# Lucifero

## Part 5

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Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo, Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare: T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo, E immenso è l'amor mio siccome il mare: Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo, La beltà agli occhi, a la beltà un altare, Sola virtù di questa fragil salma, Luce de la pupilla, aria de l'alma!--

Così dicendo, a l'odorato lembo De le vesti di lei dolce si appiglia; Ella pavida in atto, al vergin grembo Restringe i veli, e al suol figge le ciglia; E qual fussia gentil, che dopo il nembo Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia, Stillante di pudor la faccia bella, Senza il fronte levar, così favella:

--Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese, Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto; Deh! chi mai la possente arte ti apprese Del suäve parlar, ch'apre ogni petto? Ben questi alberi muti e le scoscese Rupi verrían commossi a tanto affetto, E amor risponderían, d'amore istrutti, Le dure querce e gl'infecondi flutti.

Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri Il fior di questa mia povera vita, Se le gioie del mondo e i giorni allegri Par ch'abbian del mio cor la via smarrita? Qui passan gli anni miei romiti e negri, E m'è la speme del morir gradita; Chè sol di là di quest'oscuro esiglio Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.--

Tal parla, e in verginale atto la faccia Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro, E minacciar vorría, ma la minaccia Le muore su le labbra in un sospiro. Ebbro, anelante, con aperte braccia, --Ah! no, risponde il Pellegrin delíro, Tu, che sì bella e sì pietosa sei, Senza luce d'amor viver non dèi.

No, non fia ver, che senz'amore al mondo Volga tua vita abbandonata e sola, Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo, Qual bianco giglio in solitaria aiuola: Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo, La forte ala d'amor penetra e vola, Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto, Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.

Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore, Raggio di sole e manto irto di neve, Vol di farfalla e profumo di fiore, Tutto passa così rapido e lieve; Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore, E l'istante d'amor forse è il più breve; Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla, Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.

Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte, Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso; Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte, Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso; Ci specchierem dentro a la stessa fonte, Sognar potrem sovra il guanciale istesso; Come ad olmo consorte edera o vite L'alme unirem sovra a le bocche unite!--

Disse, e acceso negli occhi e in atto strano Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse; E un'armonia suonò per l'aër vano, Ch'armonia parve, e baci erano forse. Sorto era il sole intanto, e dal sovrano Balzo a schiarar quelle due fronti accórse; E negli occhi de l'un, qual fior nel lago, Specchiar l'altra mirò la propria immago.

V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva Di bei fiori non è, non è di foglie, Ma al tocco sol, come se fosse viva, Tutta in sè si restringe, e si raccoglie; Nome il volgo le dà di sensitiva, E senso di pudor certo essa accoglie, Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio, Ha virtude d'amor, senso e linguaggio.

Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme; Ed agli urti del cor le ondeggia il seno, E il cor le fugge a la risposta insieme: --Stranier, caro stranier, per questa almeno Secreta ambascia, che m'affanna e preme, Deh! per questa ti prego alma soletta, L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta.

Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida, Se a l'audace voler tua possa è uguale, Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida, Nuova di giovinezza onda immortale; Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida; Che men funesto a noi vibri il suo strale; Che a questa vecchia gente infastidita Riedan le Grazie a rifiorir la vita!

E se tanto non puoi, dammi che a questa Terra, che non m'intende, alfin m'invole; Ch'io mi scevri da tanta orda molesta, Che sepolta nel ver l'anima vuole. Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa, Ch'io mi confonda in un raggio di sole, Ch'io naufraghi coi miei poveri numi In un mare di luce e di profumi!--

--Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose, Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori, E alle fole, che il mito aureo compose, I nostri involïam superbi cori: Il trono de l'amor son queste rose; Tutti son ne la vita i suoi splendori; È qui sovra la terra il ciel che agogni, Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni!

Vivi a la terra e a me: vivi al governo Di questo amor, che fiamma è del pensiero, Di questo universal giovane eterno, Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero; Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno, Tempo ed eternità, verbo e mistero, Principio e fine del mortal cammino, Fede, legge, virtù, vita, destino.

Vieni con me; per l'infinita via L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene; L'opra e l'amor son la ricchezza mia, Mio cibo il ver, la libertà il mio bene: Aquila altera per l'aria natía Al Sol va incontro, e schiva è di catene; I nembi sfida, i turbini sovrasta, Libera muor; la libertà le basta.

Noi liberi così, per vario corso, Correrem, cimbe audaci, il mar crudele, E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso, De l'ali sue ne rifarà le vele. A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso, Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele; Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso, Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!--

Favellando così, giuso a la valle Avean, senza saper, già vòlti i passi, E incerti si seguían, qual due farfalle, Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi; Ma quando s'avvisâr del vario calle De l'assòrta fanciulla i guardi lassi, Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta.

Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe Guancial trovò sul molle suol proteso, Nè le miti verbene e le superbe Rose andâr liete del vergineo peso: Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso, E gli spiriti erranti in su le chete Labbra le avviva, e geme, e le ripete:

--Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte, Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso; Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte, Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso; Ci specchierem dentro a la stessa fonte, Sognar potrem sovra il guanciale istesso; Come ad olmo consorte edera o vite L'alme unirem sovra a le bocche unite.--

Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno; Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro; Splender mirò de la Ragione il regno; Vacillò de l'Error l'idolo impuro; Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno, E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa, Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.

Sconosciuta fra tanto a la ventura L'innamorata coppia oltre cammina, E or d'un côlto villaggio entran le mura, Or cercano la valle, or la collina; Posan or su la sponda, or ne l'oscura Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina: La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento Per essi: amor; l'eternità un momento.

Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei Le nitide versâr perle dal crine, Fra il Saronico golfo e i flutti Egei Il sacro Attico suol videro alfine; E, i Bëozii varcati e i monti Onéi, Le Cecropie toccâr mura divine, Che avean, benchè or le copra oblio profondo, Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.

Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo L'urne riversa il vigile Cefiso, Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo Crescea corone un dì l'aureo narciso. Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo La pelasgica rupe appo l'Illiso, Or rupe incolta, ma d'illustre prove Già campo a la fatal figlia di Giove.

Di pentelici marmi, in su la cima, L'inconcusso delúbro alto sorgea, E d'opre egregie e sagrificî opima Ivi ebbe l'ara la terribil dea: Fra l'argive falangi inclita e prima Sovente essa l'invitta asta scotea; E al lampo sol del venerando aspetto Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.

Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta, Temprate in Lemno a le celesti incudi, E libera de l'irto elmo l'augusta Fronte splendea fuor dei funesti ludi, Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta Spirava il riso di men ferrei studi; E a l'ombra del vocal delfico alloro Venían le Muse, e s'assidea fra loro.

Tra i ruderi famosi e le dirute Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano; Pensieroso guardò l'are cadute E i fòri e del deserto ágora il piano E il monte del tremato Are e le mute Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano; E d'un dio su la testa infranta e nera Umor versò, che nettare non era.

Sorge la notte; ei là, presso al Pecile, S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema Pende la luna, e sovra a la gentile Bionda testa di lei sorride e trema. Pensoso egli è più de l'usato stile; È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema; E nuotando le vanno incerte e scure Cento memorie in cor, cento paure.

Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna Del sen le fa con le protese braccia; E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna De le stelle del cielo essa l'abbraccia. Velò la fronte ipocrita la luna, Chè tanta voluttà par che le spiaccia, Come vecchia pinzochera far suole Al caro suon di lubriche parole.

Disse alfin la fanciulla:--Oh! se sapessi Che paure ho nel core! Ai giorni miei Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi, E amore e vita ed avvenir mi sei. Se un giorno abbandonar tu mi dovessi, Come rondin deserta io mi morrei, Io mi morrei così!--Tacque, e gli avvolse Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.

Poi riprendea piangendo:--Era fatale Quest'amor, più di te, più di me forte; Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale, E infranse e ribadì le mie ritorte. Sento che tu non sei cosa mortale, Ma ne le braccia tue sento la morte; Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge, L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.--

Non risponde colui: torbido, immoto Per le tenebre lunghe il guardo intende; Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto Di larve brulicar l'aria comprende: Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto, E incerta su di lor la luna splende; E a lui d'intorno in apparenze strane Prendon fogge e sembianze e voci umane.

Parla un'Ombra così:--Socrate fui, E tra' mortali un'altra volta io vegno, Chè contro a questi nebulosi e bui, Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno. Solo del vero io parlerò, di lui, Ch'unico iddio su la natura ha regno; E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta, Beverò la cicuta un'altra volta!--

Sorge un'altr'Ombra, e dice:--Al vulgo iniquo, Che tanto omai del suo poter presume, Tal esempio darò, che da l'obliquo Calle il ritragga d'ogni rio costume; Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo, Splender non può di Libertade il lume; E ognun, che insorga al patrio onor rubello, Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.--

Sparve, e un'altra a dir prese:--O voi ch'eletti Foste in terra a portar le regie some, Al patrio ben primi volgete i petti, E le stranie falangi allor fien dóme. Codro son io; dei popoli soggetti Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome; Ma a salvar Grecia, inesorato e forte, Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.--

S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla Su le stanche pupille il sonno scese, E sovr'esso a la terra arida e brulla Le strenue membra il Pellegrin distese. Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla Per lo pian solitario o vide o intese; Ma al dileguar de le notturne larve Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve.

Mostro ei mirò, che lungo e macilento Viengli incontro per tòrto aspro sentiere: Come punta di falce adunco ha il mento, D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere; Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento, Intrecciate di scope ispide e nere; Gambe ha di ragno e membra irsute e viete, E su la testa un gran cappel da prete.

Qual trampolier, che da la ripa a un tratto Dentro al placido rio salta e gavazza, Così intorno al dormente agile in atto Balla quel mostro, e per l'aria svolazza; Gracchia qual corvo, miagola qual gatto, Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza; Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia, E così lo deride e lo sbeffeggia:

--Questo dunque è l'ardir, questa la possa, Di cui tremar dovean l'alme e le stelle? Così la fede dei mortali hai scossa? Così fatta hai la terra al ciel rubelle? Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa! Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle! O eroe de la Ragione, o Re dei forti, Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!--

Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo, Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse, Minaccioso rotò d'intorno il guardo, Vide Ebe, e di pallor muto si tinse. Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse, Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.

CANTO SESTO.

ARGOMENTO.

L'Eroe s'imbarca per la Francia.--Rivolge superbe parole alla Natura.--Aurora boreale.--Sermone di frate Iginaldo.--Tempesta e naufragio.--Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.--Morte di frate Iginaldo.--Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.--Iddio, che vuoi perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.--Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.--L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.

Fra le chete e fiorenti isole o ninfe, Cui bacia il flutto de l'icario mare, Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo L'ala del suo pensiero; e per le ardenti Regïoni dei suoi sogni, vestita Di crescenti speranze e di fulgori Non toccati giammai, vede una sponda, Che, libera e temuta in fra le genti, L'ampia de la Ragione arbore edùca. Gallia ebbe nome un dì; Francia l'appella L'abietta lingua popolar, ma schiva Com'è d'umili cose, ella a buon dritto Titol di capo assume e di cervello. Ivi la tenda ei pianterà: superba Patria di sogni ella a sè chiama e attira, Qual per forza d'istinto, il venturoso Arcangelo umanato, a cui nel petto Con eterno bollor balzano i sogni. Sotto al suo piè monotona fra tanto Brontola la rotante èlica; fischiano Gli euri a l'antenne; mormoran confuse Voci di meraviglia e di vendetta Le solcate, saltanti acque; al governo Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta Nel suo madido manto alzasi al cielo Coronata di muti astri la notte. Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste Onde, su cui passa leggera e certa Con le fiamme nel sen quella nuotante Fra tanta immensità piccola prora, E ai solenni ardimenti inorgoglito Dei suoi cari mortali, osa con questa Baldanzosa jattanza alzar la voce:

--Piega al cenno de l'uom, piega la testa, O superba di nomi Iside antica, E leggi e ceppi a sopportar t'appresta!

V'è tale abitator su questa aprica, Ultima sfera, che al tuo passo intorno Volge ignorata, e tu scemi a fatica,

V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno, Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi, Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno.

L'idra orrenda del male erra quei lidi, Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe Prematura e fatal morte a quei nidi;

Ma dal sen degli affanni e de le tombe Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto Quanto più giù la vil creta procombe;

E l'uom col serto del martirio e il santo Peso del suo dolor, nauta immortale, L'onde si accinge a navigar del pianto;

E, rompendo co'l petto il mar fatale, Pur morendo, procede, e su l'impure Salme a nuovi ardimenti agita l'ale.

E tu invan, fiera Dea, tu invan d'oscure Sfingi hai custodia intorno; invan di tuono Armi il tuo grido, e veste hai di paure. Questo verme immortale ebbe tal dono, Per cui scrolla are, ombre dirada, e altero Su le rovine tue piánta il suo trono.

Tu di fulmini t'armi, e in tuo mistero Minacciosa sorridi; egli al tuo sguardo Il fulmin strappa, ed arma il suo pensiero.

Tu di flutti e d'abissi il tuo codardo Regno precidi, o ver di lidi avari Inciampo opponi periglioso e tardo;

Ed ei co 'l foco dei tuoi falsi altari, Con l'onda tua nei suoi congegni occulta, Fa mari i monti, e fa montagne i mari.

Che stai? Schiava a le tue leggi, sepulta Ne l'ira tua tu cadi; al tuo governo Egli si asside, e ai tuoi disdegni insulta Libero, invitto, onnipossente, eterno!--

