Lucifero

Part 19

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Contro a le sedi dei Celesti intanto Lucifero irrompea. De l'abusate Porte del ciel stava a custodia il divo Pietro di Galilea, l'inclito alunno Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave Del paradiso. Udita avea la voce Del nemico imminente, e, ben che molto Fosse d'uomini esperto e di fortune, Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa Di fragil canna, che tentenni al vento, Ondeggiava diviso in due consigli: O sguainar l'arrugginita spada, Che pendeagli dal fianco, e alla difesa Rimaner, benchè solo; o, abbandonata La difficil custodia ad altri o al caso, Svignarsela di furto. --Audace impresa, Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale, Tener fronte da solo a un tal nemico: Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io Perigliarmi per tutti? Alcun non osa Impugnar l'armi, ed io restar qui devo? No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale A difender sè stesso, io lo rinnego, In fede mia, canti o non canti il gallo!-- Così pensando, si sottrasse. Come Al furïar di subito uragano Cade svelta dai cardini la porta D'un povero abituro: urla dal fondo La famigliòla spaventata, in quella Che ogni serbata masserizia in giro Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso; Spalancossi in tal guisa al primo tocco Di chi porta la luce il vecchio albergo Del paradiso, ovvio lasciando e vasto Al guardo e al passo del Ribelle il varco. Grande e securo e tutto lampi il volto Su la soglia Ei piantossi, e parea sole Di cotanto splendor, che incerte faci Ben dir potevi a petto a lui le stelle. Siccome spada folgorante, in pugno Un raggio acuto gli splendea; tremenda Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti Ferrei fantasmi e fiere larve han vita Con sovrana virtù spezza e dilegua. Così l'Eroe proruppe; impazïenti Del solenne giudizio a lui da presso Si versano le schiere, e tutte in giro Prendon l'aurea magione, a simiglianza Di sonanti fiumane, a cui più freno Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra S'accavallando, fragorose e torbide Divorano la valle e i campi affogano. Come allor, che dai cupi antri improvviso Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote, Trema intorno la valle; impäuriti Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto Balzan globi di fumo atro, e sul capo Piove di ardente e negra sabbia un nembo; Così a la vista de l'Eroe si scosse La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi Fuggîr senza consiglio i sacri armenti Vociferando, e qual siede, o s'arresta, Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo, Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta. Questo fu il punto, che, disciolta i crini Biondissimi e con piè trepido, in vista Di verginella, al gran Ribelle incontro Mosse la bella Maddalena. Il colmo Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro D'un superbo trïonfo; entro ai non folti Docili veli le tondeggian tutte Le rosee membra riluttanti: un nimbo Di reconditi incensi errale intorno A la vaga persona, e di pungenti Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue. Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti Nei lor taciti agguati ansan parecchi, Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio, Congiurati al Loiola. Intento e assôrto Nel suo pensier quei trascorrea, nè punto Abbadava costei, che del sedurre Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte. Ond'ella il passo gli precise, e:--O santo Arcangelo, esclamò, ben si conviene A la luce del tuo sguardo immortale Questo splendido regno! E chi dir puote Che nemico tu sei? che una superba Smania di regno ti conduce al cielo A sovvertir l'adamantina sede, Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna Ti precorre la fama, e mal diritto Veggion queste beate anime, a cui Tanto incute il tuo nome alto spavento. Luce ed amor sei tu: simile a novo Raggio d'innamorato astro sorride La tua fronte serena, e a dolci affetti, Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti. Oh! ben torni fra noi; qui non mortali Semina rose amor, qui sempre viva Fonte di voluttà schiude il mio seno!-- Udì l'Eroe la subdola proposta, E amaramente le gittò sul volto Queste parole: --O penitente eterna, Nè pentita giammai, qual ti germoglia Ne l'instabile cor postuma brama Di novelle avventure? Un mi son'io, Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti, L'aspre battaglie del pensier prepongo!-- Disse, e sdegnando procedea, già sciolto Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto Tramutando tenor d'arti e d'accenti, Ruppe in alto cachinno:--E ci voleva Proprio questa, esclamò; state a vedere, Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati, A questa vecchia golpe senza coda Vien pizzicor di farsi anacoreta! Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna, Son figlia d'Eva, e non son senza macchia Come la madre di Gesù: codesta Mascheraccia d'apostolo su'l muso Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole, Il sagrificio di mangiare il pomo!-- Così dicea, ma seminate al vento Si disperdean le lubriche parole. Visto il colpo fallir, nè di salute Più sperando altra via, fuori ad un tratto Dagli agguati sbucò la tortuösa Anima del Loiola, e si gittando Di traverso a l'Eroe:--Salvami, grida, O glorïoso Arcangelo! Per te, Non già per Dio, sovra la terra io tesi La rete mia!--Volea più dir, ma come Non crudel passeggero, a cui di sotto Venga un turpe scorpion, che velenosi Lascia i morsi ove tocchi, immantinente Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa, Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso, Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo Del supplice maligno, il qual diè un forte Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno Di putida mefite il ciel sereno. Questo fu il segno de la strage. Appena Del suo duce la fin videro i Santi, Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa, Tal che frotta parean di saltellanti Locuste ingorde, cui la fiamma incalza Più vorace di lor. Più volte indarno Una mano d'audaci angeli e santi Far impeto tentâr contro a le schiere Del luminoso Eroe; ma qual fremente Cavallon che si franga a la ronchiosa Rupe, spezzate contro a lor cadeano L'avverse armi e l'ardire. E come avviene Nel nebbioso novembre, allor che in dense Falde piovon dal ciel l'umide brume, E nereggian le vie, quasi colpite D'occulta lue cadon le mosche esose, Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia, Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno Sparse e brutte ne van le mense e i letti; Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto Fioccan morti i Beati, e tu soltanto Li ferivi co'l tuo sguardo immortale, O trïonfante Verità. Fra tanto, Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo Ricondursi volean Sisto e Ghislieri, Torquemada e Gusman. Li precedea, Stranamente strillando e mulinando Sovr'esso il capo la ghierata gruccia, Il feroce Arbuënse, e una mal viva Folta di Santi lor tenea bordone. Li riconobber da l'opposta parte Co'l profondo veggente occhio i campioni Del libero Pensiero, e un minaccioso Mormorio si levò, come di vento Precursor di procella. Ardean di cupo Sdegno le generose anime, in quella Che con flagel di sanguinosi motti Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso. Non però immoti ne le lor falangi Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo Che una coppia di fulve aquile, altere Dominatrici di profonde altezze, Con pari volo e con funesto strido Piomban sovra a la preda, essi al feroce Fuggitivo drappel di tutta punta S'avventarono incontro, e:--O manigoldi De l'umano pensier, gridò con fiera Voce l'ardito precursor di Nola, Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!-- Disse, e ghermendo con la ferrea destra Torquemada a la strozza, in turbinoso Modo il rotò, che spatola parea In man d'esperto battitor. Lanciollo Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa Foggia si franse e si divise, a modo Di crinato utensil d'impura argilla Lanciato a l'aria da fanciul bramoso D'udirne il tonfo e di contarne i cocci. Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte Non s'acquetò; chè in quante parti e brani S'eran divise le sue membra, in tanti Si spezzò la sua vita, onde ciascuno, Che guizzando e serpendo invan tendea A congiungersi a l'altro, era dannato A soffrir sempre, e a non morir giammai. Fra mani allora al pensator d'Otranto Fieramente stridean Sisto e Ghislieri. Ambi agguantati egli li avea, qual suole Assiduo scardatore, il qual prendendo Due manciate di canape, fra loro Pria le sbatte più volte, indi le affida Al nemico di lische ispido cardo. Si mordevan per rabbia i duo percossi, E sgraffiavan rignando, e parean due Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue Nel rigido gennaio un caldo amore: Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia De l'amica ritrosa, a notte piena Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto, Soffian, sbatton la coda, alzano in arco L'ispido dorso, e duri, intirizziti Muovonsi con guardingo atto d'intorno, L'arida lingua saettando: a bada Si tengono così, fin che il più lesto La granfia avventa e vibrasi a l'assalto. Odi allora echeggiar di strilli acuti La sacra notte, rotolar sul tetto Smosse tegole e sassi, e chi del dolce Sonno si svolge in quell'istante, umani Gemiti e grida ascoltar crede al vento. Così le due sinistre anime, a un punto Fatte da l'ira e dal dolor nemiche, Si sbranavan fra loro, insin che stanco Di quel fiero piacer l'eroe nemico Le scagliò da sè lungi. Urlâro i tristi Da l'alto ciel precipitando, e ancora Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta Fremebonda la terra, ove un'eterna Vita servile e in gran terror vivranno. Scórsi muti e di furto eran fra tanto L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile, Speculavan la fuga, o un nuovo inganno. Si sferrò allor da la sua schiera il forte Riformator di Vittemberga, in guisa Di mortifero strale, e una tremenda Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi I fuggitivi, e balenâr perplessi Fra la lotta e la fuga, in simiglianza D'inseguito assassin, che fischiar senta Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte Subitamente, s'avventâro ai fianchi De l'iracondo novator. Qual pura Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia, Se a la putida pece arda vicina, A lei tosto s'apprende: a poco a poco Struggesi questa; in negre bolle impure Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo; Tal divenne Lutero, allor che intorno Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi I due rabidi santi, a cui bentosto Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido Mandan gli audaci, e di balzar fan prova, E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati Restano a lui così, che in foggia strana Fan di tre forme un mostrüoso aspetto. Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma, Che li attacca, e li fonde, e meraviglia N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini Gli avvampa, or gli erra su le picee terga Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi Occhi gli siede, e nei precordii scende, E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude Con lenta voluttà rode e consuma. Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte De l'egro Nume il gran Ribelle arriva. Solo il trovò nel più recesso loco Del paradiso; e nullo era, di quanti A le mense di lui s'eran nutriti, Che a la difesa or vigilasse: ognuno Che innanzi al passo de l'Eroe non era, Futile inciampo, ancor fugato o vinto, O il vol dava a la fuga, o in un furtivo Ripostiglio del ciel, pallido, ansante Scongiurava il destin. Voi soli in questo Stremissim'uopo non lasciaste il trino Padre deserto, o sovra ogni pietosa Fida essenza del ciel pietosi e fidi Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna Merta ancora la fede, un chiaro grido Non fallirà presso i venturi, a cui L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto. V'era di Balaàm l'asino e quello Che riscaldò di Betelèm la greppia Col mirifico fiato; eravi anch'esso L'accorto bue, che, abbandonato il duro Solco e l'aratro, ad adorar sen corse Il già nato Messia: meraviglioso Di fede esempio, onde nei cieli assunto Fu per nume di Dio, che la falcata Fronte gli ornò di due vividi raggi, Come un tempo a Mosè; v'eran del divo Rocco i fidi mastini impazïenti D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto D'Antonio alunno, che il signor perduto Fra' grugniti piangea: sul nero grifo Gli discorrean le lagrime cocenti, Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro D'oprar le zampe come fosser mani, Se le tergea con un candido velo, Di ricami stupendo, opera e dono De la diva Lucia. Ma visto appena L'avverso Eroe, che procedea sembiante A novo Sol, di subito disdegno Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira Ravvolse ed agitò la scarsa coda, Ed arrotando le spumose zanne Con irto il dorso e con pendule orecchie S'avventò, che parea critico arguto, Che carico di norme e di sofismi Al tallon d'un poeta avventi il morso. Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo L'altre bestie devote; anzi ad un punto Per ogni verso si scagliaron tutte, E, stupendo a ridir! correano a morte Come a danza, o convito. Alti lamenti Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno Per la reggia del cielo era un tedesco Strano accordo di ragli e di grugniti. Tentennava l'Eroe, commiserando, La testa, e con un rigido sorriso: --Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento Di cotanti fedeli oggi ti resta!-- Toccò in tal dir co'l penetrante raggio, Che nel pugno tenea, la nebbia densa In cui tutto era chiuso il Dio morente, E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa Che il ciel limpido apparve e la sparuta Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi Morto giaceagli il divo augel, che il grembo Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito, Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto Tutta umana bellezza, e una fragrante Lucid'aura di pace e di dolore Gli alïava d'intorno a la persona Candidissima. Il vide, e il riconobbe Lucifero, e parlò: --Ben la catena Di tua divinità spezzi in quest'ora, Santo eroe de l'amore e del perdono; Ben ritorni qual fosti al luminoso Raggio del Ver, le cui vendette io segno! Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochi Spirti di saggi, a cui Socrate è duce, Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!-- Disse, e insegnava con la destra. Innanzi Fecesi, a questo dir, l'intemerata Luce d'Atene, e fra le venerande Braccia il pietoso Nazzareno accolse. Or l'estrema ora tua dirà il superbo Genio che m'arde, o mal temuto Iddio. Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa Di già morto batràce, a cui dà strani Moti il valor del ricorrente elettro. E, come già solea nel greco mito Le sembianze mutar Proteo marino, Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge De le putide foche il sorprendea Con ferree braccia alcun mortale o nume, Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico Cento apparenze e simulacri e larve L'egro tuo corpo in ratta vece assunse. E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove, Ora Osiri appariva ed ora Anubi; Or terribile e scuro e tutto cinto Di tempeste e di morte, or fiammeggiante Sole parea che l'universo avvivi; Or fantasima inerte, or procelloso Eversor di pianeti; e ferrea e cieca Legge d'affanno, ed inesausta fonte Di bontà, di clemenza e di perdono. Fremean per lo profondo etra le schiere Luminose dei Saggi; da l'opaca Terra sorgean, che parean fiamme vive, Le vittime dei Numi, e tutti a un grido La giustizia chiedean. Pende dal labbro Di Lucifero il Fato; a lui dintorno Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma Tranquillamente egli favella: --È antica L'arte, per cui forme tu cangi e nomi: Rinnovarla or non giova! Assai sembianze Sostenemmo di Numi, a cui la cieca Fede de l'uom diè lunga vita e impero. A l'un error l'altro successe; a un vôto Fantasma altro fantasma; or tocca il fine Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio Tu sei; con te, non pur la forma e il nome, Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!-- Così dicendo (ed additava il sole, Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo De l'acuto suo raggio, e parte a parte Lo trapassò. Stridea, come rovente Ferro immerso ne l'onda, il simulacro Fuggitivo del Nume; e, a quella forma Che crepitando si scompone e scioglie Fumigante la calce a l'improvviso Tasto de l'acqua o del mordente aceto, Tale al raggio del Ver struggeasi il vano Fantasima; e in vapore indi converso, Tremolando si sciolse, e all'aria sparve. Così moría l'Eterno. Ai consuëti Balli movean gli antichi astri; dal cielo Luminose partían come in trionfo Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi Lucifero. Arrivò co'l Sol novello Sul Caucaso nevato, ove al soffrente D'adamantino cor figlio di Temi: --Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!--

FINE.

INDICE.

CANTO PRIMO Pag. 3

Silenzio di Dio.--I suoi ministri imprecano.--Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.--Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.--Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.--S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.--L'Eroe si dispone al racconto.

CANTO SECONDO Pag. 21

Incomincia la narrazione.--La Natura e il Pensiero.--Stato primitivo degli uomini; primi e diffIcili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.--La gran Lite.--La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.--Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.--Un istinto di amore lo chiama sulla terra.--L'albero della scienza.--La tentazione.--Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.--Non mai contento dell'esser suo ritorna sulla terra.--Cristo predica l'amore.--Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.--Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.

CANTO TERZO Pag. 41

Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.--La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.--Leone X e Lutero.--Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico.--Tirannide monarchica e republicana: la libertà sta nel centro.--Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.--Il canto della guigliottina.--Fecondità delle rovine.--Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.--Finita così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.

CANTO QUARTO Pag. 67

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.--Descrizione di Tempe.--Le bagnanti sorprese.--Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.--Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.--Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.

CANTO QUINTO Pag. 87

Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.--Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.--Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.--L'Acropoli di Atene.--Voluttà d'amore fra le rovine.--L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.--Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.--Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.

CANTO SESTO Pag. 107

L'Eroe s'imbarca per la Francia.--Rivolge superbe parole alla Natura.--Aurora boreale.--Sermone di frate Iginaldo.--Tempesta e naufragio.--Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.--Morte di frate Iginaldo.--Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.--Iddio, che vuol perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.--Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.--L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.

CANTO SETTIMO Pag. 131

Storia d'Isolina.--Amore.--Sogno di felicità.--La lettera della madre.--Ultimo commiato.--Lontananza.--La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.--Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblìo di sè stesso.--Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.--Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.--Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.

CANTO OTTAVO Pag. 155

La catastrofe di Sédan.--L'ombra di Turenna e la resa.--Lucifero entra in Parigi.--La babilonia delle gazzette.--L'assedio.--Gloria ed obbrobrio a chi spetta.--Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.--I Prussiani entrano nella città.--L'allocuzione del proletario.--La colonna Vendôme.--L'ombra di Federigo.--La petroliera.--Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.

CANTO NONO Pag. 187

Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.--Pettegolezzi divini.--Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.--Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.--Apostrofa alla Spagna.--Arriva nel nuovo mondo.--Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.--S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.

CANTO DECIMO Pag. 213