Part 7
Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanni De la bella Isolina? Io, quando i cari Giorni ripenso, che l'amor ne diede Tutti sparsi di luce, e la promessa, Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto; E il ciel rigido miro, e con le cento Ali del mio desir navigo il mare, Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti Tanti negri fantasmi; un'infinita Pena, un'angoscia indefinita e nova S'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mesti Casi pensando de la pia fanciulla, Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango. Giovinetta infelice! Un cheto e lieve Raggio di fuggitivo astro parea Nei passi suoi; fior di dolcezza ell'era Negli sguardi e nell'alma; ala odorata Di vespertino venticello estivo Somigliavan sue voci, e chiaro e santo Era l'amor, che le accendea la vita. Un giovinetto da la lunga chioma, Esile e mesto e tutto alma negli occhi, Era il dolce amor suo: povero ed egro Vaneggiator, che le natíe contrade E la terra dei suoi padri e le sante Braccia materne abbandonava; e il nero Vuoto d'amor, che gli s'apría nel petto, Empía d'inclite forme illuminate Da la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei vide La beltà d'Isolina. Era straniera Agli occhi suoi quella beltà; straniera Quella terra a' suoi passi; a ogni vivente Cosa straniero il suo pensier; ma in core Da gran tempo sedeagli, ospite ignota, Quella forma leggiadra; e sentì allora, Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caro Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi, Era la patria sua, l'aurea contrada Dei sogni suoi; non là, dove la morte Sedea su le dilette ossa paterne, Non là, dove, nei suoi lutti racchiusa, Piangea la madre sua vedova e stanca. Da quel giorno si amâr. Livide e torte Lingueggiâr fra le care alme le sozze Ironie de la plebe; ai giovanili Passi, intèsta di fior, tese la rete L'insidïosa ipocrisia; ma grande Crebbe amor dai perigli, e fûr più saldi Battezzati nel pianto i primi amplessi. Scorrazzavano un dì, come fanciulli, Per le aiuole fiorite. Entro a un sereno Mar di tiepidi raggi e di fragranze Nuotavano le cose, e tutto fiori Salìa sui monti il giovinetto aprile. Dolcemente anelando ella si assise Sotto il bruno laureto; e lieta in core Di tanto Sol, di tanti fior, di tanta Giovinezza d'amor, con puerile Malizïoso rampognar severo Provocava l'amico.--A nulla buono, Dicea, sei tu; girato ho in un istante Tutto quanto il viale, e tutti ho colti I suoi fiori più bei: guarda;--e su l'erbe Sciorinava il suo bianco grembiuletto Tutto colmo di fiori. Egli porgea, Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono, Dicea, son io fuor che a rubarti i baci. Furtivamente fra le foglie e i rami S'insinua il sole, e di minute e lievi Agitate da l'aure ombre ricama Quelle giovani fronti e le diffuse Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside. --Quanto io devo a l'amore, egli diceva, Quanto a la tua pietosa anima io deggio, O mia buona Isolina! Agli occhi miei Cangiato è il mondo; di mai visti fiori Mi sorride la terra; una lucente Indefinita regïon di sogni Mi si schiude ne l'alma, e la più bella De le speranze mie m'albeggia in core. Altr'uom son fatto. Ombre funeste e gravi Tedî, e incessante fluttuär d'ignoti Dubbi e fallace illusïon di sensi Mi sembrava la vita: inutil gioco Di crudeli potenze, agli occhi occulte, Ma paventate qual visibil cosa Da la paura onniveggente. In mano D'un fiero iddio balzar vidi la terra Come inutil crepunda; ai sanguinosi Ludi, a le prede con ferin costume Correr le schiatte dei mortali; eterno Gravar su le ribelli anime il piede La matrigna Natura; e tra le spire Di velenosi abbracciamenti, oppressa Da ignoti e strazianti incubi, indarno Tender la moribonda Arte a le stelle. Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco Occhio de l'uomo m'involai; coi morti Vissi, e vaghezza d'ogni morta cosa Ebbi così, che i miei giorni infelici Sol ne la speme de la morte amai. Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo D'intorno a me, dentro al mio cor, nè trovo Me stesso in me: caro portento è questo Ch'io sol devo a l'amor!-- Ne le tremanti Mani, in tal dir, chiudea quella leggiadra Picciola testa d'angeletta, e lunghe Lunghe carezze le facea coi baci. Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto I più freschi, e i più belli; e mormorando Un'allegra canzon de le sue valli, Li girava in ghirlanda, e col securo Volo de la ridente anima il giorno De le sue nozze precorrea. --Di freschi Fiori odorosi, io vo' la mia corona In quel giorno beato: a par di questa Tesserla io vo' di zàgare fragranti, Che a me son tanto care, e simbol sono Del nostro amor: te ne rammenti? il primo Foglio che mi scrivesti un conteneva Di quei teneri fiorì. Oh! come allora Sarem felici! Andran confusi e tristi I cattivi del mondo, e i nostri amplessi Saran da Dio santificati. È amara Cosa, me 'l credi, il mormorar del mondo Fra due cori che s'amano: somiglia Sibilo di serpente in mezzo al canto Melodïoso di felici augelli; Grido somiglia di sinistro augello, Che rompa a sera l'armonia d'un primo Giuramento d'amor. No, no; non voglio, Che bieca, oscura intorno a noi si aggiri La maledica turba, e ne sia d'uopo Velar di mal sofferte ombre il sorriso De l'amor nostro immensurato: io voglio, Che testimòni a la letizia nostra Sieno gli uomini e Dio; ch'arda di amore Tutto il creato insieme a noi. Deh! affretta, Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresce Lasciar per te queste mie valli; il caro Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto Tante volte fanciulla; i gelsomini, Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía, Sai? la gaggía de l'orticel materno, Ch'or principia a fiorir; non mi dà pena, Che dir? non penso pur, che lasciar deggio La mia povera mamma: io son cattiva, Non è ver? ma per te!-- Gonfî di pianto Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori Con inqueta mestizia, e riprendea Poi con tremula voce: --Io, sai? non voglio Viver lontan da la tua mamma: un solo Tetto ne accoglierà; seder mi è caro A la mensa dei tuoi; guardar le stelle Da le finestre de la tua stanzetta; L'aure spirar che tu spirasti; assisa Presso l'immagin del tuo caro estinto Di te parlar con la tua mamma; seco Portar la croce, e consolar d'alcuna Speme di gioia il suo lungo dolore. Questo è il mio sogno, questo sol; m'illude Forse l'amor? Tanto sperar mi è dato?-- Giunse un foglio in quel punto: --Unico mio, Dal mio letto di spine, ov'egra e stanca Di più lungo soffrir trascino i giorni De la mia vedovanza, io ti sospiro, Io ti cerco dovunque, e le deserte Braccia protendo, e non ti trovo, e piango. Dove sei, dove sei, che più non torni A questo petto abbandonato, a queste Case del padre tuo, che, di te prive, Orbe son d'ogni luce, e fredde e mute Sembran solo aspettar la morte mia? Dove sei, figlio mio, che più non odo La voce tua; che più non torni a sera A sedermi da canto, a dirmi i cari Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi Dubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto? Tutto, figlio, così, tutto oblïasti L'affetto mio? Del genitor non serbi Memoria alcuna? Ah! così poca e breve Ala di tempo, e così nova terra Covre quei suoi diletti occhi, che calde Son le ceneri ancora, e, se tu il chiami, Risponderà. Deh! così mesta e sola Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada? Così dunque morire, anzi ch'io muoia, Deve la mia speranza ultima, e al piede Mirar deggio spezzato in un sol punto L'estremo idolo mio? Già non fûr queste Le tue promesse; e non cotal conforto Da tanto amor m'impromettea! Lontano Dai piangenti occhi miei, fatto straniero Al materno cordoglio, il fior tu libi De le gioie del mondo; io bacio i cari Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo Letto, come solea, sprimaccio a sera Con materno costume; al picciol desco La tua seggiola appongo; al consueto Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo Scricchiar da lungi inutilmente aspetto; E forse allor che tu beato in braccio Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati Campi de l'Arte, ed a l'amor sorridi D'ogni umano conforto abbandonata La madre tua ti benedice, e muore!-- Pallide e mute si guardâr negli occhi Quelle due fulminate anime. Ei sorse Freddo, anelante, scompigliato; al petto Strinse l'amica: la baciò su 'l fronte Mal frenando i singhiozzi, e una parola Mormorò fra le labbra; ella il comprese; E, gittandogli al collo ambe le braccia, In lagrime proruppe, e cor non ebbe Di contendere il figlio a una morente. Ei partì con la notte. A la finestra Ella balzò; tenne il respir; fra l'ombre Perdersi udì i suoi passi; a l'aure tese L'anima tutta; aspettò ancor; le parve, Che pentito ei tornasse; a una lontana Voce tremò, chiamollo a nome; e quando Stendersi agli occhi suoi squallido e freddo Vide il bianco viale, a la notturna Brezza ondeggiar con murmure indistinto Le due file d'acacie, e a la sinistra Luna uggiolar sentì a la lunga i cani, Sul freddo letticciòl, come perduta Cosa, piombò; ne le deserte coltri Si serrò paürosa, e pianse e pianse. Toccò Giorgio il natío lido; anelando Le vie percorse; a le paterne case Volò; ma fredda era la soglia; al vento Sbattean le imposte abbandonate, e nera Regina per li vuoti anditi, avvolta Ne le vesti materne, iva la Morte. Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignude Mostrò le scricchiolanti ossa del petto Quella fatal. Dov'è mia madre? ei disse, Balzando indietro inorridito. Immota Ella il mirò; da le profonde occhiaie Balenò un fatuo lume; armò le vôte Mandibole d'un fiero urlo, e rispose: --La madre tua, tu l'uccidesti! Assisa Ne la bianca sua fossa ella ti aspetta!-- Grido non diè, non diè gemito o pianto Lo sventurato, e ne le grandi e fredde Braccia gittossi di colei, che sola Di sue vedove case avea l'impero. Gravi fra tanto, angoscïosi, eterni D'Isolina sul cor passano i giorni; Passan sovra al suo cor gl'inganni alati Del suo tempo felice, e più s'infosca Co'l cader d'ogni dì la sua speranza. Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolci Nidi de l'amor suo? Ne le materne Braccia obliò le sue promesse? In preda D'improvviso dolor s'agita, o il freddo Calcolo sul gentile animo scende, E a men umile preda il cor gli adesca? Ella dubbia così: facil maestra La lontananza è di sospetti, e fabro Di torture il silenzio. Ai consüeti Lochi si adduce; il solito viale Percorre; ne la memore stanzetta, Presso il camin, di fronte al caro specchio Spïator di lor baci, a l'ora usata, Tutti i giorni si asside; e poi che inganna Lungamente così l'ore infelici, E tutta sola, abbandonata, incerta Ne l'oscuro avvenir l'anima affisa, Co'l cor serrato indi si toglie, e al primo Detto, che a consolarla alcun le porga, Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola. Sinistramente al suo pallido volto Irridevan le amiche; e la ben mesta Anima cruccïando ivan co'l vezzo Di maligni sussurri. --Un venturiero Era al certo colui!-- --Povera stolta! Già toccar le parea gli astri co'l dito!-- --Altro! Prostrate e pallide al suo piede Bice e Laura vedea!-- --Cinta d'alloro, Come le anguille, in groppa al suo poeta Credea varcar l'eternità!-- --Ma il remo Dice a l'onda che passa: io ti saluto! E l'ape dice al fior: verrò tra poco!-- --E l'ingenua sposina aspetta ancora L'asin che voli, e l'amor suo che torni!-- Tanto dolor la povera Isolina Onta cotal più non sostenne: ai cari Tetti involossi; abbandonò nel pianto La materna dolcezza; e, le notturne Ombre spregiando e le natíe paure, La dolente sua vita al mar commise. O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi Freddi baci l'avvinse; addormentolla Nei letti suoi, pria che donarla al novo Ferreo dolor, che l'attendea sul lido. Su la fossa di lei, presso a la sponda Or Lucifero siede. Alta d'intorno Spazia la notte; silenziosa e poca Tremula su le grigie acque la luna; Ei grandeggia fra l'ombre; occulte voci Mormora il labbro suo: rupe il diresti, Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi, Spinga ai venti la cresta, e di confuso Scroscio risuoni al dirocciar d'un rio. Scuro e immoto così pende l'Eroe Su la zolla pietosa. Amor, che preda Fa di giovani vite, e ne la cara Lucida vita de le cose alberga, D'ansie superbe e di grandi ale instrutto, Dominar l'ombre ama talor; vïaggia Oltre la vita; e, di regnar mal pago Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa, Scende ne l'urne a interrogar la morte. Tremò allor su le care ossa la luce D'un'azzurra fiammella: incerta e lieve Lambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia, Color muta e sembianza, e ambisce al cielo. Come al sole d'april, da le materne Lucide foglie in vago giro inteste, La candida magnolia alza il bocciòlo, Così dal grembo de la fatua luce Una bianca si svolge aërea forma, A cui brune e diffuse erran le chiome, E diffusi per l'aure i rosei veli Dïafani a la luce. Il Pellegrino Ravvisò la sua morta. --Oh! così lievi Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina, Docil così, buona così è la morte, Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente? Bianco e freddo amor mio, parla: ti muove La prece mia? pietà ti tragge a questa, Che lasciasti anzi tempo, aere vitale?-- Tremava ella, e tacea; languide intorno Volgea le luci pe'l deserto lido, Come chi chieda ai circostanti oggetti Una persona lungamente attesa, E tutta in quel disío l'anima intenda. --Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiedi Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta È questa piaggia, e non ha fronda o fiore; Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida Ei s'accovaccia ne la calma; infiora D'albe spume gli abissi; ignudi e belli Manda intorno a danzar silfi e sirene, Che funesta han la voce; alita un cheto Sopor sovra le sue vittime; e quando Più sicure esse van sognando il lido, Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia Su le rotte acque a gavazzar la morte. Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi, Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori, Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi, Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e saranno Pe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori, Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle!-- Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta Cadea la luna; impallidía la bella Sospirosa al partir; tendea le braccia Egli, e gemea: --Deh! non fuggir, t'arresta! Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli; Tue son le perle del mattin; tue sono L'armonie di quest'aure; è tua la vita! Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfa Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi Regni del mio pensier! Da le voraci Onde non io le tue candide membra, Non io la tua beltà tolsi agli abissi, Perchè deserta, in peregrina stanza, Ospite de le fredde ombre ti aggiri; Nè alfin la morte al voto mio t'arrese, Perchè al tornar de la dïurna luce La negra terra ad abitar tu scenda. No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo, Nè la morte ti avrà: l'amor ti spira Vita più bella, ed a l'amor vivrai!-- Dicea, come piangesse, e facea forza Di caldi amplessi e di sospiri al fato. S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l petto L'aure fugaci e il suo dolore abbraccia. --Sorgi dal tuo dolor; cingi la veste Degli ardimenti tuoi; di cose e d'opre Non di futili sogni amor si pasce. Opra incessante è Amor: vita a l'inerte Polve non spira ei già, ma su l'inerte Polve l'onor d'illustri fatti accende. Non vedi tu qual turbine di guerra Del provocato Reno agita i lidi, E, al suon de le fatali armi di Brenno, Tutte d'Europa impallidir le genti? Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campi Fulminati di Mario, ombre feroci, Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ire Dei nepoti d'Arminio. A gran tenzone Due glorïosi popoli prorompono Come oceàni. Mugola dai fondi Tenebrosi la Senna; e da l'inulto Elba i carri fulminei a le vegliate Mura di Faramondo Arminio avventa. Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccio Spreca in vôta fatica: a lui sembianti Fûr di Dànao le figlie; uom saggio e forte L'opra non gitta ad impossibil cosa!-- Sentì la voce del suo spirto, e il core De l'Eroe fiammeggiò come un'ardente Voluttà di battaglie. Il sommo attinse De l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindi Le due genti mirò. Pari a procella, Che su'l mar piombi, le Borussie querce Lascian le congiurate aquile al cenno Del germanico Giove: immenso, orrendo Mandan lo strido al ciel; scoton gli allori Trïonfati in Sadòva; e un'omicida Smania di pugne in tutti i cor si desta. Quanti dal borëale urto sospinti Sovra il campo del mar rotano i flutti, Tanti e alteri così levansi i figli De la rigida Odèra; e quei vi sono, Che fermezza di membra e d'alma han pari A l'Ercinia materna alpe, e l'audace Sassone, che nel freddo Albi s'infianca, E il fedele ai suoi re Bavaro, onore Dei Vindelici piani; e quanta forza Di strenua gioventù fra la superba Vistola e il serpeggiante Emo si accampa. Da l'onor di sì forte oste precinta, Splendida come Sol, move la possa Di Brandeburgo. Rigida e severa L'augusta diva del pensier vien seco: Prestantissima dea, che da le fredde Mute vigilie, onde le cose indaga, Vien de l'opre al fragor, però che vano Senza l'opre è il pensiero; i radïosi Regni abbandona e il puro ètere, dove Son l'ignude sostanze, e a le nebbiose Noriche selve, ov'ha più fidi altari, Accorre, auspice dea; popoli e prenci Duci ispira e guerrieri; inconsuëte Armi rivela, ordigni nuovi appresta, Terre esplora e nemici, e grande e prima Sfida la morte, e del trïonfo è certa. Udì il suon di tant'armi, e tremò in core L'avoltoio d'Asburgo: il sanguinoso Occhio, ove l'onta ardea di due sconfitte, Rotò; scosse le cionche ali; ma rotto Mirando al piè l'antico scettro e il brando, A satollar l'ira e la fame, il rostro Nel cor de l'adescato Ungaro infisse. L'udì la borëal Dania, feconda Genitrice di popoli, e ne l'armi Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo Petto una tempestosa ira le rugge Contro al superbo assalitor di genti, Che, di numero prode e di cor vile, La sconfisse nel sangue; i palpitanti Visceri le cercò; chiamò la belva Dormitante su l'Istro; e su le offese Sedi di Sondemburgo, orridi in vista, Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape. Ma nel cor non tremò, non trasse il brando A far più salda la ragion dei forti, La glorïosa Itala donna. Assisa Su la sponda regal d'Arno, secura Ne la fortezza sua, le genti e l'opre E la fugace ora propizia e il fato Sagacemente interroga; compone Le impronte ire dei figli; obliga al giogo Del suo voler le avverse anime; affrena L'empia licenza popolar; flagella L'ambigua turba, che nel dubbio annida; Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni, Cui legge è l'ira e sola patria il ventre; E, men d'acciar che di giustizia armata, Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono. Dentro la cerchia de le mura antiche Non si contenne il valor Franco. Al grido Del vandalico orgoglio, ai provocati Campi volò, primo volò, nè volle Misurar l'armi e interrogar la sorte. Aquila, che dal curvo etere mira Disertar su la negra alpe i suoi nidi, Gli accorti agguati e le fulminee canne Del cacciator non sa: piomba da l'alto Con terribile strido, e pugna, e muore. --Dove corri, o fatale aquila, al lampo Del glorïoso tricolor vessillo Lucifero gridò; figli de l'armi, Dove correte voi? Grido di oppressi Non vi chiamò, non amor patrio accese Tanto vampo di guerra: inclita e grande Sovra il trono del mondo alto si asside La patria vostra, e sol co'l nome impera. Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio Da che labbro partì? Chi le secure Aure turbò di tanta pace, e immerse In un mar di perigli il luminoso Trono di Lui, ch'à di saggezza il vanto? Fu la malnata Idra del vulgo, il destro Livor dei vili. Abito assunse e volto Di libertà; con tumida parola Provocò le dormenti ire; commosse Con sonante lusinga il cor dei forti; Piaggiò con prostituta arte l'oscena Turba armata di lingua e di cor nuda; Ma dentro a la bugiarda alma un'obliqua Ambizïon fea nido, e sotto al manto Involava a mortal guardo il venduto Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda. Così strisciando tortuösamente A l'aureo cocchio arrampicossi, dove Sedea, temuto Automedonte, il senno Del fatal Bonaparte. Ei nei dorati Mòrsi reggea l'intempestiva foga Dei volanti cavalli, e parea Febo Portatore del giorno. A lui, da canto Quella furia si assise; un sopor lieve Gli suäse ne l'alma; oscurò il lume Dei veggenti consigli; ond'ei le forti Redini rallentò su le spumanti Briglie dei corridori. Un urlo mise L'empia gorgòne; in piè balzò; disperse Co'l freddo soffio le veglianti cure, Che custodían con cento occhi al governo, E da l'altezza dei lucenti alberghi Per la lubrica china i fieri alipedi Abbandonò. T'arresta, empia e mentita Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza De l'antica virtù, se t'arde ancora L'onor di Francia e la tua gloria i polsi, Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei pronti Accorgimenti e de le pronte spade! Sorgi; a la furibonda idra le cento Creste conculca; e a quella rea, che il freno Con falsi nomi a l'oprar tuo contende, La man caccia su'l volto, e la sbugiarda! Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, grida Dal mar britanno a la regal Pirene Ogni gente, ogni petto; orrido io sento Il fragor de la pugna; e quando a mille Divora i prodi la fulminea morte Su le ripe contese, una linguarda Turba su le fraterne ossa s'impanca, E al vinto insulta, e al vincitor si arrende!--
CANTO OTTAVO.
ARGOMENTO.
La catastrofe di Sédan.--L'ombra di Turenna e la resa.--Lucifero entra in Parigi.--La babilonia delle gazzette.--L'assedio.--Gloria ed obbrobrio a chi spetta.--Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.--I Prussiani entrano nella città.--L'allocuzione del proletario.--La colonna Vendôme.--L'ombra di Federigo.--La petroliera.--Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.