Part 16
Così moría l'alma implacata. Al Sole, Che al meriggio splendea limpido e caldo, Lucifero parlò:
--Re de la luce, Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiuda Entro a un mare di fiamme, onde le negre Cime dei monti tuoi sorgono, e dànno Ombre indistinte al tuo nitido aspetto, O sia che un vel d'opache nubi, amico Di fulgidi riflessi, e una diffusa Sfera di luce e di calor ti avvolga, Te genitor d'ogni terrena vita Io chiamerò, quando da te deriva, O che vegeti immota, o inconscïente Movasi, o pensi ogni creata forza. A te le numerate ore d'intorno Danzano; a te, padre di climi, il fronte Volge amante di luce ogni pianeta; E tu, di vita liberal, dispensi Raggi e sorrisi a qual ti porga il volto, E i più miti a la terra. Umile in vista E ritrosa al tuo sguardo offre ella il grembo Palpitante a la lunge, e non si attenta, A par del fuggitivo Èrmete, appresso Fartisi tanto, che mortal saetta L'amoroso tuo raggio a lei diventi. Tu per propria virtù dal mare insonne Traggi i vapori, e in nubi atre li addensi, Che indi, in pioggia disciolte, al vigilato Solco dan biade e pomi al bosco e nuova Freschezza a la vitale aere, da cui Vigor nuovo di membra a l'uom deriva. Nè i sensibili corpi orni soltanto In visibile guisa, e ti compiaci D'apparente beltà, però che in seno Scendi a tutti i mortali, e, a quella forma Che scaldi e svolgi il fecondato seme, E del tuo sguardo il puro etere allumi, Desti così ne l'ordinata mole De le membra il pensier, ch'è de l'eterna Ben disposta materia agile alunno. Qual da le scarse gelosie d'un chiostro Libera il guardo al ciel la verginella Disïosa d'amor, tal da l'oscura Compagine mortal di nervi e d'ossa Si sprigiona l'amante animo, e, tutto Di te, sovrano genitor, sentendo L'occulto foco e la natía virtude, Per li campi del vasto essere, in cerca D'ignote sfere e di negati oggetti, Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge, Che par sostanza spirital, che possa Dagl'involucri suoi viver divisa. Ma chi dirà, che viver possa il modo Senza l'obietto, o ver da lui distinto? Che fuor de la gagliarda arbore viva L'occulta forza vegetal? Si schiude Per valor de la terra il seppellito Seme, germoglia, si divide e s'alza In foglie, in rami; con robusti nodi Stringe ed avvinghia la materna zolla, Respira, ama, s'infiora, infin che un diro Turbo lo schianti, o avversa scure il tocchi. Forse quella virtù, che gli diè vita, Morto lui, fugge altrove, e per sè vive? Suon di melodïosa arpa, che il petto D'indefinita voluttà comprende, Quando i candidi rai piove la luna Su le mute campagne, e i sonnolenti Fiori deliba la fugace orezza, Io già non penserò, che per sè solo Le sonore de l'aria onde commova: Frangi le corde del gentil strumento, Tosto il suon cesserà. Simile in questo È l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia, Divo maestro d'armonie, le nostre Facoltà, che nel cor siedon sopite; E quanto in noi più gentilezza è posta, Maggiore e più gentil n'esce un accordo D'affetti e di pensier, d'opre e di accenti. O Amor, sole de l'alma, ove io ripensi Di che alata virtù doni il pensiere, Scarso e povero assai sembrami il lume, Che avviva ed orna ogni creato oggetto! A te, come a la mite alba la schiera Dei canori volanti, al nuovo aprile La famiglia dei fiori, al Sol che torna Tutte cose universe, alzasi in festa L'umana vita, e al magistero intende D'ogni nobile ufficio. Immota e cieca Mole sarían le nostre membra, e inerte Cosa il pensier senza di te: sembiante A tardo bue, che il travaglioso ordigno Del volubile bindolo raggira Tutto il dì, senza posa, e non sa quanto Sgorghi tesoro da la sua fatica. Ma tu, di libertà padre, fai lieve Ogni gravezza, ogni umiltà sublimi, Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessi Conoscenza ne dài piena e sicura. Tu de l'etereo Sol, da cui proviene Quanto è d'uopo a la vita, il più fecondo Raggio in noi custodisci, ed una al chiaro Conoscimento, che da lui si nacque, Un ribelle ne infondi altero istinto, Per cui, divino matricida, a fronte D'essa Natura l'uman genio irrompe Con fiera sfida, e la tenzona a morte. O solenni ardimenti, o generose Pugne e vittorie senza fine, a cui Deve l'uomo mortal meno infelice Vita nel mondo, e sol per cui si eterna! Sovra la fossa, ov'ei tutto discende, La memoria di lui sorge, e qual face Da mille spere riprodotta in giro, Entro ai petti degli uomini risplende Centuplicata, e si perpetua, e in guisa Vive con noi, che, per superbo inganno, Vita verace il ricordar si tiene Ed anima immortal, ch'abiti altrove, La memoria che d'altri in noi risiede. Ma del credulo gregge e dei fallaci Ciurmadori de l'Arte e di Sofia Scevre serbate voi le nuove genti, O Sol, re de la vita, o Amor, sovrano Del pensiero mortal; voi de la vostra Pura luce vital fate lavacro Agli egri petti, e date ala ed acume A qual dentro a l'error cieco si ostina Siccome talpa sotterranea: ei senta Stupefatto ad un'ora il vostro lume, Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voi Tendo le palme, e voi propizî invoco!--
Tal parlava implorando, e il guardo acuto Più che punta di stral figgea nel volto Radïoso del Sol, quando a un sol punto, O che vero ei mirasse, o che a l'ardente Spirto facesse illusione il senso, Visto gli venne un portentoso aspetto, Onde il cor gli balzò. Come ne l'ora D'un purpureo tramonto, ove più ferve A piè de la Scillèa balza il vorace Turbo estuöso del latrante mare, Sorger vede il nocchier vigile un roseo Fantasima di donna, a cui ghirlanda Sono i raggi di cento iridi, e molle Guanciale il fior de le fioccanti spume; L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempo Gli sorride ne l'alma un dolce amore, L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa; Così a fior del fiammante orbe del sole Nuotar vede l'Eroe trepido un'ombra, Incerta ombra da pria, che umana forma Man mano assume e leggiadria cotanta, Che la viva in suo core Ebe gli sembra. Esultò giubilando, e in queste alate Voci si effuse:
--Oh! ben t'è stanza il sole, Ben t'è regno la luce, aurea bellezza, Che il petto mio, vago di luce, imperi! L'amor mio non sei tu? L'idolo amato D'ogni speranza mia? L'ala e la possa Del mio pensier? Deh! come fausto io deggio Stimar l'auspicio, che da te mi viene In quest'ora solenne! Ecco, già sento Crescer lena al mio spirto; odo la voce De la terra e dei secoli, che chiama Al gran giudizio Iddio! Non altrimenti Che fosco immaginar d'egro intelletto De la rosea salute al giovanile Soffio si sperde, io sperderò le larve, Che ne usurpan dei chiari astri la sede: Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cui Una fiera e tenace ira mi escluse, Or mi solleva, e trïonfante, Amore!-- Ciò detto appena, un tal fascino il prese, Che per lo spazio il sollevò: non punto Dissimigliante a fuscellin, che avversa Forza di calamita attira e regge; Se non che, quanto più di contro al sole Lucifero salía, tanto fra' biondi Raggi del ben veggente astro la bella Crëatura d'amor veníagli appresso. L'un lasciavasi a tergo il montuöso Arido aspetto de la varia luna; L'altra il denso Cillenio; e già a la vista Ridea d'entrambi l'acidalia stella, Cara sempre ad Amor, sia che tra' fiori Del candido mattin splenda, e le piaccia Di Lucifero il nome, o che tra' rosei Vespertini crepuscoli biancheggi Dagli amanti invocata, e più le giovi Che il penoso mortale Espro l'appelli. Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'onda Di purissima luce e di colori Si diffuse d'intorno, e parte n'ebbe Ciascun pianeta e non minor la terra. Tal, se indagine umana al ver s'adegua, Versa tesor di colorati raggi Sovra i cultori suoi Perseo superbo, Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo, Qual trïonfante eroe, splendido incede, E trono e serto ha di due Soli: un, tutto Fiammeggiante di porpora, vermigli Dardi per l'aria, a par di Sirio, avventa; L'altro in un vel di cupo indaco avvolto Mestissimo risplende, e d'ambi al raggio In cento iri d'amor l'aria si frange. A l'aspetto di lei, luce costante Del suo pensier, verbo non ebbe o voce O sospiro l'Eroe; sol di quantunque Forza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglio Splendor di sguardo a lui mai diede Amore, L'abbracciò tutta quanta, e la comprese. Ella parlò: --Me non la luce, o il cielo, Ma la terra natía covre e trasforma Con benigna virtù: polvere io sono, E su le membra, che l'Amor fioría, Or l'argentea rugiada educa fiori, Tra cui l'armonïosa aura susurra. Però non ammirar, se agli occhi tuoi, Siccome un dì, pur tuttavia risplendo Dentro a la luce dei miei giovani anni: Miracolo è d'Amor; palpito e vivo Immortal vita nel tuo petto, e queste Forme fiorite, che l'Amor mi dona, Altro non sono che veder, per cui L'anima tua pietosamente illude.-- Con questi detti eran venuti a l'auree Case del Sol, che tutto vede. Agli occhi De lo stupito Eroe di luce nuova Balenò la fanciulla, e tanta prese Parte di lui, che dentro a lui disparve. Dritto sul fiammeggiante astro egli stette Con eccelso pensier: fra quel deserto Vastissimo di luce, immensurata Granitica parea mole, che sfidi La procella dei sordi anni e del cielo. Dove figge lo sguardo? Al globo estremo, Che i pensanti mortali alberga e nutre, Veglian perpetue le sue cure. Orrende Cose egli vede in quell'istante: oscure Carceri e ferri cigolanti e ruote Stridule sopra a vive ossa e cadenti Sovra al collo de l'uom nitide scuri E torbe fiamme crepitanti ingorde D'umane carni e gorgoglianti abissi, Da cui, fra un vasto popolo di morti, Pochi, indomiti capi alzansi a guisa D'incrollabili rupi e di Titani; E, sopra tutto, galleggiante un'ara Lucida ai roghi, e in cima ad essa un muto Fantasima, che or dorme ed or sorride Villanamente. Fiammeggiò negli occhi Terribile l'uman Dèmone, e, tutto Dal profondo del cor svegliando il grido, Queste fiere avventò voci supreme:
--O voi, che ne la fossa Da tanti anni dormite, Vestite i nervi e l'ossa, Fuor de la morte uscite; Da l'una a l'altra riva, O Morti, in piè levatevi: Il gran giudizio arriva!
Su la temuta scranna, Giudice inesorato, Non siederà tra' fulmini Siva feroce, o il nato Da vergin grembo: in questo Novo giudizio mio, Morti, voi siete i giudici, Il delinquente è Dio!
Porgi al vietato sorso, Tàntalo, il labbro; scuoti, O Encèlado, dal dorso Il cupo Etna; dal fondo Dei fiammeggianti inferni, Tiféo, balza, e t'allegra: L'adamantina Morte Spezza del ciel le porte, E, spazïando libera Pe' vani antri superni, Fischia, e s'apprende a l'egra Canizie degli Eterni.
Novello Brïarèo, Bronte novello al grido, La voce alza e la faccia Il Pensier numicido; E, con più fauste prove Che sul campo Flegrèo, Strozza il mutato Giove Con le sue cento braccia.--