la propria nipote, la bella Caterina Cibo. Giammaria morì nell'agosto 1527, lasciando unica erede la figlia Giulia ancora minore. Un bastardo della casa Varano, con le armi alla mano, mise innanzi pretensioni su Camerino; ma, mentre la lite pendeva tuttora, ne pose in campo pure Giovanni Borgia, antico e primo duca di quel paese. In un voluminoso documento del 29 giugno 1530, che contiene tutto il processo, Giovanni non è designato solo come _Domicellus Romanus principalis_, ma si chiama egli stesso _Oratore del Papa_. Di qui risulta che il bastardo di Alessandro VI viveva allora in Roma come persona di alta condizione, ed era anche al servizio del Papa. La Rota Romana decise contro Giovanni e lo condannò alle spese del giudizio. Con un Breve del 7 giugno 1532, Clemente VII gli proibì di molestare con altre pretensioni Giulia Varano e la madre di lei. Da quel tempo in poi le sorti di questo Borgia sono ignote.[271]
XI.
Lo stesso anno, in cui l'ultimo figlio del padre apparve alla corte sua, Lucrezia perdette anche la madre. Al tempo della morte di Alessandro VI, Vannozza era già divenuta vedova. In quella congiuntura, anzi durante ancora la malattia del Papa, ella si pose sotto la protezione della gente d'arme di suo figlio Cesare. Per tal guisa potette forse giungere sino al letto di costui, che giaceva similmente malato. Da documenti si ricava che Vannozza, immediatamente dopo la morte di Alessandro e nella sede vacante, abitò il palazzo del cardinale di San Clemente in Borgo. E quando Cesare dovette andarsene a Nepi, ella lo accompagnò e con lui fece ritorno a Roma dopo la elezione del Piccolomini.
Non seguì i suoi figliuoli in Napoli: restò in Roma. Dappoichè il Della Rovere era Papa, le condizioni della città eran tornate allo stato normale. I partigiani de' Borgia temevano, certamente, di vedersi intentar contro processi. Il 6 marzo 1504 fu di fatto condannato a morte un cameriere dell'avvelenato cardinale di Sant'Angelo; il quale ad alta voce affermò aver commesso il misfatto per comando espresso di Alessandro e Cesare.[272] I cardinali Romolini e Lodovico Borgia fuggirono allora a Napoli. Don Micheletto, l'esecutore de' delitti di sangue per conto di Cesare, giaceva nelle prigioni di Castel Sant'Angelo. L'ambasciatore veneto informava la Repubblica nel 1504, che Micheletto era sottoposto ad un interrogatorio per scoprire come fosse occorsa la morte di parecchie persone, soprattutto del duca di Gandia, di Varano di Camerino, di Astorre e Ottaviano Manfredi, del duca di Bisceglie, del giovane Bernardino di Sermoneta, del vescovo di Cagli, e di molti altri infelici.
Quando Cesare fu lontano, Vannozza potè sempre contare sulla protezione di amici potenti, segnatamente i Farnesi e i Cesarini, e di parecchi cardinali. Temeva però veder confiscati i beni suoi, non tutti, per verità, acquisiti a giusto titolo. Su' primi del 1504 Lodovico Mattei le intentò un processo. L'accusava di avere, mentre Cesare faceva guerra agli Orsini e mediante i mercenarii di lui, rubato violentemente 1160 pecore; il qual gregge Maria d'Aragona, moglie di Giovan Giordano Orsini, aveva mandato su' campi del Mattei per metterlo al sicuro. Vannozza fu condannata al rifacimento de' danni.[274]
Ella cercava in tutti i modi di salvare il suo avere e la sua fortuna. Il 4 dicembre 1503 fece una donazione alla chiesa di Santa Maria del Popolo, legando alla sua Cappella gentilizia le case che possedeva sulla piazza Pizzo di Merlo, riservandosene l'usufrutto vita durante. E gli Agostiniani dalla parte loro si obbligarono di dire una messa funebre il 24 marzo per Carlo Canale, un'altra il 13 ottobre per Giorgio de Croce, e una terza nel giorno della morte di lei. In quest'istrumento Vannozza si dice vedova di Carlo Canale da Mantova, scrittore e soldano apostolico del defunto Alessandro VI, e nomina Giorgio de Croce suo primo marito. L'atto fu stipulato nel Borgo di San Pietro nell'abitazione di Agapito d'Amelia.[275] Di qui si ricava che alla fine del dicembre Vannozza viveva ancora in Borgo e sotto la protezione di colui, che era stato per anni cancelliere di suo figlio; mentre Cesare stesso era prigioniero nella Torre Borgia in Vaticano. Solo, dopo che questi il 16 febbraio 1504 ebbe abbandonato Roma per sempre, ella forse uscì dal Borgo Vaticano.
Già il primo aprile 1504 è indicata, come sua abitazione, una casa sulla piazza de' Santi Apostoli nella regione Trevi, vale a dire, nella cerchia ove i Colonna erano potenti; i Colonna, che avevano il meno sofferto per opera di Cesare, e che in forza di contratto stipulato con lui n'ebbero alla morte di Alessandro restituiti i beni loro. Altre case, di proprietà sua, Vannozza aveva vendute al romano Giuliano de Lenis; ma il primo aprile 1504 questi annullò la vendita simulata, con l'espressa dichiarazione di aver quella avuto luogo solo per tema di atti di prepotenza alla morte di Alessandro.[276]
Cessata ogni ragion di timore, Vannozza andò ad abitar di nuovo la sua antica casa in Piazza Branca. Difatti in un istrumento del novembre 1512 vien chiamata «Donna Vannozza de Cataneis della Regione Regola;» e appunto in questa era posta la casa. Trattavasi di una lite mossale dall'orafo di quella regione stessa, Nardo Antonazzi.
L'artefice richiedeva il pagamento di una croce d'argento da lui fatta per Vannozza nel 1500. L'accusava di essersi, senz'altro, appropriata quel lavoro; la qual cosa, com'ei diceva, erasi permessa «in quel tempo, in cui il duca Valentino dominava su tutta la città e quasi sull'Italia intera.» Non tutti gli atti di tal processo esistono; ma da deposizioni di testimoni della parte accusata risulta che questa fu in grado di provare di essere stata calunniata.[277]
Vannozza era stata investita da Alessandro VI, se non del Castello Bleda presso Viterbo, di molti diritti sullo stesso. Il 6 luglio 1513 inoltrò istanza presso il Cardinal Vicario, Raffaele Riario, contro la comunità di quel castello pel pagamento di carte somme. Questo documento su pergamena è concepito in termini ampollosi, e rivolto a tutte le autorità immaginabili del mondo.[278]
Vannozza potette ancora sotto tre successori di Alessandro VI assistere alla vicenda delle cose in Vaticano, ove il posto de' figliuoli suoi, una volta onnipotenti, fu occupato successivamente da' Della Rovere e da' Medici. Vide il Papato sollevarsi a grande potenza mondana, ed ella stessa ebbe coscienza che, senza le geste di Alessandro e di Cesare, la cosa non sarebbe stata possibile. Se scorse di lontano il potente Giulio II, forse nel punto in cui, conquistata Bologna, fece con sfarzo degno di un imperatore il suo ingresso trionfale in Roma, è molto verosimile che quella donna sperduta nella gran folla andasse con amara ironia a se stessa ripetendo, che suo figlio Cesare aveva una parte in quel trionfo, anzi era egli che aveva aiutato Giulio II a giungere al Papato. Con soddisfazione aveva potuto apprendere le lodi, con le quali quel Papa riconosceva l'importanza del figliuolo, allorchè scriveva a' Fiorentini nel novembre 1503, ch'egli circondava di paterno amore il duca di Romagna «per le preclare virtù e pe' meriti gloriosi di lui.» Forse potè anche prender cognizione del _Principe_ del Machiavelli, nel quale il geniale statista faceva del figliuolo di lei l'ideale di un reggitore.
Tuttochè la potenza dei Borgia fosse scaduta, e i figli suoi fossero morti o lontani; pure, sinchè Vannozza visse, la città portò sempre l'impronta della grandezza di quelli. Appunto per questo passato ella divenne uno degli esseri più notevoli, del quale ogni uomo era bramoso di far conoscenza. E se è lecito qui un paragone di relazioni diverse per proporzioni, ma identiche per destino e significato, può dirsi che la condizione di Vannozza fu allora in Roma pari a quella che vi tenne madama Letizia Ramolini dopo la caduta del suo potentissimo figliuolo.
Con orgoglio fissava lo sguardo suo sulla figlia Lucrezia, la duchessa di Ferrara, _la plus triomphante princesse_, come la chiamò il biografo del Bayard. Di vederla però non le fu più concesso, non avendo ella ardito di andare alla corte di Ferrara; ma intrattenne con lei carteggio epistolare. Nell'Archivio di casa d'Este sono nove lettere di Vannozza degli anni 1515, 1516 e 1517, delle quali sette sono dirette al cardinale Ippolito, e due a Lucrezia. Esse riguardano tutte interessi o domande di carattere pratico e privato.
Le disposizioni d'animo ed anche lo stato della Vannozza appariscono dal modo di firmarsi in tali lettere: «La felice ed infelice Vannozza Borgia de Cathaneis;» ovvero: «Vostra felice e infelice madre Vannozza Borgia.» Il nome di famiglia se l'era appropriato anch'essa non nelle relazioni ufficiali, ma nelle private.
L'ultima lettera a Lucrezia del 19 dicembre 1515 si riferisce all'antico segretario di suo figlio Cesare, Agapito d'Amelia, e dice così:
«Illustrissima Signora, salute e raccomandazione. — Vostra Eccellenza deve ben ricordarsi la servitù della buona memoria di messer Agapito d'Amelia verso il già duca nostro, e l'amore ed affezione sempre porti a noi in ispecie. Per il che non in minima cosa soltanto, ma in ogni altra di qualunque sorta fosse meritano i suoi di essere aiutati e favoriti. Ora prima di morire egli rinunziò in favore de' nipoti suoi tutti i beneficii a Giambattista Dell'Aquila; tra i quali alcuni di poca valuta nell'Arcivescovado di Capua. Il defunto fece questo a maggior vantaggio dei nipoti, non potendo pensar mai che costoro sarebbero molestati dal reverendissimo cardinale arcivescovo. Se ora Vostra Eccellenza vuol farmi cosa grata, la prego si degni per tutti gli anzidetti rispetti di favorire gl'indicati nipoti presso Sua Eminenza. A pieno, come di bisogno, sarà Vostra Eccellenza informata dal latore della presente, Nicola, anch'egli nipote del detto Agapito. E si tenga forte l'Eccellenza Vostra, alla quale anch'io mi raccomando — Roma, il 19 dicembre 1515.»
«Postscripta. Vostra Eccellenza farà in questo affare come meglio crederà, essendomi stato forza lo scrivere. Epperò si faccia solo quello che torni ad onore di Monsignore; e quanto alla presente darà risposta qual meglio le pare. — Di vostra Eccellenza Illustrissima perpetua oratrice Vannozza.»[279]
Si vede che Vannozza faceva onore alla scuola diplomatica de' Borgia.
Agapito, autore di tante scritture di Cesare, era, come dalla lettera apparisce, rimasto irremovibilmente fedele ai Borgia, e morto a Roma. Sicuramente Vannozza aveva visto altri antichi amici, adulatori e parassiti della casa venir meno e voltarsi altrove. Pure alcuni, e anche persone ragguardevoli, dovettero rimanerle devoti. Già, come madre della duchessa di Ferrara, godeva sempre di una certa influenza. E poi viveva in condizioni facoltose, qual signora rispettabile, chiamata la _magnifica e nobile Madonna Vannozza_. Mantenne pure relazioni con alcuni cardinali, spagnuoli e parenti di Alessandro VI o creature di quest'ultimo; ma sopravvisse alla più parte di loro. De' cardinali Borgia, i due Giovanni erano già morti negli anni 1500 e 1503; Francesco e Lodovico morirono nel 1511 e 1512. Nel 1510 era anche morto il cardinale Giuliano Cesarini. In realtà Vannozza vide morir tutti i favoriti e le creature di Alessandro nel Collegio cardinalizio, ad eccezione del Farnese, di Adriano Castellesi e dell'Albret, cognato di Cesare.
Ella si procacciò novelli amici, mercè quella specie di pietà devota, solita trasformazione di tutti i tempi nella vita delle peccatrici invecchiate. Divenne una bacchettona tutta premurosa e sollecita di sante pratiche. Bazzicava frequentissima in chiesa e col confessionale, e la si vedeva famigliare ed intima con istituzioni pie e con ospedali. Così trasformata ebbe a conoscerla Paolo Giovio, e la chiamò _donna dabbene_. Ove avesse vissuto ancora un decennio, è molto probabile che sarebbe anche venuta in odore di santità. Fece molte fondazioni di beneficenza per gli ospedali di San Salvatore al Laterano, di Santa Maria in Portico e della Consolazione, per la Confraternita dell'Annunziata alla Minerva e per San Lorenzo in Damaso, come risulta dal suo testamento del 15 gennaio 1517.[280]
Per lungo tempo furon lette negli ospedali di Laterano e della Consolazione iscrizioni commemorative delle fondazioni di lei e dell'obbligo insieme di dir messe in eterno, ne' giorni della morte de' suoi due mariti e di lei stessa.
Vannozza morì in Roma il 26 novembre 1518. La morte sua non passò inosservata, come lo mostra questa lettera di un Veneto:
«Avantieri morì madonna Vannozza, una volta amica di papa Alessandro e madre del duca Valentino e della duchessa di Ferrara. In quella notte mi trovai in luogo, donde mi fu dato intendere il grido per la morte, secondo il costume romano, con queste formali parole: — Messer Paolo fa la parte, perchè è morta madonna Vannozza, la madre del duca di Gandia; la trapassata appartiene alla Confraternita del Gonfalone. — Ieri fu sotterrata in Santa Maria del Popolo, ove fu portata con ogni pompa, quasi come un cardinale. Aveva 66 anni. Ha legato tutta la sua fortuna, che non era piccola, a San Giovanni in Laterano. A' funerali assistevano i camerieri del Papa, cosa non solita in altri casi.»[281]
Marcantonio Altieri, uno degli uomini più ragguardevoli di Roma, lasciò di lei una specie di elogio funebre. Egli era guardiano della Confraternita del Gonfalone ad _Sancta Sanctorum_; e, in tal qualità, fece nel 1525 l'inventario de' beni del sodalizio. Nel manoscritto, conservato nell'Archivio della Confraternita, l'Altieri disse:
«Noi non possiamo nemmeno dimenticare le amorevoli fondazioni, fatte dalla molto stimabile ed onorevole donna, madonna Vannozza di casa Catanei, avventurosa madre d'illustrissimi signori, del signor duca di Gandia, del signor duca Valentino, del principe di Squillace e di madonna Lucrezia duchessa di Ferrara. Volendo essa dotare la Confraternita di beni terreni, le lasciò molti gioielli di non piccolo valore e v'aggiunse altri soccorsi, pei quali la Confraternita, pochi anni dopo, potè liberarsi da alcune obbligazioni e soprattutto per mediazione de' gentiluomini messer Mariano Castellano e del mio carissimo messer Raffaele Casali, che furono non molto addietro guardiani. Ella fece specialmente un accordo col distinto e celebre orafo Caradosso, pel quale, dandogli 2000 ducati, costui doveva con le sue peregrine opere d'arte rispondere al desiderio di quella nobilissima e onorandissima donna. Quindi per fare ornamenti e poterli completare, ella ci lasciò tanta proprietà da ricavarne per sempre l'annuo reddito di 400 ducati, co' quali alimentiamo il numero pur troppo grande dei poveri e dei bambini. Per gratitudine verso cosiffatti sentimenti suoi tanto devoti e pii e pe' soccorsi così abbondanti ed amorevoli in pro dei bisognosi, la nostra onorevole Confraternita decise all'unanimità e molto volontieri non solo di solennizzare le esequie di lei con ogni splendidezza di onori e di pompa, ma anche di ricordarne la memoria con magnifico e grandioso monumento. Quindi per pubblica acclamazione fu anche presa la risoluzione di festeggiarne, d'allora in poi, il giorno dell'esequie, in Santa Maria del Popolo, ove quella fu sotterrata, con messe e cerimonie, con concorso di gente, con molti ceri e torce e con ogni devozione; e ciò non solo per raccomandare a Dio la salute dell'anima sua, ma anche per mostrare al mondo che noi abbiamo in odio e in abominazione l'ingratitudine.»
Esser portata al sepolcro con sfarzosa solennità era stato l'orgoglio di quella donna. Il giorno dell'esequie tutta Roma dovette parlar di lei, dell'amante di Alessandro VI e della madre di figliuoli cotanto famosi. Leon X, facendovi intervenire la Corte, diede ai funerali carattere pubblico, anzi con tale distinzione riconobbe officialmente Vannozza qual vedova di Alessandro, o almeno qual madre della duchessa di Ferrara. Del resto, tutta la città vi fu rappresentata, mentre alla Confraternita del Gonfalone appartenevano i membri più ragguardevoli della nobiltà e della borghesia di Roma. Vannozza fu deposta in Santa Maria del Popolo nella sua Cappella gentilizia, accanto al suo infelice figlio Don Juan di Gandia. Non si sa se le sia stato eretto un sarcofago di marmo, ma l'esecutore testamentario pose sulla tomba queste superbe parole:
«A Vannozza Catanea, nobilitata dai figliuoli suoi, i duchi Cesare di Valenza, Juan di Gandia, Jofred di Squillace e Lucrezia di Ferrara; alla donna altamente illustre al tempo stesso per l'onestà, la pietà, l'età e la saggezza sua, e tanto benemerita dell'Ospedale lateranense, pose Jeronimo Pico, fidecommissario ed esecutore testamentario. Visse anni 77, mesi 4, giorni 13. Morì nell'anno 1518 il 26 novembre.»
Sicuramente Vannozza se n'andò via da questo mondo nella fermissima credenza di aver con oro ed argento e con pie istituzioni lavate le colpe e i peccati suoi, e d'essersi compro il regno de' cieli. Non aveva forse potuto comprarsi la pompa funeraria e una menzogna sulla pietra del sepolcro? Per più di 200 anni i frati di Santa Maria del Popolo cantaron messe in requie dell'anima sua, sino a che l'Autorità ecclesiastica non gli fece smettere, meno forse pensando che l'anima di quella donna n'avesse già abbastanza, e più per una coscienza critica e storica, che cominciava a levare il capo. Più tardi un sentimento di odio e a un tempo di vergogna ha fatto sparire ogni traccia di quella pietra sepolcrale.
XII.
Le condizioni dello Stato di Ferrara s'erano fatte di nuovo difficili assai. Leon X aveva preso a seguitare le orme di Alessandro VI. Anch'egli cercava raccozzare un regno pel nipote Lorenzo de' Medici. Già nel 1516 lo aveva creato duca d'Urbino, dopo aver con la forza delle armi scacciato di colà il legittimo erede di Guidobaldo. Francesco Maria Della Rovere, la moglie, la madre sua adottiva Elisabetta trovavansi in Mantova, in quell'asilo di tutti i principi fuggiaschi. Leone ardeva dal desiderio di scacciare anche gli Este da Ferrara. Solo la protezione di Francia guarentiva Alfonso da una guerra col Papa. Visto che quest'ultimo, in disprezzo del trattato, non consegnava le città di Modena e Reggio, il duca andò nel novembre 1518 alla Corte di Francesco I per raccomandargli le faccende sue. Tornò a Ferrara nel febbraio 1519. Apprese quivi la morte del cognato, il marchese Francesco Gonzaga di Mantova, seguita il 20 del mese stesso. Lucrezia scrisse l'ultimo di marzo alla vedova Isabella nel modo che segue:
«Illustrissima Signora, cognata onoratissima. — L'acerbità del caso della morte dell'illustrissimo consorte dell'Eccellenza Vostra, di buona memoria, m'è stata per infiniti rispetti di tanta mestizia e dolore, che avrei io bisogno di esser consolata più di quel che possa consolare altrui, soprattutto l'Eccellenza Vostra, ch'è pur quella che per la troppo grande perdita ha dovuto sentire gravissimo affanno. Io dunque mi rattristo e dolgo con Vostra Eccellenza per questo disgraziato caso, che non potrei mai esprimere quanto mi gravi e prema. Ma poichè non v'è oramai riparo ed è così piaciuto al Signor Nostro, uopo è conformarsi alla volontà sua. E per tanto prego e conforto Vostra Eccellenza a voler tollerare questo caso con fermezza e come alla saviezza sua si conviene. E son certa che ella saprà farlo. Null'altro le dirò per ora, se non che me le raccomando e offro per sempre. — Ferrara, l'ultimo di marzo 1519. Cognata Lucrezia duchessa di Ferrara.»[282]
Successore del marchese fu il primogenito Federigo. Nel 1530 l'imperatore Carlo V lo fece primo duca di Mantova. Un anno dopo s'unì in matrimonio con Margherita di Monferrato. Era questi quel Federigo stesso destinato tempo innanzi a diventare marito di Luisa, la figliuola di Cesare. La celebre Isabella madre sua visse vedova sino al 13 febbraio 1539.
Alfonso aveva trovato al ritorno sua moglie in condizioni di salute molto travagliose. Ella s'approssimava allo sgravo. Il 14 giugno 1519 partorì una bambina morta. Prevedendo la sua fine, scrisse in capo a otto giorni una lettera a papa Leone. È l'ultima; e, concepita sotto l'impressione di una prossima morte, è profondamente sentita. Leggendo questo suo addio alla vita, si guarda nel fondo dell'anima sua, attraverso la quale passavano per l'ultima volta ancora le rimembranze del passato, quando già il terrore e gli erramenti di quel tempo non giungevano più a turbarla.
«Santissimo Padre e Beatissimo signor mio. — Con ogni possibile reverenza d'animo bacio i santi piedi di Vostra Beatitudine, e umilmente mi raccomando alla sua santa grazia. Dopo che per una difficile gravidanza ebbi molto sofferto per più di due mesi, partorii, come a Dio piacque, il 14 di questo mese, sul far del giorno, una bambina; e speravo, liberatami col parto, che anche il mio male si dovesse alleviare. Ma è successo il contrario; sicchè m'è forza cedere alla natura. E tanto è il dono che il nostro Creatore clementissimo m'ha fatto, che ho coscienza della fine della mia vita, e sento che fra poche ore, avendo però prima ricevuti tutti i Santi Sacramenti della Chiesa, ne sarò fuori. In questo punto come cristiana, benchè peccatrice, mi son ricordata di supplicare Vostra Beatitudine che per sua benignità si degni darmi del tesoro spirituale qualche suffragio, dispensando all'anima mia la sua santa benedizione. Di che la prego devotamente. E alla sua santa grazia raccomando il mio consorte e i miei figliuoli, tutti servitori di Vostra Beatitudine. — In Ferrara, il 22 febbraio 1519, nella 14^ma ora. Di Vostra Santità umilissima serva Lucrezia d'Este.»[283]
La lettera è scritta con animo così sereno e dignitoso, e libero tanto da qualsiasi sovreccitazione di sentimento, ch'è lecito dimandarsi, se avrebbe potuto scriverla, sul letto di morte, una donna, la cui coscienza fosse effettivamente sotto il peso di quell'enormezze, ond'è stata accusata la figliuola di Alessandro.
Lucrezia morì il 24 giugno, nella notte, in presenza di Alfonso. La morte fu immediatamente annunziata dal duca con lettera autografa al nipote Federigo Gonzaga.
«Illustrissimo Signore, onorandissimo fratello e nipote. — A Dio, Signor Nostro, è piaciuto di chiamare a sè in quest'ora l'anima dell'Illustrissima Signora Duchessa, mia consorte carissima. Non posso fare di non comunicarla a Vostra Eccellenza per l'amore nostro mutuo, il quale mi fa credere che i piaceri e le avversità dell'uno siano anche dell'altro. Non posso scriver questo senza lacrime, tanto m'è grave vedermi privo di sì dolce e cara compagna, poichè tale ella era per me, per i buoni costumi suoi e il tenero amore che era fra noi. Per sì acerbo caso vorrei ben domandare aiuto di consolazione da Vostra Eccellenza. Ma so che anch'ella n'avrà la parte sua di dolore. E a me sarà più caro avere chi a me s'accompagni col pianto che chi mi consoli. E alla Signoria Vostra mi raccomando. — Ferrara, 24 giugno 1519, ora quinta della notte. Alfonso duca di Ferrara.»[284]
Il marchese Federigo mandò suo zio Giovanni Gonzaga a Ferrara; e di lì questi scrisse: «Non si maravigli Vostra Eccellenza, se dico partir domani di qua, perciocchè le esequie non si fanno, ma solamente nelle parrocchie son detti gli ufficii. È vero però che il signor duca accompagnò personalmente alla sepoltura l'illustrissima sua consorte. Questa è stata sotterrata al Monastero delle Suore del Corpo di Cristo, nella sepoltura medesima ove fu deposta la madre del duca. A tutta la città è rincresciuto molto della morte di lei, soprattutto al duca stesso. Egli dimostra veramente averne avuto singolare cordoglio. Qui si dicono cose grandi della vita sua, e che da forse dieci anni la portava il cilizio; è circa due anni che ogni giorno la si confessava, e comunicavasi da tre a quattro volte il mese. E di nuovo mi raccomando continuamente alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Ferrara, 28 giugno 1519. Giovanni de Gonzaga marchese.[285]
Le tombe di Lucrezia, d'Alfonso e di molti altri membri della casa d'Este in Ferrara sono scomparse. Indarno cerchi colà o a Modena il ritratto della famosa donna. Neppur uno n'è rimasto; e nondimeno è certo che pittori di grido la ritrassero. Ed in Ferrara non era difetto di pittori: v'era il Dossi, il Garofalo, il Cosma ed altri. Anche il Tiziano avrà dipinto la bella duchessa. Il ritratto da lui fatto d'Isabella d'Este Gonzaga, l'emula, quanto a bellezza, della Lucrezia, si conserva nella Galleria Belvedere a Vienna. È un'avvenente figura di donna d'un bello ovale e dalle linee molto corrette, dagl'occhi bruni e dall'espressione di femminile dolcezza. Manca un ritratto di Lucrezia per mano dello stesso maestro; mentre quello della Galleria Doria attribuito a lui o da altri a Paolo Veronese, tuttochè questo artista non sia nato che il 1528, è una delle tante invenzioni solite a incontrarsi nelle gallerie. Così pure nella Galleria stessa v'è una figura di grandezza naturale di donna dalle forme di amazzone con elmo in mano, che si attribuisce a Dosso Dossi; e s'è affermato senza tanti discorsi essere il ritratto della Vannozza.
Ad alquanta verosimiglianza potrebbe piuttosto pretendere un ritratto ad olio, proprietà di monsignor Antonelli, direttore del Gabinetto numismatico di Ferrara, non perchè porti in caratteri alquanto antichi il nome di Lucrezia Borgia, ma perchè alcuni lineamenti sembrano rassomigliare a quelli del medaglione. Ad ogni modo, questo non è ritratto autentico, come non sono tampoco i due su maiolica posseduti dall'inglese Rawdon Brown in Venezia; lavori, secondo l'ipotesi di costui, di Alfonso stesso, dilettante di pittura delle maioliche. Quando anche tale opinione potesse esser fondata, il che non è, simili ritratti puramente decorativi appena offrirebbero qualche somiglianza.
Altri ritratti certi di Lucrezia Borgia non vi sono, tranne quelli nella medaglia, impressa nel periodo della sua vita in Ferrara. Uno è in fronte di questo libro: è il più perfetto di tutti, e può dirsi anche ch'è una delle più notevoli impronte della Rinascenza. Pare ne sia stato autore Filippino Lippi nell'anno 1502, dopo il matrimonio di Lucrezia con Alfonso. Il rovescio porta un'immagine caratteristica non solo pel tempo, ma per Lucrezia stessa: Amore con le ali mezzo strappate, legato ad un lauro; accanto un violino, e più sotto carte di musica; la faretra dell'amoroso Iddio infranta pende a un ramo dell'albero; e l'arco per terra con la corda spezzata. Intorno l'iscrizione: _Virtuti Ac Formae Pudicitia Praeciosissimum_. Con tali simboli l'artista volle forse significare che il tempo de' liberi ludi amorosi eran passati, e con l'albero d'alloro alluse forse alla gloriosa casa degli Este. Se codesta allegoria, alquanto ardita, poteva nulladimeno convenire per una sposa qualunque, per Lucrezia Borgia poi fu davvero la più appropriata che potesse immaginarsi.[286]
Guardando quella testa attraente, da' lunghi capelli disciolti, un senso di maraviglia t'assale. Niun contrasto maggiore di quello che passa tra l'immagine reale e l'immagine che ciascuno si sarà fatta di Lucrezia Borgia, secondo la rappresentazione tradizionale del carattere di lei. Quell'effigie presenta un aspetto d'infantile candore, di una espressione singolare, senza linee classiche nel profilo. Bello non si direbbe nemmanco. Diceva il vero la marchesana di Cotrone, scrivendo a Francesco Gonzaga, che Lucrezia non aveva nulla di particolarmente bello, ma ciò che si chiama _dolce ciera_. La testa di lei ha punta o poca somiglianza con quella del padre, quale le migliori medaglie lo raffigurano; meno forse nel naso fortemente profilato. La linea frontale di Lucrezia è prominente, mentre in Alessandro VI è depressa; e il mento scende in quella alquanto indietro, in questo invece sta con la bocca sulla stessa linea.
Un'altra medaglia non rappresenta Lucrezia co' capelli disciolti, ma col capo avvolto da una rete e dalla lenza, un nastro ornato di pietre preziose o di perle. La chioma copre l'orecchio; e quindi dalle spalle in giù una lunga treccia, proprio nella forma allora in uso, come può, ad esempio, vedersi in una bella medaglia di Elisabetta Gonzaga d'Urbino.[287]
I documenti, che hanno fornito i materiali a questo libro, pongono ogni lettore in grado di formarsi un giudizio su Lucrezia Borgia. Questo sarà forse approssimativamente giusto o per lo meno più giusto di quello omai trasmesso e per tradizione accettato. Gli uomini del passato sono problemi pe' giudici loro. Se giudicando di contemporanei a noi conosciuti, diamo ne' più madornali errori, quanto più non siamo esposti ad errare appena che vogliamo comprendere la natura di uomini, che ci stanno dinanzi solo come ombre. Tutte le condizioni personali alla loro vita e tutto l'intreccio delle circostanze di luogo, di tempo, di persone, nel cui mezzo s'andaron formando, e i più intimi secreti dell'esser loro giacciono lì, qual serie di fatti tutti scissi e divisi; e da questi frammenti uopo è per noi ricostruire un carattere. Per chi guardi alla legge di causalità, la storia è la giustizia del mondo. Ma non di rado la storia scritta è per sè il più ignorante de' tribunali. Molti caratteri storici vedrebbero ne' ritratti loro fatti ne' libri come tante caricature, e di cuore riderebbero del giudizio sul conto loro portato.
Lucrezia Borgia forse consentirebbe con chi attenendosi a' documenti del tempo osasse affermare, ch'ella fu donna leggiera, amabile e infelice insieme. L'infelicità sua in vita furono gli avversi casi da lei in parte immeritati; e, dopo morte, l'opinione che s'andò formando intorno il suo carattere. Il marchio d'infamia sulla sua fronte impresso seppe ella stessa, come duchessa di Ferrara, cancellare; ma apparve di nuovo, poichè fu morta. E come presto riapparisse, lo mostra il giudizio che davano di lei i Della Rovere in Urbino. Nel 1552 Guidobaldo II, figlio di Francesco Maria e di Eleonora Gonzaga, doveva sposarsi con Giulia Varano; ma domandò invece la mano di una Orsini. Il padre gli oppose i matrimonii di principi con donne indegne di loro; fra gli altri, quello di Alfonso di Ferrara. Costui — diceva egli — s'è disposato con Lucrezia Borgia, con una donna _di quella sorta che pubblicamente si sa_, e ha dato anche a suo figlio _un mostro_ (Renata). Guidobaldo confermò cosiffatto giudizio: rispose che egli sapeva d'avere un padre, che giammai non lo vorrebbe costringere a prendere una sposa come Lucrezia Borgia, _di quella mala sorta che fu quella, e con tante disoneste parti_.[288] Così l'opinione continuò a propagarsi, e Lucrezia Borgia divenne il tipo di ogni abiezione femminea, sino a che Vittor Hugo nel suo dramma e il Donizetti nella sua opera non la portarono sulle scene appunto sotto quei colori.
Ancora, per concludere, qualche parola intorno ad Alfonso e alla discendenza sua e di Lucrezia. Il duca di Ferrara sopravvisse alla moglie altri 15 anni, che furono difficili e procellosi. Seppe non pertanto con prudenza resistere e mantenersi contro l'odio papale de' Medici. Si vendicò di Clemente VII col sacco di Roma, cui resero possibile i soccorsi suoi all'esercito imperiale. Ebbe da Carlo V Modena e Reggio; e di tal guisa fu in grado di trasmettere agli eredi suoi gli antichi Stati di casa d'Este nella integrità loro. Non passò ad altre nozze. Ma Laura Eustochia Dianti, bella e giovane ferrarese, gli fu compagna. Questa gli partorì due figliuoli, Alfonso e Alfonsino. Egli morì il 31 ottobre 1534 di 58 anni, quando i fratelli lo avevano già preceduto nel sepolcro, il cardinale Ippolito nel 1520 e Don Sigismondo nel 1524.
Da Lucrezia Borgia ebbe cinque figliuoli. Ercole fu suo erede al trono. Ippolito fu cardinale; morì il 2 dicembre 1572 in Tivoli, ove suo monumento è la Villa d'Este. Eleonora fu monaca nel monastero del _Corpus Domini_, e vi morì il 15 luglio 1575. Francesco fu marchese di Massalombarda, e morì il 22 febbraio 1578. In fine Alessandro, morto, come s'è detto, varcata appena l'età di due anni, il 10 luglio 1516.
Il figlio di Lucrezia Ercole II regnò sino all'ottobre 1559. Suo padre nel 1528 avevalo sposato con Renata, la brutta, ma molto intelligente figliuola di Luigi XII. Lucrezia non aveva visto mai la sua nuora, e non mai sospettato neppure che Renata potesse divenir tale. La vita di questa celebre duchessa costituisce un importante episodio nella storia di Ferrara. Essa fu seguace entusiastica di quella Riforma, che finalmente penetrò nel mondo, intesa ad emancipare lo spirito da una Chiesa, a capo della quale erano stati i Borgia, i Della Rovere e i Medici. E per questo i Della Rovere la chiamavano un _mostro_. Per un certo tempo Renata tenne nascosti alla corte sua Calvino e Clemente Marot.
Un caso strano occorse: appunto alla corte del figliuolo di Lucrezia nel 1550 apparve un uomo, che valse a rinnovar la memoria della storia della famiglia Borgia, già quasi diventata un mito per la generazione allora vivente. Era Don Francesco Borgia, duca di Gandia, e ora, nell'anno 1550, gesuita. La sua inattesa comparsa in Ferrara ci porge occasione di fare un cenno delle vicende di casa Gandia.
Di tutti i discendenti di Alessandro VI i più fortunati furono appunto quei che tolsero l'origine dall'ucciso Don Juan. La vedova donna Maria visse un pezzo in grande reputazione alla Corte della regina Isabella di Castiglia. Poscia, presa da malinconia e da bigottismo, andò a chiudersi in un monastero. Morì l'anno 1557. Il suo unico figlio Don Juan, ancora bambino, era successo allo sciagurato padre nel Ducato di Gandia, ed aveva anche serbati i possedimenti nel Napoletano. Questi comprendevano un territorio esteso in Terra di Lavoro con le città di Sessa, Teano, Carinola, Montefuscolo, Fiume, e altre. Il giovane Gandia nel 1506 le cedette al re di Spagna, e ne fu compensato pecuniariamente: il gran capitano Consalvo ebbe il Principato di Sessa.
Don Juan restò in Spagna, ove fu uno de' Grandi, e di grado elevato assai. Sposò Giovanna d'Aragona, principessa della caduta Casa reale di Napoli; e in seconde nozze, nell'anno 1520, donna Francesca de Castro y Pinos, figlia del visconte d'Eval. I matrimonii de' Borgia furono la maggior parte assai fecondi. Venuto a morte codesto nipote di Alessandro VI nel 1543, non lasciò meno di quindici figliuoli. Le figlie si maritarono con Grandi di Spagna, e i figli appartennero alla più cospicua nobiltà del paese, ove conseguirono altresì le più alte cariche. Il maggiore, Don Francesco Borgia, nato il 1540, fu duca di Gandia, un gran signore, molto stimato alla Corte di Carlo V, che lo fece vicerè di Catalogna e commendatore di Santo Jago. Accompagnò anche l'imperatore nelle spedizioni in Francia e sino in Affrica. Il 1529 erasi ammogliato con Eleonora de Castro, dama di corte dell'imperatrice. E n'ebbe cinque figliuoli e tre figliuole. Morta la moglie nel 1546, nulla più lo trattenne dal seguire la passione, che da lungo tempo covava in seno, per la Compagnia di Gesù, quella cioè di rinunziare per sempre alla sua splendida condizione e di farsi gesuita. Pareva quasi una misteriosa tendenza ve lo spingesse, per scontar così i peccati della casa sua. Eppure non deve far maraviglia di trovare un pronipote di Alessandro VI sotto l'abito de' Gesuiti. La stessa demoniaca energia di volontà, per la quale i Borgia eransi segnalati, animava pure il loro compatriotta Loyola, benchè sotto altra forma e rivolta a diverso scopo. Ed anche le massime del _Principe_ del Machiavelli divennero la parte politica delle costituzioni gesuitiche.
Il duca di Gandia andò nel 1550 a Roma per gettarsi a' piedi del Papa e divenire membro dell'Ordine. Appunto allora Paolo III, fratello di Giulia Farnese, era morto, e Giulio III Del Monte asceso alla Santa Sede. Ma in Ferrara era ancora sul trono Ercole II, zio cugino di Don Francesco. Egli si ricordò della parentela e lo invitò, andando a Roma, di passar per Ferrara. Francesco si fermò alla corte del figlio di Lucrezia tre giorni, e vi fu ricevuto anche da Renata. Non si sa se l'entusiastico discepolo di Loyola fosse a notizia de' sentimenti religiosi dell'amica di Calvino. Il loro incontro però, nella patria del Savonarola e nell'appartamento di Lucrezia, offriva un contrasto acutissimo e de' più strani. Francesco continuò quindi per Roma; donde poscia tornò presto di nuovo in Spagna. Morto il Lainez, fu nel 1565 terzo Generale della Compagnia di Gesù. Morì in tal qualità a Roma l'anno 1572. La Chiesa lo santificò; così un pronipote di Alessandro VI divenne un santo.[289]
La discendenza di questo Borgia si ramificò, innestandosi con le più nobili famiglie di Spagna. Il suo primogenito Don Carlos, duca di Gandia, sposò donna Maddalena, figlia del conte Oliva della casa Centelles. Così quella famiglia, cui apparteneva il primo promesso sposo di Lucrezia, s'imparentò un mezzo secolo più tardi con i Borgia. La stirpe de' Gandia durò sin nel secolo XVIII, nel quale ebbe anche due cardinali Borgia.
Ercole II non scoprì le eretiche relazioni di sua moglie che nel 1554. La cacciò in un chiostro. Ma la nobile principessa restò fedele alla Riforma. Quando l'Inquisizione soffocò a Ferrara il moto riformatore, essendo duca il figlio suo, ella rientrò in Francia. Ivi visse fra Ugonotti nel suo Castello di Montargis, e vi morì nel 1575. Per strana combinazione il duca di Guisa fu proprio genero di lei.
Renata diede al marito parecchi figliuoli: Alfonso, principe erede; Luigi, più tardi cardinale; donn'Anna, sposatasi appunto col duca di Guisa; donna Lucrezia, poscia duchessa d'Urbino; e donna Leonora, rimasta nubile.
Il figlio Alfonso II successe nel Governo di Ferrara l'anno 1559. È quel duca reso immortale dal Tasso. Come l'Ariosto, al tempo del primo Alfonso e di Lucrezia, aveva glorificata la casa d'Este con un poema monumentale, così ora Torquato Tasso continuava codesta specie di esaltazione tra i nipoti, quando sul trono di Ferrara sedeva il secondo Alfonso. Il caso metteva così ai servizii della stessa corte i due più grandi poeti epici d'Italia. La sorte del Tasso è uno dei più sinistri ricordi della casa d'Este; eppure, che il cigno canoro abbia fatto risuonare proprio in mezzo alla corte di Ferrara la sua canzone, è, al tempo stesso, l'ultimo dei ricordi che abbia importanza nella storia di quella. Perchè con Alfonso II, nipote di Lucrezia Borgia, morto senza figliuoli, s'estinse il 27 ottobre 1597 la linea legittima della famiglia d'Este. Don Cesare, un nipote di Alfonso I, figlio di quell'Alfonso, che Laura Dianti aveva a colui partorito e di donna Giulia Della Rovere di Urbino, salì, è vero, al trono di Ferrara alla morte di Alfonso II, come suo erede per legge; ma il Papa nol volle riconoscere. Indarno cercò mostrare come l'avo suo, poco prima di morire, avesse regolarmente sposato Laura Eustochia, e che fosse per questo divenuto egli legittimo erede della casa. A nulla giovò che i giureconsulti perorassero la validità delle pretensioni di Don Cesare innanzi ai tribunali di papi ed imperatori. E approdò ancor meno, che, sull'esempio del Muratori, quei diritti, a tutt'oggi, fossero dai Ferraresi sostenuti. A Don Cesare fu giuocoforza sottomettersi alla decisione di Clemente VIII. Il 13 gennaio 1598 il nipote di Alfonso I dovette firmare la rinunzia al Ducato di Ferrara. Con la moglie Virginia dei Medici e coi figliuoli abbandonò quella, che per secoli era stata la residenza degli antenati suoi, e si ridusse a vivere a Modena col titolo di Duca di questa città, alla quale s'aggiunsero anche Reggio e Carpi.
Don Cesare continuò quivi la linea collaterale degli Este. Sullo scorcio del secolo XVIII, mercè l'arciduca Ferdinando, essa trapassò nella casa Austro-Estense. Ed anche questa oggi è venuta meno. E caduta pure è la dominazione dei Papi in Ferrara. Là ove un tempo, quando nel 1502 Lucrezia Borgia fece il suo ingresso, sorgeva Castel Tedaldo; là, ove Clemente VIII fece erigere la grande fortezza, oggi non è che un campo: la fortezza fu smantellata nel 1859. In quel campo sta dimenticata e quasi sperduta la statua di Paolo V, e intorno intorno tutto è solitudine. Così anche oggi, innanzi alla rôcca di Giovanni Sforza in Pesaro sorge una colonna, dalla quale la statua fu abbattuta: sulla base si legge: «Colonna di Urbano VIII; ecco tutto quel che ne rimane.»
APPENDICE DI DOCUMENTI
ALLA LUCREZIA BORGIA.
INDICE DE' DOCUMENTI.
DOCUMENTO
I. Tavole nuziali tra Gianandrea Cesarini e Girolama Borgia. — (24 gennaio 1482) Pag. 353 II. Tavole nuziali tra Carlo Canale e Vannozza Catanei. — (8 giugno 1486) 354 III. Tavole nuziali tra Ursino Orsini e Giulia Farnese. — (20 maggio 1489) 355 IV. Tavole nuziali tra Lucrezia Borgia e Don Cherubin Joan de Centelles. — (26 febbraio 1491) 358 V. _Ad Bovem Borgia_ 364 VI. Beatrice Borgia ad Alessandro VI. — (9 settembre 1492) 365 VII. Scioglimento del contratto di matrimonio tra Lucrezia Borgia e Don Gaspare. — (8 novembre 1492) ivi VIII. Ercole d'Este ad Alessandro VI. — (3 gennaio 1493) 371 IX. Minuta delle tavole nuziali tra Lucrezia Borgia e Giovanni Sforza. — (2 febbraio 1493) 372 X. Gianandrea Boccaccio al duca di Ferrara. — (13 giugno 1493.) 376 XI. Lorenzo Pucci al fratello Giannozzo. — (23, 24 dicembre 1493) 378 XII. Don Juan, duca di Gandia, al marchese Gonzaga. — (12 settembre 1496) 381 XIII. Poesia sulla morte di Don Juan di Gandia. — (16 giugno 1497) ivi XIV. Il cardinale Giuliano Della Rovere ad Alessandro VI. — (10 luglio 1497) 382 XV. Annullamento del contratto matrimoniale tra Lucrezia Borgia e Don Gasparo. — (10 giugno 1498) ivi XVI. Primo contratto di matrimonio tra Lucrezia Borgia e Don Alfonso d'Aragona. — (20 giugno 1498) 385 XVII. Atto relativo alla eredità reclamata da donna Maria Enriquez per suo figlio Don Juan. — (19 dicembre 1498) 389 XVIII. Tavole nuziali tra Laura Orsini e Federico Farnese. — (2 aprile 1499) 390 XIX. Protesta di Jacopo Gaetani contro la Sentenza inflittagli. — (7 febbraio 1500) 391 XX. Elisabetta, duchessa d'Urbino, al fratello Francesco Gonzaga. — (21 marzo 1500) 393 XXI. Cesare Borgia al marchese Gonzaga. — (24 maggio 1500) 394 XXII. _Dyalogus mortis et Pontificis laborantis febre._ — (1500) 395 XXIII. Istrumenti relativi alla promessa di matrimonio di donna Angela Borgia con Francesco Maria Della Rovere. — (25 agosto e 2 settembre 1500) ivi XXIV. Giovanni Sforza al marchese Gonzaga. — (17 ottobre 1500) 396 XXV. Pandolfo Collenuccio al duca Ercole di Ferrara. — (29 ottobre 1500) 397 XXVI. Alessandro VI alla Signoria di Firenze. — (13 luglio 1501) 400 XXVII. Bolla di Alessandro VI relativa all'Infante romano Gio. Borgia. — (1º settembre 1501) 401 XXVIII. Idem. — (1º settembre 1501) 405 XXIX. Saraceni e Bellingeri al duca Ercole. — (23 settembre 1501) 408 XXX. Saraceni allo stesso. — (26 ottobre 1501) 409 XXXI. Gianluca Pozzi allo stesso. — (23 dicembre 1501) 410 XXXII. Sposalizio di donna Lucrezia Borgia con Don Alfonso d'Este mercè procura. — (28 dicembre 1501) 411 XXXIII. Alessandro VI alla Comunità di Nepi. — (28 dicembre 1501) 413 XXXIV. Pozzi e Saraceni al duca Ercole. — (2 gennaio 1502) 414 XXXV. El Prete alla marchesa Isabella Gonzaga. — (2 gennaio 1502) 415 XXXVI. Il cardinal Ferrari al duca Ercole. — (9 gennaio 1502) 417 XXXVII. Pozzi e Saraceni allo stesso. — (13 gennaio 1502) 418 XXXVIII. Il duca Ercole ad Alessandro VI. — (14 febbraio 1602) 421 XXXIX. La marchesa Isabella Gonzaga a Lucrezia Borgia. — (18 febbraio 1502) 422 XL. La stessa ad Adriana Ursina. — (18 febbraio 1502) ivi XLI. Cesare Borgia alla sorella Lucrezia. — (20 luglio 1502) 423 XLII. Francesco Troche alla marchesa Isabella Gonzaga. — (1º settembre 1502) ivi XLIII. Lo stesso alla stessa. — (5 ottobre 1502) 424 XLIV. Isabella Gonzaga a Cesare Borgia. — (15 gennaio 1503) ivi XLV. Cesare Borgia ad Isabella Gonzaga. — (1º febbraio 1503) 425 XLVI. Il duca Ercole a Giangiorgio Seregni, suo oratore in Milano. — (24 agosto 1503) 426 XLVII. Giovanni Sforza al marchese Gonzaga. — (25 agosto 1503) 427 XLVIII. Don Jofrè Borgia allo stesso. — (18 settembre 1503) ivi XLIX. Il marchese Gonzaga a sua moglie Isabella. — (22 settembre 1503) 428 L. Il duca Ercole a Lucrezia Borgia. — (4 ottobre 1503) 429 LI. Lucrezia Borgia al marchese Gonzaga — (18 agosto 1505) 430 LII. Tavole nuziali tra Niccolò De Rovere e Laura Orsini. (Novembre 1505) 431 LIII. Cesare Borgia al marchese Gonzaga. — (7 dicembre 1506) 433 LIV. Lucrezia Borgia allo stesso. — (28 dicembre 1506) ivi LV. La stessa allo stesso. — (15 gennaio 1507) 434 LVI. Vannozza alla figlia Lucrezia. — (febbraio 1515) 435 LVII. Vannozza al cardinale Ippolito d'Este. — (14 settembre 1515) 436 LVIII. Vannozza alla figlia Lucrezia. — (19 dicembre 1515) 437 LIX. Lucrezia Borgia a Leon X. — (22 giugno 1519) 438
FACSIMILE I. Alessandro VI a Lucrezia Borgia. 441 II. Cesare Borgia ad Isabella Gonzaga. 443 III. Lucrezia Borgia alla stessa. 445
DOCUMENTI
DOCUMENTO N. I.
_Tavole nuziali tra Gianandrea Cesarini e Girolama Borgia._
24 gennaio 1482.
In dei no. am. Anno pont. Indict. et mense quibus supra die vero Jovis XXIIII. In presentia mei publici not^ii etc. R^mus in xpo pr et dnus dnus RODERICUS BORGIA Eps portuensis S. R. E. Cardinalis ac Vicecancellarius paterna caritate et affectione ductus ac motus erga nobilem et honestam ac generosam puellam virginem JERONIMAM sororem excellentis et generosi adolescentis dni PETRI LUDOVICI DE BORGIA et JOHANNIS DE BORGIA infantis germanor. fratrum volens et intendens ipsam Jeronimam puellam que de sua domo et familia existit veluti filiam recognoscere et tractare et pro honore dicte sue domus et familie ipsam condecenter maritare ac dotare dotemque sibi condignam constituere In pres. mei publici notarii et rogator. ad infrascripta pacta et sponsalia in dei no. cum mag^co viro dno GABRIELLE DE CESARINIS domicello Romano Regionis S^ti Eustachi patre ac legitimo administratore spectabilis adolescentuli JOHANNIS ANDREE sui legitimi ac naturalis filii inter eos habita tractata et solemniter conclusa et firmata devenit in hunc qui sequitur modum et formam vid.
_Seguono le stipulazioni_. _La dote è di_ 4000 ducator. auri in auro.
. . . . . . .
Acta fuerunt hec in palatio R^mi dni Card^lis Mediolanensis in quad. camera magna ejusdem palatii ubi ipse R^mus dnus residet et audientiam dare solet presentib. ibidem dicto R^mo pre dno Stefano de Nardinis tt^i Sancte Marie in transtiberim presbitero cardinale Mediolanensi vulgariter nuncupato ac etiam R^mo in xpo pre dno Jo. Bap^ta tt^i Sancti (Nicolai in Carcere) Cardinale de Sabellis vulgarit. dicto ac Magº et Illº, armor. capitaneo et ductore dno Virginio quond. dni Neapulionis de Orsinis Juliano de Cesarinis de Regione Pontis Antonio de porcariis Regionis pinee, Romanis civibus testibus ad predicta omnia et singula adhibitis et rogatis.
(Protocollo del Notaio Camillo Beneimbene, nell'Archivio de' Notai al Campidoglio.)
DOCUMENTO N. II.
_Tavole nuziali tra Carlo Canale e Vannozza Catanei._
8 giugno 1486.
Eodem anno pont. Ind. et mense die vero VIII. Junii. In presentia mei not. et testium etc. honesta Mulier DNA VANNOTIA relicta quond. dni... scriptoris apostolici Intendens ad secunda vota transire ac se matrimonio collocare et nuptias contrahere cum spectabili viro dno CARULO CANALE DE MANTUA.
Ante nuptias donavit eidem presenti et acceptanti ducatos auri in auro Mille et ultra donavit eidem similiter psenti et acceptanti unum ex officiis sollicitator. bullarum aplicar. et (promisit) facere et curare quod suis sumptibus dictum officium dicto dno Carulo conferatur vel gratis concordetur. Amplius et promisit eid. psenti in dotem et dotis nom. et pro jocalibus dare tradere et consignare eidem illud quod concorditer asseruerunt fuisse constitutum inter eos per manus spectabilis viri Dni Francisci de Maffeis scriptoris apostolici ac basil. S. Petri canonici et laurentii Barbarini de Catellinis Ro^ni civis presentium et sic esse affermantium quorum dictis stare et credere promiserunt et convenerunt et tempore quo fiet salutio dotis promiserunt facere contractus cum cautelis ypotecis promissionibus et stipulationib. consuetis et cum dicta donatione dotis et jocalium constitutione. prefatus dnus Carolus interrogatus per me notar. ut publicam personam si volebat recipere habere et tenere in suam legitimam uxorem prefatam dnam Vannotiam respondit volo et similiter interrogata dicta dna Vannotia si volebat recipere dictum dnum carolum presentem in suum legitimum Maritum et ipsum pro legitimo viro habere et tenere secundum ritum sancte matris ecclie respondit volo. Et sic mutuo consensu et interveniente anuli aurei immissione in digito anulari ipsius dne Vannotie per ipsum dnum Carolum immissi matrimonium legitimum ac mutuo consensu interveniente per verba de presenti sponte contraxerunt. Que quid. omnia et singula perpetuo attendere et observare promiserunt. Rogaveruntque me not^m ut publicum conficerem instrumentum unum vel plura et totiens quotiens etc.
Acta fuerunt hec Rome in domo habitationis prefate dne Vannotie site in R^ne Arenule juxta plateam de branchis presentibus Rd.º pre dno (_mancano parecchie parole_) Juliano Gallo Mercatore Bruchardo Barbarino et Dodro (sic) de Carnariis et aliis quampluribus testibus ad predicta vocatis et rogatis.
(Protocollo del Notaio Camillo Beneimbene, nell'Archivio de' Notai al Campidoglio.)
DOCUMENTO N. III.
_Tavole nuziali tra Ursino Orsini e Giulia Farnese._
20 maggio 1489.
I. D. o. n. Anno pont. et Ind. quibus supra mensis vero Mai die XX^ma in presentia R^mi in xpto pris dni. R. Cardinalis et Epi. portuensis S. R. E. Vicecancellarii ac R.^orum patrum dni Bartholomei Martini Epi Segobricensis dni Francisci Garzett Canonici Toletani et Johannis Staglie civis Romani et mei publ. notarii ad hec adhibitorum et rogatorum. Cum sicut infrascripte partes asseruerunt et sponte confesse fuerunt, alias inter mag.^cum dom. URSINUM filium quond. mag.^ci dni LUDOVICI DE URSINIS dni Castri Vasanelli et mag.^cam dnam dnam ADRIANAM matrem et tunc tutricem dicti dni Ursini ex una et mag.^cam et honestam puellam dnam Juliam filiam quondam Mag.^ci viri dni PETRI LUISII DE FARNESIO tunc in humanis existentis et ipsum quond. dom. petrum ut patrem et legitimum tunc administratorem prefate Julie parte ex altera contracta fuerint sollemnia sponsalia de futuro cum promissionibus dotis et aliis promissionib. et pactis inter eos initis et contractis et ad presens dicti sponsi puberes facti dicta sponsalia rata grata et firma habentes in dicta promissione ipsorum nomine facta perseverantes ac persistentes dicta sponsalia ac legitimas nuptias solemni ac legitimo consensu de presenti interveniente et per traditionem et immissionem anuli sponsalis contrahere velint et de dicta dote promissa ydoneas cautiones facere et recipere. Ea propter [Mag.^cus vir dnus ALEXANDER filius et heres prefati quond. dni petri loisi de farnesio et ut frater et conjuncta persona prefate dne Julie qui primo et ante oia cum juramento sollemni tactis corporaliter sacris scripturis in manibus mei Not^i ad sancta Dei evangelia infrascripta oia et singula perpetuo attendere et observare et contra non facere dicere vel venire ratione sue minoris etatis XX^ti aut XXV annor. nec restitutionem in integrum postulare pro se ipso ac vice et noie Mag^ci viri dni ANGELI DE FARNESIO sui germani fratris et coheredis pro quo et se et bona sua principaliter et in solidum obligavit et de rato et rati habitione promisit et se facturum et curaturum ita et taliter et cum effectu quod dictus suus frater infrascripta oia et singula rata et firma habebit et contra non faciet dicet vel veniet ut supra. Et una cum prefato dno Alexandro] [Hoc totum scriptum fuit antequam stipulatum fuerit instrumentum deinde non fuit stipulatum quia defuit presentia dni Alexandri qui expectabatur et non venit ideo sic cancellatum fuit manu mei Notii.] Rd^us in xpo pr. dnus JACOBUS DE GAYTANIS prothonotar. apostolicus et Mag^cus et generosus vir dnus COLA DE GAYTANIS germani fres avunculi conjuncteque persone ejusdem Julie similiter de rato et rati habitione promictentes et sese in solidum obligantes et ex certa scientia obligari et teneri volentes promiserunt, et sollemni pactione et stipulatione intervenientib. convenerunt, dicto dno URSINO sponso prefate dne Julie presenti et michi Notº ut publice persone legitime stipulanti nuptiar. tempore et infra dilationes infrascriptas dare solvere numerare et in pecunia numerata cum effectu traddere eidem dno Ursino pro dote et dotis promisse nomine ad opus et utilitatem prefate dne Julie summam et quantitatem trium milium et quingentor. ducator. auri de camera ad computum LXXII. bl. pro quolibet duc. de qua integra summa dotis Mille solvere promiserunt infra termin. duor. annor. proxime futuror. a die presentis contractus incipiendor. et ut sequitur finiendorum Reliquos vero solvere promiserunt infra dilationes infrascriptas vz. quia singulis futuris annis post cursum dictor. duor. annor. solvere promiserunt dicto dno. Ursino ducatos sexcentos usque ad integram solutionem totius summe dictor. trium milium quingentor. ducator. cum omnib. dannis expensis et interesse dicta ex causa et indefectum solutionis predictor. vel aliorum ipsorum patiendis faciendis et incurrendis de quib. stare et credere simplici dicto et justo dicti dni Ursini et suor. heredum et successor. absque alia judicis taxatione seu boni viri arbitratu me Not.º sollemniter stipulante pro eo et dictis heredib. et successorib. omnibusq. quor. interest vel intererit in futurum Cum pactis et conventionibus sollemni stipulatione vallatis de restituenda vel lucranda dicta dote in omnem casum et eventum matrimonii dissolvendi secundum formam et dispositionem juris communis et secund. consuetudinem inter magnates urbis hacten. observatam. Et precibus et rogatu prefator. dnor. ALEXANDRI DE FARNESIIS dni JACOBI prothon. et dni COLE DE GAYTANIS sui fris. et cujuslib. ipsor. Magcus vir dom. Gabriel de Cesarinis ac ven. vir dom. FRANCISCUS DE LENIS Canonicus Roman. et dom. MARIUS DE MELLINIS Franciscus de Lenis filius et specialis nuntius R^di ptris dni petri de lenis Clerici cam^re apostolice ab eo prout asseruit ad hoc missus pro quo et se obligando de rato promisit et LELLUS STEFANI DE LELLIS et FRANCIS. TEOLI omnes cives Romani sartus se ad infrascripta non teneri nec obligari sed teneri et obligari volentes ex certa eorum et cujusq. ipsor. scientia ipsi et quilib. ipsor. pro rata sponte sollemniter fidejubendo et intercedendo promiserunt et juraverunt se facturos et curaturos ita et taliter et cum effectu quod dicti principales expromissores predicta omnia et singula per eos promissa et pacta observabunt et adimplebunt et temporib. et dilationibus supra expressis dictam promissam dicto dno Ursino persolvent. Alias teneri voluerunt ipsi et quilib. ipsor. pro rata ad integr. solution. dictor. trium mil. et quingentor. ducator. infra dilationes supra expressas vd. quisq. pro rata sua tantum Que quidem omnia et sing. tam dicti principales expromissores quam fidejussores prefati perpetuo attendere et observare ut sup. promiserunt, contraq. non facere dicere nec venire pro quib. obligaverunt sese et omnia et sing. ipsor. bona mobilia stabilia presentia et futura et voluerunt pro predictis posse conveniri et cogi in omni loco et in omni foro et coram quocunq. judice ecclesiastico vel seculari et feriatis dieb. quibus renuntiaverunt expresse, renuntiaverunt et privilegio fori et omnib. exemptionib. ac defensionib. quib. contra promissa facere dicere vel venire possent vel aliquis eorum posset. Renuntiaver. etiam expresse dicti expromissores et fidejussores capituli divi hadriani et nove constitutionis beneficio ac beneficio de duob. vel plurib. reis debendi dividendar. et cedendar. actionum. Et juraverunt omnes sollemniter. Rogaveruntq. me notarium et dederunt potestatem.
Actum in domib. prefati R.^mi D. Vicecancellarii in cam. stellarum presente ipso R.^mo dno aliisque prenominatis supra descriptis etiam pro testibus adhibitis et rogatis.
Eisdem Anno pont. mense die vero XXI. factus fuit sollemnis contractus nuptiar. [Arratio solemnis] per immissionem anuli et legitimo consensu interveniente per verba vis volo ad interrogationem mei Notarii Si vellent alter in alterius legitimum matrimonium. primo dictus Ursinus respondit velle deinde similiter prefata dna Julia ibid. presens ipsum Ursinum in legitimum virum habere velle respondit Adstantibus ibi R.^mo d.^no Vicecancellario prefato R.^mo d.^no CARDINALE DE URSINIS R^mo d.^no RINALDO DE URSINIS Archiep. Florentino et magna prelatorum et Magnatum et Nobilium Viror. multitudine. In domib. prefati dni Vicecancellarii in porticu seu viridario de quib. ego idem Notarius rogatus fui cum potestate extendendi in ampliori forma si opus fuerit.
Eisd. anno pont. mense et die et in eod. loco personaliter constitutus coram me Not. et testib. infrascriptis Mag.^cus vir d^nus ANGELUS DE FARNESIO [Promissio indemnitatis cum ratificatione facta per M. d. Angm de farnesio.] qui primo et ante omnia cura sollemni juramento tactis sacris scripturis renuntiavit beneficio minoris etatis XXV. annor. et asserens se esse maiorem XX^ti et promisit non contravenire ac de rato et rati habitione promisit pro dno Alexandro ejus germano fare et se facturum certa prout asseruit habens scientiam de contractu promissionis dotis nomine dne Julie sue sororis Mag.^co d^no Ursino et de fidejussorib. prefatis pro summa trium mil. quingentor. ducator. et de aliis contractis in obligatione per eos facta Ad requisitionem et interpellationem Mag.^ci d^ni Nicolai de Gaitanis ibidem presentis ac etiam mei Not.^ii publici sponte et ex certa ejus scientia et non per errorem Ratificavit emologavit et confermavit omnia et sing. facta gesta promissa et contracta per ipsum Mag.^cum d^num Nicol. Gaytanum ipsius dni Angeli et fratris nomine in dicto contractu sponsalium contenta et celebrata ac fidejussiones propterea prestitas et omnia et sing. in ipso contractu contenta et promisit ipsum dnum Nicolaum et alios expromissores et fidejussores perpetuo conservare ac dissobligare et liberare ab omni obligatione promissionis in fidejussione per eos prestita me Not.º ut publica persona presente et stipulante. Alias teneri voluit dictus dnus Angelus pro se et dicto suo fratre ad omnia et singula damna etc. de quibus etc. et pro quibus etc. Et voluit etc. et renuntiavit etc. et juravit, et dedit potestatem etc.
Actum ubi supra presentibus egregio legum doctore dno FRANCISCO DE MAXIMIS et viro nobile PETRO DE VALLE Romanis civibus testibus etc.
(Protocollo del Notaio Camillo Beneimbene.)
DOCUMENTO N. IV.
_Tavole nuziali tra Lucrezia Borgia e Don Cherubin Joan de Centelles._
26 febbraio 1491.
Capitols fets, e concordats entre lo R^mo S.^or lo senyor don RODRIGO DE BORJA Bisbe de Porto Car^al de Valentia e vicecancellier de la Sancta Sede aplica, e lo mag^co micer ANTONIO PORCARO noble Roma com a curador donat et assignat a la noble e mes virtuosa S^ra dona LUCRETIA DE BORJA Donzella habitant de present en Roma filla carnal de dit R^mo Car^al, e germana del Ill. S^or don JOAN DE BORJA, Duc de Gandia de una part: e lo noble e mag^io S^or Don CHERUBI JOAN DE CENTELLES S^or de la vall de Ayora en Regne de Valencia de part altra per causa e fi del matrimonj mediant la divina gra faedor per dits nobles don Cherubi Joan de Centelles, e Dona Lucretia soberdits, e entre ells, en la forma seguent.
Primerament es pactat, e concordat entre les dites parts que dit R^mo S.^or Car^al com a pare carnal, e dit micer Antonio com a curador e ab voluntat de dita Dona Lucretia per causa e contemplatio de dit matrimoni faedor se haje a obligar et prometer, e, axis obliga, e promet dit R^mo S.^or Car^al, ab bastants obligations e procuras, dar, e, constituir o fer dar, e, constituir a dita dona Lucretia en dot al dit noble don Cherubin Joan de Centelles Trenta tres milia Timbres valents CCC e XXX^m mil sous moneda reals de valentia, çoes Trenta Milia en contants, e Tresmilia en Joyes e arreus de sa perssona. Laqual summa de contants se traura de les seguentes partides çoes XI^m mil Timbres los quals per la clara memoria de DON PELOIS DE BORJA quondam Duc de Gandia en son testament a dita dona Lucretia germana sua, en nom de Dot, e matrimonj faedor foer lexades. It. VIII milia Tymbres dels quals en contemplatio de matrimoni faedor, e, nom de dot, es stada feta donatio a dita Dona Lucretia, per lo R^end S.^or DON CESAR DE BORJA Pro^ri de la sede aplica, e don JOFRE DE BORJA Canonge, e, Pebordre, e, Ardiacha major de la Seu de Valentia germans los dos de dita Dona Lucrezia. Item set milia Tymbres, los quals dit R^mo S.^or Car^al etiam en nom de dot, e contemplatio de matrimonj ha donats a dita Dona Lucretia filla sua carnal, en certa donatio feta en Roma devant lo R^nd Auditor dla Cambra. It. VII. Milia altres Tymbres los quals dit R^mo S.^or Car^al promet donar, com de present dona per vigor de la facultat aell atorgada per la sede ap.^ca Ultra los soberdits VII Milia per compliment de dits XXXIII Milia Tymbres, adita dona Lucretia filia sua: Compresa, empero en dita quantitad deis dits XIII Milia Timbres, que Sª S^ia R^ma li dona la summa dels dits tres milia Tymbres donada a dita Dona Lucretia filia sua per joyes, e arreus de la sua perssona. Les quals joyes e arreus sie estimats valer dits Tres milia Timbres. laqual quantitat de Trenta e Tres Milia Tymbres proçeides en lo modo davant dit, Dit R^mo S.^or Car^al se obligara pagar, o, fer pagar en nom de Dot de dita Lucretia, en los termens de jus scritt.
Item mes attenent que dita Dona Lucretia a XVIIII de Abril prop vinent entrara en edat de dotze anys, es concordat e pactat entre les dites parts, que lo R^mo S.^or Car^al prometa esser tengut et obligat fer, procurar, e donar obra, que dita Dona Lucretia haja e sia tenguda constituir procuradors legitims a contractar dit matrimonj per paraules de present ab dit noble Don Cherubi Joan de Centelles per medi de legitim procurador, o, procuradors a dit arte, specialment per dita dona Lucretia constituits per tot lo mes de Abril del Anny Mil CCCCLXXXXII. en lo qual mes a XVIII dies de aquell haura complits XII anys de sa edat, los quals procurador, o, procuradors per dita dona Lucretia constituits fermara per tot lo mes de Juny sequent, de dit anny Mil. CCCCLXXXXII matrimonj per paraules de present ab lo dit Don Cherubi Joan de Centelles. E axi matrij dit Don Cherubi Joan, sia tengut, es obligar de fermar dit matrimonj ab dita Dona Lucretia per paraules de present dins lo sober dit Terme sots les penes dejus scrites.
Item mes avant es pactat, e concordat entre les dites parts que apres, que lo dit matrimonj sera contractat per paraules de present entre Don Cherubi Joan e Dona Lucretia damunt dits que dit R^mo Car^al sia tengut fer, e procurar, e donar obra, que dita Dona Lucretia sia tramesa adespeses de sua R^ma S^ia e venga en Regne de Valentia e aço dins terme de un alter anny comtador del dia del contracte del matrimonj per paraules de present entre Don Cherubi Joan e dona Lucretia damunt dits o aço, sots les penes jusscrites.
Item es concordat e pactat entre les dites parts que apres dita dona Lucretia sera venguda en Regne de Valentia, ella e dit Don Cherubi Joan sien tenguts de solempnizar dit matrimonj, en faz dla esglia e consumar aquell, e aço, en continent, o alpus tart dins terme de sis meses contadors del dia dela venguda de dita Dona Lucretia en dit Regne, et aço per part sua, procurara e fara meter enobra, ab effecte, dit R^mo Car^al, e don Cherubi Joan ho exemtara per sa part sots les penes de jusscrites e posades.
Item es mes pactat, e concordat entre les dites parts que dins un mes apres de contractat e fermat de matrimonj per paraules de put entre los sobredits don Cherubi Joan, e dona Lucretia per obs de luir e quitar aquells huyt Milia e trescents trenta tres sous quater diners censsals que per lo dit noble Don Cherubi Joan de Centelles foer originalment carregats al spectable COMTE DE OLIVA germa seu ab Carta rebuda per n Antoni barreda not. dla ciutat de Valentia, e lo qual censal de present sefa a diverses persones per lo dit noble Don Cherubi se carregar es faça carregament ala dita noble Dona Lucretia e axi que la proprietat, e preu de dit censal sia convertida en luisio e quitament del dit censal, e la dita noble dona Lucretia per lo dit censal carregador succexea en los drets de prioritat, e potioritat del dit censal delqual sera fet quitament.
Item mes es pactat, e concordat entre les dites parts per conservatio de pau, e amor que los cent, e deu milia sous ques han apagar per lo dit Ill. Don Joan de Borja Duc de Gandia se paga[=r], e sien pagatr ab tot effecte quinze dies ans de la solemnjzatio, e consumatio de dit matrimonj al dit noble don Cherubi Joan de Centelles.
Item mes es pactat, e concondat entre les dites parts que la summa restant de la principal, e integra quantitat del dot que son CCCXXX milia suos, dels quals segons damunt es dit sen de luexe e de falque lo que sera despes per obs de luir e quitar lo Censal sobredit de VIII milia CCCXXXIII suos de renda carregat per lo dit Don Cherubi Joan de Centelles, e Cent, e deu milia suos del Duc de Gandia com damunt es dit. e XXX milia sous de Joyes, e arreus a dita dona Lucretia per dit R^mo S^or Car^al donats, quinze dies ans, de solemnizar en fas de la esglia e consumar aquell dit R^mo S.^or Car^al promet pagar, o fer pagar, e ab effecte consignar tota dita restant quantitat comprenent en aquella los huytanta milia suos, adita Dona Lucretia donats per dits R^nt proto^n Don Cesar, e don Jofre germans seus, laqual sia convertida en compra e carregaments de censals en loc tut e segur en nom de dita noble Dona Lucretia di Borja a tota utilitat, e profit, e seguretat de aquella en axi que si lo dit spectable Comte de oliva volia pender et haver ladita quantitat per via de carregament de censal per luir e quitar censals anties, que fan, e responer lo comdat, e heretat de aquell, e ab carreo dels quals es hereu del spectable comte de oliva quondam pare de aquell, que de la dita quantitat se faça carreggament o carregaments de censals quants volra lo dit spectable comte de oliva, axi que los dits carregament o carregaments sie fets, es faç[=e] per luir, e quitar los dits censals anties ab spetial parte, de succeir en los drets de prioritat, e potioritat, e entots los alters dels dicts censals quitats, e dels qui aquells tindran e posseiran a tota utilitat, e seguretat de la dita Dona Lucretia de Borja, e dels seus.
Item mes es pactat, e concordat entre les dites parts, que si sera cas que por dispositio divina, o alters no sera fet ab acabament solemnizat, e consumat lo dit matrimonj entre los dits nobles D. Cherubi Joan de Centelles e Dona Lucrezia de Borja que en tal cas dit Don Joan Cherubi e sos hereus sien tengust, e obligats restituir, e tornar dins terme de sis meses tota la quantitat que en nom de dita Dona Lucrezia se trobara esser esmerçada, o per dit Don Cherubi en qual se vol maña rebuda a dita Dona Lucrezia de Borja e sos hereus en contants, o censals esmerçats, e compres, o en carregaments e aço a electio, arbiter e mera voluntat dita Dona Lucrezia, eñént en electio sua exigir dita quantitat en comtants, o endits esmerços, o en carregaments, e enaquest derrer cas los censals esmerçats, o comprats de dita quantitat torne e sie pleno jure, e sens diminutio alguna, en domini e senyoria de la dita Dona Lucrezia de Borja e per obit de aquella en domini e senyoria del Ill. Don Joan de Borja Duc de Gandia, o hereus de aquell.
Item mes es stat pacat e concordat, entre les dites parts, que los dits censals comprats que sie sobre lo dit spectable comte de oliva, o en altre loc de continent consumat lo dit matrimonj axi com es dit, pase e sie en domini e senyoria del dit noble don Cherubi Joan de Centelles, a fer e disponder de aquelles, com de bens e coses dotals, e les pensions, e preu, e proprietat de aquells sie a util e profit del dit noble Don Cherubi, dels quals a cautela, la dita noble dona Lucretia en paga rata dela dita dot sie tenguts for veuda e transportatio al dit noble D. Cherubi Joan, a tota utilitat de aquell la qual ara per als dits temps, cas, e loc, fan, e volen haver perfeta ab totes ses clausules de evictio, e altres semblans in solutum venditionis acostumades juxta lo stil de Regne de Valentia, e peritia dels notaris rebedors dels presents capitols.
Item mes es pactat, e concordat, entre les dites parts, que morint, e deffalint la dita noble dona Lucretia, lo que a deu no platia sens fill, o filla del dit matrimonj que en lo prop dit cas dels CCCXXX mil sous puxa solament testar de trentamilia suos, e tot lo restant entegrament sens diminutio alguna torne e sia del dit Ill. don Joan de Borja Duc de Gandia, e dels hereus de aquell e morint e defallint la dita noble dona Lucretia ab fill o fills puxa testar de dits CCCXXX milia sous, e de la dot a ses planes voluntats.
Item mes es pactat, e concordat entre les dites parts, que per quant furs del Regne de valentia ales vergens es degut, e se deu fer augment e reax o donatio per nupties de la mitat de la dot instituida, lo dit noble D. Cherubi Joan fa augment, creix e donatio per nupties a la dita noble D. Lucrezia de Borja de cent sexanta cinc milia sous de la dita moneda per losquals obliga tots sos bens hagust, e per haver ab promissio de donar ydonees cautions, e seguretats en semblants contractes acostumades.
Item mes es pactat, e concordat entre les dites parts, que entot cas, temps, e loc, de dot e creix restituidors, o de Dot restituidora lo dit noble D. Cherubi promet restituir, e sia tengut, e obligat restituir a la dita noble Dona Lucrezia de Borja, los dits dot, e creix que [=p]ne universal summa de CCCCLXXXXV milia sous. E encas, temps, e loc de risittutio de la dita dot promet e sia tengut, e obligat, lo dit doble