Part 3
Sopra la terra imperversava intanto Un uragan di popoli. Sul vecchio Tronco latin spirò l'aura del norte, E il rinverdì; fra le disfatte genti S'insinuò un gagliardo alito, un fremito Di selvatica possa. A quella forma Che al ritorno d'april, sotto al fecondo Bacio del Sol, freme la terra, e il cieco Germe, che in grembo custodì dal fiero Morso de' ghiacci, a l'aurea luce esprime; Tal serpea de l'uman genere in petto Una nuova virtù, che a la secreta Aura del mio pensiere apríasi il varco. Ed Ario sorse, e tutte avea d'intorno Le germaniche stirpi.--Oh! splenda un lume Di verità su queste genti; un riso Di libertà su le coscenze umane; Sia concesso il pensier!--Questo ai pastori Del buon Cristo ei chiedea, là, su la soglia Del Niceno consesso, ove a congiura Tratti il cenno li avea d'un parricida. Siccome folla di mendici, a cui Cadan rotte le vesti e manchi il pane, Tali sul freddo limitar premeansi Mute, ansïose del giudizio, ai fianchi D'Ario le genti. Alzâr le braccia i sacri Del Cristo alunni, e su la fronte ardita Del Cirenèo fulminâr tutta a un'ora L'umanità. Sfida fu questa, a cui Ostinata e mortal guerra successe. Quinci la Fede della plebe: un'orba Maga, che l'ignoranti anime impera, E d'error vive ed a le stragi istíga; Quindi colei, che luminosa incede Fra tutti affanni, e di Scïenza ha nome: Di severi intelletti arbitra e diva, Sperimentando, essa li guida in loco Dove scevro di nubi il Ver fiammeggia; Gli eterni de le cose atomi indaga, L'essenze esplora, e a la cagion lontana La varia prole degli effetti annoda. Chi potría tutti annoverar di questa Universa battaglia i campi e l'armi, Gli eroi, gli studî, i vincitori, i vinti? Sol taluno dirò. Di precursori Italia è madre, e tre corone ha in fronte: Regnò co'l brando e con le leggi in pria; Poi, vinta i polsi e strazïata il petto, Co'l pensiero regnò. Gemean le menti Sotto al flagel d'una loquace, astuta Sfinge bifronte, che, di Cristo a un tempo E d'un Saggio, che patria ebbe Stagira, Usurpando il poter doppio e gli aspetti, Mutava con sottile arte in oscura Fede il saper, la cattedra in altare. Povera fra le genti iva e digiuna D'ogni culto Sofía, nè pria fu lieta Di fermo ospizio e d'onorate offerte, Che s'avvenne in Telesio. Il venerando Vecchio sedea pensosamente a l'ombra De le selve native; e, pari al raggio Novo del Sol, che tra le fronde e i rami Scendea sereno a ricercargli il fronte, Un arduo gli splendea dentro al pensiero Giovanissimo spirto. A l'aura, al guardo Riconobbe la santa esule, e incontro, Sorridendo e tremando e con aperte Braccia le córse. Una parola ardita Quinci udiron le serve itale menti; Impallidì l'orrida Sfinge; il duro Giogo fu scosso; e da quell'aureo giorno La casetta del sofo ara divenne. Qual da le dilicate ántere aperte Manda l'amante fiore al fior lontano Il pòlline fecondo, e messaggero Del casto bacio è il zeffiro d'aprile: Tale il novo pensier, creduto a un novo Magistero di cifre, inclite imprese Maturò fra le ardenti anime; e il vanto Fu tuo per vero, o egregia arte, per cui Da metallici tipi impresso, e in mille Guise prodotto, agil discorre e vola Il mortale pensier, visibil fatto. Possa tu sei, che ogni confine, opposto Fra gente e gente, indomita conquidi; Fulmine sei, che la funesta e scura Tirannia de l'error sfolgori e sperdi; Luce sei tu, per che dovunque e in tutte L'alme il sorriso d'ogni ver si svela, Tu, nel commercio de l'idee, le sparse Genti accomuni; in facile amistanza Leghi i vivi agli estinti, e in guisa annodi L'uno a l'altro pensier, l'ieri al domani, Che la specie de l'uom, devota a morte, Un sol gigante ed immortal diviene. Ma qual de l'onda avvien, che d'uno in altro Vase versata, altra figura assume, Così, da la contesa alpe ad estranei Climi varcando il pensier novo, in nova Forma e in campo diverso e con altr'armi Contro a un cieco poter sorse, e proruppe. Trafficata, qual vil merce, passava Da un giogo a l'altro la saturnia terra; E i suoi figli rideano. Un rubicondo Pastore e re, che di Leone il nome, Ma l'alma avea d'un animal di Circe, Banchettava su l'are, e il ciel vendea. Venne un giorno d'oltralpe un battagliero Frate sul Tebro. Gli bollía nel petto Il sassonico sangue, e calda al pari Del suo sangue la fede.--Oh! ch'io nel vivo Fonte, dicea, de l'evangel di Cristo Quest'anima disseti!--Io, ch'era presso, Per man lo presi, e lo condussi in loco Ove il sir de l'umane alme gioíva Fra una ciurma di servi, a cui sul crine Sedea per celia un ramoscel d'alloro, Una burla su'l labbro, e sol ne l'epa La libertà. Del buon Leone intorno Tripudïando oscenamente ignude Ivan muse e madonne; ed ei, nuotante Come in un mar di placida quïete, Sonnecchiava e ridea, mentre, seduta Sui suoi ginocchi, con la man lasciva Stazzonando il venía lubricamente Del Bibbiena una putta, ed esso il Cristo, In abito or di scalco, or di poeta, Compartía, strambottando in buon latino, Cibi a le pance e a l'anime indulgenze. Su la spalla battei de lo stupíto Solitario, e gli dissi: Ecco il vangelo! Arse in cor d'ira e di vergogna in volto Il generoso, e a le natíe contrade Disdegnando volò. Folti a' suo' fianchi Si stringeano i fedeli al suo ritorno, Dimandando di lui, che il ciel dispensa; Ed ei tuonò:--Colui, che il ciel dispensa, L'are insozza, il ciel vende, e Dio svergogna!-- Disse, e dal petto fremebondo il sacro Abito svelse, e si lanciò nel mondo Come guerrier contro a nemico armato. Ululâr contro a lui, contro al pensiero, Contro a la vita, contro al ciel, gl'ingordi Lupi di Trento; sibilâr gli obliqui Rettili del Loiola, e dentro ai petti S'insinüando, avvinghiâr l'alme; un freddo Lento velen vi sparsero, sperando Che sepolta nel sonno, o nel terrore, L'umana volontà tutta si spenga. Fu un sepolcro la terra. Un'ara e un trono Soli sovr'esso; e tutto occhi e sospetti Sovra entrambi il Loiola: Iddio discese Umilmente dal cielo; e, perchè alcuna De le pecore sue non si smarrisse, Al comando di lui prese il coltello, E con celestïal garbo l'immerse Ne la gola di mille. Un mar di sangue Coprì la terra; il divo manigoldo Tornò al ciel, carezzò l'insanguinata Barba, e pago dal suo trono sorrise Come al settimo giorno. Io nel fumante Sangue mi astersi, e fulminai la voce. Pugnâr vivi ed estinti, e nuova intorno Pullulò da la strage onda di vita. Gemina possa, è libertà: risveglia Le menti in pria, poi discatena i polsi. Uom, che servo ha il pensier, la destra ha inerme; Spada non ha chi i suoi diritti ignora. Ricca d'affanni e d'ogni mal contesta Egli è certo la vita; e pur qual turpe Cosa è nel mondo, che al servir s'agguagli? E qual di tutte è servitù più infesta Che servir, non volente, al ferreo cenno D'assoluto signor? Popol che geme Fra' ceppi, e sente del suo mal vergogna, Per metà è schiavo, e qual gode e s'oblía Schiavo è due volte, e d'ogni ingiuria è degno. Dinanzi a re, che il suo piacer fa legge, E a nessun mai de l'opre sue risponde, Leggi non son, nè cittadini: ai sommi Gradi i pessimi esalta; il buon deprime; L'altrui sostanze impunemente invade; Grandi e piccoli offende; il sangue sparge; L'onor calpesta: è tutto insomma ei solo. Nè giustizia miglior, nè più felice Stato è, per me, dove la plebe impera. Idra ingorda è la plebe, e per ciascuna Testa ha due bocche: a divorar la prima, A morder l'altra e a maledir dischiusa. Vile in servire, in comandar superba, Cieca in ambo gli stati, iniqua sempre. Miglior però d'ogni governo io tengo Quel che al centro risiede, e da ogni estremo Con eguale poter si tien diviso. Quinci l'empia Licenza, a cui gradito Cibo è la strage cittadina, e quindi La Tirannide astuta; ed esso in mezzo Sta, come ròcca, e per vegliante cura Campa a un'ora dal male e al ben provvede. Da l'estrano temuto, e riverito Al par da' suoi, de la sua gente i dritti Custodisce e difende, e, pur lasciando A l'oprare d'ognun libero il campo, Argine solo il dritto altrui gli oppone. Così liberi tutti e tutti a un tempo Servi sono a la Legge; e per diversa Via, con varia fortuna e vario ingegno Egual fine ha ciascuno: il ben di tutti. Questo però, qual ch'abbia forma e nome, Libero stato io sovra gli altri estimo. Nè pensar già che il buon desío m'accechi, Se dir m'udrai, che a tanto inclito obietto Ogni gente del mondo ormai si appressi. Al novo grido del pensier ribelle Tremâr con l'are i troni, e giù dai troni Precipitâr scettri purpurei e teste Coronate di re. Surse su'l nudo Scoglio Albïone, e su'l riverso giogo, Il suo tiranno a giudicar, piantosse. E giudicò. Splendea nitida e bella, Qual s'addice ad un re, sovra il tuo collo, O Stüardo, la scure; e fredda, muta Come il pensìer del rigido Cronvello, Cadde, e libò con voluttà plebea Il regio sangue di tue regie vene. Rotolò ne la polve il tuo parlante Capo, e le voci balbettate a pena Da le labbra morenti entrâr nel petto D'ogni re de la terra, a cui mutato Sembrò il regno in abisso, in palco il trono. Surse anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante L'americana Libertà, che troppo Sentì al collo pesar l'anglico giogo; E tu primo ne udisti il grido orrendo, Redentor Vasintóno, a cui la spada Sfolgoratrice d'assoluti imperi Essa prima affidò. Scornata e vinta L'altera Anglia soggiacque; e non le valse Fulminar Franchi orgogli e antenne Ibere, Nè gli oceani domar, nè invitta e ferma Durar su la contesa arce di Calpe, Quando te non domò, te di nemici Vincitore non pur, ma di te stesso. Libertà allor sul grande istmo si assise Vittorïosa, e ne le immense braccia Ad un patto d'amor le genti accolse. Sedea fra tanto una cortese e imbelle Sovra il trono di Francia ombra di re. Quinci un cortèo di pallide e lascive Fantasme, e inciprïate ombre e superbi Scheletri incappellati e rugginose Armi vuote, che si tenean diritte, Come fosser guerrieri; e quindi un vasto Tumultüoso brulicar di vivi. Il Re dicea: Stiam fermi, io son lo Stato! Ed il popolo: Avanti, eguali tutti! Diceva il Re: Pieghiam la fronte a Cristo; E la plebe: Nè re, nè dio vogliamo: Cristo è il passato, e l'avvenir siam noi! E il magnifico Re, non per paura, Ma perchè ardea d'amor pe' suoi soggetti, Titubò, tentennò, si rassettò Co'l mignolo sottil certi indiscreti Ricci, che gli sfuggían da la parrucca, E gridando: sto fermo, un gradin scese. Fe' un sogghigno la plebe, e disse: È poco. Ed il Re scese ancora. Ancor non basta! Gridò la plebe; e il Re: M'abbasso troppo; Allor pari sarem!--Meglio per tutti; Se non ami con noi viver nel fango Un palco t'alzerem d'oro e di gemme; Vieni, scendi e vedrai!--Scese; e la plebe Urlò un plauso di gioia, e, sì com'era Nana, minuta, sbrindellata e scarna, Diessi a ballonzolar bizzarramente Tutta in giro al buon re. --Balliam, balliamo:
La nostra gioia, il viver nostro è un'ora: L'uccel venne a la rete, il pesce a l'amo. Da l'una a l'altr'aurora, Balliam, balliam, balliamo.
Balla con noi, buon re: noi non siam prenci, Non vestiamo, gli è ver, porpora ed ostro, Ma fatto è il manto tuo coi nostri cenci, E tinto te l'abbiam co'l sangue nostro.
Balla con noi, buon re: vigile ognora Tu pensavi al tuo popolo diletto: E il popol tuo vegliava e veglia ancora Per comporti a sue spese un cataletto.
Balla con noi, buon re; balliam, balliamo; Facciam cambio di doni, oggi ch'è festa: Noi la vita e l'onor dato t'abbiamo, E tu, buono qual sei, dànne la testa!--
Era questo il baccar di quel tremendo Popolo di pigmei. L'un l'altro, a un segno, S'aggruppâro, si unîr, si fuser tutti Come liquido bronzo, e una trifronte Furia formâr così gagliarda e fiera, Che immoto stette a contemplarla il mondo. Ella si scosse, e dietro a lei sparirono I secoli; diè un grido, e tremâr quanti Popoli e re. Tutto sia nuovo, disse, E fulminò: tempi, memorie, cose, Troni ed altari, uomini e dii. La terra Corse in tre passi; e a le rovine in cima, Fra un oceano di sangue eretto un trono, Lieta, guardando a l'avvenir, si assise. Come allor, che dai campi aridi e brulli Piomba co'l verno una tempesta, orrendo Romba il tuon, fischia il vento, a larghe falde Piove olimpo; i torrenti alzansi in fiumi, I fiumi in mar; crollan capanne e case, E ti par tutto, ove che il guardo giri, Un sepolcro di torbe acque la terra; Tal passò quell'Erìne; e, a quella forma Che, a le fiamme del Sol, bevendo i campi L'abbondevole umor, pullula intorno Fuor del morbido limo ogni diversa Vegetal vita, e variopinto e bello D'erbe intesto e di fior spiega il suo manto; Così da le rovine alte e dal sangue Germinâr cose e idee, ch'arbori or fatte, Dan riparo a le genti e frutti al mondo. Questi, ch'io noto con parlar fugace, Inclito Prometèo, son, tra' maggiori Fatti, per cui l'uman genere avanza, I maggiori e più illustri; e d'essi al raggio La speme del mio cor s'accende e cresce. Me più volte cacciò nei tenebrosi Baratri il Dio, che al suo fatale è presso, Ma invitto sempre ad altre prove io sorsi, E a l'estrema mi accingo, or che cotanto Spazia nel Ver de l'uman genio il volo. Però ti piaccia udir, come appuntando L'uomo industre e tenace il vario ingegno Or d'Iside nel grembo, or di sè stesso, Utili veri a la sua vita invenne. Qual dirò prima o poi? Correa su' ciechi Flutti il nocchiero, e nulla al dubbio corso Guida costante gli reggea la prora, Fuor che l'Orsa malfida e il vario sole. Mal securo ei fuggía gli alti, e la riva Con vigile tenendo occhio, il nemico Nembo tremava, che rapìagli il cielo. Ma poi che la virtù primo conobbe Del commisto magnete, il qual, sospinto Da un istinto d'amor, volgesi al polo, Un sottil, ben temprato ago ne trasse; Mobilmente il librò sovra a un diritto Fil d'intrepido ottone; entro una cava Ciotola il custodì tutta di puro Rame, e, co'l guardo al ben costrutto ordigno, Diede a l'agile prua certo il governo. Così per mari inesplorati, in traccia D'un pensier, che parea sogno e deliro, T'affidavi, o Colombo; e intenta e certa, Più de la punta del sottil congegno, Ch'oltre ai nembi scorgea l'artiche nevi, Lungi, lungi, oltre ai mari, oltre al confine, Dove il cielo si univa al mar crudele, Tutto un mondo vedea la tua pupilla. Esplorata così questa rotante Sfera, che intorno al Sol l'anno misura Più vasto al genio umano aere s'apría. Crescean genti e città; crescean con elle, Madri d'opere eccelse e d'aurea prole, Le varie stirpi de' bisogni industri, E d'un vol più veloce e più securo Ogni gente, ogni cor l'uopo sentiva. Qual parría del vapor più debil cosa? Atro figlio de l'acqua e del selvaggio Foco, di tutto genitor, si leva Turbinando per l'aria, e l'aria offende Di fosco, umido vel, sin che del tutto Si discioglie e si sperde. Eppur, se in cupo Spazio tu ardisci imprigionarlo, e al cielo, Ch'ei desía, non gli assenti adito alcuno, Cozzar tosto l'udrai contro ai pareti In terribile guisa, e sì con fiero Talento e con tal vivo urto li assale, Che, fosse anche d'acciar la sua prigione, Indomito la spezza; i perigliosi Frantumi in alto, in cento versi avventa, E con tuono improvviso all'aria esplode. Di tal fiero poter con mente audace L'uman genio si valse; accortamente Il compose, il costrinse in ben attati Cilindri, che dischiuso abbiano un varco; Diè modo e verso al repentino istinto, Che a dilatarsi e cercar l'aria il porta, E di guisa il domò, che or dentro a immoti Dedaleï congegni urge, ed immani Suste ad un cenno e ferrei magli elèva, Ruote stridule aggira, e, a tutto intorno Propagando con vario ordine il moto, Porge all'uom mille braccia, a l'arti il volo; Or, d'un agile pino occulto in grembo, Via lo spinge su' flutti, al nembo, a' venti, Senza remi, nè vela; ond'esso, in forma D'agile carro, sui voraci abissi Rapidissimo scorre, e lidi e genti In utili amistanze obliga e aduna. Nè il mar vince soltanto; anche la terra Con nuovo magistero a lui soggiace. Varcar vedi per lui, quanto è distesa Da l'igneo Sâra al gelido Trïone, Tal fulmineo congegno, che animato Mostro il diresti: un ferreo ed infernale Pègaso dai fiammanti occhi, che orrendo Fuma, fischia, ansa, sbuffa, alita, e crassi Fiati or da l'alto or giù dal ventre avventa; Ed ecco, or per campagne umili e valli Correr mugghiante e serpeggiar lo miri, O lungo i fianchi d'un aëreo monte Divincolando trascinar l'immane Corpo; or sui fiumi sorvolar, traendo Fuor dai pensili ponti alto fragore; O la riva del mar tremulo al giorno Radere, o dentro a tetri anditi a un tratto Cacciarsi, e poi, lontan che il vedi appena, Sbucar, lieto fischiando, a l'aure amiche. Di tante meraviglie a l'uom stromento È il domato vapore. Or quelle ascolta, Ch'opra il vigor del fulminante elettro. O che chiuso ei si assieda, o che trascorra, Tutto egli abita e muove: il ciel sublime Turba e schiara a sua posta, or con sovrana Possa adunando, or dispergendo i nembi; La terra investe, agita i petti, e i germi Scalda e svolge ne l'una, e dentro agli altri L'estro del ricco immaginar produce. Le piante, gli animai, l'ambre, i cristalli, L'irto pel, l'aurea seta, il fil sottile, Tutto, qual serpeggiante anima, invade, Per ogni cosa si conduce, e, come Odio avesse ed amor, le simiglianti Cose respinge, e le diverse attira; Altre muta, altre scambia, altre dissolve. Di questa forza onnipossente, occulta Entro al sen de le cose e di sè stesso, L'uom si avvisò meravigliando; e poi Che al vulgare stupor, che inerte ammira, L'acuto esame operator successe, L'ignea virtù, la doppia indole, i fatti Ne investigò, ne misurò; gli azzurri Dardi, per via di ben composti ingegni, Costringendo, ne accrebbe, e di tal guisa Al suo nume obbligò l'etereo foco, Che il fulmine del ciel, già paventosa Arma di Dio, terror de l'uomo e morte, De l'umano pensier schiavo s'è fatto. Affascinato da la tenue punta D'un magnetico stil, che su dai colmi Aërei tetti a vertice s'inalza, Giù da le nubi rovinar tu il mira Con fragore innocente, e sotto al cenno Del tranquillo mortal cercar gli abissi. Qui di doppio metal sorger tu vedi Piccioletta colonna, a cui di pila Dà nome il mondo. Di frequenti, alterne Piastrelle, altre d'argento, altre di zinco, Fra cui, molle di salsa onda, si spiega L'indocile a l'elettro olida lana, Con modesto artificio essa è costrutta. Dentro ai vari elementi, in questa forma Sovrapposti e congiunti, in un momento Per innata virtù svolgesi e guizza L'elettrica corrente; ai poli avversi S'urta inqueta, s'aduna, e quindi e quinci Svanirebbe per l'aria inutilmente, Se ai due lati non fosse un magistero Di metallici stami, in cui bentosto La fulgurea scintilla entra, e propagasi Precipite, e, fidata al tenue filo Che ronzante a l'immenso aere si stende, E i lidi estremi ed ogni gente unisce, Fende il ciel, passa i campi, il mar penètra Qual dèmone; e non pur segni e parole, Fidi messaggi del pensier, produce, Ma, stupendo a veder, le desïate Di chi lungi è da noi care sembianze Fedelmente ritratte a noi presenta. Ma a che produrre il favellar? Che detto Sarà che il vol de l'uman genio adegue? Dirò, com'ei, con piccioletto ordigno Le alate ore del dì segna e divide? E l'elastica e grave aria, che preme Su le suddite cose, e il caldo e il gielo Con ingegno sottil pesi e misuri? O come, armato la pupilla inferma Di veggenti cristalli, al ciel li appunta Con alto ardir, gli astri gelosi esplora, E, penetrando un oceán di fiamme, Strappa ai templi del Sol gli ardui misteri? La terra, il mar, l'aria sonante, il cielo, Tutto ha l'orma di lui, tutto gli cede Riverente il governo. Un sol, sol uno Maligno error nei regni suoi si ostina, E quell'uno cadrà. Più forte io sento Favellarmi l'amor; già di mortali Forme il fantasma del cor mio si veste; Ecco, il sento; ecco, il vedo. Oh! se a cotanto Volo, per tanta via, per tanti affanni L'uomo mortal contro a l'error si eresse, Credi, non pur possibile e secura, Ma vicina, imminente, agevol cosa È la morte del Nume e il mio trïonfo!-- Disse, e giù per la china aspra e romita Concitato avvïossi. Alto un saluto Suonò l'antro profondo, e a lui d'intorno Strana e gagliarda un'armonia si desta: Ei viene, egli s'avanza; Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi; Non firmamenti, o báratri, Ma le tende de l'uom son la sua stanza. Sorgete a lui d'intorno, O sepolti ne l'ira; e voi, che fate Traffico di terreni odî, dal vostro Usurpato soggiorno Levatevi! Tremate Da la cortina dei venduti altari, Voi, che potenti di menzogne, il foco Del dissidio apprendete; e al reo costume De le plebi insensate Esca porgete, ed affilate acciari. Raggio non ha di lume La mente vostra, e non ha tetto o loco Per voi la terra, abbenchè vasta. O fieri Mastri d'insidie, o neri Viventi covi di serpenti, o mostri D'error pasciuti e d'uman sangue ingordi, Ministri d'ira, apostoli d'errore, A terra alfin; costui che viene è Amore! Ei viene, egli s'avanza; Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi; Non firmamenti, o báratri, Ma le tende de l'uom son la sua stanza! O derelitti e miseri Figli devoti a povertà, reietti Da splendidi banchetti, Servi cenciosi a la spezzata gleba, Che fertile e ridente, Il molle ozio nutrìca Di fastosa Ignoranza; A voi dura e nemica Madrigna, invidiosa Pur d'un vil tozzo bruno Che pugna duramente Con l'affilato dente Pria che sfami il plebeo fianco digiuno; Schiavi, in piè, tutti in piè; quanti pur siete Da le arene di Libia a la restía Cuba, asilo di schiavi, e qual pur sia Sotto al flagello de l'assiduo sole, Crudo signore anch'esso, Il color vostro e il crin. Schiavi, in piè tutti! Parla cotal parola Costui che vien, per cui, De l'opre e degli affanni Santificati a la feconda scola, L'alma e la destra amica Di provvida fatica, Porger potranno tutti De la finor vietata arbore ai frutti!