Part 4
Ei viene, egli si avanza; Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi! Non firmamenti, o báratri Ma le tende de l'uom son la sua stanza. Voi, che in abietto e vile Ozio distesi, il turpe viver molle Annoverate dal fuggir de l'ore, Schiavi imbelli del core Vostro e d'altrui, larve patrizie, all'opra! Tal giudice v'è sopra, Che a nulla mai quanto a l'oprar perdona. Nè del ceruleo sangue Vi gioverà l'inclita stilla, o il caro Peso di scrigno avaro, Solo a capricci di lussuria aperto; Nè, meno ignobil merto, Le illustri opre dei padri: egro ed imbelle Nipote da gagliardi avi discende, Qual da la salma d'un illustre antico Discende il vil lombrìco. Industre ed ingegnosa Gente, ai travagli del pensiero avvezza Come ad opra di man, combatte ed osa Assidua ed animosa, Ed a mezzo il cammin mai non assonna. Da le vulgari ed ime Sedi s'inalza a mal contesa altezza, E, rampogna sublime Cui l'ozio ingombra e l'ignoranza opprime, Sa ciò che vale, e di sè stessa è donna! Tal suonava d'intorno al Pellegrino Meravigliosa un'armonia, fra tanto Che, incoronato di superba luce, Sul superbo suo capo il Sol splendea.
CANTO QUARTO.
ARGOMENTO.
Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.--Descrizione di Tempe.--Le bagnanti sorprese.--Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.--Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.--Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.
Concitato così le spalle tòrse A la scitica rupe, e dentro al petto, Siccome vena di sboccanti lave, Giovane e forte gli bollía la vita. Solo e pensoso ei va, come solinga Per gli spazî del ciel tacita nube, Nè gli cal se la bianca alba gli rida, Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo; Perocchè diva è la sua tempra, e nulla Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto. Solo e pensoso ei va: monti e dirupi E foreste e deserti indifferente Lasciasi a tergo, e par nave, che muta Solchi le tenebrose onde sospinta Da prosperi aquiloni. Il flutto varca De lo spumante, ingiurïoso Arasse; Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama Le Amazzoni omicide; le spelonche Orride mira e le ferrate valli Dei Cálibi feroci; e dei cotanti Popolati di fiabe incliti lochi O si scorda, o non cura, o ver sorride. Ma di te si sovvenne, in su la sponda Del propontide stretto, Ero infelice; E il mar querulo ancor di tanto lutto Ricercando con gli occhi e le nascenti Per l'azzurro del ciel candide stelle: --Ecco il talamo vostro, ecco le faci Del vostro imene, o giovanetti, ei disse: Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli, Due fior la vita, ed ogni cor due stelle! Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze; Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio Ed un sospiro; un talamo e una fossa; Un sogno e un sonno; un inno ed un addio! Oh! l'amore, oh! la morte!-- In tali avvolto Meste e leggiadre fantasie d'amore Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti Per tanto flutto verginali amplessi E la pronuba face e il fato estremo Invidïando al garzoncel d'Abido, Sentì quasi pietà d'esser sì solo. Mentre ei vaga così di terra in terra, E amor solo il comanda, ad altre piagge Volano i canti miei: su le ridenti Piagge di Tempe, asil di giovanette, Ninfe, amanti di rose e di garzoni. Come canestro di ben culti fiori, Nel tessalo giardin Tempe verdeggia, Tempe, amena contrada, a cui diêr grido, Quando Grecia fioría, Numi e poeti. Coronata di selva, entro ad opaca Valle per ben chiomati olmi canori E per canto d'augelli e suon di rivi, Tra Larissa e l'Egèo molle dechina, E, quai Titani, a lei stanno d'intorno Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri Gioghi di monti, da le cui pendici, Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi, Quando più torve lo mordean l'Erinni, Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse S'addossavano ancor rocce su rocce Senza varco di uscita; e brulla e mesta Era la terra. Arse di rabbia il fero Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti Gl'iperborei macigni; inorriditi Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro Al furente Almeníde. Amena e bella Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume In memoria del dio. Fra sempre verdi Gramigne e giunchi flessuösi e fiori Esso ha il lubrico letto, ed or si volve Querulo come rivo, or mugolante Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno Tra foltissimi vepri al Sol s'invola, Or limpido e sonante al ciel risplende Come lama d'argento, ed ai lavacri Il polveroso mandrïan conforta. Pingue così di spume e di tributi Scende superbo a fecondar la valle, E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa, Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda E sdegnosa altresì; però che un tratto Su l'ampio dorso del Penèo galleggia Lieve e cheto com'olio, indi si parte Solissimo fra' giunchi, e vien per via Mordendo argini e siepi ed involando Iridati lapilli e tenui fiori, Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce Con allegro susurro il giovin flutto. Cercan la sua romita onda al merigge Sitibonde le capre, e tarde e stanche Giù da l'erta si calano le vacche Al tinnío de le pensili campane, Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso Il rubesto caprar zufola al vento. Venían furtive un dì sopra la riva Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe Le ritonde sembianze, e su l'eburnee Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza Degli estivi solstizî, e mezzo ignude Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli, Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti Palpitavan, celati entro ai cespugli, L'insidïosi giovanetti, e nulla Prendean cura di greggi, o di ritorno, O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito Fuor mai si spinse, e disïoso e folle Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda, Clamorose echeggiar sentivi intorno Femminee strida, ed agitate e rotte Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo, Fuggon le donzellette, e vesti e pepli Scambian confuse, e tremanti avviluppansi Ne le riverse tuniche, e pe'l lido Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia, Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi Rosee forme fuggenti, e scappan dardi Di voluttà. Riedon delusi intanto I giovincelli, e s'affollan sul piano Clamorosi, anelanti, ed un si loda Del proprio ardire, e ride e si fa gioco Del ritroso compagno; un leva a cielo La beltà de l'amica; altri fa mostra D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta Sorrisi e baci e occulte intelligenze Di vicini ritrovi; e va del caso Superbo ognun qual d'un primier trïonfo. Così a le danze ed ai trastulli amica Tempe fioriva un dì, quando nei bruni Letti del mar dormía cieco ed ignoto Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta Come vedova or siede; e s'anco aprile Va per uso a recar le sue ghirlande Su quell'orbe contrade, e van le stelle A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume, Ben puoi dire, che senso han tutte cose Di ricordi gentili, e son fedeli, Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori. Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse Ispide macchie al croceo Sol biancheggia Qualche muta capanna, ove, costretto Di scarse lane il macerato fianco, Numera i penitenti anni nel duolo Il romito calòcero, che nulla Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo Forse dar più non puote, offre al Signore. Sola, fra questi incolti èremi, in vetta D'un'aërea collina, a cui sorride Primo dagli orti il giovinetto sole, Una strana magion sorger tu miri Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia, Or circonfusa d'un'argentea luce A dolce meditar l'anime invita. Danza d'intorno a lei con grazïoso Florivolo tripudio il fresco Aprile, Che le penne del dorso e il facil volo Ivi gran tratto e volentieri oblía, Fin che non giunga a discacciarlo il verno. Sentono il suo fecondo alito i fiori, E su su da le intatte erbe, che tremolano Riscintillanti al candido mattino, Schiudon l'auree corolle, innamorate D'agili silfi; ed ei, per la diffusa Luce che lo circonda e le volanti Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia, E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi, L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro, A un concento d'amor tempra e concorda. Mira a la lunge il credulo romito, Come spera di Sol, fulger l'ostello, E suonar l'aure insolite armonie Stupefatto ode, ed incantevol mostro Di spiriti lo crede, asil di fate Suäditrici di lascivi amplessi. Pende un tratto con doppio animo, e quando Nel travolto pensier dèmoni e ninfe Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori, Trepidante di là togliesi, e il foco Del vorace desio, che il cor gli afferra, Nel pensiero di Dio spegner presume. --Piombi il foco del ciel su l'empie mura, Quinci a notte passando, esclama il vecchio Merciaiolo di Sira; al maledetto Spirito che vi ha stanza aprasi il nero Regno di Belzebù!--Sporge le braccia Imprecando in tal guisa; e, borbottando Per l'erma notte altre più ree parole, Riattizza la pipa: in fosche e spesse Nugole fuor da le sonanti labbra Sbuca il putido fumo, e con sinistro Gorgoglío geme la tartarea canna. Ma di lui men feroce, in su la china De le valli fiorite, allor che intera Guarda l'estiva luna entro lo specchio De le chete fontane, e a le tranquille Brezze dei monti flettono la cima L'arsicce mèssi e i moribondi fiori, Men feroce di lui fermasi e guata Il giovinetto pastorel, che vide Un dì ne la pensosa ora dei vespri Vaga passar di sotto ai pergolati De l'aërea magione una bellissima Immagin di fanciulla, e non sa forse Il semplicetto mandrïan, se cosa Fosse di sogno, o di mortal figura Non fallace apparenza. Entro al pensiero Quella leggiadra visïon tuttora Vagolando gli nuota, a quella forma Che vediam ne la verde onda d'un lago D'un astro ignoto tremolar l'aspetto, E ne par forse innamorato e mesto Spirto, dannato ad abitar quell'acque. Sui disfatti scaglioni il giovinetto Appo il fonte si asside, e la stanchezza Dei lunghi giorni e la stagion cocente Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri Fra le vergini rose e le modeste Edere de le siepi, or tu gli reca Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora Derivar da la dolce arpa l'ignota Di quell'aureo palagio abitatrice, Ebe, il misterïoso astro di Tempe, Ebe, l'arcana visïon d'amore. Ella è colà: nei taciti giardini Pari a le stelle uscì; candida e sola, Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira Pei fioriti vïali, ecco, domanda Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo, Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto Ne la pensile rete ella distende Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura Abbandonatamente a l'aura ondeggia. Spinge tra fronda e fronda il curïoso Raggio la luna, ed al tremar dei rami Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi. Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda Fate di danze, innamorati augelli: Bacio d'amor su quella fronte intatta Finor non si posò; pronube danze Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura, Abbandonatamente a l'aura ondeggia. Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco S'apre a fatica a la materna luce; Onda, che parta il marinar co'l remo, Mormorando s'aduna, e corre al lido; Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura Abbandonatamente a l'aura ondeggia. Or vedete, ella sorge; a la vocale Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro Sedil, tessuto di costanti bossi, Mollemente si adagia, e al fuggitivo Tremulo raggio de l'occidue stelle La mesta del suo cor voce confida:
--Date a la terra i fiori, Date i coralli al mar; Ad ogni cor gli amori, Ad ogni dio l'altar. Abbia ogni nembo un'ìride, Ogni astro i suoi splendori; Date a la terra i fiori, Date i coralli al mar.
Ma, rieda il verno o il maggio, Mesta e soletta io son; Muto è del cielo il raggio, Triste è de l'arpa il suon; Qual vana ala di zeffiro Passo nel mio vïaggio, E, rieda il verno o il maggio, Mesta e soletta io son.
O immagini lucenti Di più felici dì, Sogni de l'arte ardenti, Il vostro april sfiorì; Invan chiedo le olimpiche Forme a le nuove genti, O immagini lucenti Di più felici dì.
La giovinezza, il riso, Le grazie ed il piacer Fuggon tremanti al viso De l'inamabil Ver; Fuggon su l'ali rosee Del vago error conquiso La giovinezza, il riso, Le grazie ed il piacer.--
Ella così cantò. Sul limitare Appresentossi un pellegrin. Dai muti Sottoposti sentieri, a stilla a stilla Bevuta avea la voluttà secreta Di quel suon, di quel canto, a par di fiore, Che le brine del cielo avido beve Ne le tiepide sere; e a forza tratto Ivi venía, per quel secreto istinto Che l'altera rivolge aquila al sole. --La Ragion sia con voi, grave e solenne Esclamò su la soglia; un pellegrino Chiede ospitalità.-- Lo sguardo eresse A lo strano saluto Ebe, e tremante, Attonita mirò quella bizzarra Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero Gioco gli fan così su la persona Le acute ombre notturne e l'auree faci, Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva Apparenza di spirto, ivi per voce D'incantesimi tratto. --O pellegrino, Così a dir prese con trepida voce L'inclita giovinetta; ove di cibo Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata Gente ed a case inospitali e dure Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente Viene in tal guisa a visitar la terra. Però siedi e t'allegra; e mentre intorno Movan le ancelle ad imbandir le cene, E a sprimacciare e ricovrir di schiette Coltri le piume al tuo riposo amiche, Dir ti piaccia il tuo nome e le native Piagge ed i casi tuoi, però che al volto, A le fogge straniere e al portamento Uom venturoso e non vulgar ti estimo.-- Egli sorrise e s'adagiò. Siccome Tenera foglia al susurrar del vento Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura Goda cullarsi e presentir l'onore Dei colmi bocci e del nettareo frutto, O che, del nembo aütunnal presaga, L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa Trepidava ne l'alma al novo aspetto De l'orgoglioso Pellegrino, e muta Pendea da lui, qual candido corimbo Che dal solingo muricciòl de l'orto, Quando zeffiro tace, immobil pende. Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero Ospite, e come può, cerca con gli occhi Disïosi tradir tutta in un punto La dolcezza improvvisa, onde si strugge Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto Nei grandi occhi di lei, con lenta voce Diè principio al suo dire: --Ospite, ov'io Dar potessi la fede ai tanti miti, Di che memore è il loco, io di mortali Questo l'asil non crederei, ma antica Stanza di numi; ma nel cielo i numi Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo Regnator de la terra; ond'io con esso Primamente mi allegro, e son superbo D'esser con te. Pur molte fiate e molte Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi Raccontar la mia storia, e tu non senza Terror l'udresti, perocchè diverso Molto son io di quel che sembro, e fama E possanza ed impero ho anch'io nel mondo Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace Saper tanto di me, che altera cosa Il silenzio non sembri e folle il vanto, Brevemente dirò. Su l'immortale Cardine del Pensiero, inclito padre Di stupendi artificî, erto il mio trono S'alza come alpe, e nulla a me di fronte Nel creato universo altra si estolle Nemica forza emulatrice, tranne La gran larva di Dio. Fiero e superbo Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta Region dei cieli e la miglior presume Frenar sotto il suo scettro, e il radïante Popol degli astri e il dolce aere e la luce Al mio regno involar, ma questa bruna Picciola sfera, ove si affanna e preme Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde Alme al Vero devote e al culto mio Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato, Darò, nè guari, e di mia man la morte!-- --Tu bestemmî, stranier! raccapricciando Ebe esclamò; tremar mi fai!-- Su'l labbro Pose ei l'indice in croce, e altero in atto Silenzio indisse, e proseguì: --Pugnammo Con diverse armi sempre, e spirò incerta L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso Firmamento del ciel, rigido, immoto L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco Fosse a la colpa del mestier divino, Sotto triplice larva il ciel governa. Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo Arrestarne potría; come insanita Tiade balza la terra a l'aër cieco, E l'etere si spande, e il mare ondeggia, E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto Lo spensierato iddio pasce le nari Del bruciaticcio di venali incensi, E a soffiar vuote bolle di sapone, Che a la luce del Sol gli sembran stelle, Sciupa l'eternità. Ferrei governi E immote norme ed assoluti imperi A l'incontro io dispregio, e avverso al fato E a la Natura sto; m'agito e vivo Fra le cose create, e son de l'alma La libertà. Stupido e fiero ei regna Immobilmente, ed or di püerili Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui E d'anfibî ministri e d'evirate Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta, Di libere e gagliarde alme il difendo Liberamente. O amore, o affanno, o colpa Di scïenza e di luce, o istinto e vita Di verità, di libertà, se merto Altro non hai che la tortura e il rogo, Se altro nome non hai fuor che delitto, Ecco, a la terra io fermamente il grido: Altare è il rogo, ed il delitto è dio!-- Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni Omeri scosse, e sollevò la faccia Con fantastico ardir. Pavida, incerta Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota Purpurea fiamma le scendea nel petto Agitandole il cor. Sorse a la fine Tacita; con gentile atto la destra Cortesemente al forestier profferse, E al cheto asil dei suoi verginei sogni Conturbata si volse. Ei con l'acceso Sguardo la cinse; com'etereo foco Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto D'eterno amor le fibre intime ardente, Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!
CANTO QUINTO.
ARGOMENTO.
Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.--Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.--Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.--L'Acropoli di Atene.--Voluttà d'amore fra le rovine.--L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.--Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.--Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.
Ma qual riposo mai, qual mai quïete Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta, Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete, Sì fiero caso a la tua vita appresta? Come fil di corallo entro a le chete Onde germoglia Amor ne l'alma mesta; Amor sen vien furtivo e taciturno, Sen viene al cor qual ladroncel notturno.
Su le deserte, angoscïose piume Ella inquieta si volge, ella sospira; E, qual lieve farfalla intorno al lume, Amor non visto intorno a lei si aggira; Gira per l'aria, e com'è suo costume, Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira; E de lo strano Eroe le reca innante Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.
Ella il vede, ella il sente: ad una ad una Fan le audaci parole a lei ritorno, Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna Tornan le pecchie argute al lor soggiorno; Ed or le parla de la sua fortuna, Muto or la guarda, or le si asside intorno; Ed ella, a par di bianca aërea face, Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.
Sorse alfine; e de l'ombre impazïente Gli opposti vetri a le fresche aure aperse. Taceva anco la notte, e rade e lente Fuggían contro al mattin le stelle avverse; Un zeffiro gentil da l'orïente Le vaghe ali movea di brine asperse, E ad ogni fior de le ben culte aiuole Dolci olezzi traea, dolci parole.
Diceva a l'aura il fiore:--Aura pietosa, Che mi porti le brine alme e vivaci, Deh! per poco su me l'ali riposa L'ali dolci così, così fugaci; Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa; Son mia vita ed amor solo i tuoi baci; Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo; Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!--
--Sorgi, dicea con lamentevol grido Presso a la rosa il tenero usignolo; Quanto bella sei tu, tanto io son fido, Quanto lieta sei tu, tanto io son solo. Già il candido mattin sorge dal lido, E tu sorgi così dal tuo bocciòlo; Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio; Tu sei l'amore, e l'armonia son io.--
Questo udía pe'l giardin la vereconda Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve, Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda, E un'Ombra vide, o di veder le parve; Stette, il respir contenne, e a la gioconda Luce de l'alba il Pellegrin le apparve; Mise ella un grido, e pallida divenne; Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.
--Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento, M'odi, pietà del mio destin ti tocchi: Io, che ai Numi recai guerra e spavento, Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi! Ogni raggio d'onor fia per me spento, Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi: In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto, La vita, il trono, la vittoria acquisto.
Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi Sempre in traccia di te corsa ho la vita, O eterna Idea, che umana forma or prendi; Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita, Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi; Or che t'aggiungo, e intero alfin son io, Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.