Lucifero

Part 12

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Dormite! Al santo amplesso, Che in una morte e in un amor vi serra, Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cesso A la guaína, e cinta Sol di virtù suoi baluardi atterra. Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi, Penetra il mar: cade al suo soffio estinta L'ira dai petti; e, al pari Che nei confusi mari Vedi gl'istmi cader squarciati e scissi,

Cedono al nume il passo Le domate montagne; a lui da lato Scende l'italo genio. Odo il fracasso De le divelte rupi; Rugghia per li rotti antri il vento irato; Al martellar degl'inventati ordigni Tuonan l'opre pe' negri anditi cupi: Ecco, ne l'ardua gola Fischia il vapor che vola; Echeggian gli antri; gli ultimi macigni

Crollan; concordi e pronte Gridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cinge Due raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte. Oh! viva! In armi avvolto Altri pugni e trïonfi: Amor costringe In gara industre il genio italo e'l franco! Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto? Ne la sanguinea gora Brenno gavazza ancora? Di stragi ancor non è satollo o stanco?

Cessa! Di fatuo nome Tal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo, Pur che la man ti cacci entro le chiome, E al giogo ti strascini D'onor, di libertà, di posse ignudo. Speglio Italia ti sia, che la severa Alma composta a' liberi destini, Già spada, or cuore e mente De la latina gente, L'alpe dischiude, e ne la pace impera!

Mentre io canto così, fuor dal recente Varco de l'Alpi glorïando passa L'alto Amico de l'uomo, a cui ridonda Di lampeggianti entusïasmi il petto. Al meriggiar de le populee rive, Da secreta virtù vinto, si asside Là dove con selvaggio impeto corrono Gli eridànei cavalli, e sveglian tanta Pei settemplici campi eco di guerra. Passan su le solenni onde, equitanti Guerriere ombre di re; svolgesi al cielo L'allobrogo vessillo, e, tutte chiuse Ne l'acciar de l'altera indole invitta, Brillan di pugna le sabaude schiere. --Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti! A piè de la famosa alpe, che pàrte Le due genti latine, argentea e pura La tua gemina fonte al Sol risplende, E di origin comune e d'amistanze Ne fa sacra la terra. Ivi il fuggiasco Tra il fraterno furor Genio latino Auspicando si addusse, e custodía Bella e secura una speranza in core. L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse, Ma non così che al balenar del guardo No'l ravvisasse una gagliarda e fida Prole di Berengario, a cui fu grato Di saggio culto e di pietose offerte L'alma allegrar de l'esule divino. Santo allor fu il suo scettro; ara divenne L'alpe ospitale, e sovra il picciol trono D'Ausonia il core e l'avvenir si assise. Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti! Ben che d'eccelsa e non ignobil fonte A te accorrono i fiumi; a te dan vasto Tributo di sonanti acque; a te, padre Di feconde pianure, ove nei cheti Argini la natía possa governi; Padre d'alte rovine, allor che in ira Terribilmente imperversando abbondi Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso Possiedi i campi, e sugli abissi imperi. Pari a te da la doppia alpe ne venne Di Libertà l'almo sorriso: al grido, Che le pedemontane aure percosse, Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad una Sorsero a sgominar le schiere ostili. Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda D'anime educatrice, ove al governo Sieda la Legge, e ne rattempri il corso; Torbida madre di rovine, quando Oltre ai segni prorompe, e gl'inconcussi Campi del Dritto pazzamente invade.--

Così dicendo il Pellegrin, la terra Bellicosa lasciava; e, la commossa Alma schiudendo a la serena luce, Che da l'italo ciel l'Arte diffonde, S'avvïava colà dove tra' fiori Gareggian di beltà le Grazie etrusche.

Ben avverso alle Grazie e al Bello in ira Vive, Italia, colui che, su l'ingorde Arche seduto, in tuon lugubre intuona L'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo, Fra la plebe ei si aggira, e mai non pose L'orma su queste etrusche inclite rive, Dove tanto su l'Arno arde e sfavilla Glorïoso splendor, qual mai non ebbe Ne le trascorse età. Quante su l'orlo D'un angusto, ritondo orcio, che abbonda Al sol d'agosto il liquefatto miele, Con smemorato ardir giran le mosche; E altre ronzan d'intorno impazïenti Del ghiotto cibo, altre sparute e gravi Strascinan le inveschiate ali pe'l vase; Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giro Stanno gl'itali genî; e qual più vivo Del toscano Ippocrene il fonte attinge, Quel sentirà qual siero entro ogni vena Scorrere il sangue, e tramutata in latte Dolce fluïr del fegato la bile. O arëopago de la patria, o illustri Apostoli de l'Arte, io vi saluto; E tu accogli il mio culto e il canto mio, Città sacra del fior! Chè se ancor vive Entro a l'itale carte un qualche suono De la celeste melodia, che corre Spontanea al labbro de le tue fanciulle; E s'han grido finor le vereconde Muse d'Italia, a te dobbiamo il vanto, A te il pregio, a te il nome. Aspre e robuste Proli, de l'opre e de le pugne avvezze, S'abbian Adige e Po; s'abbiano industri Colòni e pingui campi ed auree mèssi Le contumaci al culto arduo del bello Sicule piagge, ed a l'ignobil remo Sudi il Ligure audace: a voi, d'Etruria Morbidissimi figli, unico vanto Sia la storia dei padri, e pregio intatto La lingua! A noi diseredati ed orbi, A cui nascendo non ombrò le fasce La gran torre di Giotto, a noi, se prude Alcun genio villano entro al cervello, Altra via non rimane, altra salute, Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzo De le vostre merende e qualche cencio De la vostra di frange auree guernita Ducal librèa. Qual poverame abietto, Che per entro a l'altrui vigna, tremante Dopo il ricolto a raspollar sen viene, Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni, Cui l'avara fortuna ibrida e grezza Assentì a mala pena la parola, Duro e barbaro gergo, atto a fatica A dir del male ed a non esser muti.

Ma qual prima dirò, qual dirò poi Dei luminari, ond'ha corona e luce Il sacro italo ciel? Seduti in giro Nel tempio accolti d'una Grazia etrusca, Come in magico specchio, ecco, me l'offre La mia povera Musa, a cui vien dato Varcar la soglia del gentil recinto. E qual solerte domator, che spieghi De le belve guardate entro a' serragli La specie varia e 'l soggiogato istinto E i costumi e le patrie: a bocca aperta Stan gli attoniti astanti; in simil guisa Dirò dei genî, ivi in gran folla accolti, Le fogge, il favellar, gli atti, la fama.

Splende fra le notturne ombre l'augusta Magion sacra a le muse; e avviluppata Negli ampî giri de le sue pellicce Siede l'inclita Egeria, ella, a cui dànno Equivoca canizie e senno arguto Le gazzette e la cipria. Ebbe un dì care Le colombe di Pafo, e la furtiva Ombra dei mirti e il sacro Erice tenne, Finchè piacque a Dïona; or de le austere Opre di Palla si compiace, e amica Spira gli auspicî ai non vulgari ingegni. Tien cospicuo al suo fianco il loco primo L'Eroe ch'io canto. A mortal petto ignoti Erano i casi suoi; bizzarre e strane Favole il rivestían: dicean, che avesse Con sotterranei spirti intelligenza, E che al suon de la sua voce non fosse Ombra antica di sofo o di poeta, Che dal ciel non escisse o dagli elisi A picchiar le vocali assi e l'arcane Magiche tavolette, e dar responsi Chiari e veraci agli ammirati astanti. Pavide e curïose a lui d'intorno S'affollano le dame; e tu superba De l'altera parola anche ne andasti, Pallida Elëonora, a cui non uno Dei gelosi misteri Iside asconde; E voi pur del gentil sesso custodi, Antigone e Sofia, che, a le tiranne Velleità d'un ispido marito Rubellando la fronte, al dispregiato Talamo nuzïal non inchinaste L'altero grembo al solo Ver dischiuso. --E che? l'ultima grida; a noi sul volto Si chiuderanno ancor l'aule di Temi? Sul nostro crin splender non dee giammai L'inclita bacca dottoral? Giù alfine, Giù alfin la benda obbrobrïosa e nera, Cui di pudor mal diede pregio e nome L'astuta crudeltà del sesso ostile. Nostra è l'età, nostra la terra, è nostro L'avvenire dei fati! Al cesto, al corso, A la lotta alleniam le membra ignude: Solo è libero il forte. Altra il sen porga A l'esoso lattante, e il tergo inchini Al feroce baston del suo tiranno: Madre sarà di servi. A noi, del mondo Parte migliore, opra miglior si addice: Femmina è la virtù, femmine sono A par de la beltà l'arti e le muse!-- Tacque, e fêr plauso ai generosi accenti Le dame tutte e i cavalier. Tu solo, Pensieroso Macrin, dal cor profondo Un sospiro traesti, e, la sparuta Faccia e i mïopi volgendo occhi, guerniti Di doppie lènti, a la soffitta avversa Il ciel cercasti, e ti piombò su'l petto Tutta la gran pietà d'esser marito. Degli aurei modi del toscan sermone Gran maestro è Macrin: spruzzato il fronte De le linfe de l'Arno in San Giovanni, Tutti ei conserva ne la ferrea mente Gl'invidiati lepori, e non soltanto L'arguto frizzo e la condita burla, Che scoppietta su'l labbro a la rubesta Ciana camaldolese e l'aureo favo, Che amor porge furtivo a l'improvviso Stornellar degli amanti; anche le viete Venustà di Cavalca e di Guittone Con lungo studio egli pilucca e serba. Tal l'industre formica al sole estivo, Tratti per lungo tramite, ripone Nel ben cavato asil bricioli e miche Con previdente ingegno, paürosa De l'inope vecchiezza; o tal nei sordi Scrigni rammassa il trepidante avaro Non pure ampio tesor d'oro e di gemme, Ma di rotti serrami irrugginiti E di chiovi e di cenci e di ciabatte Nel cupo cassetton gran copia asconde. Di simile ricchezza adorno e pago Va per le vie Macrin, lungo, diritto Qual sciorinata al sole entro la madia Ben tagliata lasagna; ed ai trofei, Che a lui su'l crin l'astuta moglie appende, La gloria aggiunge d'emendati testi, Di compilate moli e di comenti: Filologico mostro, al qual s'inchina Non sol l'ingenuo scolaretto, a cui Imprime nel seder tropi e figure Con la sferza eloquente il pedagogo, Ma quanti son da Susa a Lilibeo De l'italo sermon cultori e amici.

Ma chi è colui che truculento e instabile Or da l'un fianco ed or da l'altro volgesi, E scuote il capo ed agita la zazzera, E in cambio di parlar gestisce ed ulula? Demagogo e poeta ei tempra il filo De la republicana ira a la cote De l'appetito, e il giambo archilochèo Spilla al vinifluo doglio, unico olimpo, Da cui la sua spennata aquila avventa I fulmini de l'estro. A lui da lato Nel seggiolon che di sè stesso inzeppa Posa Moron: rubizza e pettoruta Mole, a cui da l'aprico orbe del viso Raggia il fulgor di un cartellon francese. Al picciol fronte, ai cheti atti, al sereno Riso, al voluttuoso occhio natante Tra il vino e il sonno, tra il demonio e Dio, Frate il diresti, e forse il fu. Qual suole Al tronco d'un'altera arbore, o ai fianchi D'un illustre castello arrampicarsi Co' torti rami la paffuta zucca; Fatta superba de l'aggiunta altezza Gl'indiscreti rigogli intorno spande, E, guardando le magre erbe da l'alto, Scorda l'umil radice e al Sol rosseggia; Tal di Dante a la vasta ombra seduto Sua fama impingua il chiosator Morene, E la frase imbroccando e il verbo e il nome Del poema divin, lancia d'intorno Tal furia di cementi e di saliva, Che scrocca il plauso al sonnecchioso astante.

Nè te lascia la Musa, o multiforme Delio, a cui da le labbra, ampia e diversa Copia di celie e di saver discorre. Vedilo: come a l'agitar del vaglio Va saltando qua e là l'arido cece, Così da la balzana indole spinto Tra la folla ei s'aggira, e quindi e quinci Motti e sogghigni ed aforismi avventa. Smettete, o voi che sovra illustri carte Vi state a logorar l'ingegno e il tempo, Perchè a l'arte natía decoro alcuno E al viver vostro un qualche onor mai vegna: Così agli astri non vassi! A voi maestro, A voi speglio costui, che la mordace Alma e il saper ne le gazzette attinto Rivende a le gazzette un tanto il braccio. Inchinatevi a lui! Non che a sè stesso, Gloria perenne a chi gli par procaccia: Oracolo solenne, al cui responso La dotta greggia de le vie s'inchina; Ampia ruota che gira, e stride, e schiaccia Le perle a terra, e lancia a l'aria il fango. Ungete, ingegni sconsigliati, ungete Le carrucole a lui: propizio nume Ei sorride a chi l'unge. Opra è da stolti Venir seco a tenzon; più stolta impresa Ai dardi di costui non dar più ascolto, Che dar si soglia a le zanzare estive: Son mortali i suoi dardi! E tu il sapesti, Tu, più ch'altri, il sapesti, o amato capo Di Dall'Ongaro mio! Nè ti fu scusa L'anima intemerata e il pronto ingegno, A cui tutte arridean le grazie amiche, Nè la virtù di peregrini affanni Saldamente sofferti e la tranquilla Custoditrice d'onorati petti Candida poverezza e il crin canuto! Ben di fallace illusïon maestra Ti fu la sconsigliata Arte, se ardía Nei lunghi giorni de l'oscuro esiglio Persüaderti una speranza, e al foco Degl'itali trïonfi accender tanta Giovinezza di carmi entro al tuo petto; Nè ti dicea, che di venali incensi, Non d'ingenue virtù, non d'animosi Spregi usar dee chi vuol propizio il mondo! Però a l'assiduo flagellar di amari Scherni cadevi; e se a l'ingegno invitto L'attico riso concedean le Muse Fino a l'ultimo istante, ingorde arpíe Ir vedesti e redir sul tuo morente Capo, e la gloria insidïarti e il pane Dei cari orfani tuoi! Su la tua fossa La derelitta famigliòla or piange Miseramente, nè le vien conforto Dal tardo onor che al nome tuo si rende.

Or tu da quel romito angolo oscuro, Gangetico Assalonne, esci, e la tua Patetica parola ai salutari Sbadigli i labbri e gli occhi al sonno inviti. Dal curïoso sguardo dei profani Un umile pudor forse t'esclude? Virtù di debolette alme è il pudore, E non solito a te. Nè, se arruffata Su le groppe rachitiche ti ondeggia La popolosa zazzera, nemica Di baveri non unti e di severi Pettini; o a mala pena entro al rapato Abito puëril movesi il petto Stento e gli attratti gomiti, indulgente Men ti sarà chi l'alte doti apprezza E de l'oppio e di te. Proprio da sciocchi È il dar fede al parer: tal, che a l'aspetto Sembra leone, asino è all'opre, e tanti, Che l'improvvido volgo aquile estima, Son, se provano il vol, men che tacchini. Qui non regna la plebe; e qual tu sei, Quel che vali e che puoi san tutti a prova. Quanti mai sparge rami a l'aria immensa De l'umano saper l'arbore augusta Tutti hai tu ne la mente: arca infinita, In cui, ridotta in pillole e in pasticche, La densa folla de l'idee si pigia. Terra e gente non è specie o favella, Che arcani abbia per te, cosmopolita Camaleönte, che, di tutti a un tempo Ritenendo, esser puoi tutti e nessuno. Ed ecco, or con meschina ala ti aggiri Carezzevole intorno, or con obliquo Serpeggiamento insinüar ti piaci Entro a' facili cori il tuo veleno; Or con voce melliflua a le tue reti, Erudita civetta, i merli attiri, Or, mutato ad un punto in cinguettiera Gazza, i nomi più vili a l'aura canti. Tu, Catone d'un dì, spregiar sai l'oro Con tragico cipiglio, e tu con furba Docilità di vertebra e d'ingegno L'altrui scale affatichi e l'altrui tasche; Oggi con infantil garbo a l'orecchio D'un'aërea beltà beli il sonetto Sentimental, doman, fatto più saggio, Entro uno scrigno d'òr fabbrichi il nido. Ma chi tutte può dir le peregrine Doti, per cui, Proteo novel, tu cangi Co'l mutar d'ogni dì forme e colori? Chi l'operosa, infaticabil fonte, Per cui, senza invocar madre Lucina, Puërpera ogni dì s'alza la tua Dïabetica Musa? Alcun per fermo Dir non saprà, ben che sia noto a tutti. Sorgi adunque, e t'appressa; e s'alcun mai, Dal serpeggiante tuo venire illuso, Oserà alzar, per calpestarti, il piede, Lascial, dirò volgendo il guardo altrove, Benchè sia serpe al cor, donnola è al dente.