Lotte civili

Part 16

Chapter 163,561 wordsPublic domain

E pensando agli altri Comitati che si davano moto in quei giorni, ai grandi uffici di giornali, ai salotti politicanti, alle belle sale d’Alberghi e di Circoli dove si preparano le altre candidature, e alle centinaia di servitori e alle migliaia di lire e agli innumerevoli mezzi di coazione e di corruzione di cui gli altri partiti potevano servirsi e si servivano, per comperar coscienze ed estorcere voti, e paragonando quella potenza lontana alla miseria presente, confesso che fui preso da un sentimento di pietà e di tristezza misto a quell’accoramento amaro che ci dà l’umiliazione di una persona amata. E una sfiducia improvvisa — faccio anche questa confessione poco onorevole — mi vinse.

Mi appoggiai a una parete e stetti pensando.

Intanto altri entravano. Entrando buttavano sul pavimento i fiammiferi che avevano accesi per rischiarare la scala. Erano operai che venivano dalle officine coi capelli arruffati e le mani nere, studenti, impiegati, maestri; uomini maturi e giovinetti; qualcuno coi capelli bianchi. Entravano a coppie, a gruppi, a uno a uno, in silenzio. Alcuni parevano stanchi, altri sopra pensiero. Ma appena entrati, e stretta la mano agli amici, mutavano viso. Poi s’avvicinavano al tavolino, e ciascuno dava il suo obolo, in logori biglietti d’una lira o cinquanta centesimi, o in soldi, che contavano sulla mano. Davano gli uni la bottiglia di vino di cui avevano bisogno, gli altri la provvista di tabacco d’una settimana, chi la serata al teatro che desiderava, chi la scampagnata domenicale che vagheggiava da un mese. — E perchè? pensavo, guardandoli. Ne conoscevo una buona parte e avevo ragionato con loro. Nessuno sperava una vittoria, e neppur una dimostrazione elettorale notevole. Nessuno anche confidando in avvenimenti straordinariamente favorevoli e in una diffusione meravigliosamente rapida dell’Idea socialista, sperava in un miglioramento qualsiasi del proprio stato; molti, da un mutamento prossimo dello stato sociale avevan piuttosto a temere danni che a sperare vantaggi; ed io sapevo che lo sapevano. E nondimeno davano il loro danaro con la compiacenza manifesta di chi compie un dovere di cui è profondamente persuaso. Sul viso di tutta quella gente traspariva la coscienza ferma e tranquilla di servire una causa, di esser sulla via della verità, di volere il bene di tutti e di aver per sè l’avvenire. Si poteva esser certi che non vi era fra di loro un’ambizione nascosta, una coscienza comprata, una volontà costretta, un sentimento malfido. Vedevo giovani studenti che chiamavano per nome operai cinquantenni, mani bianche che stringevano mani nere, crocchi di persone d’ogni classe fra cui appariva un accordo di sentimenti e una maniera di familiarità, che non avevo visto mai in alcun tempo e in alcun paese. Mi pareva di veder gli elementi della nostra società disciolta che si cercassero e si unissero in una forma di società nuova, animata da un nuovo concetto della vita e del mondo, retta da nuove ragioni di stima e d’affetto reciproco e da leggi nuove di rispetto e di gentilezza, più sapientemente civili, più sinceramente cristiane di quelle che vedevo seguite in ogni altro convegno o commercio di cittadini di diverso stato. Quell’adunanza era per me ad un tempo una realtà e una visione che appagavano un confuso, istintivo, ardentissimo desiderio di tutta la mia vita.

E a questi pensieri, improvvisamente, come una fiamma sotto un soffio, la mia fiducia si ravvivò. — Ah! se anche credessi che siete tutti illusi — pensai — io v’amerei e v’ammirerei egualmente, o bravi giovani, o rudi lavoratori, o poveri vecchi che non avete altro impulso all’opera e al sacrificio che la speranza d’un bene di cui non godrete, e che sopportando le durezze della vita e soffocando le ire provocate e sfidando le persecuzioni pubbliche e sagrificando la pace domestica, fondate la vostra speranza sul diritto del voto, conquistato col sangue dei vostri padri, ossia sulla libertà, sulla ragione, sul presentimento del trionfo necessario della verità e della giustizia. Ma no, voi non siete illusi, poichè la verità non può essere dalla parte dell’ambizione, del mercimonio e dell’egoismo; la verità è nella vostra coscienza libera e serena, è nella santità del vostro ideale, è in quest’affratellamento generoso che condanna e corregge le ingiustizie della fortuna, è in questa fede invitta che dà ai giovani una maturità precoce, e ringiovanisce i maturi, e consola i vecchi, e nobilita tutti. E ogni propaganda d’ogni grande idea, predestinata a mutare il mondo, è cominciata, come questa, in luoghi oscuri, fra pareti nude, in mezzo a gente sprovveduta di tutto, e odiata, e calunniata, e derisa, mentre i difensori del passato, armati e ricchi d’ogni cosa, si festeggiano a vicenda — in sale splendide e risonanti del plauso dei parassiti — sicuri del presente e dell’avvenire.

E tutt’a un tratto — con mio stupore — non perchè mancasse un legame tra il pensiero e l’immagine, ma per la subitaneità dell’apparizione — mi rividi dinanzi la statua di Ledru-Rollin, veduta anni addietro a Parigi, eretta in atteggiamento profetico, con la mano stesa sull’urna, come dicendo: Qui è la salute.

E allora, precorrendo il tempo con l’immaginazione, vidi quella povera stanza dilatarsi, e aprirsi altre sale lontane l’una dopo l’altra, in tutti i quartieri cittadini, tutte rigurgitanti d’una folla simile a quella che avevo dinanzi; e tutte quelle folle, agitate e ardenti, salutare con evviva frenetici gli annunzi delle grandi vittorie elettorali, giungenti l’un sull’altro dai vari quartieri, e da tutte le piccole e grandi città d’Italia; e, tra gli evviva, le mani bianche cercar le mani nere, e abbracciarsi i giovani e i vecchi, e scambiarsi il bacio dei fratelli i figli di coloro che oggi si minacciano e si odiano....

Troncai il soliloquio, ed entrai nella folla dei miei compagni con uno slancio d’allegrezza e d’affetto, che non m’aveva mai data nessuna amicizia del passato.

Lavoratori, alle urne!

I nostri compagni del Comitato elettorale, che m’invitarono a parlarvi, determinarono il soggetto del discorso con queste parole: — Eccitare i ferrovieri, e specialmente gli operai, a prender parte attiva alla lotta per le elezioni amministrative; dimostrar loro che essi hanno interesse a mandare nel Consiglio comunale dei rappresentanti della classe lavoratrice a cui appartengono.

La cosa mi parve superflua. — Ma come — pensai — vi sono ancora dei lavoratori non persuasi di questa verità, della quale sono compresi, in fondo all’animo, anche molti di coloro che stimerebbero un’imprudenza di proclamarla? E subito mi si affacciò alla mente che il primo, il più efficace mezzo di persuadere gli ostili e di scuotere gl’indifferenti, sarebbe stato di riferir loro quello che io mi intendo dire ogni giorno da chi combatte le nostre idee utopistiche di progresso, di redenzione, di missione politica ed economica delle classi lavoratrici.

Queste idee — mi dicono — sono in voi, borghesi traviati e allucinati, non nei vostri adulati lavoratori; e non sono che in una infima minoranza di essi, a cui avete attaccato la vostra infermità cerebrale. Come potete parlare sul serio delle loro aspirazioni e dei loro propositi, quando non ve n’ha cinque su dieci che concordino in un’idea, quando la parte maggiore non si dà pensiero alcuno delle lotte a cui la chiamate con tanta insistenza, quando non hanno dato ancora, qui specialmente, nessuna seria manifestazione di solidarietà, di armonia, d’unità d’intenti, quando hanno anzi provato in mille modi che la classe lavoratrice, come ente collettivo, non esiste ancora? Voi dite che le classi dirigenti, che la borghesia è debole perchè è lacerata dai partiti, scossa da mille contrasti di interessi, divisa in dieci fedi diverse, e che per questo non opporrà una lunga resistenza al movimento progressivo delle classi inferiori. Ma queste son più divise e più deboli di noi! Noi davanti a un pericolo, nel nostro interesse comune, ci uniremo in un sol fascio, e voi lo capite, e lo preannunziate. Essi, nel loro interesse comune, non si uniscono. Che c’importa che siano il numero, se, non essendo nè concordi nè attivi, non sono la forza, senza di cui non vale il diritto? Che c’importa che la scheda elettorale possa essere, come voi dite, lo strumento della loro emancipazione, se essi o non se ne servono, o l’adoperano contro sè stessi, o la mettono al servizio d’ogni richiedente? Non uniti nell’esercizio dei mezzi e legali e pacifici, non lo saranno mai neppure, non lo potranno mai essere nell’uso dei mezzi violenti. Noi possiamo dunque riposare tranquilli e ripetere cento volte a chi ci parla d’un esercito di lavoratori, che l’esercito non esiste, che non ci sono che caporali e pattuglie disperse, e la gran moltitudine si ride della vostra conquista dei poteri, e che voi sognate a occhi aperti.

*

A voi tocca di smentire col fatto quelle asserzioni. Io mi ingegnerò di persuadervi a smentire. E notate, non avrei bisogno di parlarvi come socialista. L’interesse che hanno i lavoratori a organizzarsi, a concertarsi per mandare alle amministrazioni comunali e nei parlamenti dei loro compagni esiste, secondo me, anche fuori della ragione del socialismo. Non c’è bisogno di creder possibile o necessario nell’avvenire un determinato ordinamento sociale per comprendere quell’interesse. Basta desiderare dei miglioramenti nella vostra condizione, come tutti desiderate; basta capire che, siccome nessun miglioramento importante nello stato delle classi inferiori può avvenire senza sacrifici gravi nelle classi sovrastanti, e poichè sui sacrifici spontanei, essendo qual’è la natura umana, è illogico il fare assegnamento, così quei miglioramenti bisogna conquistarli; e che nessuna conquista si fa da una classe sociale senza lotta, e nessuna lotta si vince senza forza, e la forza non si consegue senza l’accordo della classe. Ora quest’accordo è possibile, è ragionevole, si deve compiere anche tra i lavoratori che non siano d’una sola idea e d’un sol sentimento riguardo al socialismo. Non si deve forse, prima di giungere a questo, passare per una serie di riforme e di conquiste minori che tutti vogliono ugualmente? Ma io dico questo a voi! Ma se son molti i borghesi stessi persuasi di questa verità.

Ve n’ha molti, ostili al socialismo, che credono inattuabile, ma che pure, essendo onesti, vedon con occhio favorevole e affrettano col desiderio il movimento d’organizzazione delle classi lavoratrici, anche sotto la bandiera socialista, come il solo mezzo che rimanga di pervenire a riforme radicali a vantaggio loro, senza le quali credono anch’essi inevitabili degli sconvolgimenti funesti alla società. E fanno questo ragionamento che non manca di logica: — O hanno ragione i socialisti, i quali affermano, non già di voler rifare il mondo sopra un disegno della loro fantasia, ma di sollecitare soltanto una trasformazione a cui la società è condotta irresistibilmente dalla forza stessa delle leggi vitali che la reggono, — e se questo è vero, se la trasformazione è inevitabile, non solo è inutile d’intralciare, ma è logico assecondare il movimento. — O se è vero l’opposto, ossia che questa trasformazione non è necessaria, e la società non avverrà pel solo fatto che i socialisti la vogliono, una forza invincibile vi si opporrà, contro cui tutti i loro conati si spezzeranno come contro una legge di natura; e in questo caso non c’è nulla a temere, e si ha da assecondare egualmente un movimento il quale, senza arrivare alla mèta che si propone e da cui noi rifuggiamo, produrrà pure dei vantaggi grandissimi, non conseguibili per altra via. Vorrete voi essere meno arditi di questi prudenti conservatori?

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Veniamo ora al vivo dell’argomento.

Non vi pare un’anomalia singolarissima che nei Consigli comunali di città dalle centinaia di migliaia d’abitanti, in Consigli dove si trattano interessi di tutte le classi sociali, tutte le classi siano personalmente rappresentate, tutte, fuorchè la più numerosa, che è anche quella che ha maggior bisogno d’esser tutelata? Io credo che la cosa parrà un giorno tanto strana che se n’andranno a cercar le cause con la stessa curiosità con cui si ricercano quelle dei più singolari fenomeni sociali del tempo andato.

Io m’immagino uno straniero semi-barbaro, ma di molto acume, piovuto qui da un paese in cui non sia idea di regime rappresentativo, lo metto col pensiero in uno di quei Consigli, e mi par di sentirlo dire: — Ma come mai! Ecco un’assemblea in cui si parla ogni momento d’interessi del lavoro e di lavoratori, in cui l’uno accusa l’altro a ogni tratto di non essere vero interprete dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni, e d’operai non c’è un solo, non uno che possa dire: i _nostri_ sentimenti, le _nostre_ aspirazioni, i _nostri_ bisogni son questi! — Dopo essersi fatto spiegare a un di presso in qual maniera si formino queste assemblee, il mio semi-barbaro direbbe al suo cicerone: — Ho capito! Qui non c’è operai perchè gli operai non sono elettori. — Ma no, lo sono — gli sarebbe risposto — e dispongono di migliaia di voti. — Allora direbbe: — Sono elettori, ma non sono eleggibili: ma essi non eleggono alcuno dei loro perchè non ce n’è alcuno che sappia parlare nè scrivere. — Ma no, vi ingannate: ce n’è molti che parlano mirabilmente dei propri interessi nelle loro riunioni professionali o di partito e ce n’è anche molti che sanno trattare la penna a dovere, tanto che se si fondasse un giornale come quel tal «Buon senso», fondato a Parigi nel ’48, aperto a tutti i lavoratori, si farebbero anche qui delle scoperte particolari curiose. — Ho capito questa volta — direbbe finalmente lo straniero. — Essi non eleggono nessuno della propria classe perchè vedono gl’interessi loro ben patrocinati dai rappresentanti della classe borghese, che stimano inutile aver dei rappresentanti propri, e si tengono per ampiamente soddisfatti. — Ma no, veda, non sono soddisfatti, si lagnano, dicono d’aver delle ragioni da far valere, gridano che ci sono delle ingiustizie da correggere, delle riforme da proporre, mille cose da fare. — E allora.... il mio semi-barbaro non capirebbe proprio nulla.

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Mi soffermo un momento all’ultima supposizione di questo straniero immaginario, perchè esprime forse il pensiero di alcuno di voi; mi ci soffermo per dire che nessun rappresentante borghese, per quanto sia sincero ed efficace propugnatore della causa de’ lavoratori, potrà mai avere in un’assemblea quell’efficacia particolare che vi ha uno della vostra classe, il quale la rappresenta con la sua stessa persona e ne spira l’alito dalle labbra, che può parlare di bisogni che sente egli stesso e di sacrifizi ch’egli stesso compie e ha compiuti, che protegge gli interessi del lavoro ch’egli fa e di cui vive, che è in relazione intima, fraterna e continua coi suoi rappresentanti, che non è legato ai rappresentanti degli interessi diversi od opposti da mille sottilissimi vincoli, non lacerabili, di amicizie antiche, d’identità d’abitudini, di idee comuni in altri campi, che non è impacciato dal fatto d’aver professato in altri tempi opinioni discordi da quelle suo d’oggigiorno, o di essere stato per queste indifferente; e che non può essere sospetto in alcun modo di mancanza di sincerità.... perchè siamo a questo ancora — che par tanto illogico e strano che uno si appassioni e combatta per interessi sian pure sacrosanti, ma non strettamente collegati o contrari a quelli della propria classe, che il pensiero ch’ei sia un uomo generoso è l’ultimo che s’affacci alla mente degli avversari: il primo è che sia un impostore.

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Certo, io mi rendo conto dei dubbi che hanno molti di voi a questo proposito, dubbi che non si danno, generalmente, negli operai di Comuni rurali. Là il Lavoratore vede partecipare all’amministrazione pubblica persone della sua medesima classe, di coltura non maggiore alla sua, e che trattano dei piccoli interessi comuni con la semplicità, e col linguaggio che egli stesso adopera: gli par quindi naturale, e non può parergli inutile di mandar fra gli amministratori del Comune uno dei suoi.

La cosa è diversa, si capisce, nelle grandi città. Abituato per tradizione a veder sedere nei Consigli cittadini di una sola classe, a vedervi rappresentati largamente la scienza, l’ingegno, l’esperienza degli affari, la ricchezza, e la discussione sollevata spesso al di sopra della sua cerchia di cognizioni e di idee, l’operaio ha finito per considerare quella rappresentanza quasi come un privilegio signorile, e stenta a capacitarsi del come un suo compagno vi potrebbe prender parte utilmente, non riesce a raffigurarselo là che come uno spostato e un inetto. Ma egli è in errore. Egli non considera che il suo compagno andrebbe là a rappresentare un ordine di idee sue proprie, di interessi di cui ha conoscenza pratica, di questioni in cui ha un criterio preciso: non pensa che in ogni discussione ha un grande valore anche una sola idea netta, espressa a proposito, sia pure con la più rozza parola; che ciò che in molte discussioni gli par superiore alla sua intelligenza e alla sua coltura non è che zavorra accademica e curialesca gittata sulla vacuità degli argomenti; che il buon senso è in ogni luogo e in ogni cosa la prima forza, e che una gran parte delle lungaggini deplorevoli a cui si abbandonano spesso le più colte assemblee, derivano appunto dal non esservi un sufficiente numero di quegli ingenui parlatori, a cui manca l’arte d’ingrandire, di assottigliare, d’intricare, di confondere tutte quante le questioni, invece di attenersi al fondo delle cose, come suol fare l’uomo incolto, che è persuaso di un’idea.

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E d’altra parte convien che si persuadano i lavoratori che la loro classe non s’innalzerà mai fin che un gran numero di loro non saranno passati per quella impareggiabile scuola pratica che sono le amministrazioni pubbliche e le amministrazioni private: intendo per private quelle delle loro Società e delle loro Corporazioni.

A questa scuola si formarono la maggior parte dei quarantaquattro deputati del Parlamento germanico — meccanici, calzolai, falegnami, doratori, operai d’ogni arte e d’ogni mestiere — in molti dei quali riconoscono gli stessi avversari, spesso con parole d’ammirazione, cultura varia, abilità parlamentare, e, nelle discussioni che toccano le idee e gli interessi del loro partito, un’efficace eloquenza. A questa scuola si formò quel valoroso, quel benemerito Anseele, fiammingo, fondatore di quell’ammirabile complesso di Cooperative di Consumo e di produzione che è il «Vooruit», il più fortunato esempio di organizzazione socialista che sia stato attuato finora. Si educò a questa scuola quel Luigi Bertrand, operaio marmista, in cui sembra incarnato il genio organizzatore della sua razza che da un capo all’altro del suo paese fondò Società cooperative, Case del popolo, Circoli di studi sociali, e che è, col Volder, l’anima del Partito operaio belga, rispettato, ammirato anche dai più appassionati oppugnatori e scalzatori dell’opera sua. E alla scuola medesima crebbero tutti quegli operai della sua nazione, i quali, all’ultimo Congresso internazionale di Bruxelles, diedero prova di tal senso pratico, di tanta chiarezza d’idee, di una così larga cognizione di molte questioni sociali ed economiche, che se li avessero uditi certi uomini d’ordine d’una grande città italiana, radunatisi l’inverno scorso in Assemblea por provvedere agli affari propri, avrebbero deplorato anche più amaramente di quanto fecero i funesti effetti dell’istruzione popolare.

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Comprendo un’altra difficoltà che si oppone, in molti lavoratori, alla concordia nella lotta elettorale. E ve lo accenno senza un’ombra di intenzione di farvi un rimprovero. La difficoltà risiede in un vostro difetto. — Vostro? — No. È un difetto di tutti gli uomini, e che si fa sentire in tutte le classi. Ma è naturale, è scusabile che si faccia sentire nella vostra forse più fortemente che nelle altre. Nella classe che ha più fondate ragioni di lagnarsi delle ingiuste disuguaglianze sociali, si comprende che sia più viva la renitenza a conferire ai propri uguali una forma qualsiasi di superiorità, come si diffidi più facilmente del compagno che aspira ad innalzarsi, e anche di quello che è portato in alto suo malgrado, come sorga il più forte sospetto che chi esce dalla sua schiera possa abusare dell’autorità e della fortuna. Ma è pure una tendenza a cui convien resistere a qualunque costo. Già lo disse un bravo lavoratore francese ai suoi camerati, con parole scolpite che io vi voglio ripetere, non solo perchè possano riferirsi a voi le sue censure, ma anche per mostrare che il male è in ogni paese.

Certo — egli disse — l’opera è lunga, penosa, irta di difficoltà. Ma se noi non perveniamo a unirci in uno spirito di larga e forte solidarietà; se passiamo il tempo a lacerarci l’un l’altro, parodiando i borghesi nelle loro dispute vane; se ci divertiamo a giuocare alle chiesuole e alle consorterie; se non uccidiamo in noi stessi quel deplorevole senso di gelosia, per cui non possiamo sopportare tra le nostre file alcuna superiorità intellettuale; se non ci eleggiamo dei capi che per obbligarli ad obbedire alle nostre cangianti volontà, e non per seguire la loro direzione e ascoltare i loro consigli; se, in una parola, non riesciamo a governare noi stessi, a nulla mai potremo riuscire.

E, senza dubbio, è la virtù opposta a questo difetto quella che costituisce la principal forza di quel grande partito operaio di Germania, nel quale — come osservò uno scrittore che lo studiò addentro — l’osservanza verso i capi è più profonda che in ogni altro partito dell’impero, e va non di rado fino all’eccesso, fino a una cieca sottomissione. Ma è perchè là si comprende quello che da per tutto si dovrebbe comprendere: che se è possibile immaginare una società in cui tutte le disuguaglianze economiche e sociali siano soppresse anche in forma assoluta, non è possibile immaginarne una in cui siano anche soppresse le influenze della superiorità dell’intelletto e del carattere e si faccia una colpa dell’ambizione, presa nel suo senso migliore; perchè il voler togliere alle facoltà e alle opere eccezionali degli uomini oltre ad ogni eccezionale compenso economico, anche le soddisfazioni d’una ambizione legittima, è voler isterilire, paralizzare la natura umana. E se sapessero i gelosi che povera cosa sono le soddisfazioni dell’ambiente, con quante segrete mortificazioni di amor proprio si scontano, da quante amarezze sono turbate, specialmente in chi è spinto in su a combattere fra una classe che non è la sua, invece d’invidiare e di osteggiare i compagni che salgono, non darebbero, ne son certo, che incoraggiamenti e conforti di fratelli.

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