Part 9
L'uom dei fati è colà: disteso, avvolto Di negra polve, nel deserto piano Poco ingombra di terra, e gli occhi e il volto Vinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano. T'accosta a lui; vittorïoso e folto Corri a l'insulto, o gran popol sovrano; E dir possa ciascun, se tanto egli osi: Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi!
Soli a l'oltraggio non sarete! Esulta Dai vigilati balüardi il fiero Nemico, e applaude a l'opra vostra, e insulta A la caduta del fatal Guerriero. Da la polve di Iena, or non più inulta, Balza un popol di scheltri orrido e nero; E su l'immago de l'eroe nemico Poggia l'Ombra regal di Federico.
Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grande Prende co'l capo, e al negro aere torreggia, E le rotte al suo piè bronzee ghirlande Conculca, e dai profondi occhi fiammeggia. --Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrande De la vergogna mia; ch'io più non veggia Vôlti in trofei, cangiati in monumenti Questi bronzi rapiti a le mie genti!--
Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuro Un sinistro baglior sorge e risplende, E un piceo fumo, un odor crasso e impuro Gli occhi travaglia, ed il respiro offende. Ahi! qual cagion, qual destino empio e duro Di nuova rabbia i franchi petti accende? Tra le fiamme sepolta e la rovina De la Senna cadrà l'alma regina?
Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura, D'un rosso nastro il crin sozzo costretto, Le vie trascorre una strana figura, Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto; Muta, veloce rasenta le mura; La destra invola furtiva nel petto; Sogghigna, ammicca la strada romita, Fermasi, brontola, fugge, è sparita.
Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena, Un suono scoppia di grida e di pianto; Fra dense nubi l'incendio balena, Stride, si spande da questo a quel canto; Essa a la danza gli stinchi dimena, Cionca co'l lurido suo drudo intanto, Con pazzo volto, con gioia feroce, Salta, e lingueggia con stridula voce.
Vide le fiamme e l'ultimo periglio Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto, E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio, Fuor dei lidi infelici erasi addutto. Qual uom che muova a volontario esiglio Di fieri casi e di giust'ira istrutto, Tal ei si parte, e la diletta e grama Terra saluta, e dolorando esclama:
--Dove ti cercherò, se qui non sei, O intemerata e splendida Reggia dei sogni miei? Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi Ogni terrena cosa, Se qui non regni, in qual region tu vivi? Pur io da l'abborrite ombre ho veduta La maestà dei tuoi passi e la luce, Che dai vigili, acuti occhi tu spandi Sovra il mar dei destini; io l'amorosa Voce ascoltai, che l'anime riduce Agli amplessi del Vero, io la solenne Voce di libertà, che a voli arditi Del pensiero de l'uom sferra le penne.
Di tenebrosi troni e di ferrati Gioghi e di fronti umilïate e vili Lieta non vai, bella non vai di fiori, Che di pallidi servi il pianto edùca; Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati Previdente governi. Ardon nei tuoi Limpidissimi sguardi Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi L'onnipossente libertà, ch'è dono Tuo primo e non caduca Gloria di umani e tua miglior parola.
Tu di sensi gagliardi Le umane alme alimenti, E sè stesse a sè stesse insegni e sveli, Perchè libere alfin corran le genti A la vittoria di più fidi cieli.
È sogno il mio? M'illude, Vôto fantasma, il desiderio, e fingo Larve di spirto ignude? Dai ciechi abissi invano A combatter con Dio l'ultima pugna Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota Correrò questi lidi, infin ch'io piombi, Fulminato Titano, A divorar ne l'ombre il mio dolore? Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita Luce, che il mio pensier valica e pasce, Questo perpetuo fluttuär di cose, Quest' impeto di vita Non son mio regno e vita mia? Non sono Consorti mie le mobili Genti, cui la vital morte rinnova, Come opportuna piova, Ch'apre la terra, e svolge La ritrosa virtù del germe inerte? E tu, tu che le incerte Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli, Santa Ragion, tu indarno Entro al petto de l'uom levi il tuo trono? O forse ai regni tuoi, Diva maggior, presiede La tiranna Natura, O, sconsigliato e inutile Poter, che ne le ignare anime hai sede, Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?
Che dissi? Il dubbio indegno Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta! Qui sei, qui regni: io sento, Unica dea, la tua presenza in questa Splendida reggia degli umani affanni. La terra è tua; su' simulacri infranti Di sbugiardati iddii sorge la possa Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi Di perenni olocausti ardon gli altari, Che cementan co'l sangue i figli tuoi! O generosi, o cari Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi, Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste Ingombrate di stragi inclite rive La nova alba diffondesi D'una sorgente età; spiran le meste Genti educate dal dolor le vive
Aure di libertà; vigili e pronte, Di fieri casi esperte, Al sorriso del Vero ergon la fronte; E dal sangue fraterno, onde coverte Son queste piagge illustri, Coronata di lauri e di baleni Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!--
CANTO NONO.
ARGOMENTO.
Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.--Pettegolezzi divini.--Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.---Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.--Apostrofa alla Spagna.--Arriva nel nuovo mondo.--Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.--S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.
Con quest'alte speranze e queste cure Si partiva l'Eroe, mentre più vasto Per la rigida notte infurïava, Turbinando, l'incendio. Arder parea La terra intorno, e correr sangue i fiumi, E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni, Come abisso di morte, aprirsi il cielo. Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzo Dei feroci olocausti, e balzâr tutti Fuor del sonno i Celesti, a quella guisa Che sbucan da le pingui arnie ronzando Le pecchie industri, allor che il dispettoso Villan, che con obliquo animo guarda Al prospero vicin, l'aride ammucchia Secce del campo, e presso agli alveari Gitta la fiamma e, pago il cor, s'invola. Sorser così l'alme beate, e primo Al veroni del ciel, trepido, ansante Di recidiva voluttà, la via S'aprì quel di Gusmano, un tra' più forti Zelatori del Cristo, e:--Li han bruciati, Li han bruciati? dicea; son tutti rei, Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo, Sol di roghi la terra!-- --Ah! ch'io li veggia, Gridava dietro a lui, feroce in vista Il terror di Toledo; e con aperte Nari spirava quella crassa, impura Mefite, che a le fiamme orride mista Gli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo; Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor beva De le ree carni abbrustolate, ascolti Il rantolo supremo, e sperda a' venti Con questa man la polvere esecrata!-- Sporge in tal dir la gialla testa, in cui Pochi, duri quai chiodi alzansi i crini; Schizza sangue dai tondi occhi; le adunche Scarne man vibra come artigli, e, tutto Tremito i polsi, la sanguinea bocca, D'un lungo, giallo e mobil dente armata, Fra la bava spalanca, e rauchi e fieri Urli interrotti da le fauci avventa. A l'aspetto feroce inorriditi Portan gl'innocui serafini al volto Le miti ali e le palme; e solo allora Che sentîro il clamor de le sorgenti Dive, si diêro a sogguardar furtivi Fra le dita e le penne. In simiglianza Di pingui anatre, allor che da l'erbosa Riva, ov'ebber più tempo ombre e pastura, Al subito apparir d'un orgoglioso Cigno, di laghi imperator, si danno Clamorose a fuggir; sbatton le brevi Ali pe'l lido, e tra le canne e i giunchi Del padule vicin tuffansi in frotta; Folte così, così confuse e punte D'improvviso timor sorser le dive Da le tiepide piume; e, tutta a un'ora La rigida modestia e il curïoso Sguardo dei circostanti angeli e il loco Dimenticando, fuor dai nivei pepli Libere consentían le rosee forme, Che, fresche, acerbe e roride sì come Pesche soavi che l'aurora imperla, Inducean le celesti anime a un senso D'indefinita voluttà. Le vide Da l'antico suo seggio il profetante Re di Sïonne, e abbandonata al piede Caddegli la vocale arpa; nel petto Fiammeggiò tutto; e già fuor dagli avari Occhi e fuor da le labbra avide il senno Senz'altro gli fuggía, se non che a tempo Sopravvenne il divin Padre, e d'un cenno Le impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco, Di sotto il braccio egli venía soffolto Da la diva Teresa: una vegliarda D'Àvila, ossessa da Gesù, che al vano Piacer, che le vulgari anime adesca, L'involò tempestivo; ond'ella, esperta Del futil gioco de la rea fortuna, Al suo divo amator l'alma concesse. Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terra È il nome suo. Ringiovanita e bella, In pregio de le sacre estasi, al Nume Dilettissima vive, e a lui sorregge, Antigone pietosa, il passo infermo. A l'appressar del Dio, taciti arretransi I minori Celesti, e in duo partita S'apre la folla riverente. Un aureo, Morbido seggio ivi s'ergea: stupenda Opera di ricamo, in cui la diva Lucia, maestra d'ingegnosi uncini, Esercitata avea tutta ad un tempo L'ammirabil perizia. A lei ministre Furon le vigilanti ore, e compagna La rigida pazienza; e non di perle, O di rari smeraldi e di rubini La cara opra abbellì, ma, tutti presi I riposti, ozïosi astri dal fondo Dei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refe Adamantino, e al divin seggio intorno Con sottile d'acciaro ago l'infisse. Ivi il Nume si asside; il formidabile Sopracciglio fatal tre volte inchina, Scote tre volte l'ambrosia canizie, Serra il valido pugno; e al cenno usato Svegliasi da le sante arpe il concento Dei melodici salmi. Apresi il varco Tra' folti angeli allor la previdente Brigida, e tutta rigorosa, in vista Di profetessa, al vecchio Iddio d'innanzi Piantasi; e il fren già già scioglie al facondo Favellar, che Gesù destale in core, Quando il buon Dio con subita rampogna; --Brigida, figlia mia, le dice, smetti Per carità l'antifona noiosa: La san perfino i paperi: i soldati, Che legaron Gesù, fûr centocinque; Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia, Novantadue; le prezïose stille Del sangue, che sul Golgota egli sparse. Due milïoni; centomila gocce Di sudor; cinque piaghe, oltre la sesta Rivelata al dottor di Chiaravalle... Ma, per pietà, finiscila una volta Quest'insulsa scilòma!-- Indispettissi A tal parlar la vergine Maria, E con umile sguardo e cor severo: --Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo, In verità questo parlar non parmi Degno di voi! Che! non vi par ben fatto, Che si onori mio figlio? --E figlio nostro! Battendo l'ali e pipilando, aggiunse Il Colombo divin; Brigida a dritto Lo ricorda ai beati!-- --Aüf! rispose, Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio; Io non ne posso più di questo eterno Bisticciar fra di noi! Non son padrone D'aprir la bocca e darle fiato! Questa Divinità, che non è tre nè uno, Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altro Me ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo, E tre son troppi!-- Ammutoliron tutti A l'acerba parola. Allor lo sguardo Gittò il Dio su la terra; e poi che, a schermo Del raggio dei vicini astri, la mano Tremula pose tra la fronte e il ciglio, E affisò lungamente, un sospir trasse Dal cor profondo, e, in tuon grave e solenne: --Quello, disse, è un incendio!-- Al suon temuto De la voce di Dio restâro immoti Gl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti, E, pago il cor del rivelato enimma, Tornò ciascuno a le celesti alcove. Non però torna il re dei Numi, o al sonno Crede le membra, abbenchè lasse: in parte La più remota ei si ritragge, e seco Vien la scorta sua fida. In sui ginocchi Questa gli s'adagiò; tutto gli prese Fra le morbide mani il capo augusto, E il baciucchiò teneramente. Assòrto In un triste pensier nulla ei sentía La dolcezza dei baci; ond'ella in fronte Li astuti gli figgendo occhi d'amore: --Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggo Nel tuo pensier, mesto sei tu. Pensoso E tacito così, mai non mi fosti Da parecchia stagion. Ti vien vaghezza Di sparger di novelli astri la faccia Dei firmamenti? Ebben, parla: al tuo detto Sorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegni La superbia de l'uom? Fulmina: è tua L'eternità!-- Sorrise amaramente, Scrollando il capo, il divin Padre, e,--Acerbi Fatti, rispose, al mio pensier tu chiami, E quasi punta di crudel sarcasmo Tu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni, Credula come sei, porta la fede La semplicetta anima tua; veleggi I cari regni de l'amor, nè sai Quanto abisso di morte e di dolore Sotto a questi vegghianti astri si celi!-- Punse tal favellar l'orgogliosetta Alma di lei, che tutti aperti e chiari I misteri del ciel correr presume, E, di vivo rossor la guancia accesa: --E che dunque, esclamò, questa mi vale Presenza tua, se al guardo mio si asconde Parte alcuna del ver? Veggente e diva Sol di nome son io, quando sostieni, Che, di tenace error l'anima avvinta, Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva!-- E a lei con dolce, carezzevol piglio, Palpando il collo flessuöso e il crine Rispondeva il buon Dio:--Già da gran tempo Io'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buona Finchè si va a' tuoi versi, e ti si corre Dietro senza neppur farti uno zitto; S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altro Tu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpa È tutta mia! T'ho ridonato il riso Di giovinezza; il cor t'ho schiuso a' facili Vaneggiamenti d'un celeste affetto, Tutti inutili doni! Altro or tu chiedi Del mio paterno amor non dubbio segno? Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta!-- Smesse il labbrino, e radïò d'un riso La bellissima santa, e, poste al seno Con garbo puëril le braccia in croce, Si guardò, s'assettò, scosse la bruna Testa, a svïar dal fronte piccioletto La crespa ed odorata onda del crine, E tutta ne l'udir l'anima accolse. --Non sorrider così, cominciò il Nume Con sospirosa voce; occulta, orrenda Cosa io dirò, tal che nessun finora Ascoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosse Di tal secreto e dei miei casi a parte, Rubellarsi vedresti al regno mio Le angeliche sostanze, e qual notturno Spirto d'inutil sogno irne in dileguo La mia superba autorità. Se dunque Di tanta confidenza oggi t'eleggo Secretaria e custode, e tu ten mostra Degna co'l seppellirla entro al tuo petto.-- Co'l tenue capo d'assentir fe' cenno La santa giovinetta, e portò al core La man picciola e bianca. Il guardo in giro Mosse il canuto Iddio; piegò la bocca Su l'orecchio di lei; la man distesa Fra la bocca e l'infida aria interpose, E mormorò:--Nulla son io, non sono Che un forte e secolare incubo, imposto Da la paura al sonnecchioso Adamo! Guai se si sveglia, guai!-- Balzò a tal detto, Come da subitano estro compunta, La dea, che bruno e inanellato ha il crine, E pallida, stupita, senza voce, Senza moto restò, tal che scolpita Immagine parea. Sciolse ad un tratto Al pianto insieme e a la parola il freno, E, battendosi il petto:--Ah! disse, è vero, Che Dio mi parla? E non è sogno il mio? Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono? O tremenda parola, ahi! s'è pur vero, Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo, Tosto in fiamma ti cangia, e questa mia Vuota sostanza incenerisci e annienta!-- Poi riprendea:--Tu non sei Dio? Non sono Opera di tua man questi diffusi Mari di luce e questo ciel?-- Tal suona La fama, è ver; ma in verità, te'l dico: Assai prima ch'io fossi erano i cieli.-- --Ma la terra, ma l'uom?-- --Tu accenni al loco Del nascer mio: l'uom, già mio servo, è fatto Di Lucifero alunno!-- --E a che dormenti Lasci i fulmini tuoi? Già nel terrore Terra e cielo avvolgeano.-- --Ha tal d'acciaro Il pensiero de l'uom scudo ed usbergo, Che le saette mie sfida e dispregia! Ahimè! vicino ai regni miei già miro Torbidi sovrastar gli ultimi soli! Già tapina esular di terra in terra Veggio tra le fugate ombre la Fede; Con flagello di foco insta, ed incalza Lucifero; lo scherno odo e il sogghigno De l'incredule genti; e s'io qui resto D'ozî vulgari e di silenzio avvolto, Qui tra poco vedrem superbo e forte Sorger sovra il mio trono il mio rivale!
Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla, Fra il disinganno incerta e la paura L'anima balza, e si scompiglia il senno. Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crine Rompe in subite risa; il lembo estremo De le candide vesti in su la bella Testa rivolge, e così a mezzo ignuda, Una strana canzon canterellando, Per la reggia del ciel sgambetta, e ride. Molte fiate tornò limpido e lieto Su la terra il mattin; molti su' fiori Versò brine dal grembo e rai dal crine La bellissima Aurora; e chiuso intanto Entro al mondo de' suoi splendidi sogni L'alto oceán Lucifero trapassa. Poi ch'a la rea città volse le spalle, Non d'Albïon la tetra aere, o le cupe Arti cercò, per cui rigida e avvinta Nei suoi ferrei statuti il mar governa; Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliarde Stirpi, a l'onor di libertà ridéste, Dal magnanimo cor volse un saluto. --Voi felici, esclamò, quando su'l dorso D'un ignifero pin credeasi ai flutti, Voi più volte felici, ove, le impronte Ire dimesse e le civili erinni, Tutte verrete a far corona e scudo Al sabaudo monarca! Ai suoi governi Arti oblique e malfide armi, riparo Di trepidi tiranni e d'alme imbelli, Ei non invoca, anzi dispregia. Illustre Germe di prodi, e prode anch'ei, la spada Sovra il capo degli empî alza, e al consiglio Di sola Libertà l'anima assente; E, in bionda età senno canuto, alteri Ai sovrani del mondo esempi insegna. Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tanto Dagl'iberici petti anco si cura Libertà con giustizia, a lui d'intorno Serratevi, e del cor, più che del braccio, Custodite il suo trono! Ira di avverse Parti, d'invidia alimentate e d'oro, Romperà allor contro al suo piè, qual foga Di torbidi torrenti ad ardua rupe; Da le rive del Tebro, auspice amica, Sorriderà l'itala donna al raggio Del fraterno vessillo; e su la sponda De l'orgoglioso Manzanàr la diva Libertà, le robuste ali raccolte, Gioirà l'ombra dei sabaudi allori!--