Lucifero

Part 18

Chapter 18 1,698 words Public domain Markdown

Fra il gridare, il fuggir, le preci, il pianto Sorse l'invitto Gabrïel ne l'ira, E, volato a Michel, che vergognoso De l'ultime sconfitte i men frequenti Lochi chiedea:--Qual mai desidia è questa Che t'invade, esclamò? Muti ed inerti Aspetterem l'esizio ultimo e il crollo Di questo regno luminoso? È forse Speme alcuna d'impero e di salute, Che nell'armi non sia? Nel contumace Ozio che il cor già impavido ti prostra, Rea viltà, danno certo e infamia io veggio!-- --Di viltà non parlar, con disdegnosa Voce proruppe il pro' guerrier di Dio, Non parlar di viltà, se vuoi che amari Non saëttin dal mio labbro gli accenti. Vil non fui mai: fra le celesti schiere Trono o arcangel non è, ch'ebbe mai vanto Di vedermi ai perigli andar men lesto Di te, che forza del Signor ti appelli. Ma or che giova il valor? L'armi e la pugna Chi incerto ha il fato ed ha speranze elegga: A noi chiaro è il destino. Ombra di Nume S'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempo Aquila io fui, che per l'eteree strade Artigliai le saette; or, che ne falla Con la fede de l'uom del ciel l'impero, Notturna upupa io son, cui non già il sole, Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova.-- --Quanto mutato sei! quanto mutati Tutti d'intorno a me qui nel felice Regno de le beate anime, aggiunse Fra disdegno e pietà l'angel superbo; Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio? Tutti d'umani scoramenti invasi Trovo i petti immortali! Oh! non sì tosto Io piegherò: spiri seconda o avversa A la battaglia mia l'aura del fato, Forza a forza opporrò; nè cadrò pria Che l'avversario mio provi il mio brando!-- Spiegò in tal dir le penne, e, la fulminea Spada traendo, alzò de l'armi il segno. Come, uscendo a l'aperta aia dal nido, La mal pennuta chioccia alza la voce: Odono il noto crocidar materno I pelati pulcini, e pipilando Corronle intorno, e per l'accolto strame Con piè inesperto a razzolar si dànno; Così del bellicoso angelo al grido Corsero i pochi, a cui mal noto ancora Del conflitto de l'armi era il periglio. Si sdegnò assai de la non folta schiera L'animoso campion, pur, come seppe La ordinò, l'attelò, la messe in punto; E già, già si movean, pari a loquace Frotta di gru, che la tempesta incalza, Quando l'amor di Gabrïel, la bella Cecilia, udito il suon de l'armi e il grido Del guerriero diletto, a lui sen corse Spaventata, anelante, e:--Dove irrompi, Forsennato, gridò: qual cieco inganno T'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo, Non un popolo sol, non tutta quanta La terra hai contro e i rubellanti abissi, Ma con seco i destini. È troppo orrenda Cosa la pugna, e quando è vana, è stolta. Cedi al destin; cedi a l'amor; non giova Produrre a prezzo di perigli il regno; Se tempo è di cader, cadasi: io teco Stretta morrò, non già con l'armi in pugno, Ma ne l'amplesso de l'amor sopita.-- Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospeso Dubitava il gagliardo Angelo, quando Dal sen colmo di lei, fosse arte o caso, Lieve lieve si scinse il roseo velo; Ed ella in vista lagrimosa e tutta D'amoroso pudor rorida, ai dolci Studî d'amòr gli seducea la mente. Strale fu questo, che andò dritto al core Del divino guerrier: gli sfuggì il brando Da la trepida destra; il vergognoso Sguardo girò confusamente intorno, E, balbettando futili parole, Per man prese la dea, ne le lucenti Stanze sacre ad amor trassela, e lei Mal ripugnante degli ambrosei veli Con mano carezzevole discinta, Al talamo invitò, dove, il gagliardo Proposito e il vicin fato e sè stessi Dimenticando, a delibar si diêro Del giardino d'amor l'ultime rose. Come a l'odor di ramerino o timo, Onor vago dei campi e amor de l'api, Ruzzan gli agili gatti, e senton forse Come un acuto stimolo, che il sangue Fieramente gli assilla, onde su l'erba Stropicciando il supin dorso flessibile Con dolce miagolìo chiaman l'amica; Così, ad esempio del lor duce e al viso De la santa pulzella, arsero i petti Dei celesti guerrieri, e, nulla ancora De l'instante rovina conoscendo, Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi, E quinci e quindi a saltar diérsi in traccia D'auree fanciulle e morbidi angeletti. Mentre così, del lor destino ignari, Dansi questi bel tempo, entro a la cupa Anima del Loiola un serpeggiante Pensier guizzò. La macera persona Raddrizzò a un tratto, e con volpina voce Chiamò quanti nel cielo erano in pregio Di sagace accortezza, e a lui ben atti Parvero a l'uopo: il Montaltese, obliquo Mastro di frodolente opere; il santo Conversor di Gusman, la cui parola Scrisse co'l sangue il masnadier Monforte; Non che il fier Torquemada, anima acuta Qual furtivo pugnal, che negli umani Petti s'infisse ad indagar la fede; Il ferino inventor d'ogni tormento Manigoldo Arbuense; il pio Ghislieri Tessitore di stragi, ed altri, a cui Negò voce la fama. Eran costoro, Poichè del fato avverso eransi accorti, Tutti intesi a raccòr per le fulgenti Aule del ciel quanto potean di ricche Gemme e pregiate masserizie; e, fatto Uno sconcio fardello, a quella forma Che travagliansi attorno ad un osceno Non ancor morto scarabèo le inopi Formichette ingegnose, ad esso in giro, Con le mani e co' piè forte spingando, Trafelanti anelavano; e già già S'involavan dal ciel, stolti! che fuori Di quel regno di larve avean pensiero Produrre oltre la vita; e negro intanto Li batteva a le spalle il giorno estremo. Li sorprese in quest'opra il conosciuto Grido e l'aspetto del sagace amico, Ed ascoso il furtivo ònere, a modo D'astute gazze, e fatto al loco intorno Di sè stessi gelosa ombra e tutela, Aspettâr la proposta. --Accorti e saggi Siete inver più di me, disse il Loiola, Se al bisogno del furto e de la fuga Già date il tempestivo animo! Al certo Periglioso è l'istante, e di tenaci Nebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio, Che propugnammo, ogni splendor tramonta: Immortale ei non era; e noi già primi Lo sapevam, noi che sol Nume in terra L'utile nostro e il nostro regno avemmo. Scarsa è la schiera e del mio nome indegna Che mi resta laggiù; qui non è alcuno, Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vane Le nostre armi son fatte; arbitro sorge Il mortale Pensier, che in aurei nodi Non a caso io distrinsi; ogni virile Nerbo gli tolsi a poco a poco, e ucciso L'avrei del tutto, ove più fine ingegno Dato avesser le sorti ai miei fedeli. Cederem noi per questo? A l'uom, già vile Schiavo e strumento d'ogni mio disegno, Noi, vili or fatti, piegherem la nostra Già ferrata cervice? Oh! alcun non sia Che in cospetto me'l dica! Uom, che a la prima Faccia del mal muto s'accascia e trema, Pusilla anima è detta; a noi, che tanta Fama abbiam di sagaci, e siam beati, Qual degno nome si addiría? Son troppe Le dolcezze del ciel perchè a la prima Si conceda al nemico! Abbiam rispetto Prima a noi, poscia a Dio, da la cui larva Già difesi imperammo. Inutil sono Le braccia e l'armi? E che però? Ne avanza, Possente arma, l'ingegno. È disperata Cosa la pugna? Usiam l'arte e la frode: Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia.-- Tacque, e le man si stropicciò. --Son d'oro Le tue parole, a lui rispose il senno Del Pastor di Montalto, e assai per fermo Io ne lodo il valor; ma la patente Sconfitta che vicina e certa io sento, E meco ognun, tu non dirai che sia Sorte miglior d'una latente fuga, Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo Di memoria e di spirto il cor mi regga, Non dispero acquistar quanto or si perde; Campar dunque fa d'uopo.-- --Altra io non veggio Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse, Che la via del fuggir!-- --Così ne fosse, Gridò allor con schizzanti occhi il grifagno Consiglier di Filippo, oh! sì ne fosse Tosto dato in balía quest'incarnato Sovvertitor di sacrosanti altari! Tal rete intorno gli ordirei, che vano Al districarsi torneríagli il tutto Suo senno astuto e l'infernal possanza!-- --E chi sa?, ravvivando il serpentino Occhio, soggiunse il Biscagliese obliquo, Chi sa, che in nostra man da ver non caggia Quest'audace Lucifero? Fin quando Spirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato, Chiuder non dèssi a la speranza il core. Ragno astuto, che vede in un sol punto Disfatto il fine e pazïente ordito, Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuro Loco, e con più sottile arte ed ingegno Più certe insidie ai suoi nemici intesse. Spero io così trar ne la rete il nostro Burbanzoso avversario. Ardito e forte Per certo egli è; ma un punto io gli conosco, A cui se drizzi insidïoso un dardo, Larga e secura gli aprirai la piaga. Benchè spirito invitto e del pensiero Apostolo sublime egli si vanti, A la turpe materia il più profano Culto ei professa; ed io più volte il vidi Prostrato al piè d'una beltà terrena Svestir l'orgoglio e gingillar la vita. Udite or dunque un mio proposto. Appena Ei si farà su'l limitar del cielo, Niun lo scontri con l'armi: esperimento Vano saría; vadagli incontro invece Una, di quante sono ornate e belle, Leggiadrissima santa (ed io fra tutte Do la palma in quest'uopo a la divina Prostituta di Màgdalo); gli abbracci Supplicante i ginocchi, e sì lo svolga Per qualche istante da ogni fier concetto, Che a l'amplesso fallace ei si abbandoni In una molle voluttà. Noi, quanti Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti, A lui d'intorno in vigilanti agguati Tutti pronti staremci; e quando il fiero Debellator di Dio da l'iterate Pugne d'amor giacerà stanco e assôrto Nel più codardo e immemore abbandono, Noi piomberemgli in un baleno addosso Come stuol d'avvoltoi; di ferrei nodi L'avvinceremo; e poi che osceno e carco Sarà tutto di ceppi e di ferite, Tal gli darem di tutto polso un crollo, Che i neri abissi e il regno suo riveda!-- Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e pronti Diêrsi a l'opera intorno, in simiglianza D'immondo strupo di codarde jene, Che, fatte ardite dal favor de l'ombre, Mute s'affrettan pe'l deserto campo Dietro al sentore di lontan carcame.