Lotte civili

Part 14

Chapter 143,658 wordsPublic domain

Noi non siamo socialisti, dicono altri, come Pietro Ellero; ma vogliamo che il lavoro abbia una legislazione propria che lo sciolga dai ceppi servili, in cui lo lasciò il diritto romano e che i lavoratori abbiano un’assoluta libertà «d’associazione, di concerti e di lotta»; vogliamo delle istituzioni che facilitino loro in tutti i modi «il fido e il procacciamento degli strumenti e della materia e l’avviamento alla consecuzione del capitale».

Dicono altri, come il cardinale Manning: — Noi non accettiamo il socialismo; ma vogliamo l’intervento diuturno dello Stato nelle relazioni fra capitale e lavoro, vogliamo del lavoro l’ordinamento internazionale e la fissazione delle ore e d’un salario minimo; non vogliamo che continui l’accumulamento delle ricchezze a profitto unico di certe classi e di certi individui «perchè è cosa ingiusta e immorale, che conduce allo sfacelo del consorzio civile».

Dicono altri, come i conservatori dello stampo del Meyer di Germania: — Crediamo noi pure un’utopia il socialismo; ma vogliamo tassati fortemente tutti i profitti dell’industria e della banca, limitato l’interesse a ogni capitale non messo in valore dal suo proprietario, obbligati dallo Stato gli industriali a costrurre case per gli operai, e migliorare le condizioni di questi in tutte le forme, e per forza di legge.

Altri, difensori del principio di proprietà sotto ogni altra forma, propugnano come molti in Inghilterra, la nazionalizzazione del suolo, e dicono come James Mill: — Noi non siamo pel socialismo; ma vogliamo vôlto a profitto dello Stato, per mezzo dell’imposta, quel plus-valore della terra o almeno una gran parte di esso, che è conseguenza naturale dell’accrescimento della popolazione e della ricchezza senza il concorso di alcuno sforzo o d’alcuna spesa del possessore.

Altri ripudiano il socialismo; ma proclamano l’utilità di convertire in servizi pubblici il maggior numero possibile dei servizi che sono affidati ora alla speculazione privata e ritengono col Chamberlain che il governo municipale sia il migliore strumento di riforme sociali che debba essere suo ufficio l’accumulare le ricchezze della comunità e adoperarle a sopperire ai bisogni dei cittadini men fortunati, ed esercitare come la direzione d’una grande società cooperativa, della quale ogni cittadino sia un azionista.

Dicono altri, come disse il Molinari, direttore del «Journal des Economistes»: — Noi crediamo assurdo il socialismo; ma siamo costretti a riconoscere che, per quanto debba esser grande il mutamento che da ciò deve nascere, «i giorni dell’agricoltura individuale sono contati»; e quale sia quel «grande mutamento» che il Molinari non determina, lo accennano altri, come lo Zangtar, che, dopo aver studiato le proprietà collettive dell’Ungheria e d’altri paesi, dicono: — Noi non siamo socialisti; ma chi sa che il comunismo incosciente dei popoli fanciulli non sia appunto quella forma naturale della produzione che, messa in pratica scientemente, sarà chiamata a riportarci, nella maturità del progresso, i giorni felici della fanciullezza, senza le tempeste che a questa s’accompagnarono?

Altri, combattendo il socialismo, dicono, come il Barazzuoli, che bisogna estendere la proprietà al maggior numero possibile di contadini, «perchè il contadino che non possiede non sarà mai altro che un servo della gleba»; e come si possa accordare questo frazionamento della proprietà terriera con la fine della agricoltura individuale pronosticata dal Molinari, che è ben altro economista che il Barazzuoli, lo dica chi ha mente più acuta della nostra. Altri nemici del socialismo come Vittorio Bersezio, mettono però innanzi la massima: La terra a chi lavora. — Altri, come la nostra Rassegna «L’Economista», respingono il programma socialista, ma caldeggiano l’idea della _nazione armata_. — Altri, come la più parte dei soci della «Lega della pace», dicono: — Non siamo socialisti: ma crediamo nella federazione dei popoli e nella pace universale. — Altri, come il Clemenceau: — Non siamo socialisti; ma vogliamo assicurata a tutti i lavoratori la vecchiaia. — Ed altri ancora: — Non siamo socialisti, ma vogliamo parificati i diritti della donna a quelli dell’uomo. — Non siamo socialisti; ma vogliamo la giustizia gratuita. — Non siamo socialisti, ma vogliamo con l’istruzione obbligatoria il mantenimento dei fanciulli poveri: senza di che l’istruzione obbligatoria è una tirannia e una menzogna. — E si potrebbe continuar senza fine in citazioni consimili; le quali ci dimostrano la verità di quella sentenza che ricordò poco fa Carlo Wagner agli studenti universitari francesi: — L’avversario è un collaboratore.

Mettete insieme, infatti, tutte le affermazioni, le proposte, le tendenze, le speranze dei valentuomini sopracitati, per ciascuno dei quali il socialismo è un’utopia, e vedete, se, supponendo le une attuate e le altre avviate ad attuarsi, non conducono necessariamente, fra tutte, all’attuazione integrale della idea socialista; vedete se nel centro a cui tutte queste linee ideali convergono si possa essere altra cosa che il socialismo. Tutti questi nostri avversari ci fanno l’effetto di tante persone che portino inconsciamente una pietra per la costruzione d’un edifizio il quale dicono impossibile a costruirsi. Essi non possono concepire una riforma, un’idea di progresso e di miglioramento sociale, la quale non sia un argomento che indirettamente ci confermi nelle nostre convinzioni, un involontario impulso al movimento delle nostre idee, una prova di più che non è possibile progredire se non per la via sulla quale noi li precediamo, e che per non essere trascinati al socialismo non ci son che due mezzi logici: rimanere immobili o retrocedere. Ma il rimanere immobili è per forza d’una legge sociale, inviolabile quanto una legge di natura, impossibile, e il retrocedere pare a quelli stessi che lo vorrebbero una cosa anche più temeraria e funesta che l’andare avanti.

Spontanei o forzati, consapevoli o no, sono dunque tutti in varia misura nostri collaboratori. Progressisti arditi o cauti, conservatori tenaci, retrogradi di cuore, se non di fatto, tutti i nostri avversari si ritrovano, rispetto al socialismo, nella condizione di quei cittadini di Nuova York, che vanno sulle «strade giranti»; possono gli uni correre innanzi, altri star fermi, altri camminare in direzione opposta al moto del ponte che li sostiene; ma tutti son portati irresistibilmente da quella parte verso cui la strada procede.

E questa verità è compresa oramai anche dalla parte più incolta e più apatica del popolo lavoratore. Non è un socialista italiano che lo dice: è un francese legittimista e conservatore: «Intorno al letto di porpora e di letame su cui muore questa società in decomposizione, il popolo aspetta. Ben persuaso che tutto sarà per lui un giorno o l’altro, egli è più burlone che violento, e meno impaziente che non si creda: egli mostra invece una certa rassegnazione sorniona — una pazienza di erede....»

Età agitata.

I moti delle classi lavoratrici che interrompono a quando a quando il corso regolare della vita pubblica non paion ai contenti del mondo che perturbamenti funesti dell’ordine, somiglianti ai terremoti, alle inondazioni e a quell’altre commozioni della natura, le quali non producono che rovine. Ma, considerati insieme e in un vasto spazio di tempo, tutti questi sforzi vasti o circoscritti, quieti o violenti, fortunati o sfortunati, con cui le moltitudini tendono a migliorare il proprio stato, tutte queste agitazioni e convulsioni che mettono innanzi alla società nuovi problemi da risolvere, che le ripresentano sotto nuovi aspetti problemi antichi, che la fanno temere, pensare, discutere, cercar rimedi, esperimentar mutamenti, che la costringono, per preservare e risanare il suo organismo, a estirpare da sè abusi e privilegi del passato, a tentar continuamente nuovi modi e forme di funzione e di conciliazione dei propri elementi, sono correnti di vita intellettuale e morale che la ringiovaniscono e la fecondano.

Se un miglioramento grande si avrà nell’avvenire, sarà effetto delle perturbazioni e degli affanni che rendono quasi intollerabile la vita presente a tutti coloro a cui pare che l’essere soddisfatti dia il diritto di vivere in pace. Quello che a noi pare irrequietezza morbosa e disordine fatale, a chi giudicherà in tempi lontani il tempo nostro parrà preparazione, lavoro, lotta necessaria, generatrice di bene. A noi sembra di essere in balìa d’un turbine che ci rigiri di continuo nello stesso spazio; ma il turbine, rigirandosi procede, e ci porta innanzi fra le sue spire; e il polverio che ci avvolge e ci fa difficile il cammino è un nuvolo di semi che ricadono sulla terra e germogliano. La società non partorisce senza dolore: soffriamo tutti; ma è legge benefica della vita. Anche nell’animo del borghese impaurito che impreca agli agitatori, e rivorrebbe la quiete antica a prezzo della libertà, si vien formando sotto la paura e la collera un concetto nuovo della giustizia sociale, doloroso, come un dente che spunta, ma ch’egli non può reprimere; ogni giorno, nel secreto della sua coscienza, e a malgrado proprio, egli fa una concessione alle tendenze che avversa; e il germe, che in lui non ha ancora forza di rompere l’involucro dell’egoismo di classe, fiorirà nel suo figliuolo in un’idea umana. In questo cozzo tempestoso di forze e di passioni, che travaglia tutti gli spiriti, l’anima umana ingrandisce, e s’apre lentamente alla luce d’una bontà nuova, che sorge come un astro all’orizzonte del mondo.

Simboleggiò forse questo pensiero il grande scrittore del «Germinal» nella scena culminante del suo libro terribile. Dopo i lunghi giorni d’affanno mortali passati dal minatore nelle tenebre delle gallerie franate e dall’ingegnere nel lavoro disperato del salvamento, Stefano, operaio ardente e ribelle, e Negriel, il capo autoritario e scettico, che fino allora s’eran odiati, quando s’incontrano si gettano nelle braccia l’un dell’altro e «singhiozzano a grandi singhiozzi nella commozione profonda di tutta l’umanità che è nell’anima loro». Così nel poema. Passerà la tempesta, e s’incontreranno così nella storia.

Mentre passano gli scioperanti.

V’è un certo numero di borghesi, i quali, in fondo, per bontà di cuore e per lume di ragione, sono favorevoli, benchè indeterminatamente, al movimento attuale del proletariato; ma che dallo spettacolo di qualunque agitazione di popolo, sia pure nel loro concetto giustificabile, e anche da una semplice passeggiata rumorosa di scioperanti per le strade cittadine, hanno una scossa violenta all’animo, da cui son messe in fuga, come un branco di passeri spaventati, tutte le loro idee democratiche. In ogni torbido popolare vedono la minaccia e il principio d’uno scatenamento fatale dei peggiori istinti della moltitudine, il quale li fa disperare che essa possa mai progredire civilmente per la via della libertà e dell’ordine, nè incivilirsi mai per alcun’altra via. Io ne vidi parecchi, in un’occasione recente, impallidire al passaggio d’una folla agitata, ma non minacciosa, d’operai, e lessi nel loro viso l’amarezza profonda, ch’essi provavano in quel punto, di sentir vacillare e cadere in sè opinioni e sentimenti, dei quali abitualmente si vantavano. È un senso di sgomento improvviso e irragionevole, somigliante a quello che si ridesta a ogni più leggiero tremito reale o illusorio dei muri della casa in chi ha esperimentato una volta il terrore d’un terremoto.

E non di meno son gente che, a mente calma, capisce quanta parte di responsabilità, nelle agitazioni del popolo, sia tolta a ciascuno dalla forza che esercita sull’individuo l’eccitazione collettiva, e quanto trascenda la passione e la volontà di ciascuno il fluido inebbriante che si sprigiona dal contatto delle persone e dalla confusione delle voci. Essi non rammentano, in quei momenti, le urlate e le baruffe selvagge dei parlamenti, le irruenze devastatrici delle studentesche, i tumulti furiosi di molte adunanze, non composte che di cittadini delle classi superiori, ma divisi da passioni di partito e da opposizioni d’interessi economici. Essi non pensano in che larga misura concorra a far trasmodare la folla popolare una naturale reazione che, in quella breve ebbrezza di libertà, s’opera in essa contro la monotonia pesante della vita ordinaria, del lungo lavoro sempre eguale, del pensiero ristretto, dell’immaginazione compressa dalle consuetudini meccaniche, della necessaria rinunzia quotidiana a mille piccoli desideri, continuamente rieccitati dallo spettacolo di chi li appaga e ne cerca senza posa di nuovi, non per altro che per aver l’occupazione d’appagarli. Essi non considerano, quando eccessi veri si hanno a lamentare, che in quelle folle s’intromettono, non voluti e irriconoscibili, elementi sfrenati e malefici, delle cui violenze è ingiusto il far ricadere la colpa sulla moltitudine intera: elementi che s’insinuano anche nelle dimostrazioni pubbliche, quando queste si prolungano, della gioventù studiosa, che s’intromettevano anche nelle più nobili agitazioni patriottiche del passato, che da per tutto si fanno armi offensive d’ogni idea e d’ogni passione più santa, quando questa invade in forma di torrente umano le vie e involontariamente ricopre e protegge con le sue onde gli sfoghi individuali della malvagità e della vendetta.

Per questo il «buon popolo lavoratore» ogni volta che appena si muova, si trasmuta ai loro occhi nella «Gran Bestia» e assistendo alle manifestazioni del suo malcontento essi passano davvero di assai brutti quarti d’ora di ansietà e di amarezza. È il ricordo e il timore di quei quarti d’ora che, al primo annunzio di ogni sciopero, e prima d’ogni considerazione delle sue cagioni e del suo scopo, desta in loro un senso di molestia e d’avversione, una tendenza a condannarlo senz’altro come un turbamento colpevole della pace pubblica, a giudicarlo non mosso da altre cause che dall’istigazione di pochi mestatori e da un bisogno turbolento di ribellione e di fannullaggine. E sogliono dire: — In che maniera non pensano questi male ispirati alle privazioni e alle angoscie a cui vanno incontro, e a cui trascinano le loro povere famiglie? — Come se fosse possibile che non ci pensassero di continuo, poichè esse cominciano, si può dire, fin dal primo giorno, e come se avessero altro a cui pensare!

Il vero è che, mentre lo sciopero dura, sono essi, gl’impauriti, quelli che a tali privazioni ed angoscie non pensano, avendo tutto l’animo occupato dall’affanno proprio; chè se le avessero presenti al pensiero, come dovrebbero, sarebbero disposti ad una grande indulgenza per coloro che le patiscono, anche giudicando che questi ci siano andati incontro senza ragione. E se serbassero maggiore tranquillità d’animo in quei giorni, invece di approvare i privati che, giudicando uno sciopero ingiusto e dannoso a un interesse generale della cittadinanza, largiscono pubblicamente dei premi in danaro agli operai rimasti al lavoro, riconoscerebbero che un tale atto sarebbe soltanto ragionevole e umano quando quegli stessi donatori aiutassero con oblazioni i lavoratori a sostenere la lotta, nei casi non rari di sciopero, in cui la ragione è palesemente dalla parte loro, e nessun interesse generale è danneggiato: del qual fatto sarebbero molto imbarazzati a citare un esempio.

Così è. Fa più nemici a ogni buona causa la paura che la persuasione e l’interesse: anche l’interesse, sebbene la paura nasca da questo, perchè in molti, a cuor pacato, il sentimento dell’interesse individuale o di classe non è tanto forte da toglier loro la percezione e il rispetto dell’interesse altrui: è la paura che lo ingigantisce e lo accieca. Disse Garibaldi che «la paura non serve a niente». Così fosse soltanto! Ma è ben di peggio. Essa confonde la visione del vero, offusca il concetto della giustizia, comprime il sentimento della pietà, e paralizza ogni forza benefica d’azione civile.

Il malinteso borghese.

L’«ignoranza plebea» è quella della moltitudine, la quale non sa perchè non ha studiato e non ha studiato perchè non ha potuto; nè si può disconoscere che questa ignoranza sia senza colpa. Eppure come d’una colpa ne parlano con iroso disprezzo coloro che attribuiscono ad essa la facilità con cui il popolo accoglie «le illusioni del socialismo». Se poi osservate loro che in tutti i paesi queste «illusioni» sono più facilmente accolte dalla parte più incolta, essi rispondono che sono egualmente facili ad illudersi «l’ignoranza e la mezza cultura». Ebbene, arrestiamoci qui, perchè l’argomento si può rivoltare.

La mezza cultura è facile del pari ad accettare idee false e a respingere e a dileggiare delle giuste, soltanto perchè nuove e grandi. Non sarebbe per l’appunto la mezza cultura della nostra borghesia quella che la fa così arditamente sentenziar false, insensate, chimeriche le idee socialistiche?

Ogni socialista si persuade di questa verità dopo aver riconosciuto per esperienza che, quanto più gli avversari con cui gli occorre discutere quelle idee sono largamente e profondamente colti, tanto più si mostrano inclini ad accettarne alcune, cauti nel respingere le altre, disposti a ponderarle tutte, e gravemente pensierosi del corso e degli effetti che esse possano avere nell’avvenire. Via via che si discende sulla scala della cultura, si trova una più feroce ostilità. Toccato sul socialismo il professore universitario riflette e ragiona; il capomastro arricchito strepita e sputa. E questa diversità ha un grande e consolante significato.

Si obbietterà: — In che maniera potete parlare di mezza cultura in Italia, dove gli studi economici, per consenso anche di illustri stranieri, sono spinti innanzi e diffusi più che in ogni altro paese? A questa domanda risponde un valente sociologo italiano (che non è socialista) in uno scritto «sul movimento economico e sociale in Italia» pubblicato da un’importante rivista belga. Risponde che i cultori di questi studi, fra noi, formano quasi una classe a parte, che influisce pochissimo sulla borghesia, la quale sta fuori quasi affatto dalla cultura superiore, in modo che il grande progresso degli studi economici e sociali non è in relazione diretta con quello della cultura pubblica. E in prova di ciò allega il fatto che la grande maggioranza delle nostre persone colte, ignorando che le dottrine del socialismo hanno ormai un largo e saldo fondamento scientifico, ne parlano ancora candidamente come di compassionevoli utopie. E cita un grande e autorevole giornale italiano, che pochi mesi sono pronunciava ancora questa sentenza: «Il socialismo è il danaro degli altri».

Ebbene è così. Ma uomini dotti in scienze e in lettere, persone che reggono alte cariche dello Stato, giovani e signore brillanti dell’aristocrazia intellettuale, e bravi insegnanti e ottimi impiegati e funzionari e proprietari anche di alto bordo, la grandissima maggioranza, insomma, della nostra media ed alta borghesia, è ancora a questo segno. Interrogateli, tastateli intorno alla più grande questione del tempo nostro, voi riconoscerete subito, in quasi tutti, l’ignoranza perfino del significato proprio delle parole più indispensabili a discutere; v’udite dare di quelle risposte che vi rivelano istantaneamente l’assoluta inutilità di ogni discussione, e vi fanno rimanere stupefatti, presi da un senso di tristezza e di pietà che vi mozza la parola.

Sì, a questo punto siamo ancora in Italia.

Questa profonda agitazione di popoli, che ha la sua causa in tutte le miserie e in tutti i dolori umani e trae la sua forza da tutti i progressi materiali e morali dei tempi nuovi; questa aspirazione di milioni e milioni d’uomini a salire ad un ordine di vita più degno, a godere della parte che loro spetta dei beni che essi producono, ad affrancare il proprio lavoro dalla servitù che lo strozza e l’anima loro dalla ignoranza che li incatena e li avvilisce, questo irresistibile movimento del proletariato «spinto da tutte le forze della storia e da tutte le necessità economiche del secolo» ad un miglioramento di Stato che andrà a vantaggio di tutto quanto il corpo sociale e attuerà una forma di civiltà superiore, impossibile a immaginarsi raggiunta per altra via; tutto questo non è che.... «il denaro degli altri».

Questo sentimento invincibile, d’un nuovo diritto che in questi paesi urta e scuote dalle fondamenta l’edificio delle vecchie legislazioni e vuole conversa in pro dei milioni di deboli la protezione della legge non sfruttata finora se non da pochi che la dettarono; questa ribellione della coscienza universale contro il disordine della produzione, contro la furia pazza della concorrenza seminatrice di rovine; contro le disuguaglianze mostruose e la mostruosa tirannia delle ricchezze usurpate e confederate a pubblico danno; questo vasto e possente soffio di pietà e di fraternità che tende ad associare tutte le forze a benefizio comune, sopprimendo le cagioni degli odii e delle violenze sociali e conciliando tutta la libertà con tutta l’uguaglianza possibile in una forma di Stato che non sia altro che «la volontà organizzata di tutti»; tutto questo non è che.... «il danaro degli altri».

Tutti i grandi intelligenti che da mezzo secolo hanno forzato l’economia politica a riconoscere di non esser soltanto «la coscienza dell’egoismo umano» e hanno gettato lo sgomento e il disordine fra le file dei vecchi campioni del brigantaggio legale: l’uomo di genio che con uno dei più poderosi sforzi che abbia mai compiuto il pensiero umano ha dimostrato la trasformazione sociale come la meta inevitabile di tutta l’evoluzione storica, suscitando dietro di sè una legione di dotti e intrepidi apostoli che hanno conquistato la Germania; i potenti pensatori americani ed inglesi che con maraviglioso apparecchio di dottrina agitano da anni la formidabile questione della «nazionalizzazione della terra»; i sapienti ed infaticabili organizzatori belgi che con un lavoro miracolosamente paziente hanno fatto già «emergere dal mare borghese un arcipelago di isole socialiste» pronte a riunirsi alla prima scossa tellurica in un continente; tutti i privilegiati e i ricchi d’ogni nazione, che, spinti dalla ragione e dal cuore verso la nuova Idea, hanno per essa rinunziato agli onori, alle ricchezze e alla pace; e tutti quegli altri innumerevoli di ogni classe che, senza alcuna speranza di vantaggio personale neanche remoto, hanno affrontato ed affrontano per quella Idea calunnie, persecuzioni, esilii, miseria, alteri dei loro sacrifizi, incrollabili nella loro fede, ricompensati di ogni danno e felici per quella speranza d’un mondo migliore che portan nell’anima; tutti costoro non sono che gente.... che vuole «il denaro degli altri».

Questo a molti della classe proletaria parrà incredibile. — Non credono quello che dicono — penseranno essi — così diranno per ira o per ostentazione di noncuranza a chi con lo spauracchio del socialismo li turba: ma, in realtà, intuiranno la grandezza dell’Idea e dei fatti, e celatamente se ne occuperanno con curiosità e con coscienza. — Ma no, punto. Ci sarà qualche rara eccezione. Ma la grandissima maggioranza, giudicando come giudica, è in piena buona fede, e per naturale indolenza o per dispettoso proposito tiene rigorosamente chiuso l’intelletto a tutto quest’ordine di idee, e con puerile ostinatezza ripete all’infinito contro le nuove dottrine degli stessi logori, decrepiti argomenti ereditati dalle passate generazioni, strepitando contro chi, anche con le più miti forme, insiste a farle osservare che non servono più. Bene ha detto non so che storico: che Dio acceca le classi sociali che vuol perdere. Ed è fiato perso dir loro come il cardinale Manning — che è insensatezza il chiudere gli occhi per non vedere l’abisso verso cui si corre.

Si consolino dunque quei rozzi lavoratori, che qualche volta si dolgono e si vergognano di mancar della coltura necessaria per comprendere pienamente la grande questione che li interessa.