Lucifero

Part 13

Chapter 13 3,673 words Public domain Markdown

Ma son costor le stelle tutte e i Soli, Che ad onor de lo strano Ospite accolse Dentro al suo tempio la gentil Carìte? Così non piaccia al dio, che l'arte e il nome D'Ausonia ha in cura! Fra cotanta luce Non splende Olimpio ancor, colui non splende, Che, la fiera spregiando arte dei padri Che tutta chiusa nel vergineo peplo Rigida custodía l'are di Vesta, Una discinta Maddalena adduce A susurrar detti svogliati e strani Per le tiepide alcove, o a tesser balli Vertiginosi fra le nubi, e un'onda Versar quinci di nenie e di sbadigli Sopra a le folleggianti anime umane. Ecco, ei viene, ei risplende. Altero e bello Ne la modestia sua con misurato Passo s'inoltra; e, benchè svelto e lieve Scivoli sovra i piè, pur non sostenne L'arguto calzolar, ch'ei non proceda Senza un qualche rumor; però ch'ei volle Sotto al tornito stivaletto, a cui Ròdope stessa invidierebbe, un nido Porre di crepitanti e scricchiolanti Genî, che possan dire anco ai lontani: Ecco il nume, adorate! In simil guisa Da l'Olimpo al boscoso Ida venía Il saturnio signor, quando a l'incontro Dolce ridente gli schiudea le braccia La placata consorte, e sotto al passo Gli stridean le selvagge aquile e il fascio Dei serpeggianti folgori. A la soglia Fermasi un tratto; la sottil mazzetta Palleggia, ed il sereno occhio d'intorno Muove in cerca di lei, vergine o sposa, Donna o dea, ch'ai suoi lauri un qualche intrecci Gentil fior di pensiero, e stilli unguenti Sopra le nevi del ben culto crine. Bice è là, che l'attende: ecco, si spicca Dal picciol crocchio de le sue compagne, E gli muove d'incontro e gli confida Nel morbido candor del niveo guanto La voluttà d'una manina ignuda. O felice costei tre volte e quattro, Che con l'aëreo balenar d'un casto Languidissimo sguardo, o co'l profumo D'un sospir ventilato in su la cima Del piumato ventaglio apresi il varco, Non agevole invero, ai luminosi Estri di tanto vate! Oh! lei felice E invidiata a buon dritto! Inutil pompa D'ottuse forme e di bustin ricolmo Ella, è ver, non ostenta: ignobil dote Di vulgare beltà sien le ritonde Polpe e l'adipe osceno, irriguo ai salsi Sudori, e immane, o Dio, carcer de l'alma. Ricchezza unica a lei sia la divina Trasparenza del corpo e i delicati Qual fil di gelsomino arti e il languente Collo e le braccia cascanti. Qual face Chiusa dentro a dïafani alabastri, L'alma in lei splende; e simile a canora Che si pasce di brine aurea cicada, Le vaporose fantasie deliba, Che dal plettro gemmato ad ora ad ora Mollemente deriva il suo poeta, Poeta a un tempo e cavalier. Sui molli Tappeti, ai piedi de la sua regina, Spesso ei numera in pianto i suoi pietosi Nunzî di poesia primi vagiti E i suoi gesti e i suoi cenni, unica scola Ai protervi nepoti. Ella, commossa Da l'ardor dei civili estri, i socchiusi Occhi gli volge; e se ne le divine Estasi le sottili in su la fronte Labbra gli posa, e di cinabro tinto Cader si lascia un indelebil bacio, Dilungate di là, Momi impudenti Dai mordaci sarcasmi, e non osate Dar condito di burle al vulgo iniquo Il mister di quei petti: a completarsi Tendon l'alme per fato; e chi no'l crede Ne dimandi a Platon! Ma oscuro e muto Sui soffici divani a poltrir forse Venne il divo cantor? Tolgalo il casto Senno di lei, che è sol suo studio e vanto! Ai secreti colloquî, ai vaporosi Veleggiamenti dei verginei ingegni Serban le Grazie altr'ore: aman gli opachi Vetri le Grazie e le socchiuse imposte, Da cui, non dispregiato ospite, il solo Profumo entri dei fiori, e a cui dan velo Con fantastici giri i rampicanti Convolvoli azzurrini e l'ampie tende Non indocili a l'aure. Ora è codesta Di saëttar co' glorïosi raggi Gli sparsi in quella sala astri minori; Ora è d'aprir con l'armonia dei versi La rigid'alma del più rio marito. Come soglion d'intorno a un'iridata Bolla, che con sottil fiato da l'alto Del suo balcone il fanciullino espresse, Correre ed affollarsi e spiccar salti Gl'irrequieti monelli; e mentre incerta Pende quella su l'aëre, e al Sol si pinge Di tremuli colori, impazïenti Lanciano i berrettini, e fanno a gara A chi primo l'aggiunga; in simil guisa Corsero tutte, e s'attruppâr d'intorno Al tonante cantor damine e spose. Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite: --Egli ed ella eran due! Qual fulminato Arcangelo superbo, orribilmente Mugghiava per la torva aere sanguigna Un moribondo temporal. Dai mesti Pertugi de la terra ad uno ad uno, Siccome frati ch'escon salmeggiando Da le pallide celle, uscíano i funghi Annusando l'autunno; e, co'l volubile Mappamondo a le spalle, in simiglianza Di pellegrini piccioletti Atlanti, Le bavose lumache ardían mostrarsi Saettando la corna. Essi eran soli! Eran soli a mirar le rubiconde Agonie d'un tramonto. A passi lenti, Per la morte del Sol vestita a bruno La sonnambula Notte discendea Pe' gradini de l'etra, e mille e mille Angeletti lumaj davan la luce Ai fanali del ciel. Sotto i giganti Rami d'un eucalipto, immenso figlio De l'australiche selve, in su le barbe Dei vellutati muschi e dei licheni La giovinetta si assidea, struggendo Le delicate fibre e gli otricelli Del monocotilèdone embrïone D'una dïoica pandanèa. Le braccia Distese Arrigo, sospirò, fu sua! O poverella ardita, o mendicante Regina, o musa mia, sorgi dai tuoi Papaverici sonni, e dimmi quanta Febbre di voluttà bruciava i petti Di quei lieti accoppiati, e i lampi e i tuoni Dei sorrisi e dei baci e la battaglia Degli eccitati muscoli!-- Un solenne Scoppio di plausi e di femminee voci L'aurea sala echeggiò; dal sonno scosso Moron sorge, ed applaude; altri in disparte Con la bile sul labbro e il guardo a sghembo Dà il galoppo a l'invidia; il naso arriccia, E fa il greppo Macrin; pago e beato L'apollineo sudor terge, e carezza Gli attorti baffi il morbido poeta; E, sprofondato ne la sua poltrona, Scrollando il capo il Pellegrin sorride. Mosso poi da un mordace estro di sdegno, In piè levossi, ed esclamò:--La voce Degli spiriti or s'oda; a me gli usati Alfabetici segni e le canore Assi da cui, se tanto pur siam degni, Del gran padre Alighier gli accenti udremo.-- Disse, e al cenno d'Egeria una ritonda Tavola fu recata, a cui dei quattro Ben atti piedi, che le fan sostegno, Uno ha tanta virtù, che al flusso occulto Dei magnetici spirti agile e destro, Più del pensier degli ammirati astanti, Scerne le note, ed il responso appresta. La mirò, la tastò con le gagliarde Nocche l'Eroe da tutte parti, e quando L'ebbe assettata su le cifre, entrambe Vi sovrappose con mirabil rito Le aperte palme, e simulando un senso Di riverenza e di paura in volto, Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiola Il fatidico legno; un dopo a l'altro S'odon tre picchi; come Tiade invasa Da la furia del nume, or quinci or quindi Il sonnambulo piè lanciasi in volta, Nota i segni soggetti, e sbalza e sguiscia Ratto così, ch'occhio o pensier no'l segue. Tace alfine, e s'arresta; attenti, immoti Pendon tutti d'intorno; ecco il responso: --Chi da le sfere luminose, ov'io Libero spirto in grembo al Ver mi eterno, Mi richiama al fatal lido natío? Ben giunse a me nel mio loco superno D'Ausonia il grido e il rimbombar de l'armi, Per cui perfetto il pensier mio discerno. Levai sdegnoso dai funerei marmi L'onorato mio capo, e a le pugnanti Schiere in mezzo piombai co'l brando e i carmi. Oltre l'alpi esulâr monche e tremanti Le teutoniche belve, e il profetato Veltro regnò su' ceppi e i troni infranti. Entro a l'are venali imprigionato Urla fra tanto il traditor Giudeo, Che a' danni nostri ed a l'insidie è nato; Ma a l'onte occulte e al macchinar suo reo Splender più bello e star più saldo io miro Solo un vessil da Susa a Lilibeo. Pur, se a l'itale muse il guardo io giro, Tanta di lor m'assale ira e vergogna, Che in volto avvampo, e dentro al cor sospiro. Qual mendica erra; qual vaneggia e sogna; E qual de l'Istro o de la Senna impura L'onda attinge, e le sue membra svergogna; E mentre una s'insozza e si snatura, L'altra oziando sbadiglia; onde ai lor danni Stride lo scherno, e il freddo oblio congiura. Or leva, o genio mio, leva i tuoi vanni, E tal su'l capo lor fulmina un telo, Che la memoria sua viva negli anni. Mostro vien fuor da l'iperboreo gelo, Che la diva stuprando Arte dei suoni D'orrido strepitío streper fa il cielo; E strepitando in strepitosi tuoni Strepita sì, che a nostre orecchie offese Sembran dolci armonie bombe e cannoni. Già si affaccia, già invade il bel paese: Fuggon le Grazie; e n'han dal ciel spavento L'angelo di Catania e il Pesarese; Ma chi il senso de l'Arte in petto ha spento E ferrea l'alma e assai più ferrei orecchi Catechizza le turbe al gran portento. O tu, se il genio tuo mai non invecchi, Vivo onor di Busseto, a l'empie grida Piegherai l'alma, e fia che in lui ti specchi? Sorgi; a l'antica melodia confida Gli estri, ond'uomini e tempi animi e crèi, E lascia i dotti ragli al nuovo Mida! Nè fia che in voi non vibri i dardi miei, O de l'onnipossente Arte dei carmi Sacerdoti non già, ma Farisei. Sento tra una venal turba chiamarmi Chi d'alma vuoto e d'onestà digiuno Libertà grida, e il vulgo aízza all'armi; E chi in aspetto di plebeo tribuno Giambi saetta avvelenati e cupi, E fuor di sè non trova onesto alcuno: Idrofobo cantor, vate da lupi, Che di fiele brïaco e di lièo, Tien che al mio lato il miglior posto occùpi, E veggio lo svenevol cicisbèo, Che, d'ingegno ventoso e di cor frollo, Gratta la cetra in suon di piagnistèo; E, incipriato le chiome e torto il collo, Co'l ciglio imbambolato e il guardo losco, Va a confettar gli stronzoli d'Apollo. E tu chi sei, che chiudi il viso fosco Ne la larva di Plauto, e stenti e sudi A condir vuote ciance in sermon tosco? Ben altri stenti omai, ben altri studi Chiede Talía, che infarcir motti e scede Scevri di senso e di pudore ignudi. Più d'una gazza razzola al tuo piede, E manda il nome tuo da Battro a Tule, Te proclamando di Goldon l'erede: Gracchiano al vento come immonde sule, Che di grida scomposte il ciel fan sordo, Se han pinzo il ventre e molle il gorgozzule; E tu di lauri e di nastrini ingordo, Qual verme che si pasce in suo pattume, Tanto sei fatto omai cieco e balordo, Che ancor bianca la voce e il mento implume, Piantando il pedagogo a mezza via, T'alzi a maestro di civil costume. Torna, o stolto fanciullo, al _quare_ e al _quia_, E, se granel di sale anco ti resta, Pulisci il socco, e rendilo a Talía. V'è chi avendo di liti un guazzo in testa, E faría meglio a strombazzar pe' trivi, Calza il coturno, e le ribalte infesta. Strillan le maghe; corre il sangue a rivi; Surgon spettri e vampiri; urlano i morti; Vivi i fantasmi son, fantasmi i vivi. Pugne, stragi, rapine, incendî, aborti, Suon di catene, parricidî, incesti, Orgie d'alme e di carni e fusi torti, I reconditi intingoli son questi, Per cui Melpomenèa briaca e pazza Fa che gli spettator rimangan desti. O di zebe e di buoi stupida razza, Se pur fra tante teste avvi un cervello, Quel beccaio urlator cacciate in piazza! Chè s'ei dona al suo genio altro rovello, Per far la scena a voi stessi più viva, Al collo vostro appunterà il coltello! E tu d'irti istrïoni orda cattiva, Che vendi e insozzi il sofoclèo coturno, E vai d'oro superba e d'onor priva, Smetti il traffico vil, per cui l'eburno Trono de l'Arte e i sacrosanti altari Covo son fatti a fornicar dïurno. Varcan per opra tua montagne e mari Le più turpi di Gallia ibride Muse, Che lor facil beltà dan per danari; E involgendo la colpa in auree scuse, Coronando di fior chimere e mostri, Scroccan l'applauso de le turbe illuse. Stolte! nè san, che da quei sozzi inchiostri Spandesi intòrno sì mortal mefíte, Ch'alma e braccio prostrando ai figli nostri, Li farà indegni de le glorie avite!--

Tal suonava il responso. Impallidîro Donne e poeti, e si guardar negli occhi Irrequieti, silenti. Arse di sdegno L'altera alma d'Egeria; arse pur ella La florivola Bice, a cui la punta De la mal tollerata ira risveglia Le isteriche trambasce e invola i sensi; Arser su tutte inviperite e fiere Antigone e Sofia, coppia gemella D'emancipate amazzoni. Ribolle Ne le lor vene il maschio sangue; in fronte De l'audace Stranier figgon gli sguardi Sinistramente; e certo avrían quel giorno D'un gran fatto illustrato il nome oscuro, Ove Olimpio non era: ei le contenne Subitamente, e con gentile e ardito Piglio di paladino: A me si addice La vendetta, esclamò. Volse lo sguardo, Così dicendo al Pellegrin, che muto Fra cotanto armeggiar d'ire e di accenti Del suo fiero sermon godeasi il frutto. Poi replicò:--Lo spirto e la parola De l'Alighier qui non si udì: mentite Voci dal labbro di costui dettava La rea calunnia ed il livor codardo!-- Balzò a quel dir l'Eroe. Pari a ringhioso Stuol di mastini, che, a un rumor lontano Desti tutti in un punto a la tard'ora, Uggiolando prorompono a la siepe Del custodito pecoril: l'un l'altro S'aízzano co'l grido, e, a lo sbarrato Limitare avventandosi co' morsi, Raspano il suol rabbiosamente; allora Ch'odono del pastor la voce e il passo Si ramansano a un tratto; penzoloni Gittan la coda, spianano le orecchie, E muti, muti acquattansi; in tal guisa Al sorger de l'Eroe tacque l'impronto Bisbigliar degli astanti; e con furtivo Pavido sguardo e con moto conforme I suoi sguardi, i suoi moti ognun seguía. Ei favellò: --Qual che tu sii, nè al certo D'infamia o loda il nome tuo fia degno, Stolte parole or proferisti. Hai vôta Alma e cervel gonfio di fiabe, ed altro Che inutil fiato il labbro tuo non mette. Di mutue lodi, e di vulgari incensi Pago tu vivi, e teco il gregge: ingrato Però il vero a te suona, a te che l'arte E la natura e te stesso mentisci!-- Non si contenne a tal parlar superbo L'offesa alma d'Olimpio, e:--Il nome mio, Gridò, il saprai, ma con la spada in pugno, S'hai fermo il core, e cavalier tu sei!-- Disse, e come a la cheta ora del vespro, Se a' bruni aranci del giardin, da cui Pendon purpurei ed odorati i pomi, Cantarellando una canzon t'appressi, Odi tosto un frusciar d'ali e un pispiglio Di furbi passerelli a fuggir lesti; Così d'Olimpio al favellar si sveglia Sordo intorno un susurro: e chi gli audaci Sensi condanna; chi l'ardir ne loda; Chi la gagliarda valentía n'esalta; E ognun gode in cor suo, che il novo evento Nova materia a favellar gli appresti. Tu sola dal profondo animo gemi, O dïafana Bice, e a lui d'intorno Trepidante ti serri, e invan ti adopri Dal destinato petto a svolger l'ira. In sua tranquilla maestà spartana Ei si parte da te, ma non sì lesto Da non udir queste parole acerbe Che gli gitta l'Eroe: --Gonfia a tua posta Di sonanti minacce il dir tuo folle, O menestrello paladin: non uno, Ch'abbia intera la mente e sano il core, Dirà men vero il mio parlar; t'indossa, Se pur lo vuoi, maglia e lorica, e al filo D'un sordo acciar la tua ragion commetti, Ragion degna di ferro; io, finchè splenda Agli occhi il Sole e a questa mente il Vero, Ragiono e vinco, e i pari tuoi disprezzo!--

CANTO DUODECIMO.

ARGOMENTO.

Lucifero giunge in Roma.--La breccia di Porta Pia.--La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.--Voce di Ebrei.--Voce di Numi.--Voce di Sacerdoti.--Voce di Santi.--Voce di Diavoli.--Voce del Tevere.--Voce della Savoia.--Voce della Corsica.--Voce dell'Istria.--Voce di popoli slavi.--Voce della Germania.--Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma.--Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico.--Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.

Poichè avvolse così d'alti dispregi Le parole d'Olimpio e il reo costume, Che risibil comporta il secol nostro, L'auree sale d'Egeria e le tranquille Sedi d'Etruria abbandonò l'Eroe; E a te si volse, o del suo cor supremo Desiro e dei suoi passi ultimo segno, Tiberina città, che tutta chiudi Del popolo latin l'anima e 'l fato.

Date querce ed allori a le recenti Brecce di Porta Pia, date corone Al Sabaudo Monarca, itale genti; E custode di lor l'inno risuone, Che diêr braccia e pensieri E la vita al grand'uopo! Are son fatti Li trafficati e neri Templi dei dieci colli, Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto, Chi al ciel serva la terra, e a la codarda Fede contenne il Pensier divo avvinto.

Saldo negli anni, occulto Ne l'ombra e tutto cinto D'armi e d'insidie, il piè dentro al profondo Petto d'Adamo, il capo agli astri, il grido Ai poli, eterno si tenea l'infido Pescator Galilèo reggere il mondo. Ma come avvien, che, rósa Dai secoli e dal mare, entro il mar crolla A nuovo urto di turbo ispida rupe, Che negra e minacciosa, Riprodotta da l'onda, al navigante Pendea su'l capo, e gli oscurava il core; Tal, pugnato dagli anni e più da questo Eterno flutto del Pensier, che invade Ogni creata cosa, Trema, balena e cade Il doppio soglio a Libertà funesto.

Dei primi onori il vanto Miete al certo colui, che primo accoglie Arduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudo Pensier ne la feconda opra traduce. Dai domestici affetti e da le braccia D'ogni più cara illusïon si scioglie; E oltre ad uso mortal guardando in faccia Ad inaccessi Veri, Sordo dei figli e de la sposa al pianto, Là sè stesso periglia ove più crudo Ferve il conflitto; e a recar vita e luce Corre colà, colà vince e procombe, Dove più ferrei e neri Pugnan fantasmi, e più la notte incombe.

Però, sola e più degna Eternità che al gener nostro assente La fatale Natura, a noi nel petto Vivrete eternamente, Quantunque siete, o eroi De l'umano pensier; sia che mutando La molle cetra in brando, O in viva fiamma di Sofia l'acume, O in fulmine la voce, Nel più chiuso del cor portaste oltraggio A questa vaticana Idra feroce, Cui non giovò dar vostre carni a morte, Quando la fiamma inesorata e il ferro, Che brevemente il corpo vostro offese, Ruppe il suo petto, e le sue membra incese.

Ma non senza gran laude a le venture Genti andrà il nome e il grido Di chi l'ultimo crollo a la superba Mole impavido impresse, onde stupite Mirâr le più gagliarde anime, e intorno Tremar parve la terra. O benedetti Voi, che la vita acerba Fidaste, o giovinetti, A l'onor del gran fatto, e benedetta La destinata mente Di Lui, che, custodita entro ai gelosi Carceri Adrïanèi la vita inferma, Inesorabilmente Fulminò a morte indegna L'italico vessillo e i vostri petti!

Veglian su l'infrequente Uscio le madri abbandonate, o, accolte L'anima tutta nel pensier di voi, Lascian piangenti a mercenarie mani Le vigilate masserizie, e vanno Dove a lenir l'affanno Una voce di ciel par che le chiami. Ardono i ceri; un'onda D'incensi e timïami Vaporan l'are; una pietosa, incerta Melodia le devote anime inonda; E, dentro a un nimbo avvolto Di profumi, di suoni e di splendori, La sacra ostia consacra, e preci ignote Mormora il sacerdote.

Qual improvviso e fiero Tuono per li diffusi archi rimbomba? Come dischiusa tomba Putre e nereggia il sacro tempio; stride Il percosso saltèro; Illividito e nero Guizzi sanguigni avventa Ogni lume, ogni cero; Rosseggia l'elevata ostia, ed infetta D'orrida tabe, al volto De le pie turbe e al cor dardi saëtta Di sdegno e di vendetta; Urla sui tormentati organi eretta La cieca Morte, e invita A fiera tresca il pallido Levita. Ecco, spumeggia di sangue recente Il benedetto calice; volteggia Da feroce disio fatto più lieve L'inebbrïato Prete... Madri, madri, fuggite: il sangue è quello Dei figli vostri; il santo vecchio ha sete; Madri fuggite: il sangue Dei vostri figli ei beve!

Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggia Sui debellati altari Il vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! viva Nel tuo triplice raggio, iride santa Di libertà! Da la percossa riva De la tumida Senna ululi avventi La piagata nel cor druda di Brenno, Cui la vittoria altrui par sua sconfitta: Fuor d'ogni modo e senno, Ebbra d'invidia, esulti Prostituta liberta, e d'impudenti Minaccie a te, sacro vessillo, insulti, E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incerti O lontani presagi al carme io fido, Che, ravveduta o stanca Dal sozzo amplesso di plebei Caini, Te chiamerà, come chi piange. Al grido Risonerà l'irta Pirene; e quale Iena sorpresa a l'avvenir del giorno, L'iberico soggiorno e il reo pugnale Lascerà urlando il bieco Masnadier di Castiglia. Allor saprai, Putta de l'Ebro infurïata, a quanta Luce di libertà volgesti il tergo Quel dì, che ai tuoi rissosi Schiavi t'abbandonò l'italo Alunno, E da le regie chiome Strappò sdegnoso il serto, Pur che la fronte altera Erger potesse intemerata al sole, E, monda del tuo sangue, al patrio albergo Recar la spada ed onorato il nome.

Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furente Baccar di questa erine Licenziosa, a cui Vanto di Libertà danno i suoi drudi, E quanti han voglia ardente Del reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi! Ecco, a piccola pugna un'immortale Gloria succede: col pensier trïonfa Roma, e regina del pensier si asside Fra' redenti latini! In alto il guardo, Popoli tutti: il Campidoglio è questo! Roma è Ragione e Libertà; novella Èra incominciai Sugli altari infranti, Da un solo amor costrette, Gridiam, genti latine: Avanti, avanti!