Part 4
«Già molti anni sono, o Padre, che me univi a Gian-Galeazzo, il quale giunto che fosse ad età virile dovea reggere i propri stati, nel modo stesso che e Galeazzo padre di lui, e l’avo Francesco, ed i proavi Visconti, un tempo fatto aveano. Or egli è già uomo e padre, ma di sè appena può disporre; ed a gran stento, e a forza di preghiere solo, da Lodovico e da’ suoi ministri ottiene ciò che è necessario pel decoroso suo sostentamento. Tutto è da Lodovico amministrato a suo grado; ei tratta la pace e la guerra, sanziona le leggi, concede i diplomi e le immunità, le imposte ed i sussidj impone, le suppliche spedisce, raccoglie il danaro; tutto è fatto a’ suoi cenni; e noi di ogni appoggio privi, delle ricchezze spogliati, come privati viviamo; nè Gian-Galeazzo, bensì Lodovico, sembra dello stato il sovrano: il qual Lodovico diede egli castellani alle rôcche, a sè legò la forza militare, ampliò i magistrati; e tutte le funzioni di principe adempiendo, di vero duca compie gli ufficj; e avendo testè dalla moglie avuto un figlio, è fama generale voglia farlo Conte di Pavia affinchè nel principato succeda; e alla puerpera tutti gli onori di principessa resi furono: mentre noi siamo trascurati, insieme coi nostri figli, nè senza pericolo sono i nostri giorni in podestà di lui; che per insidie può spogliarci di questa vita che a lui è grave, benchè già quasi vedova mi vegga, e desolata e d’ogni soccorso priva. E sì che non manca a noi nè ardire, nè ingegno, nè l’amor de’ popoli, nè la compassione loro; mentre egli, che per sete d’oro li aggrava, è odiato e maledetto: ma le nostre forze sono inferiori, e cedere ne conviene, e duopo è soffrire ogni sorta di avvilimento; non essendo a me neppur dato di confidar ne’ nostri servi, che da lui dati ci sono ed a lui sono fedeli. Or se paterna compassione ti move; se l’amore per me, se le mie lagrime ponno piegarti; se magnanimità è in te, col regal sangue; togli la figlia tua ai mali del servaggio, alle contumelie che soffre; e rendile il trono, a lei con inganno rapito. Che se di me poi pensiero alcuno non ti prende, gioverammi piuttosto di propria mano cadere, che sostener il giogo altrui; chè nel mio stato tollerare una emula nel dominio non è a me per ogni verso cosa comportabile.»
Scritta questa lettera, la giovine duchessa parve più sollevata dalle sue pene acerbe: cessava il suo affanno, scomparivano le lagrime. — Ora converrà trovar mezzo sicuro per mandarla al suo destino. — Ma a chi fidarmi? — Di tante persone di cui Lodovico mi cinse, quale potrà moversi a pietà di me, tanto che con proprio pericolo si pieghi a giovarmi in questa circostanza? Tra coloro che per ossequio mi visitano chi potrò io credere a me fedele? — Ma poco sta la donna a trovar una strada per uscire da’ suoi imbarazzi: un istinto di accortezza, continuamente fedele, la ispira: ella talora non pensa, non ragiona; ma risolve come se preseduto avesse alla sua decisione la meditazione più sagace! È a questo istinto che essa deve quell’impero che sì spesso esercita su di un sesso per tanti altri versi a lei superiore.
Fra le sue ancelle, Isabella una ne avea che a se affezionatissima riputava, e non a torto, e stimava in tutto fedele e devota alla propria persona. Sebbene dal Moro, come tante altre, anch’essa fosse stata scelta, le pene morali di Isabella aveano nella giovinetta risvegliate le più dolci simpatie. Carolina era il suo nome: piccola era la sua statura; ma ella era veramente una piccola perfezione: una taglia snella e gentile, una testa da Psiche, due occhi tra il nero e l’azzurro notanti in un fluido brillante e tagliati a forma di mandorla respiravano la dolcezza e i più soavi sentimenti; bionde ciocche di capegli aggiungevano vezzo a un viso già bello, siccome ricca cornice dorata accresce l’effetto ad un quadro da maestra mano dipinto: il suo abito era d’ordinario semplice, di una stoffa di seta, ma elegante; una croce sul petto raccomandata ad una fila di bei coralli, e due anelli nelle orecchie, gentili quanto tutta la persona di questa vaga angioletta, erano i soli ornamenti abituali di quella simpatica creatura che era ad un tempo la cameriera più zelante e l’unica confidente di Isabella.
Isabella sonò due volte l’argenteo campanello vagamente intagliato che stava fra altri minuti oggetti di un lusso regale sul suo tavolino; e quasi nel momento stesso la leggera Carolina comparve, per ricevere i suoi ordini. Un’occhiata sola bastò alla intelligente fanciulla, per indovinare che una gran tempesta agitato aveva il cuore della sua padrona diletta. Ella però non aprì labbro. Isabella la fissò con occhio scrutatore. — Carolina, le disse; più volte tu mi protestasti di amarmi, di non essere tale da venir confusa con tante mie ancelle mercenarie, che stanno intorno a me pronte piuttosto a spiare la mia condotta che a prestarsi in mio servizio e all’uopo giovarmi: posso io crederti sincera veramente; confidare, ed appoggiarmi a te in una mia necessità?
— Ah, Illustrissima mia Signora! Io mi credea bene, dopo tante carezze che m’avete compartite, di non meritarmi questo vostro dubbio, che profondamente mi trafigge. Comandatemi pure ogni cosa che onesta sia; e vedrete, coll’effetto, se io non vi amo, se per voi non sia pronta a sagrificare anche me stessa!
— Mia cara, io ti credo, replicò Isabella; ed una sua mano corse ad accarezzare il mento gentile della sua prediletta cameriera. — Or bene, dimmi, mio angelo, hai tu un amante?
La povera giovinetta arrossì: rimase alquanto confusa: esitò a rispondere.
— No, mia cara, non arrossire! Non disdice alla tua età, a’ tuoi vezzi, l’essere amata; e forse più d’uno spierà in secreto il tempo di dichiararsi tuo adoratore: oh, con qual piacere poi io stessa presederò alle tue nozze! Ma ora ciò m’importa sapere, Carolina: sei tu amata? hai tu un giovine che, adorandoti, ti possa servire in un bisogno con fedeltà? Io ho una lettera pel padre mio; a lui solo la potrei affidare!
— Mia Illustre Signora, allora prese a dire l’amabile Carolina, con una voce che ricordava assai quella melodiosa del flauto: io me ne viveva ancora tranquilla, e se non intatta almeno non agitata dagli strali dell’amore, quando un avvenimento sono pochi mesi cambiò la condizione di mia esistenza. Era il carnevale; e quella stagione lieta che avvicina, con danze e giochi, la gioventù dei due sessi diversi, agitava leggermente il mio cuore come quello di tutte le altre del nostro sesso; quand’io mi accôrsi che un giovine cavaliere compiacevasi di accostarmisi e trattenersi meco particolarmente. Era questi Gaspare Visconti, consigliere ducale, le cui rime graziose circolano fra i crocchi più scelti della città; e che ebbe già in moglie una figlia dell’infelice Simonetta, la quale però poco stette a raggiungere in cielo lo sventurato genitore. Egli mi stancò con mille assiduità tutte le volte che mi vide; ed ora non cessa di spiare ogni occasione per trovarsi meco e favellarmi.
— Egli è un cavaliere assai pregevole, Carolina! Ma ti dichiarò egli apertamente il suo affetto?
— Un giorno che molte donne e fanciulle con me erano adunate; e trattenevamoci in piacevoli ed onesti discorsi con alcuni giovani, fra i quali per ispirito e gentilezza il Visconti assai distinguevasi; disse Gaspare maliziosamente, che le donne erano d’un animo più crudo che le serpi, poichè non uccidevano col loro veleno tostamente ma la vita lentamente de’ loro adoratori struggevano. — Orsù, replicò alcuna, voi siete ben innamorato, o Gaspare; e ben severa esser deve colei che nelle sue reti vi stringe, perchè teniate di questi propositi? — Ben v’apponete, madonna, egli rispose: ed oh foss’io per natura meno pronto ad accendermi per chi il cielo mi viene mostrando come mia stella: ma già io lo dissi, e il scrissi,
«Amore è in me come il natare al pesce E sì come agli uccelli il suo volato!»
— Ippolita, mia compagna, allora gridò: — E chi è costei che, tanto avendovi il cuore acceso, poi col suo rigore indebito vi tormenta ed uccide? — Chi è chi è? molte altre sclamarono. — Signore mie, rispose il giovine, non mai io vi paleserò quel nome purissimo che di proferire non son degno: e in questo dire uno sguardo rapido e loquace egli mi gittò, che alquanto mi fe’ arrossire. — Però, soggiunse un istante dopo, io vi mostrerò le sue fattezze angeliche, se ciò vi piace, per non sembrare con voi scortese: e, così dicendo, si trasse dal petto un piccolo ritratto, che andò mostrando alle mie compagne tutte, senza che alcuna ne indovinasse il sembiante: chè a caso quella vezzosa miniatura comperato egli avea, come poi mi disse. Ma allorchè fu a me davanti, egli volse destramente il ritratto, e mi presentò il suo rovescio, che era un pulito specchio d’argento; ed io, mirandovi me stessa, mi vergognai: egli, dopo una tale non più equivoca dichiarazione, continuò a simulare; e riponendo il piccolo quadro, proseguì a parlare dell’amor suo, dichiarando che fervidissimo era, e che altro non desiderava fuor che l’occasione di poter provare alla sua bella che da altri un tale affetto giammai essa non avrebbe potuto conseguire. — Dopo questa scena, tre altre volte ei mi vide; mi parlò di nodi eterni, se io vi avessi acconsentito; ed ultimamente mi fece pervenire un suo amoroso sonetto.
— Tu l’hai certamente indosso, mia cara; tu ti copri di rossore; io ho indovinato! Via me lo mostra!
Eccolo, replicò ingenuamente Carolina; traendosi un foglio candidissimo dal seno. — Isabella lo prese, e lo lesse.[2]
Specchio nel qual la mia donna mirando, Conobbe la cagion che il cor mi opprime, E vide il dolce sguardo che m’imprime La voglia dove ognor mi struggo amando: Specchio che discopristi, allora quando Mi fu men duro l’idol mio sublime, Con nova arguzia le amorose lime Che l’alma mi consuman desiando; Perchè non ritenesti in te l’effigie Che sola è Sol splendente agli occhi miei, O delle luci sue qualche vestigie? Chè col pensier, che or giace in mille omei E sì ritrova in le più basse stigie, Beatissimo in ciel mi troverei!
Io vi confesso, amo il Visconti; ma essendomi egli per condizione d’assai superiore, temo che il suo amore mal possa essere per me costante; e tardo ad acconsentire a diventar sua!
— Mio angelo, sclamò Isabella, quanto sei buona e saggia! — Ma io non ho altro mezzo; Visconti è uom d’onore, lo conosco; nè ama il Moro, che gli spense il suocero: lui incarica, in nome dell’amor che ti porta, di far per mezzo sicuro pervenir questa mia lettera al Duca di Calabria mio padre. — Se il tempo verrà (come può essere in breve) che io sia felice, Carolina, io ti innalzerò a tal grado, che non avrai più a dubitare di non essere degna del gentile e nobile tuo adoratore! — E, in così dire, porse alla ancella favorita la sua lettera: Carolina arrossì un’altra volta; si terse una lagrima di commozione, e baciando la mano della sua signora che l’andava accarezzando, fatto un leggiero inchino si ritirò.
Isabella rimasta sola gittò un sospiro. — Ah, il cielo in mezzo a’ rigori suoi sempre alcun raggio ci serba di sua benevolenza! Fra i patimenti angosciosi del mio animo, io non posso al tutto chiamarmi infelice, avendo figli che dolcemente le mie viscere commovono, un consorte adorabile, ed una sì ingenua e sincera amica!
Un momento dopo ricomparve il Duca. — Egli non fece rimproveri alla diletta sua sposa. — Riuscii a placare Lodovico, diss’egli: mia cara, se m’ami, frena con lui il tuo sdegno: credimi egli è assai migliore che tu non lo stimi.
Isabella, valutando il contegno generoso verso di lei del debole suo marito, nulla replicò: ma slanciossi fra le sue braccia, e vi stette singhiozzando per qualche tempo.
Capo VII.
IL MAL CONSIGLIO
Intanto Lodovico il Moro, dopo essersi diviso dal nipote; al quale fece pienamente comprendere la sconvenevolezza della condotta della duchessa Isabella, e come tutto quello che fin allora da lui si era fatto era stato operato con viste leali e generose; di che Gian-Galeazzo parve pienamente persuaso: dopo ciò, dico, egli passò nell’appartamento proprio posto, come il lettore sa, nel castello medesimo, e non molto discosto da quello del duca di Milano; e quivi, fatto un cenno leggero alla moglie Beatrice che trovò in colloquio col Maestro generale della corte, con essa passò a restringersi in una appartata e segreta stanza.
— Beatrice, diss’egli in un tuono alquanto grave ma non privo di benevolenza; col vostro contegno poco prudente voi ne avete posto in un gravissimo imbarazzo!
La donna a cui parlava, e che gli era moglie, trovavasi allora nel più bel fiore dell’età; altera ed ambiziosa, di persona dignitosa, di lineamenti belli sì ma maschi, distinguevasi per un aria grave e imperiosa. Vestiva principescamente; il suo sguardo respirava il comando; il sorriso non atteggiava il suo labbro; ma appariva però in esso una specie di giovialità di condiscendenza. Tale era questa donna, che non poco impero seppe esercitare sul marito stesso; il quale tanto sapea raggirar gli altri. Mancava a Lodovico il Moro l’ardimento; ed era Beatrice che in questa parte sempre veniva in suo soccorso. Al rimprovero del marito, ella crucciò le ciglia, e rispose: — Or che avvenne? qual mistero chiudono le vostre parole?
— Io fui insultato dalla Duchessa: essa si lagnò palesemente meco del potere che mi avvoco, della reggenza che non dimetto, degli sprezzi che da voi riceve, dell’autorità che voi ve assumete, degli onori che le usurpate. Essa sembra decisa a rompere meco; e se non fosse che il Duca di me continua a fidarsi, io temerei l’eccesso del suo risentimento. I cittadini sono sempre affezionati ad un signore che se rappresentò loro come di eccellente carattere e che veramente è tale, se non se faccia caso della sua poca capacità per li affari: odierebbero me, se supponessero volessi usurpare lo stato a un giovine inocente; e già sapete lo sparlare che si fece, quando per esperimentarli facemmo correr voce che el nostro fiolo stato sarebbe creato Conte di Pavia. Tutto questo, vi confesso che me imbarazza non poco; e conviene assolutamente che voi cediate alquanto, e rinunziate a una parte degli onori che vi si rendono a favore di quella giovine piena di ardimento di Isabella, che veramente col suo fuoco la me spaventa; e la pare la voglia tirare la mia casa in precipizio!
— Lodovico, ecco la vostra saggezza vinta dalla vostra pusillanimità! — E dimenticate in questo momento che le fortezze sono in vostre mani, che da voi dipendono i soldati, che in podestà vostra è il tesoro, che i membri del Consiglio di Stato sono vostre creature; e che molti principi d’Italia, all’uopo, sembrano disposti a favorire la vostra causa, del qual numero non solo è mio padre, ma, come sembra, anche il Marchese di Mantova, e i Veneziani, e probabilmente l’Imperatore che non volle riconoscere Gian-Galeazzo perchè discendente da Francesco vostro padre il quale invase il ducato senza riportare il suo consenso e ricevere la sua investitura!
— Sì, voi dite bene: ma se se facesse una pubblicità, tutto questo non so come l’andrebbe a finire. I soldati son buoni, ma i populi sono ancora miglior sostegno; e noi siamo stati nella necessità di aggravarli per far fronte ai bisogni dello stato e per adunar tesoro, gran movente per effectuare le rivoluzioni: questo non è il momento, credetemi, de tentar novità; e intanto nuocer ne potrebbe non poco Isabella col suo odio a morte.
— Col suo odio a morte! spiegatevi: da che desumete che spinga a tanto gli sdegni suoi l’altera aragonese!
— L’è subito detto: ella stessa l’ha avuto el coraggio de dirme netto, che solo la mia morte in questo momento le darebbe certo trionfo!
— La vostra morte! Ebbene, con tale parola, ella ha pronunziata la sua condanna. Chi vi potrà ora biasimare, se per salvar la vostra vita, quella della consorte vostra, di vostro figlio, voi v’appiglierete a qualsiasi partito? Moderato non sembrerà, in questo caso, quello stesso dell’usurpazione? Che è lo stato a petto della vita! moderato voi sarete togliendo a Gian-Galeazzo la sovranità, quando, se ei la serba, pericola la vostra vita! I popoli, che ciò sapranno, vi compatiranno. D’altronde, non usurpò lo stato colla forza e col tradimento Francesco Sforza, e poi fu amato dai cittadini! Tutti per saggio vi conoscono; voi v’impadronite dello stato e diminuite le imposte, ed eccovi un dio per la nazione! — Lodovico, noi dobbiamo rallegrarci della imprudenza di Isabella!
— Ma ella la potrà mettere ne’ suoi interessi el padre, e l’avo: una guerra me disturberebbe!
— Invigiliamo, per ora, che nessuno ad essa si accosti che non sia de’ nostri: poniamoci in ordine per resistere: il Re de’ Romani Massimiliano è sempre in bisogno di danaro; amichiamocelo col sovvenirlo.
— Un altro pensiero m’è venuto in testa più volte, ed è che in tal caso noi potremo impacciare el Re di Napoli col movergli contro le armi del Re di Francia. Sapete che la casa reale di Francia ha delle pretese al trono di Napoli.
— All’uopo anche questo si potrà fare: ma con cautela! Sapete i diritti che vanta la casa d’Orleans sul milanese, per le ragioni di Valentina Visconti: il duca d’Orleans potrebbe diventar re di Francia; e, occupato Napoli, potrebbe tentarlo il milanese.
— In ogni caso anche a questo se penserà. — Ah sì, vedo bene che converrà andar cauti: ma conviene operare! Quella serpe di Duchessa la mi spaventa! Se aveste veduto che fuoco, che sdegno: come fremendo la mi minacciava ancora più cogli occhi che colle amare parole, colle minacce mortali! — Ah, Beatrice, un tal entusiasmo nell’odio fa grande effecto! Io tremo, io tremo: i miei passi verso l’impero, da te eccitati, furono troppo precipitosi: io ora ho speranze; ma certezza nessuna! Anche Simonetta era forte; ma perdette la testa sul rivellino di Pavia: anche Bona avea armi e tesoro, ma le perdette successivamente, e le si strappò il potere fuor di mano! Un uomo di me più ardito; l’insorgere del populo a favor del Duca, mosso dall’eloquenza di quella femmina ardente, potrebbero rovinarci tutti. Che cosa è vostro padre, Duca d’Este, a petto del Re di Napoli! Il favor di Massimiliano è incerto; la Francia non è in grado di moversi sull’istante... Ah, Beatrice, questo è un punto tremendo di crisi... Se il temporale ruggisse, che si farebbe!
— La morte non ci potrebbe aiutare allora? manca forse un veleno!..
— Come un veleno! Vorreste che me avvelenassi mi, voi, e nostro fiolo, per non soccombere nella lotta!
— E se voi non volete morire, converrà allora spegnere il nipote: in tal caso i suoi figli rimarranno sotto la vostra tutela per lungo tempo; e voi avrete il campo di consolidare il vostro potere!
— Ah, Beatrice, queste cose non sono de quelle da tractarsi sui due piè! il timor di Dio... e poi il pericolo di una tal azione... che indisporrebbe gli animi contro de noi!...
— Quanto al timor di Dio, io vi osservo, che l’uccidere per non essere uccisi è di diritto naturale (questa donna obbliava che ciò è solo allorchè la morte nostra certa sarebbe e immeritata)... In secondo luogo, e quanto alle apparenze, un lento veleno le salverebbe: tutti sanno che voluttuoso è il Duca; e lieve ci sarebbe far credere, che, snervato dai piaceri, egli spirasse di languore e consunzione!
— Questi sono mezzi cattivi, Beatrice; questi son mezzi estremi!... Ora conviene che, per salvar le apparenze, me porti un poco al circolo solito de’ nostri letterati e artisti che se adunano nella sala a terreno.
Egli vi si recò infatti. Stavano adunati, come era uso in varj dì della settimana, pressochè tutti i dotti e gli artisti che da Lodovico ricevevano o stipendi o favori. Il Duca di Bari fra loro mostravasi piuttosto come un padre fra i figli o un amico di grado distinto fra gli amici, che non come governatore e padrone. Il suo umore era sempre il medesimo, era una gravità piena di dolcezza. Egli questi incoraggiava nelle sue opere, quegli consigliava, l’altro eccitava: spesso li consultava su varj oggetti tendenti ad accrescere lustro alla città, decoro ai cittadini. Talvolta in gravi discorsi si passavano le poche ore che durava il dotto congresso: talora il sollazzo prendeva il luogo della scienza, e i belli spiriti reciprocamente eccitandosi, come selce che dà scintille, brillavano di una luce istantanea ma assai viva. Alcuna volta la musica avea la prima parte, e i cantori della cappella di corte soavemente faceano eccheggiar le vôlte de’ loro melodiosi concenti. Talora, quando l’estro era forte, vedevansi il da Vinci, il Bramante, ed altri poeti di quel tempo, recitare animati carmi all’improvviso, di quel fuoco improntati che tanto possente rende l’immaginazione, e che raddoppia l’effetto de’ suoi parti coll’ispirare all’oratore che li declama un’enfasi sì gagliarda che gran parte forma di quella stessa poesia! — Or bene, Lodovico, in questo giorno sì terribile in cui l’anima sua era tanto conturbata, in cui timore l’agitava per la vita propria e di quanto al mondo gli era più caro, la moglie e il figlio; egli che paventava troncati i suoi disegni ambiziosi, forse a lui più cari della vita stessa di sè, della moglie e del figlio; quest’anima nell’interno straziata e bollente, non corrugò per nulla la sua fronte grave, non tradì l’abituale suo sorriso, non commosse la sua voce. Tanto è vero ciò che lasciò scritto di lui il Corio suo cameriere, che tanto bene lo conosceva: «In lui si dimostrava una tale maestà che pareva precedesse alle altre; modesto nel parlare, dissimulava le cose presenti, aspettava le occasioni al vendicarsi, mai non era superato da collera quantunque ancora alla sua presenza ricevesse dispiacere; ogni cosa dimostrava egualmente udire, e quantunque a lui fosse stata cosa deterrima e dispiacevole nondimeno dissimulava essere ingiuriato.»
Capo VIII.
PERICOLI E RAGGIRO
La lettera di Isabella andò al suo destino: Gaspare Visconti, che sebbene fosse consigliere ducale in suo cuore odiava non poco il Moro il quale avea contribuito alla morte del Simonetta suo suocero, la consegnò ad un altro individuo pure a Lodovico aversissimo, perchè la trasmettesse al duca di Calabria. Era questi un vecchio Ebreo che il Visconti conosceva a cagione di una bellissima sua figlia, ch’egli, facile a recar omaggi al bel sesso, ammirò ed amò per qualche tempo, cioè finchè la conoscenza di Carolina non ebbe dal suo cuore dissipata quella incipiente infelice passione, quell’amore che nasceva senza speranza; giacchè virtuosissima era l’ebrea, e di nozze non era molte a sperare, perchè troppo ella amava il padre, troppo tenace delle proprie opinioni era, per abbandonare di leggeri la religione antica de’ suoi avi.