Lucifero

Part 17

Chapter 17 2,771 words Public domain Markdown

Disse, e balzâr su dagli avelli i morti D'ogni età, d'ogni loco. A quella forma Che noi vediam, quando più ferve agosto, Sorgere al ciel degli orizzonti in giro Sparsi mucchi di nubi, a cui dà il vento Strani aspetti di mostri e di giganti, Che arruffando più e più le bianche creste Sfidan mugghiando il sole: impaurito Il parco agricoltor guardali, e trema Non saettin dal grembo in su' compiuti Grappoli il nembo d'una ria gragnuola; Similmente s'ergean su da l'immensa Folta alcune preclare Ombre, per cui Prendea 'l cor dei Celesti alto sgomento. Or tu, qual che tu sii, dèmone amico, Ch'entro al cervello mio semini i forti Carmi, a cui sol, più che ricchezza o nome, Fieri conforti a la mia vita io chieggio, Tu, poi che tanto il ricordar ne giova, Le più illustri rammenta, onde non sia, Chi, nel dì sacro a la ragion del Vero, Degli eroi del Pensier non sappia i nomi. Primi a tutti sorgean quanti fra un cieco Gregge di paventose anime e l'ombra D'insofferenti età la fronte audace Spinser, chiamando a mortal guerra Iddio: Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr contro La terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nulla Fede giovò, nè culto altro che il Vero. Duce e signor di questa schiera eletta Empedocle insorgea, nome e decoro De l'antica Agraganto; e a lui d'intorno, Come ad avvalorar la sfida antica, Tu fiammavi tuonando, Etna superbo. Salute al foco genitor, salute, Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona, Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto, O sepolcro di sofi e di titani; Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti, Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardo Del meschino epigramma, e ne dàn nome Di selvatiche proli, una favilla Gitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme, Che bollon ne le tue viscere, e a noi, Di lingua no, ma d'alma e di man prodi, Superbamente ardono il petto: avranno Forse vergogna di sè stesse allora Che sentiran dentro a le fiacche vene Scorrer men pigro e men putrido il sangue! Secondo al Saggio agrigentin venía L'amabil sofo di Gargetto, a cui Fu scola e Dio la voluttà del bene; E tu gli eri da canto, inclito vate De la Natura, a la cui dotta voce Scese del Tebro bellicoso in riva Venere santa, e una divina infuse Nel tuo petto gagliardo aura di canti. Seppe allora di Marte il fiero alunno De le cose il principio, il mezzo e il fine, E maledisse a la feroce e stolta Religïon, che d'ogni mal feconda, Potea nel sen de la verginea prole Spingere un padre a insanguinar la mano. E già dietro a tal duci impazïente Balza da terra, e contro al ciel si lancia L'audace di Vanini ombra sdegnosa: Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembra Nunziator di procella. Orridi in vista Gli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo, Ed egli co' fiammanti occhi tremende Cose dicea, ma fieramente muto Era il suo labbro: ahi! la faconda lingua, A cui diede Sofia nuovi argomenti, Mozza gli avea chi dai venali altari La luce e il detto di Sofia paventa. Vien seco il Mantovan, che da l'augusto De l'umana Ragion tempio immortale L'anima e Dio securamente escluse; E chi pria rubellando il dotto ingegno A l'idolo inconcusso di Stagira, Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse, Cui ratto con gagliarda ala discorse Liberamente il prigionier di Stilo. O voi del Crati fragoroso opache Selve, così vi serbi intatte il nembo, Proteggete almen voi d'ombre cortesi Le sacre, inonorate ossa del vostro Vecchio Telesio! Accanto a lui, che tutto Splendido in suo candor cheto s'inalza, Freme e lampeggia il precursor di Nola, Dal cui fiero intelletto e dal cui rogo Tanta infamia ebbe Roma e luce il mondo. Ma forse il genio mio scorda il tuo nome, Di Malmèsburi onor? La tua bizzarra Fronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolse La superba ed acuta indole strana, Certo non io fulminerò, se assisa Sovra il collo ai mortali in ferreo trono Vedesti, autrice universal, la Forza. Forse il Dritto e il Sapere, adamantino Brando e scudo, di cui s'arma e difende Per natura chi umano ebbe il sembiante, Forza eterna non è? Ben essa al volo T'armò in tal guisa il prepossente ingegno, Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illuso Quinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio! Tal da l'Ande selvose al ciel sublime Lancia la poderosa ala il condòro, E le nubi calpesta, ed orgoglioso Dei voli suoi sfida stridendo i nembi. Ecco, appresso a costoro a cui d'intorno Fa ressa e ondeggia una men chiara folta, Rompe un fiero drappello, a cui son duci Diderotto ed Holbacco, incliti entrambi Risvegliator di popoli; vien terzo Elvezio, e quarto Volney. Qual suole A l'improvviso infurïar d'un nembo Fendersi ai lampi il ciel, tremar la terra, Crollare alberi e tetti, e scatenarsi Dalle ripe con fiero èmpito i fiumi; Così d'intorno a la tremenda schiera Un fremito, un fragore, una ruïna Terribile s'udía, mentre il solingo Ginevrin, precedendo, iva due faci Sanguinose agitando, e come strale Il riso di Voltèro il ciel fendea. Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti, Vengon color, che il falso al ver mescendo Con sagace pensier, norme e governi Persuäsero ai popoli, ritrosi Ad ogni culto di civil commercio. Da l'aurifero Gange, in simiglianza Di marmorea colonna, ergeasi al cielo L'antichissimo Brama; ed eran seco, Co'l ben veggente istitutor dei Parsi, Trismegisto e Confucio, e quei che miti Dettò leggi ai Fenicî, inclita gente Domatrice del mar; non che il divino Germe di Clio, trïonfator di traci Belve e de l'Orco, non di voi, gelose Donne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondo Mozzo capo concesso e l'aurea cetra Favellatrice di gentili affetti, Non vivo il core a un solo amor devoto. V'era inoltre Pompilio, anima ricca Di scaltriti consigli, e finalmente, Simile in tutto a l'Arabo Misèmi, Il campato da l'acque astuto Ebreo. Videli appena da l'opposta parte Di Malmèsburi il Saggio, e li squadrando Con traverso cipiglio: --O voi di Numi Fabbricatori e mercatanti, disse, Qual maligno talento a noi vi mena In quest'ora di gloria e di vendetta? Stolti! che al sommo socïal potere Sovrapponeste un fiero idolo, al cui Temuto auspicio smisurate e salde Sparse l'Error l'empie radici in terra. Ma stagione or mutò: gli egri intelletti Dal morbo rio, che li torceva al cielo, La Ragione guarì: solo e severo Nume e legge la Forza; e qual volesse Novelli Iddii favoleggiar, d'infame Morte morrà. Mal vi destate adunque Di Lucifero al grido; al vostro Nume, Gloria non già, morte e vergogna ei reca!-- -- Inclito senno d'Albïon, rispose Tosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce, Quale acerba rampogna or t'è fuggita Da la rigida bocca? Impazïente Del trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo, E sdegnoso di tutti idoli a dritto Epperò degno mio campion tu sei; Ma trasvolar quanta ragion mai possa Proteggere costor d'un'aurea scusa, Lodevol cosa io non dirò, nè giusta. Allor che inconscî d'ogni ver, fra bieche Fraterne ire e sospetti, una brutale Vivean vita gli umani, e la Paura, Despota d'ignoranti anime, orrende Cose spirando, il ciel, la terra, i flutti Popolava di Numi e di Chimere, Chi avría, senza periglio e senza tema Di gittar l'opra inutilmente, esposto Scevro di veli ad uman guardo il Vero? Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbaglia Di chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmo Farà segno costor, se al radïante Volto del Ver, perchè men dèsse offesa, Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio? Come in aprica e ben disposta aiuola, Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlte Le rigid'opre de la ria stagione, Depose i germi prezïosi, i solchi Serpeggianti vi aprì, per cui non manchi, Quando più punge il Sol l'arida terra, La fresca linfa ch'ogni fior ricrei, Al richiamo d'april vestesi a festa Ogni pianta, ogni stelo, e tutto in giro Ride il suol di colori e di fragranze; Così a la voce di costor, che fûro Primi maestri di civil costume, Fiorîr genti e città, su cui da l'ara, Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni, Stendea la Legge il moderato impero. Se non che, sòrta quella ria masnada, Che, l'umana pietà mercanteggiando, Usurpò i templi de la terra, e il cielo Con chiave d'oro al fornicar dischiuse, Non più di civiltà mezzi e stromenti Ma tiranni de l'uom fûr fatti i Numi. Nacque allor ne le oppresse anime, a cui A tempo il Ver fatto avea chiaro il senno, Fiero un disio di rubellarsi al plumbeo Giogo del ciel; suonò per l'aria il grido De la riscossa, e si pugnò. Non vinse Per certo Iddio; vide fumar d'umano Sangue innocente i mercenarî altari; Ma le vittime han vinto. A poco, a poco Scemò, come al mensil corso la luna, La possanza del Dio, ben che di ferro Tempra vantasse ed immortal. S'ostina Pur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampo Ultimo ei resta al trïonfar del Vero. Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carro Di Civiltà varchi ogni meta e segno, Sovra il corpo di Dio convien che passi! --Seguían queste parole; ed ecco incontro A l'aureo Sol levarsi altra falange Di pure e maestose Ombre, che a duci Budda e Socrate avean. Per l'opalino Etra sorgeano, e più ch'uomini e forme Parean candidi rai d'alba nascente, O visibili idee: tanto di luce Avean d'intorno e tal purezza in viso. Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo, Sopra cavallo indomito l'ossesso Battaglier de la Mecca, a cui nel pugno Nudo lampeggia e sanguinoso il brando: Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffi D'euro si squarcia, e tortuöse e rogge Solfuree fiamme in su la terra avventa. Ma già un nuovo drappel chiama la voce Del canto mio. Come vorace fiamma, Poi che tutte afferrò l'aride secce Del vasto campo, il vicin bosco invade; Terribilmente crepitando esulta Con cento lingue sanguinose a l'etra; Così questi venían dopo a un vessillo Fluttüante a l'avverse aure, su cui Con vivo sangue uman scritto è: Riforma. Qual da l'Eolio mar, quando più cupa Dorme sotto ai veglianti astri la notte, Fra dodici fantasmi ispidi o scogli, Cui morde la rabbiosa onda d'intorno, Sorger tu vedi e lampeggiar, perenne Ara di foco, la Vulcania ròcca; Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai mille Che premeansi a' suoi lati, il procelloso Protestator di Vittemberga. Appresso Muovongli il cheto confessor d'Asburgo E il rigoroso Ginevrin, cui tardo Par l'altrui passo e andar vorrebbe il primo; Non che il prode di mano e d'intelletto Novator di Zurigo, e i due di Praga, Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento, E duce entrambi e ispirator Vicleffo Eversore di dogmi; e quanti osâro A le voraci arpíe di Vaticano Spennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli. Destossi anch'ei sul torbido Tamigi Il lascivo Tudorre, e già già mezzo Sorgea da l'acque, e s'apprestava al volo, Quando piombâr su la sua testa, a guisa Di rapaci avvoltoi, le trucidate Sue concubine, e il regal manto e il petto Gli addentaron, sbranandolo. Stridea L'obliqua alma del Re, mentre, ravvolta Nel casto vel, sdegnosamente il tergo Gli volgea l'infeconda Aragonese Commiserando; e tu da la lontana L'incatenavi co'l tranquillo sguardo, O grave ed incorrotta Ombra del Moro. Eran queste le schiere e questi i duci, Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pari Dai quattro venti de la terra un grido Terribile s'ergea, qual se sconvolti Da una pazza procella a un punto solo Mugolassero i mari, o scatenati D'avversi poli s'azzuffasser tutti Con forze uguali ed ugual rabbia i venti. Tuonavan da le selve ime e dagli antri, Già sacri al vorator d'uomini Odino, Quant'ostie mai su'l suo tremendo altare Caddero; urlavan fieramente anch'esse Le vittime di Teuta, a cui, più care Di rugiadosi vischî e di verbene, Bionde teste mietea pei boschi opachì La druïdica falce; un gemer lungo Di greche madri in sugli oblati infanti Prorompea da l'Idee valli, superbe Del vagito di Giove; alto dal Tebro Fremean l'espïatrici ostie ferite A l'ingordo Saturno; e una selvaggia Querela uscía dai seppelliti avanzi De le Puniche ròcche, in quel che in armi Sorgea sdegnoso il redentor d'Imera. Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti, Che al ciel salíano a dimandar vendetta Dopo secoli tanti? Opra più lieve Faría colui ch'enumerar volesse Del ciel le stelle e de l'oceano i flutti. Dal braminico aurato Indo, dagli orti Rosiferi d'Irano a le feconde Trinacrie rive del geloso Egitto, Da le terre promesse a una masnada Di lebbrosi omicidi; dal sepolcro Sanguinoso del Cristo a le funeste Valli d'Alby; dai trïonfati fiumi De l'industre Batavia, a cui sul petto Gavazza ancor del fiero Alba il fantasma; Da le Calabre valli a le solinghe Nevi di Valtellina ergeasi un grido Formidabil, concorde, a cui fean eco Da la Senna e da l'Ebro urla più fiere. Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondo Capo scrollando amaramente:--O amore, Dicea, per cui l'innocua vita io diedi, Qual mar di sangue a la mia Croce intorno!--

CANTO QUINDICESIMO.

ARGOMENTO.

La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga.--San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa.--Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.--Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei.--Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a Lucifero.--San Pietro abbandona le porte del paradiso.--L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.--I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente.--Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.--Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.

Appena il grido de l'Eroe percosse Con sinistro rimbombo il ciel vicino, E le prossime schiere e la funesta Voce avvisâr dei minacciosi estinti, Tremâr tutti i Celesti, e verdi il volto Da la paura, si guardâr negli occhi Silenzïosi. Avvertì anch'esso Iddio L'imminente periglio, e sì com'era Sfidato e triste e non del fato ignaro, Sul primo che gli occorse eburneo seggio S'abbandonò. Stupidamente in giro Movea gl'inebetiti occhi, e non tosto Pipilargli a l'orecchio udì il divino Colombo, e sospirar, qual su la Croce, L'incarnato suo figlio, in un dirotto Pianto scoppiò, tutti adempiendo insieme Di stupore i Beati e di sgomento. Qual se dal fondo d'uno stagno, impuro Suscitator di sitibonde febbri, Leva un rospo un loquace inno alla luna, Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coro Le profetiche rane, onde a l'intorno Di chioccio chiacchierio suonano i campi; Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrine Vòlte del vacillante Eden destossi Un suon di disperate urla e di pianti. Piangean le poverette alme digiune D'ogni gioia di nozze e d'ogni amore, E tu primo fra loro, o immacolato Fior dei Gonzaga. A un altarino innanzi Tutto adorno di ceri e di ghirlande Ei traducea l'eterne ore in ginocchio Mormorando preghiere a un Crocifisso D'indico dente elefantino. Il novo Gemito udito, in piè balzò, le ceree Mani protese, e, l'argentina voce Spaventato cacciando, a correr diessi Per li stellati corridoi del cielo. Accoccolata a un angolo romito La povera Teresa ivi giacea Stranamente ghignando. In lei si avvenne Il fuggitivo, e, qual fagian, che senta Dietro di sè del cacciator la pésta, Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde, Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto, Tal fra le gonne sbrindellate e conce De la squallida pazza il mal completo Garzon cacciò la paürosa testa, Nè badò per la prima al sesso avverso. N'ebbe gioia la diva, e a quella guisa Che una grave bertuccia a' rai del sole, Tolto fra braccia un piccioletto amico, Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende, Così, strillando allegramente, al vizzo Petto ella strinse il trepido fanciullo, E tante gli tessè d'intorno al corpo Con la lubrica man giochi e carezze, Che a la fine ei sentì corrergli il sangue Tale un'ignota voluttà, che a un punto Sussultando fra' brividi si svenne.

Sveníansi ancor, ma per cagion diversa, Molte vergini suore, a cui l'intatta Orsola impera. Altre scorrono urlando La reggia; altre stracciandosi le chiome E battendosi il petto van d'intorno Perdutamente; qual con vitreo sguardo Siede come fantasma, e qual, deforme Per isterici spasmi e di spumanti Bave immonda la bocca, a simiglianza Si contorce di frigido ramarro, Cui, smessa a un tratto la pesante zappa, Fiede il villan con infallibil sasso.