Part 8
Io l'ho visto cader, morir l'ho visto L'aquila dei trïonfi, il fior dei forti; Tutto sbucar di Teuta il popol misto Da l'empie selve e dominar le sorti; Correr, non pago, oltre il fatal conquisto, Straziar le genti e gavazzar sui morti; Piegar la fronte a l'ultime sconfitte L'inclito Sir de le falangi invitte!
O sventura, e fia ver? Caduto in fondo Di rea fortuna, che non tien mai fede, Il gran popol vedrem, che, a niun secondo, Di Quirino parea l'unico erede? Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo, L'armi chinar d'un vincitore al piede? Al piè d'un vincitor, deposte in guerra, L'armi, che già dettâr leggi a la terra?
Ahi! così non solean rieder dal campo Sotto duce miglior di Francia i figli! L'afro Leon lo sa, cui nullo scampo Fûr l'arse arene, e poca arma li artigli; L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo, Abbondò al mare i flutti suoi vermigli; Lo san le valicate alpi, lo sanno L'ispido Scita e il mercator Britanno;
E il sai tu pur, che là su' fumiganti Campi di Iena fulminato e fiâcco L'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti Di Torgravia gli allori e di Rosbacco. Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tanti Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco? Sol di lingua son prodi i figli tuoi? Vincer non san, morir non san gli eroi?
Morir volean, tutti morir! Dai colli Cari a la Mosa, ove Turenna nacque, Ruïnavano a morte, e facean molli Di strage i campi, e rosse e gonfie l'acque. Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli Il Sir de l'armi, ed aspettando tacque; Vide la morte, e con terribil gioia Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!
E s'avventò. Da le sonanti Ardenne Lucifero lo vide. Allora a un punto Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne, Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto! Si volse il duce, il fier caval contenne, D'ira non men che di stupor compunto, --E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.
Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco, La speme al petto, al dir l'ora già manca; Mi assegna il fato un breve istante, e poco Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca. Mira; in un cerchio di strage e di foco Ne serra il vincitor da destra a manca; Pria che cedere a lui questa mia spada, Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!--
--Non è ancor tempo di morir, riprese L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda Alma non ha chi de l'avverse imprese Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda. Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese, Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda; Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.
Non io, che la superba alma fiaccai Ne le mobili Dune al fermo Ibero, Non io, quel dì che il mio destin mirai Di Marindàl sui piani avverso e nero, Piansi perduto il mio nome, o spronai Negli abissi di morte il mio destriero; Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi Ad imprese più belle, e venni e vinsi.
Cedi così. Nè libero, nè solo, Come al comando, oggi al morir tu sei: Di generosi petti inclito stuolo Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi. Freme la patria tua, che mira al suolo I figli suoi; questi almen serba a lei; S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa, Abbia almen chi per lei combatter possa!
Tu piega e va: la via del trono è chiusa; Sorge ne l'ira il popol tuo rubello; Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa, Far tue vendette con l'oprar suo fello: Gente, che, al regno e a servitù mal usa, Predica in piazza, e traffica in bordello; Sovrani, che saran servi al più destro, Frolli eroi da polenta, o da capestro!--
Disse, e ridendo un cotal riso altero, Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto, E ratto s'involò come il pensiero Dove il nembo di morte era più folto. Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto, Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira Nuova vision, nuovo portento ei mira.
Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli L'isola illustre al suo sguardo apparío, Splendida del fulgor di mille sogli, Riverita sì come ara d'un dio: Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli, La fortuna posò del suo gran Zio, Simile al Sol, che da l'eteree tende In grembo a l'oceàn placido scende.
--Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa, E consolata al ciel la fronte eresse; Han pur luce i tramonti, e glorïosa Voce di fama han le catene istesse!-- Tal disse, e a la guaína disdegnosa Il fiero acciar con man lenta concesse. Un'orribile voce allor fu udita: Reso è l'Imperator, Francia è tradita!
--Chi di resa parlò? L'empia parola Chi proferì? Parola infame è questa! Finchè una spada è in pugno, un grido in gola, E guarda una pupilla, e un'alma è desta, Finchè un palpito al cor, finchè una sola Stilla di sangue ed un respir ne resta, Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce, Traditor chi il suäde, empio chi il dice!--
Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo Ne la vittoria sua Teuta procede, E i vinti eroi, che maledían morendo, Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede. Piega intanto il vessil franco, e tremendo Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede; Piega, si avvolge, al suol lento declina Qual cometa, che volga a la marina.
Al fero, indegno, inusitato aspetto Urlano i vinti; e qual leva le braccia, Qual rompe il brando, e dal ferito petto Strappa le bende, e fra' morti si caccia; Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto, Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia; Chi schernisce al suo duce, e con amara Voce gli grida: A morir, vile, impara!
Mandò allor la francese aquila un grido Alto così che ne rimbomba il cielo; L'ale staccò da lo stendardo infido, Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo. L'udì il Borusso, e il trïonfato lido Guardò geloso, e sentì al petto un gelo; Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi, Lucifero discende, e volge i passi
Pensieroso colà, dove l'irata Aquila artigliatrice il vol protende; Ov'ebbra di vendette e di peccata La fortuna di Francia alza le tende. Mille de la fatal Senna a l'entrata Trova l'Eroe strane chimere orrende, Sfingi fallaci e sozze furie immani, Mostri di cento bocche e cento mani.
Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda Furia fra quante mai vivono al sole, Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda Fola al mondo lanciâr, turgida prole. Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda D'anfibî mostri e tumide figliuole, Che, nutrite di fango e di vendette, Nome portan di gazze e di gazzette.
Ruzzan torbide intorno, e son cotante, Sì varie son di fogge e di favelle, Di color, di costume e di sembiante, Che tante voci non udì Babelle: Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante Zanzare ha il luglio assai son men di quelle; E ciascuna di lor tanto un dì gracchia, Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.
Gracchiano tutto dì folte, importune, Voci e aspetti mutando e usanze e vie, E al latrar de le vaste epe digiune Aguzzan gli estri, e ruttan profezie: Apostoli da piazze e da tribune, Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie; Bolle, che, di livor gonfie e di ciance, Pensan coi labbri, e senton con le pance.
Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori: Inquiete, ansanti, curïose, folte Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori. Sorgono a mille intorno a lor le stolte Menzogne alate e i pallidi Timori E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza, E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.
Libertà v'è; su l'abborrita reggia Alza il suo trono, ed al caduto impreca: Trono di nubi, in cui siede e galleggia, E in tumide promesse il tempo spreca; Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia, Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca; Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste Scudo oppone di frasi e di proteste.
Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga, E d'idropiche ciarle impregna i venti, E onor, giustizia e fin sè stessa affoga In un mar d'aforismi e d'argomenti: Aërostati eroi, rabule in toga, Frontespizî di libri e cavadenti, Tutti saltati a l'imperar supremo Qual dal fòro mendace e qual dal remo.
Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte Usa egualmente, e desta ire e litigi; Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte Versasi, e irrompe a circondar Parigi. Pugnano ancor, benchè deluse e sparte, Le franche genti, e son tanti i prodigi, Che dir non puoi, se sia de' due maggiore, Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.
Ahi! miracoli vani! E che mai giova Disperato valor, cui manchi il forte Senno, che le falangi ordina, e a prova Le guida e regge a dominar la sorte? Già il vincitor superbo di Sadòva De la reggia di Francia urge a le porte, E l'accerchia, e la serra, e con orrenda Fame di strage intorno a lei si attenda.
Etna così, quando dai fianchi immensi L'infocata trabocca onda vorace, E di sabbie infiammate e zolfi accensi I campi opprime, e l'aria accende e inface, Al povero pastore, in men che il pensi, Cinge di fiamme il campicel ferace, E, fatta isola intorno a lui che fugge, Lento e crudel tutto divora e strugge.
Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi Regi, e nullo è di lor che snudi il brando, E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi. Nè però il cor perdono i Franchi; e quando Men lungi è il male, ognun par che più fidi: Generosa fidanza, eroico inganno, Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.
Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta Per mutar d'ore o per mancar di giorno, Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta, E boschi incide, e spiana campi intorno; Di su, di giù, da quella parte a questa, Gente industre che va, che fa ritorno, E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri Le contrade, le vie, le case, i muri.
Fra cotanto agitar d'opre e di cose, Cui segue il canto e mai non giunge al vero, Ad accender vieppiù l'alme vogliose Il popolar rimbomba inno guerriero: Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose, Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero, Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi, E incuorano alla pugna, e veston l'armi.
E rompendo talor, pari a torrenti, Fuor da le mura, a tanto ardor già strette, Gittansi in mezzo a l'avversarie genti, E scompiglian lor piani e lor vendette. Ben dei mille che uscîr non tornan venti, E rimangon le madri orbe e solette: Paghi son tutti, ove la patria possa Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa.
Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide, E fiamme ai tempî, a le magioni avventa; Quindi fra le macerie alto si asside L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta; Quel che l'uno non può, l'altra conquide; L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta; Vola intorno la Morte, e in doppia guerra Le mura oppugna, e i difensori atterra.
Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati Ruderi, e dai men noti ermi recessi, Balzan novelli eroi, pugnan coi fati, E sembran dal valore i fati oppressi: O che pulluli il suolo armi ed armati, O fecondin la vita i morti istessi; O a difender la patria, integri e forti, Per miracol d'amor, tornino i morti.
--Salve, o popol di prodi! A sorger primi, Primi a pugnar, soli a morir voi siete; Se fia che lo straniero oggi vi adimi, Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete; Vestiti di valor, di gloria opimi A le più tarde età splendidi andrete, Sprone ed esempio ai generosi petti, Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.
Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua L'ire svegliaste del natal paese, E d'armi impari, in vana guerra iniqua, Lo abbandonaste a le nemiche offese; Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua Gloria offuscaste de l'onor francese, Pur che rotta la spada, e infranto e nero Giaccia il vessil de l'abborrito impero!
Matricidi! A la patria, ai figli suoi, Qual frutto mai de le vostr'opre avanza? Duci, guerrier, francesi, uomini voi? Voi del suolo natio gloria e speranza? Capi senza cervel, scimmie d'eroi, Spugne gravi d'invidia e d'arroganza, Vernici di valor gonfie di vento, Molluschi in campo e tigri in parlamento!
Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta, Primo, solo, raggiante astro Nizzardo Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta! Dove che fra le genti io giri il guardo, Ne la lor libertà tua gloria è scritta, Gloria miglior del buon sangue latino, Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!
Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera, Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli, Colei non è, che a la sorgente e fiera Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli? Colei che fulminò la tua bandiera, E fe' i campi del tuo sangue vermigli? Colei non è, che la tua patria inulta Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?
No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba; E dal guardato suo scoglio inaccesso Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba; E, vincendo del par gli altri e sè stesso, Al superbo oppressor schiude la tomba; Dal trono de l'error balza i potenti; Dà spada al dritto e libertà a le genti!--
Così dicea l'Eroe, quando una strana Vista mirò. Tratto al macel venía Uno zoppo asinel, che in voce umana Tapinavasi invan lungo la via. Folta era intorno a lui la disumana Turba, che il morso del digiun sentía; E qual dicea ch'alto miracol fosse, Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.
Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto, E più dal senso del supplizio atroce, Il poverel movea simile a un santo, Che tra fieri Giudei porti la croce. Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto A intenerir la turba alza la voce, E ragli emette ora profondi or fini, Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.
L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia Sua bizzarra natura interrogollo; Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo; E poi che ragli e pianti e voci accoppia, E di tanto preludio ha il cor satollo, Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa, Batte la coda, e parla in questa guisa:
--Uomo già fui, nè de la plebe: amici Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici Non fûr tardo compenso i dolci allori. Francia è la patria mia; contro ai nemici Guidai gli altri e me stesso ai primi onori, Fino a quel dì che prigionier si rese Nei campi di Sedàn l'Augel francese.
Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi: Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi. Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno Feroce assedio i nostri muri ha chiusi; Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto, Ritornar giuro o vincitore o morto.
Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto; Morir tosto pensai, ma in tal pensiero Tremai, gelai, fui per cadere estinto; Quando rinvenni dal terror primiero, Qui mi trovai d'una vil turba cinto, Che gridava, insultando al mio dolore: Ritornar giuro o morto o vincitore!
Allor, gelo in pensarlo, io non so come, Tutte raccapricciar le membra sento; S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome, E allungasi la testa, e cresce il mento; Stendesi su pe'l dorso e per l'addome, Questo cuoio abborrito in un momento; Pendono a terra ambo le mani, e ognuna In un zoccolo vil si chiude e aduna.
Credo sognar, cerco fuggir, me stesso Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita; Ma batter sento in suon quadruplo e spesso Sul percorso terren l'ugna abborrita. Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso, L'ombra fatal veggio al mio corpo unita; Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio; Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.--
Tacque, e poi che più fiera al fiero caso L'affamata canaglia urla e s'avventa, Da superbo furor l'animo invaso: --Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!-- Nè briciolo di lui saría rimaso, Se l'opra del Demonio era più lenta; Ei la turba contiene, e la captiva Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva.
--Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio Quindi a far senno ogni francese impari; Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio, Forma assumer dovesse a costui pari, De la patria non più traffico e scempio Farían, come finor, volpi e somari; Che tosto ognun conoscería le vecchie Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.--
Sorse un grido in quel punto. Il popol forte, Da l'armi oppresso e da la fame infranto, Schiude al superbo vincitor le porte, Che a quest'orrido aspira ultimo vanto. Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte, Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto; Piega il ginocchio, e, crudelmente pio, Chiama a le stragi sue complice Iddio.
Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia Per le rigide vie torbido il sangue; Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia, Là un incendio che sorge, uno che langue; Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia, Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue; Ed armi infrante e sparse membra ed adri Globi di fumo ed ulular di madri.
Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle La polve degli eroi Teuta calpesta: E sul terreno ancor fumante e molle La fiera Idra plebea scote la testa; Drizzasi e fischia, e le non mai satolle Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta; E su la fossa dei fratelli inulta La civile Discordia orrida esulta.
Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra Ambizïon la tôrta alma gli addenta; Libertà invoca, e la man ferrea e ladra Ne le sostanze altrui superbo avventa. Fa tribune le piazze, ed orna e squadra Fiere dottrine, e novo dritto inventa; E scapigliato, in truce atto di sfida, Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:
--Lasciate le servili opre; le glebe Abbandonate; il profetato giorno Giunto è per noi, che come abiette zebe Digiuni erriamo a le ricchezze intorno! Vendette abbia e trïonfi anche la plebe, Nè di sua servitù vada altri adorno; Non più sparga sudor, sangue ed affanni A crescer l'onta e ad educar tiranni!
No, non sparga, per dio! L'antiche some Gittiamo alfin, leviamo al cielo il volto! Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome, Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto! Ci hanno emunte le vene; infrante e dome Le virtù, stôrto il senno, il cor sepolto, Fatto de le nostre ossa argine e scudo Al petto vil d'ogni giustizia ignudo!
Ov'è la patria nostra? I nostri figli Ove son mai? Ce l'han tutti rapiti; L'han trascinati fra' nemici artigli, Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi! Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli; Essi spandon sui morti onte e conviti; E le nostre deserte, orbe contrade L'orgoglioso stranier devasta e invade!
Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta, Anzi onor di giustizia il tempo chiede; Tale un'opra da noi la patria aspetta, Che le dia ferma in avvenir la sede. Cada il patrizio altèr; cada interdetta L'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede; E, partiti ugualmente i censi avari, Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari!
--Pari sian tutti a noi! Con legge uguale Il benefico Sol dispensa a tutti Il vivifico suo raggio, ed uguale Splende, sì come il Sol, l'anima in tutti. Tal sia la legge e la giustizia! Uguale A tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti; Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna: Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!--
Tal parla; e come al boreäl flagello Mugghian negre le nubi, e il mar si sfrena, A l'audaci promesse, al parlar fello Freme la turba, ed urla, e si scatena; Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al bello Guerra incomincia inesorata e piena: Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste, Cieca nel suo furor, travolge e investe.
Com'è colui, che, d'improvviso ossesso Da bieca furia de la mente insana, La man, vana in altrui, volge in sè stesso, E le proprie sue carni adugna e sbrana; Il superbo così popolo oppresso, Poi che su l'oppressor l'ira fu vana, Ebbro d'odio feroce e di dispetto, L'armi ritorce de la patria al petto;
E così ne la strage infuria, e immerge Nel delitto così l'anima prava, Che le macchie del sangue il sangue asterge, E l'uno error l'altro disperde e lava: Tutto vorría quanto risplende e s'erge Spegnere ed adeguar la turba ignava;. E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondo La patria seppellir, la Francia, il mondo.
O dal tempo e da l'armi invïolate Moli, d'invidie oggetto e di stupori, Ove accolser le industri Arti onorate Tante illustri memorie e tanti allori, O tempî de l'uman genio, crollate, Date campo di stragi ai vincitori; Già su voi la fraterna ira si sferra: Titani, eroi, numi de l'arte, a terra,
A terra tutti! A la possente e nova Aura di libertà, che altera incede, Tremi dal trono suo Fidia e Canova, E s'umilî del gran popolo al piede! Al gran popol la molle arte non giova; All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede; Degna luce per lui, ch'ai numi è pari, Gl'incendî son, son le rovine altari!
Tu, colonna fatal, ch'ergi l'altera Testa agli astri e co'l piè Francia calpesti, E di rampogna tacita e severa Le loquaci dei vivi alme funesti, Crolla tu pur, bronzea colonna, e fiera Su le rovine tue Francia si desti, Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli, Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli!
Ecco gli eroi. D'intorno a quel gigante Trofeo di gloria, per lo piano immenso, Vario di cor, di lingua e di sembiante, Corre, brulica, ondeggia il popol denso. Già s'alza a l'aura il vessil trïonfante Tinto nel sangue e negl'incendî accenso; E a tal segno di strage e di vendetta S'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta.
Sta superba frattanto e indifferente La colonna regal, pur come suole, E del purpureo suo raggio occidente Tranquillamente la saluta il sole. Tranquillo a par sorge il Guerrier possente, Che l'altera sovrasta inclita mole; E di ghirlande glorïose onuste Spandon l'ale tuttor l'aquile auguste.
S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovono Gli ardui congegni; al ciel stridono; imbianca Ogni volto; tentenna in su l'aërea Reggia il Guerrier, piega da destra a manca; Piega, balena; con fragor terribile, Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca, Cade, non già, ma su la rea canaglia, Stanco di più soffrir, scende e si scaglia.
Trema la turba, e come avesse al dorso De l'incalzante eroe l'ira e la spada, Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso, E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada. Frenate, o prodi, a la paura il mòrso; Volgi la faccia, o terribil masnada; O Erostrati, o tribuni, o genti indôme, Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome!