Lucifero

Part 6

Chapter 6 3,245 words Public domain Markdown

Udì il vanto oltraggioso e la superba Sfida la Dea, che tutte cose impera, E da le sedi adamantine, eccelse, Ove, occulta al creato, erge il suo trono, Chinò lo sguardo, e il rilevò, siccome Commiserando a questa ultima sfera, Bruna ed ultima tanto e tanto audace. Prendea l'aure in quel punto ad ampie vele L'ignifera carena, e fra' tranquilli Miraggi de le fate argenteo il dorso Scopríano a la notturna aere i delfini, Pazzamente esultando; e già non lungi Nereggiava agl'incerti occhi la sponda, Che udì del tapinello Aci il lamento, Quando il fiero Ciclope eragli sopra Con geloso consiglio; e già tra' cupi Firmamenti d'azzurro, erti ed immani Spiccava agli astri, qual fumante altare, Gli affocati cratèri Etna superbo, Quando, gli alti corrucci e il lampeggiante Sguardo sentendo de la Dea sdegnosa, Di sulfureo vapor l'aria si tinse, Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti Scoppiâro a un tempo e con tutt'ira i venti. Balzò dagli antri de la terra un vasto Sanguinoso fantasma; in tortuöse Rapide spire si elevò, diffuse Per li nordici campi orrido il crine, Sparse il cielo di sangue, e in fiammeggianti Cerchi gl'impaüriti astri costrinse. Guardò l'Eroe senza sgomento al petto La boreäl meteora, e a le stupìte Genti, che su la tolda erano accórse A mirar tanto caso, e di paura Avean gelido il core e verde il viso, Insegnò, come seppe, in dir cortese Il magnetico evento; allor che sorto Da le funi riposte, ove grand'ora Scialbo e sparuto era rimasto assiso Certo frate Iginaldo, in modo strano Trampolando sui piè, sciolse la lingua Ai soliti sermoni. Era costui Un fil d'omo, sottil, magro, ricurvo, Pallido come cece, istrice al fronte, Falco a lo sguardo: un subbio benedetto, A cui tutta ravvolta era la trama, Che ordita avea con fine arte il Loiola. Corsa gran parte avea d'Asia; pescato Con la rete di Pietro alme e moneta Per la sposa di Cristo, e al Franco lido Quinci movea per sovvenir le afflitte Dai novelli cimenti anime pie. Di Lucifero il detto e il paventoso Mormorar de la ciurma, a quella strana Apparenza di cielo, ei tosto accolse Ne le vigili orecchie, e, tolto il destro Di fulminar con la parola audace L'alme corrotte e l'empietà dei tempi, Gittossi a' piedi il brevïario, strinse Ne la tremula destra il crocifisso, Che tenea, qual pugnale, a la cintura, E in questa guisa a favellar proruppe: --Prostratevi, tremate; ululi e pianti Alzate, o genti de la terra; il crine Di polvere spargete! Ecco, si appressa L'ora del gran giudizio; ecco, il Signore Sbuca fuor da le sue stanze, e discende Come nembo d'autunno. Ardono i cieli A l'irata presenza, e piovon fiamme Su le terre di Sòdoma; qual cera Squaglian monti e palagi; orridi e neri Bollon com'olio i flutti; apron le gole I mille abissi de la terra, e inghiottono Le falangi del tristo. Empî! di falsi Idoli e di scïenze occulte e maghe Mal vi fate voi schermo! Avete il tempio Profanato del Cristo; il santo avete Patrimonio di Pier fra voi diviso; Gozzovigliato fra le stragi; aperto Con mille punte di tortura il grembo De la madre di tutti; i figli spinti Contro al sen de la madre; e il latte e il sangue, Con vile e frodolente arte spremuto, Tracannando qual vino, ebbri e feroci, Incoronati d'empietà, vi siete Sopra l'ossa dei santi eretto il trono! Ma tra' fulmini avvolto ecco, passeggia Il Signor degli eserciti, e l'immondo Trono di Belzebù, come vil coccio Infrangerà! Questo che in ciel vedete È il giudizio di Dio!-- --Questo è il rossore Di Dio, che sul tuo labbro ode il suo nome!--Una voce gridò. --Questo è l'inferno, Riprese il frate, che divora e strugge Le falangi degli empî!-- --O forse il sangue, Che han versato ogni tempo i manigoldi Di Vaticano!-- --Odo fra noi la voce De l'eresía; Satana è qui; perduti Tutti siam noi: ci sarà tomba il mare!-- Dicea, quando dal mar torbido e negro Mugulando una sconcia onda levosse, Contro al legno proruppe, e lieve in guisa L'alzò, che spinta noi vediam dal turbo Una povera foglia. Orridamente Cigolaron le antenne; urlâr concordi I venti e i passaggier, le ciurme e il mare, E, dal fiero sospinto urto improvviso, Balenò, traballò, rovescion cadde Il loquace profeta, e destò il riso Ai mal fermi su' piè trepidi astanti, Qual da la ferrea gabbia, ove a diporto Con muta gravità saltando aggirasi La rugosa bertuccia, o ver, seduta Ad un raggio di Sol, prova l'aguzzo Dente a spellar secco virgulto, e il guardo Volge furtivo ai curïosi intorno, Se avvien ch'altri l'aìzzi, essa d'un salto Balza a l'opposto lato, i bianchi denti Digrigna, batte le palpebre, e torna Con guardinga incuranza al giro usato; Così in piè balzò il frate, il sospettoso Occhio intorno girò, forbì le sozze Palme, scosse la tunica, e, l'adunca Faccia a la tenebrosa aria levando, Umile e grave accovacciossi; aprì L'unto breviario, e mormorò latine Forse bestemmie, che parean preghiere. Giù dagli astri in quel punto, a par di scura Aquila, che a l'ovil piombi improvviso, Precipitava una procella, e il core Discioglieva ai più fermi. Orride e gravi Come monti di piombo, ingombran tutta Del ciel la faccia le sulfuree nubi; Mugghian lividi i flutti, e d'ogni banda Saltan sul mare ad azzuffarsi i venti. Quinci aquilon prorompe, e quindi irato Si scatena il ponente, e in un sol groppo Pugnan, come Titani: un le pesanti Nuvole afferra, e contro al mar le scaglia Con immenso fragor; l'altro dai fondi Gorghi del mar l'onde travolve, e al cielo Furibondo le avventa, e sfida Iddio. Qual da robusto giocator, compulso Dal dentato bracciale, a l'altro avverso Il ben gonfio pallon balza e resulta, Tal de l'onde in balía, dei venti in preda, Di qua spinto e di là, s'agita e batte Il rotante naviglio; ed or su 'l dorso Del fiotto immane al ciel levasi, or piomba Ruïnoso tra' flutti, e s'inabissa Come cosa perduta. A l'aër nero Fra lo schianto dei tuoni odi un confuso Suon di strida e di preci, un disperato Urtar d'opre e di cose, un fiero, orrendo Battagliar con la morte, e inconsüeta Fratellanza di pianti e di paure. Tu sol, fra tanto perdimento, il petto Non apristi a la tema, inclito amico Degli arditi mortali; e l'alma e il braccio Adoprando al governo, e da ogni parte Con diva ressa esercitando il grido Su le pavide ciurme, il cigolante Pino a le voratrici acque contendi. E là, dove nel mar libico schiude La selvaggia di Sardo isola il seno, Ben ridotto l'avresti, ove già fermo Di tutti la madrigna Isi in quel giorno Non avesse nel cor l'esizio estremo. Suscitò co 'l suo fiato un vorticoso Turbine, spalancò l'onde, in un mucchio Avviluppò fiaccate arbori e sarte, E fin dentro ai secreti antri, ove occulto L'impellente vapor mugola e ferve, Vïolento introdusse il flutto avverso. Scoppian, travolti nei dedalei fianchi, Gl'ingegnosi lebèti; in duo partito Salta al cielo ad un punto, e s'inabissa Il perduto naviglio; e orrenda, immensa Fra le rovine e il mare urla la Morte. Era fra tanti derelitti, a cui Piomba certo su 'l capo il danno estremo, La leggiadra Isolina; a le ginocchia Del nostro Eroe si attenne, e fredda, bianca, Scompigliata negli atti e negli accenti Fra' singhiozzi pregò:--Deh! mi salvate, Deh! salvatemi voi! Ch'io lo riveda, Ch'io muoia almen fra le sue braccia!--Un'onda In questo dir si sollevò; travolse La giovinetta, e de l'Eroe lontano, Come fiore divelto, in mar la spinse. Diè Lucifero un grido, e d'Ebe a un'ora Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo Di rapir la gentil preda a la morte, Qual tempestoso augello, in mar lanciosse. Trabalzati dal turbo erran gl'infranti Pini su' flutti, e con sinistri e neri Serpeggiamenti ingombrano gli abissi Tenebrosi del mar: sembran natanti Dèmoni, che al ghignar cupo de l'onde Ballin pazza una ridda a far più triste De' disperati naufraghi la morte. Rompe i flutti Lucifero, e fra tanta Desolata pietà sol di lei cerca, Sol si affanna per lei, che tutte in core Le sopite d'amor fiamme gli avviva. Biancheggiar vede alfin come un'incerta Forma, cullata abbandonatamente Da men torbidi flutti, e sembra cosa Di visïon, che tremoli a lo sguardo D'oblique stelle, e tu non sai, se chiusa Entro a un vel di canore acque e di spume, Sia l'amor che tu sogni, o ver la morte. Stranamente l'Eroe spinse la voce, Pari ad artigliatrice aquila, quando Disertar vede il nido, e da le nubi Piomba, e co 'l grido il cacciator sgomenta; E a quella volta ambo le braccia e il petto Affaticò. La cara supplicante Ben riconobbe, e in cor gioì: di peso L'alza, l'impone al grande òmero, e forte Serrandola co 'l braccio a mezza vita, Con ambo i piè squarcia di forza il flutto. Ella respira ancor; la fuggitiva Pupilla per le vaste ombre dilata, E un caro astro ricerca, il derelitto Astro de l'amor suo.--Cessate, o venti, T'accheta, o mar; risplendi, o Sol; venite, Lontane terre, al cenno mio; ch'io possa Serbar quest'infelice alma a l'amore!-- Girò in tal dir lo sguardo, e a lui da presso Con le braccia convulse a una raminga Botte aggrappato disperatamente Scòrse il misero frate: un moribondo Topo ei parea, che, a la grommata riva D'un impuro padùle a ber venuto, Vi trabocchi per caso: il miserello Stride pietosamente, i neri e furbi Occhi spalanca; or d'uno or d'altro verso Si travaglia d'intorno a un galleggiante Sughero, che da' piè sempre gli sfugge, E, invan le gambe picciolette a un tempo Dimenando e la coda, alza a fior d'onda Tenero il muso, i grigi orecchi appunta, Finchè, domato da la sorte acerba, Riman su l'acqua tumido e supino. L'Eroe lo vide, e contro a lui di punta Si disserrò, qual su l'ingorda sula Piomba il labbo animoso: a la codarda Voratrice la vasta ala non giova; Gracchia a l'aure fuggendo, e il mal digesto Cibo a l'audace assalitor concede. Tal sul frate l'Eroe piombò, nel punto, Che a cavalcion su le cerchiate doghe Con gran pena ei salía: per la pelata Nuca agguantollo; al soverchiante flutto L'abbandonò; su la girevol cimba Pontò forte la destra, e su d'un salto Vi si assise, e gridò:--Frate, il tuo regno De la terra non è, non è del mare: Io t'insegno il vangel!--Guaiva il frate, Tapinandosi indarno, e rotte e fioche Voci mettea:--Non vo' morir, non devo Così presto morir! Come San Pietro Tu solchi il mar; salvami tu!-- --Profeta Non son, nè figlio di profeta, eppure Veggio che in gran peccato esser tu devi: Troppo temi il morir!-- --Sono in peccato, Hai detto il vero, in gran peccato io sono: Vo' confessarmi a te!-- --Volgiti ai santi; Il demonio son io.-- --Sàtana, o Cristo, T'adorerò, pur che mi salvi!-- --Assai Facile è in ver la fede tua: rinneghi Dunque la legge cui finor servisti?-- --Pur che sia salvo, io la rinnego!-- --In molle Rèstati adunque, e non aver paura De le fiamme d'inferno!-- Il moribondo Sparì tra' flutti; al cor l'altro costrinse La giovinetta; su la fredda e bianca Fronte baciolla; le spirò su' labbri Una dolce parola: ella era muta Come la morte. Egli proruppe:--È bello, Bello, o frate, è il morir: vedi? su questa Bocca è la morte, ed io la bacio e l'amo!-- Era già piano il mar, taciti i venti, Terso di nubi il ciel; roridi e bianchi Tremolavan per l'aere i fuggitivi Astri, e a specchiar la fronte aurea nei flutti Con le perle su 'l crin venía l'aurora. Correa spinta dall'aure a fior di spume La cimba portentosa, e verso ai cari Lidi movea; quando al tenace amplesso D'un terribile sogno Iddio si tolse Scapigliato ed ansante: --Ove, ove siete, Miei campioni, gridò? Qui a me d'intorno Gli arcangeli non veggo e il formidato Fulmin de l'ira mia! Tacciono i cieli L'inno de la mia gloria; alzano il riso Gl'increduli mortali, e l'inconcusso Trono de la mia luce, ecco, diventa Tenebroso sepolcro ai passi miei. Rompete il laccio dei melliflui sonni, Troppo ingenui Celesti! Orrido io sento Sibilar per le vive aure lo strido De l'umano Pensier; sorge di nuovo Lucifero da l'ombre, e sotto ai chiari Sguardi del cielo, in faccia al Sol, vestito D'umane carni e d'ardimenti invitti, Contro al nostro poter pugna co 'l riso. Dormite pur, beate alme, sognate L'albe eterne dei cieli e la ghirlanda Mai consunta degli astri e le piovute Manne del paradiso; e tu, dai regni Contrastati del mondo, oltre il confine De la fallibil creta alza l'imbelle Tuo desiderio, e bamboleggia e trema, Reo vegliardo di Roma! Io, benchè agli occhi Nereggiar miri un crudo fato, e senta Mormorar fra' consorti astri una voce Di superba minaccia, io quel nemico Spirto di libertà, ch'agita i petti, Soffocherò!-- Disse, e l'usbergo usato, Che tutto era di nebbie e di paure, Stupenda opra, vestì; l'orrida assunse Ègida, che le avverse anime impietra; Strinse nel pugno la fulminea spada, E d'immenso clamore il ciel confuse. Balzâr dal sonno esterrefatti i Troni, Gli Arcangeli balzar, tutte fûr deste Le falangi de' cieli, e a frotte, a stormi Alïando venían, simili a incerti Pigolanti piccioni, ove tra' sonni Del temuto falcon sentan lo strido. Videli appena il Dio, che da le soglie Polverose de' cieli il dubitante Per lunghi ozî ed età passo togliea, Con fier cipiglio borbottando; e, in petto Mal frenando la gialla ira, tre volte Rotò sovra la testa il brando ignudo, --E, via di qua, sclamò, via dal mio sguardo, Plebe del cielo infeminita! Ai molli Suoni de l'infingarde arpe voi date L'anima tutta, e le divine essenze Seppellite nel sonno. Onta a voi tutti! Mentre l'uomo laggiù s'agita, e invade Ogni cosa crëata, e dio diventa, Voi, d'ogni cosa e di voi stessi ignari, Con pacifico studio divorate I banchetti celesti, e con le belle Figlie de l'uom gli ozii spartite e il letto!-- Girò, in tal dire, anco una volta il brando, E partito saría, se da la folta Dei trepidanti arcangeli non fosse Sorto innanzi Michel, l'adamantina Spada del cielo. A le incostanti aduso Bizze del Padre, ei gli si pianta innanzi Con ischietto sorriso, e,--Qual talento, Gli dice, è il vostro di pugnar? S'addice La pugna a voi? Lucifero ha vestite Spoglie umane, ed a noi l'alme ribella; Ma rotto è forse il brando mio? Su lui Disagevole è tanto il mio trïonfo? Ben altre volte io gliel provai. Smettete L'armi dunque e lo sdegno; io, s'ancor sono Il guerrier vostro, io pugnar deggio: a voi Il comandar, a me il servir si aspetta.-- Così parlava, ed il canuto mento Gli careggiava, e il rabbonía. Di forza Volea prima da lui svolgersi il nume, Poi fiero in vista e mal frenando un riso, Ritrasse il piè dal limitar: le indotte Armi svestì; senza mirarlo in fronte Al diletto campion la pugna indisse, E, calcando ai superbi astri la faccia, Su l'aureo trono in maestà si assise. Gemea l'Eroe fra tanto, e su la bocca De la bella sua morta iva mescendo Dal profondo del cor lagrime e baci. Mestamente fendea l'onde, e nel raggio Dei purpurei crepuscoli diffuso Vagolava il suo spirto oltre la vita. Saltò da l'etra in quell'istante il forte Messaggero di Dio, tutto ne l'armi Coruscanti precluso, e parea stella Portatrice di stragi. A sommo il flutto Contro al gagliardo nuotator piantosse, Precidendogli il lido, e con superbe Voci il tentò: --Riedi, insensato, ai neri Baratri tuoi; quest'aure e questa luce Non son per te. Del tuo Signor dispregi Il divieto così? Ben del suo sdegno T'è noto il peso e del mio brando. Lascia Quest'aure adunque, se non vuoi di nuovo Provar l'ira del Padre e il braccio mio!-- Guardollo in fronte, e con sorriso amaro Gli rispose l'Eroe: --Superbo e vôto È il tuo parlar, qual si conviene a servo D'assoluto signor. Gonfio de l'aura D'un fatuo nume, opre millanti e cose, Che son, più che vittorie, onte e dispregi. Ma inver semplici or siete, ove co 'l suono D'una futil minaccia il pensier mio Svïar provate da l'ardita impresa, Per cui tutta cadrà da' vostri petti La superba jattanza. Ebbri del fumo Dei vaporati sagrificî, il guardo Voi non drizzate oltre l'istante, e lunghi Anni di gloria e non caduco impero V'impromettete. Al par di voi, securo Si tenea ne le ròcche ardue d'Olimpo Il fatal Saturnìde; e pure ei cadde, E favola e ludibrio oggi è il suo nome Ai più vili del mondo. E voi, voi pure, E non guari, cadrete; e su le vostre Fiere cervici striderà la punta Dei sarcasmi plebei. Stolti! che al volo De l'umana ragion, che tutto arriva, Presumeste por ceppi, e chiuder l'alma Dentro al sepolcro degl'imposti errori; Ma trono eretto su l'error non dura; Al tuo cieco signor la terra il grida!-- Strinse al petto, in tal dir, la giovinetta, E verso al lido si spingea. Tremendo Fulminò l'aïzzato angelo il grido, Raggiò d'ira e di lampi, e la funesta Spada calò. Su la sua cara estinta Piegò il nemico il petto, e nulla oppose A la spada fatal destrezza o scudo. Balena il mar sinistramente; a l'aure Fischia l'acciar, ma, come ghiaccio in fiamma, Tocco appena l'Eroe, sciogliesi e strugge. Vide il portento, e scompigliossi in core Il guerriero di Dio; nè però a mezzo Lascia la pugna: smisurate, immense Spiega l'ali gagliarde, e si disserra Contro al ribelle nuotator. Qual suole Orgoglioso tacchino, ove al guardato Beccatoio appressar veda un digiuno Ramingante mastin, smetter l'usata Ruota d'un tratto, scolorir l'eretta Caruncula, e assalir tremendo in vista Il mal sofferto esplorator; s'aggira Questo, e no 'l bada; e mentre quei su' fianchi L'ale gli sbatte, e sbuffa, e stronfia, e grida, E il bèzzica a la coda e lo flagella, Tacito e imperturbato ei mette il muso Ne l'accolto becchime, e fiuta e passa; Tale il divo campion con le robuste Penne il superbo Pellegrin combatte Rotëandogli intorno. Ai cari lidi Questi si affretta, e con parole acerbe Lo stanco assalitor punge e motteggia: --Torna ai cieli, o fanciullo; e le lucenti Soglie giammai de la magion paterna Non lasciar quind'innanzi. È dura impresa, Credi, il fermar sopra le vie del fato Il pensiero de l'uom: pari a torrente Ch'argini rompe, alberi svelle, ei corre Per sentiero infinito, e, non che un solo, Mille Dii non potrían romperne il corso!-- In così dir, prese la riva; irato L'Angiol guardollo, e dileguossi al vento, Come vapor di nebbia vespertina, Che s'innalzi dal mar: vela un istante I purpurei del Sol placidi occasi, Poi si scioglie a la brezza. Il Pellegrino Diede un forte sospir; la cara estinta Su l'arena depose; e poi che l'ebbe Tersa, come potea, del flutto amaro, La guardò lungamente; una leggera Zolla le impose, e muto e senza pianto, Pari a fantasma, in riva al mar si assise.

CANTO SETTIMO.

ARGOMENTO.

Storia d'Isolina.--Amore.--Sogno di felicità.--La lettera della madre.--Ultimo commiato.--Lontananza.--La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.--Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di sè stesso.--Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.--Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.--Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.