Lucifero

Part 10

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Così mescendo vaticinî e voti, Varca i mari d'Atlante, ospiti al gregge Degli ondivaghi mostri e a l'improvviso Da l'uom domato imperversar dei nembi; E tu, assiso a la prora, in simiglianza Di grandissima fiamma eri, o Colombo. Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruote Dei fiammanti uragani; urlano al vento I segati cicloni, e nei profondi Baratri incatenate, a l'uom che passa Le procelle del mar piegano il dorso. Salvete, inclite rive; e tu, gagliarda Libertà, salve! O sia, che de l'aeree Ande selvose ami la vetta, asilo Del superbo condoro; o che ti piaccia Spazïar le insegnate acque, o fra l'ombre Di vergini foreste errar su'l dorso Del corrente giaguaro, il cui ruggito Quando sorge o tramonta, il Sol saluta; Grande ognor, se dal doppio istmo le schive Genti nei socïali ordini aduni; Grande, se per deserti orridi il grido Al perpetuo ulular mesci dei venti, O più t'aggrada perigliarti al balzo Di sonanti cascate, e dar concento Di selvagge parole ai boschi e al cielo. Tu nei golfi insüeti il pino ibero Primamente accoglievi, e le ritrose Stirpi, di vesti e d'ogni culto ignude, Con lungo studio riducevi al rito De' giapetici imperi. Onde fu visto Spezzar lo strale e abbandonar le selve Il fierissimo Pampa; e giù dai monti De l'indomo Uraguai scender l'imberbe Nomade che il color d'ambra ha nel volto; E, al corpulento Patagòn commisto, Dal profondo Orenòco erger l'ignude Membra pasciute di schifose argille Lo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo, Tua mercè sola, del civil convegno. Per le vaste città, fra' popolosi Commerci, a respirar l'aure vitali Di quei giovani climi, al mondo ignoto, Lucifero s'avvolse, ed aureo raggio D'alte speranze e virtù nuova attinse. Un dì per le sonore ombre movea D'un'intatta foresta. Invïolate Da umana scure, indocili al veggente Raggio del Sol, gelosamente intesti Tendon le secolari arbori i rami, Ove di tutte sue virtù ad un tempo Le sconosciute pompe Iside spiega. Come in tempio infinito, ivi si aggira La divina matrigna, e tutta appella Sotto agli sguardi suoi dai varî climi La numerosa vegetal famiglia, La qual, superba de la dea presente, Rigogliosa e gigante occupa il cielo. Giovinetta immortal, sotto a' suoi passi Balza la bella Primavera, e, stretta Con insolito amplesso al fresco Autunno, Tempra l'aure vitali; e quando i rami Di mai veduti fior l'una inghirlanda, L'altro, furtivo sorridendo ai fiori, Con selvatica man gli arbori impoma. Con temperie diversa al loco istesso L'arborea felce ivi tu ammiri accanto Al rigido lichene; a' molli orezzi Dei vitali palmîzi, a l'odorate Del profetico cedro ombre ospitali Svolgon le foglie flessuöse e snelle Le giganti gramigne, e sempre verdi Spiega l'artico musco i suoi tappeti. Qui l'indico banano apre le braccia Provvide indarno di nettaree frutta; Qui, impervio ancora al trafficante avaro D'ingrati climi e da ogni ferro intatto, Serba il purpureo sandalo odorato Le rosee tinte e la gentil fragranza; Qui, stupendo a saper, quella s'innalza Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri Da le rocce infeconde erger la scarsa Chioma e scovrir le povere radici Fuor del sasso natío, mentre co' rami D'ogni ombra avari si trastulla il vento; Ma egregia pianta e prezïosa, allora Che al nascente mattin, fuor dagli aperti Libri deriva, e versa intorno un'onda Di balsamico latte. A lei, se tanto Gli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra, Corre il nomade adusto, e leva un grido D'insolita letizia; trafelanti I figliuoletti accorrono, e, d'attorno Tripudïando al caro arbore, il labbro Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core. E ove te lascio, o provvido e pietoso Abitator di torride contrade Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi Dirittamente come palma, e vinci Pur la palma in virtù, ben che a lei pari Sovra l'ispido tronco, a mo' di piume D'orgoglioso pavon, spieghi le foglie. Tu al dipinto Indïan, che nulla ha cura Di curvi aratri e di lanosi armenti, Non pure offri spontaneo asilo e cibo, Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno, Di schietta acqua e di pan candido e dolce E di liquido latte e di vin puro E di vesti e di case e d'ogni adatto Utensile il provvedi; ond'ei, null'altro Studio avendo e ricchezza, a l'ombra amena Dei rami tuoi beato i dì produce.

Ma chi tutta diría la pompa e i mostri Di quei vergini climi? Ivi l'irsuto Cacto grandeggia, come cereo immane; Ivi a quella di Pesto emula ignota L'odorato e gentil calice innostra Di Belvèria la rosa; ivi quanti hanno Onoranza e virtù di prezïosi Medici succhi, o nominanza orrenda Di fulminei veleni, indifferente, O sien radici o fiori, Iside spiega. Passa l'Eroe solo e pensoso. Ingombri D'intrecciate vainiglie e di lïane Lunghissime a le chete aure pendenti Sovr'esso al capo suo chiudonsi i rami, E or di cupole in guisa, or di cortine, Or di fioriti padiglioni e d'archi, Lussureggian di aspetti e di colori Al queto occhio di lui. Di strane voci E di strilli e di fischi e di pispigli Suonan l'aure d'intorno; odi a la lunga Romoreggiar di vaste acque, e tra' rami Frusciar d'ale infinito; e, a far più viva Quella solenne immensità, vaganti Stormi, non sai se d'animate gemme, O di fiori volanti, o ver di augelli, Tra le foglie s'inseguono, o procaci S'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccio Stupidamente al ciel mandano il grido.

Sente il superbo Vïator quell'ampia Solitudin di cose; e al tanto aspetto De l'eterna rival l'animo esalta, Come rubusto ed animoso atleta, Che pronto e fiero in sul diviso aringo L'avversario mirando a lui di fronte Qual fondato edificio alzar le membra Valide e salde e provocar l'assalto, Ne l'impavido cor crescer più sente L'anima avvezza; agli allenati fianchi Batte le palme; le nodose braccia Brandisce, e, ardente di slanciarsi il primo, Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido. Precorreva l'Eroe gli anni; ed al volo Di splendide speranze il cor donando Nuovi trïonfi del Pensier vedea Su l'immensa natura; e:--Verrà giorno, Madre altera, dicea, che queste occulte Tue sedi, onde ti piaci, e la selvaggia Verginità di questi boschi al rito Dei nostri aratri ubbidiran. Da queste Sconosciute vallèe, mutati in lievi A lo spiro dei venti ampii navili, Quest'ardui tronchi correran su' flutti; E rigogliose e riverite, assai Più di queste a te sacre are romite, Genti e città qui fioriranno al raggio Di benefiche leggi. Altero e cinto Di tutto ardir qui nel tuo grembo, aperto Da l'industre fatiche, e monti e abissi Sorvolerà l'uman genio; e tu, rasa Di ciechi orgogli, ov'or superba e ignota Spieghi ne l'ombre il tuo possente impero, Sotto auspicio miglior sorger vedrai L'opre e i commerci de l'Arìane genti.-- Così dicea, gli anni veggendo, allora Che tra' folti cespugli, in capo al verde Tortuöso sentiero un gli si offerse Pensieroso pitèco. A un'indïana Canna appoggiato, a lenti passi e gravi Egli si avanza, a guisa d'uom che al peso D'un ingrato pensier l'animo inchina. Al rigido cipiglio, a la rugosa Faccia, ov'ispida e grigia al muso intorno Fa due siepi la barba, un lo diresti Anacoreta pio: tal forse apparve Il santo onor de l'arenosa Coma, Quando, schivo del mondo, a' più deserti Lochi a far guerra co'l dimòn si addusse, Visto appena l'Eroe, forte uno strillo Mise, e incontro balzògli, a quella forma Che al petto del fratel corre il fratello, Poi ch'oltre i monti e i mari errò lunghi anni Fuor del tetto paterno. Si ritrasse Lucifero, e al bizzarro ospite a mezzo Con la riversa man lo slancio ardito Troncò. Di subita ira egli s'accese, La lunga coda saettò, battè Rapidamente le palpebre bianche E i labbri sottilissimi, e in acute Voci proruppe: --O to', non siam fratelli? Non siam da un padre sol tutti discesi? O che crede davver, che sia piovuto Dal paradiso, e che il signore iddio, Tolto il mestiere di burattinaio, Sia sceso in terra a prendersi la bega Di plasmarlo a su' immago? Ih! levi l'unto! Le manca proprio il sale! E che cipiglio! Che fumi! Si diría ch'ha il sole in tasca. Guardi un poco il su' cranio e questo mio, E poi mi sappia dir!-- --Molto sapiente E molto ameno in ver tu sei, rispose Lucifero, e fior fior del labbro arguto Un sottil sorridea riso tagliente; Or sì che possiam dir, che in ogni dove Penetra il raggio di Sofia! Ma nulla Meraviglia ho di ciò: molti a te pari Han dottrina fra noi!-- --Nè meraviglia Certo esser dee. Che! Forse a voi soltanto È concesso il sapere? Oh! guarda un poco, Che la madre natura abbia a lor soli, In grazia de la lor vertebra ritta, Nascosto fra la zazzera e gli orecchi D'ogni cosa il bernoccolo! Ma smetta; Le son borie, non più. Qui fra quest'ampie Solitudini nostre anche sorride De la Scïenza avvivatrice il raggio; E fratelli siam noi! Da la materna Asia, ad ambe le specie inclita culla, Venne a catechizzar le nostre genti Un vecchio, dotto e reverendo urango, Dal cui labbro eloquente a noi fu tutto, Dopo lunga ignoranza, il ver palese. Bocca d'oro ei fu detto e adamantino Senno. Ma poi che ad esplorar qui venne Non so qual'orda di dottor tedeschi, L'abbindolaron sì, ch'ei svelò tutta E distillò nei lor cervelli adusti La peregrina sua scïenza; ond'essi, Gazze vestite de le penne altrui, Or di tanto saper fan mostra al mondo. Sì; fratelli noi siamo! Ei ce l'ha detto Le mille volte, ed io te lo ricanto Per tuo dispetto su la faccia: O figlio Di scimmia, addio!-- --Per un par tuo, ragioni A meraviglia. Una catena immensa Iside ha in mano, e non avvien che mai Nel crear s'interrompa: ogni vivente Specie è un anello, ed un anel noi siamo De l'immensa catena, il più perfetto Finor, l'ultimo no. Ciò non vuol dire, Con buona pace del dottor gorilla, Che l'uom da voi discende, o ver ch'entrambi Han comuni le doti e il nascimento.-- --Sissignor, vuol dir questo, appunto questo; La non m'esca dal rotto de la cuffia: Noi siam fratelli, siamo uguali, e uguali Dritti abbiam su la terra. O sta' a vedere, Che l'universo sia creato apposta Per far comodo a loro! Un giorno o l'altro Lei vedrà, mio signor gonfio di vento, Se noi libere scimmie incivilite Verrem fra loro a reclamar tal dritto!-- --Provatevi! Ci son gabbie e catene, Fra cui strette per ben, sarete esposte A dar di voi spettacolo ai fanciulli!-- --Lei non sa che si dica! Io le perdono, Perchè sono evangelico! O che crede, Che noi libere scimmie incivilite Non siam buone a far nulla? Che mi ciancia! Noi siam da più di loro! E le par poco Saltar pei rami, saccheggiar foreste, Gioir la voluttà per fin da soli Senz'aiuto d'amica? Oh! s'è pur vero Che il ver somiglia a l'olio e viene a galla, Nostro sarà il trïonfo. Io pure, io stesso Predicherò l'origine comune, L'eguaglianza dei dritti in fra le specie E la comune libertà! Dovessi Suggellar co'l mio sangue il parlar mio, Vuo' diventare apostolo; e, infilati Giubba e guanti ancor io, salir su l'alta Cattedra di Darvino a dar responsi!--

CANTO DECIMO.

ARGOMENTO.

Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura.--Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno.--Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore.--La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma.--Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.--Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.--Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.--Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.--La schiava nera e lo schiavo bianco.

Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghi Co' crepuscoli al piè la notte amica; E di mille colori ornati e cinti Le si sveglian sul capo astri e pianeti. Malinconica e muta ella riguarda Ai rei travagli de la terra, e spira Le brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno. Salve, o splendida notte, inclita madre Di dolcissima quiete, o che ti piaccia Covrir d'ombre pietose amor furtivo, O svelar tutta a uman guardo l'audace Visïone degli astri e l'universa Armonia, che ne fura invido il sole. Da le cupe foreste, ove si aggira Il signor de' miei canti, io chiamo indarno La bellezza dei tuoi Soli e le gemme Dei tuo' cento diademi: a Lui non uno Splende dei raggi tuoi; sol dentro al petto Gli arde la luce de le sue speranze. In compagnia de' suoi fantasmi, a pena Ei de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passo Fuor del dritto sentiero, a una deserta Arida balza d'ogni vita priva Era intanto venuto. Irte d'intorno, Come a guardia del loco orrido e scuro, Rupi e monti s'ergean squallidi a guisa Di biancicanti scheletri; fuggía L'ingrato aspetto e s'ascondea la luna Fra le nubi correnti, e imprigionato, Come chiuso leon che tenti un varco, Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento. Ivi l'Eroe si assise. Un'insüeta Punta di fame gli mordea le parche Viscere, e dentro al seno arido e stanco Una brama di vive acque e d'aperto Aere e di luce gli serpea. Sgomento Non però n'ebbe al cor; ma con superbo Animo accolse la terribil prova, Poichè gli è grato comportar travagli Pari a ogni altro vivente, a cui l'amica Forza del pane il mortal corpo allena. Vago di nuovi casi, occhio ei non piega Ad alïar di lusinghevol sonno Da la tacita e grave aere cadente; Ma nel caro pensier volge le prove Dei suoi buoni mortali, e traforate Alpi vagheggia e aperti istmi e volgenti Per lo seno del mar parlanti elettri. Su per l'aride rocce ode in quel punto Come un confuso affaccendarsi e rotto Fruscío di penne e sibilar, che agguaglia Suon che mandi uman labbro e noto segno Di cacciator, quando tra' folti grani, Di cui mareggia interminato il campo, Modula il fischio a ravvïar l'amico. Ma voci eran d'augelli, a cui concessa È una strana virtù: fischiano al vento Siccome uomini veri, e illudon l'alma Di qualche afflitto pellegrin, che, pèrso Ogni spirto di lena e abbandonato D'ogni raggio di speme e di salute, Su l'inospite landa il corpo gitta. Ben al grido fallace a mala pena Sul digiun ventre ei talor sorge; a l'aura Tutta la fuggitiva anima intende, E forse in quel momento al cor gli torna Il dolce aere natío, l'abbandonata Casa paterna e de la madre il pianto. Sorge, aspetta, ricade, si strascina Delirando fra' sassi; a un grido estremo Schiude l'aride labbra, un rauco suono Gli geme entro la gola; adugna e morde L'avara terra; e il ciel rigido intanto Sovra il capo di lui splende e sorride. Così a le disperate anime insulta La beffarda natura! Al suon fallace Sorse l'Eroe, nè stette in forse.--Or tutto Convien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri; Arida e morta è questa valle, e segno Di salute non ha; vadasi.--E preso L'aspro sentier, non pria l'orme contenne, Che un ampio fiume e la foresta attinse. Chiare e sonanti dirompeano l'acque Fra due tra loro opposti e coronati Di negra selva smisurati monti, Al cui piè si stendea facile e molle D'erbe infinite ed odorose il piano. Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miri Biancheggiar da la lunge al cheto sguardo Dei radïanti plenilunî, un'ampia Vela il dirai, che il marinar su' negri Aprici scogli a rasciugar distese; Ma se più ti fai presso, un fragor cupo D'immense acque tu senti; al ciel, conversa In polve minutissima, tu vedi Balzar la ripercossa onda, e in un velo Confonder gli astri ed annebbiar la valle. Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte, Ove men cupe si schiudean le sponde, E avean meno di bosco ombre e paure, La fresca linfa disïando, scese Per la lubrica china; insinuössi Fra' canniferi greti, e ne le cave Palme attingendo i prezïosi umori Ricrëò l'arso petto; ambe ne l'onda Con giocondo piacer le braccia infuse, E battendo le pure acque, più volte Ne spruzzò, ristorando, il volto e il crine. Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbe Del cammin tanto e de l'ingrata arsura, Che un vicino il percosse ululo e un lungo Scoppio di strida e di commosse voci Varie, acute, incessanti. Ad improvvisi Urti crollavan bruscamente i rami De la selva vicina, e quindi e quinci Confusamente saltavan strillando Le aggredite bertucce. Il piè ritrasse Dal margo sdrucciolevole, e a la sponda Lucifero balzò; lo sguardo in giro Mosse esplorando: tenebroso intorno L'aere gemea, mentre due roggi, acuti Punti fendean, come infocati dardi, Sinistramente de la notte il seno. Muti muti pe'l negro aere procedono Or cheti e lenti, or saltellanti e rapidi; Or tra cespugli del sentier s'involano, Or più vicini e più funesti appaiono. Sta Lucifero intento; e, certo omai Che insidiosamente a lui si appressa Il terribil giaguaro (un'omicida Belva, che, a par del tigre agile e grande, Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno, E boschi e fiumi d'ogni strage infesta) Tenea l'anima accorta in due sospesa: O che indietro si tragga e si nasconda Nel contiguo canneto; o su l'aperto Sentier l'orrida belva aspetti al passo. Senno miglior questo gli parve; e, tutta Con alato pensier l'alma percorsa E con subito sguardo il loco intorno, A la lotta si accinse. Era in quel punto Tra' fitti rami penetrato un fioco Raggio di luna. Un aspro, arduo macigno, Ivi a caso giacea: dai circostanti Gioghi a valle caduto, una regale Possa parea, cui da' superbi troni Una vendetta popolar sconfisse. A lui corse l'Eroe; con ambe mani L'afferrò, lo levò: le ferree braccia Sovra il capo distese; un dietro a l'altro Pontò i validi piedi, e tal si tenne L'irto mostro aspettando. Orrido un grido Manda la belva, e caccia fuor dagli occhi Sanguinosi baleni: a terra il bianco Ventre ingordo distende; i fulvi arruffa Peli del dorso, e di serpente a guisa Strisciando si divincola. Qual suole Paziente pescador, che, intento a l'amo, Entro a le trasparenti acque del lago Vede a un tratto guizzar cefalo o trota, Quanto più può su' nereggianti sassi Fermo, senza respir tiensi; l'avvezza Destra, che regge la pieghevol canna, Serra validamente, e, vista appena Pullular l'onda e tendersi la lenza, Fuor, con subita stratta, a l'aere avversa Trae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce; Così tutt'occhi e senza voce o moto L'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta, Che con feroce voluttade allungasi Su l'erboso sentier, vibra l'accorto Sguardo, e sbuffa così che par che rida. Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assalto Tentò un passo impaziente, e scagliar finse L'elevato macigno, urlò, ritrassesi, Il corpo agglomerò, sul ventre osceno Strisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardo Si vibrò. Mugulare odi a l'intorno La valle ampia e tremare arbori e rupi, Non però il petto de l'Eroe: di tutto Polso ei sostien l'ampio macigno; al fiero Assalitor fermo l'oppone, e al petto Gliel dà così che lo travolge, A terra Piomba la belva, e non sì tosto il suolo Sfiora co'l dorso, che di pria più fiera Salta, e si avventa a più mortale assalto. Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bava Vomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni verso Pazzamente si vibra, e senza posa L'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi. Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'ira Smisurata del cor, che giù d'un crollo Rovina anch'ei su la percossa belva. Or più fiera è la lotta: in un sol groppo, Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche, Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cielo Di rauche voci e di ruggiti; a rivi Sgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvinti Ferocemente in amplesso di morte Balzan, piomban, s'avvoltan, si precipitano Fra le spine, fra' sassi e le nemiche Tenebre. A l'orlo d'un burron vicino Vengon così. Pende sul negro abisso Una fitta boscaglia, a cui la foga Dei sonori torrenti ignude lassa Le nodose radici. Ivi, protette Dai folti rami, e dal burron difese, Godean sede tranquilla e secol d'oro Una tribù d'amene scimmie. Il fiero Caso le tolse agevolmente ai sonni, E la lotta avvisando, a salti, a strilli Facean pazza baldoria; e, qual con mano Qual con la coda attorcigliata a un ramo, Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina, L'une a l'altre atteneansi, e fean pendente Catena sui pugnanti ospiti, a cui Or tiravan sul capo una selvaggia Noce, e svelte fuggíano, or fin sul dorso Di lor scendeano a provocar le due Alme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli. Non però si ristanno, o svolgon l'ira Color che in fiero abbracciamento avvinghiansi Presso al burron. Preme l'Eroe co'l dorso Il ciglion de la balza; a lui su'l petto Insta la belva: con la bronzea destra Ei l'abbranca a la gola; al perigliante Corpo con l'altra fa puntello, e attiensi A le dense radici. E già su'l volto Qual d'aperta fornace il vampo ei sente De le putide fauci; a caldi sprazzi Piovegli sui schizzanti occhi e l'acceca Una bava sanguigna; un rugghiar cupo L'assorda; e già de l'arrotate zanne Contro a le tempie sue crocchian le punte, Quando tutta con fiero urlo chiamando La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio Dà su'l dorso così, che sorge a un punto Libero in piè, mentre da lui travolta Precipita la belva, e giù nel fondo Burron piomba rugghiando, e l'aere introna.