Part 2
Il dì seguente poi i due sposi recavansi in Duomo cioè nella cattedrale, per rinovarvi la cerimonia delle nozze. Fu allora che Isabella potè appieno vedere quale ricca e popolosa città fosse a que’ dì Milano. Tutta quanta la strada che dal Castello conduceva alla piazza del Duomo era coperta da strati di lana; e fu veramente allora tenuta qual mirabil cosa che tanta copia di drappi si trovasse per tale oggetto: parati di varie sorta e rami d’alberi verdeggianti ornavano le porte e le finestre, affollate di persone, spesso sfarzosamente vestite: ma soprattutto la ricchezza della città appariva dal corteggio che accompagnava i principi. Verso il mezzogiorno uscivano gli sposi dal Castello; mentre ovunque una folla di popolo accalcavasi ove passar dovevano, e loro era venuto incontro il clero. Uscivano dalla rôcca prima i magistrati, in grande numero; i grandi dello stato erano con questi; indi veniva il Duca, colla sposa alla sinistra: tutti a cavallo. Ogni sguardo a sè attirava la sposa, la quale era ornata di una veste aurea alquanto aperta sul petto: la sua bellezza era da tutti notata; tutti ammiravano il di lei matronale ad un tempo e verginale contegno; e l’alterezza del padre suo in lei traspirava, non meno che la modestia del suo sesso. I suoi occhi grandi e pieni di fuoco, l’aria un po’ imperiosa del suo volto, il vivace colorito, il crine che in trecce tutte coperte di gemme giù per gli omeri le scendeva, la persona di statura mediocre sì ma agile e leggiadra; tutto rendeva quella giovine principessa oggetto dell’ammirazione comune e simpatìa. Ma anche il Duca, coperto di abito ricchissimo per drappo d’oro e ricami preziosi, facea bella mostra di sè; giacchè, giovane di vent’anni, di bella statura e di leggiadre forme, ne’ lineamenti del volto mostrava la bontà di cui era fornito e la dolcezza del suo carattere; e parea ben degno di essere compagno ad una principessa tanto nobile ed avvenente. Il conte Giovanni Borromeo e Gian-Francesco Pelavicini, primari vassalli dello stato, stavano alle staffe dei principi, e procedendo a piedi facevansi notare per la bella persona e per la loro aurea toga. Sopra il capo de’ principi un baldacchino candido era sostenuto per mezzo di aste inargentate dai medici alternativamente e dai giureconsulti, vestiti di toghe purpuree orlate di preziose pellicce; abito usato solamente nelle più solenni occasioni. Dopo la sposa poi venivano Bianca ed Anna, sorelle di Gian-Galeazzo; quindi la moglie del Duca di Amalfi e quelle di altri principi napoletani; poi molte matrone milanesi; corteggio femminile in numero di sessanta persone, tutte a cavallo: fra queste, sei erano dal capo a’ piedi vestite di drappo d’oro, e trenta aveano auree tuniche; e distinguevansi particolarmente la figlia e la nuora del Conte Giovanni Borromeo, e perchè bellissime erano e perchè le loro tuniche auree erano mirabilmente ricamate e il petto e le braccia aveano coperte di preziose gemme. Misti fra queste dame poi erano i loro mariti, o padri o fratelli, tutti del pari in abito pomposissimo; giacchè fra essi uomini, che erano in numero assai maggiore che le dame, si contarono centosedici toghe tessute d’oro ed argento, ed alcuni si distinguevano per ricami tempestati di pietre preziose. — Giunta alla contrada degli Orefici, la sposa fu complimentata da un amorino, che apparve sulla strada presso una colonna; alla quale, senza che apparisse, era sospeso: il fanciulletto cantò alcuni versi con molta leggiadria. Ciò piacque a Isabella, ed essa ammirava l’abbondanza della popolazione, il lusso, la ricchezza generale che in ogni cosa appariva; ma allorchè fu giunta alla piazza del duomo, venne assai più colpita alla vista di uno stupendo edifizio posticcio alzato davanti alla porta di quel tempio.
A tale edifizio posticcio conduceva un arco trionfale, e poi una breve strada tutta coperta di rami verdeggianti di ginepro. L’edifizio di cui io parlo era vastissimo, sostenuto da otto colonne, ornato di statue rappresentanti le muse ed altre vergini illustri: le vôlte di esso erano ornate di verdura; colonne minori, amorini dipinti, ed altri varj ornamenti, ne abbellivano l’interno e l’esterno; e mirabile soprattutto era la sua cupola, vastissima, che nulla avea di simile per dimensioni se si eccettui quella del Panteon di Roma e quella ancora che allora ammiravasi nella chiesa di S. Lorenzo a Milano.
All’avvicinarsi della sposa alla piazza, il che fu annunziato non solo dallo strepito de’ cavalli ma ben anche dal suono delle trombe che la accompagnavano; una schiera di nobili donne che tenevasi nel vicino palazzo dell’Arengo era tosto stata fatta passare nel grande edifizio di che parlammo, per accogliere la duchessa e condurla nel tempio. Giungeva la sposa; ammirava il macchinismo alzato per onorarla; riceveva cortesemente e ricambiava i saluti delle nobili matrone che le si faceano incontro; ed entrava di poi nel tempio, ove nuovi oggetti mirabili le si offerivano alla vista. Il grande edifizio infatti della celebre cattedrale di Milano, già per sè stupendo, era stato tutto adornato festosamente di più generi di ornamenti. Un colonnato posticcio di diciassette paia di colonne era stato disposto dalla porta all’altar maggiore, e la lunga volta che le sormontava era tutta ricca di fogliami e di bandiere ducali e regie. Essa poi era qua e là traforata; onde vedeasi anche la parte più eccelsa del gigantesco tempio: ai lati pendevano cerchi e semicerchi di rami verdi, ne’ quali stavano incluse immagini di ninfe e di centauri. A capo del peristilio, si saliva per un tavolato, che leggermente andava montando, fino all’altare: e su un tavolato superiore erano disposti in gran numero argentei vasi preziosi, che per quella solennità vi avea fatti portare Lodovico il Moro.
In duomo si rinnovarono le nuziali cerimonie, alla presenza de’ grandi, feudatarj, legati delle città suddite, nobili di ogni sorta; e con grandissima pompa, onde il Calchi dice, che i sacerdoti sembravano tanti pontefici. I principi sedettero sotto un padiglione d’oro; e intorno al Duca stavano i legati dei principi amici, non che i di lui zii Lodovico e Filippo, ed Ermes suo minor fratello: mentre, di rimpetto, Isabella era circondata dai principi napoletani, dalle sorelle del duca, e dalle principali fra le giovani e matrone nobili milanesi. V’erano anche presenti i due Senati, cioè i membri del Consiglio di Stato e di quello di Giustizia; non che i collegi de’ medici e de’ giureconsulti, che a que’ tempi godevano di grandissima considerazione; come pure il collegio de’ mercanti. L’anello da porsi in dito alla sposa era una maraviglia di que’ tempi; perchè formato di una sola preziosissima gemma traforata. In un discorso tenuto da un vescovo di casa Sanseverina, si lodò la sposa, lo sposo, ma particolarmente Lodovico, che con mirabile sapienza tenea le redini dello stato. Compiuta la sacra cerimonia, a suono di trombe e tibie si tornò, a un dipresso coll’ordine con che si era venuti, al Castello; non senza aver prima il Duca, come era uso allora in simili circostanze, creati due cavalieri; che furono un ambasciator de’ fiorentini, e Bartolommeo Calchi suo primo segretario, cui, fattili vestire di aurea toga con sproni dorati, cinse della spada e dei balteo cavalleresco.
Così clamorosamente fu festeggiato in Milano l’arrivo di Isabella; la quale fra quelle pompe veramente regali si ripromise la felicità; ben lontana dall’immaginare che questa continuamente sarebbe andata dileguandosele dinanzi.
Capo III.
ALTRE ALLEGREZZE
Ne’ sei giorni che tennero dietro a quello che ora abbiamo descritto, nel quale rinovaronsi le nuziali cerimonie di Isabella, si continuò in più modi a festeggiare questa giovane principessa. Canti, suoni, rappresentazioni mimiche, doni che le si presentarono per parte delle città suddite e per parte di principi e re amici, ed anche de’ grandi del ducato sia feudatari sia semplici nobili, banchetti sontuosi, giuochi stupendi; tutte queste cose concorsero a far gustare alla illustre sposa ne’ primi giorni della sua luna di mele de’ piaceri vivi che la inebbriavano. Cavalcando per Milano, essa ebbe anche campo a vedere minutamente questa città superba; che allora passava, si può dire, per la prima nell’Italia, e fuori pure avea ben poche competitrici nell’Europa. Scorsi al fine questi primi giorni di continua romorosa festa, Isabella collo sposo passò a Pavia: e colà, scelti a restar presso di lei sessanta ministri fra garzoni ed ancelle, gli altri congedaronsi; dopo aver fatto dono a cinque delle primarie matrone di auree vesti, ed ordinato che tutte fossero spesate fino al loro imbarcarsi a Genova le persone che a Napoli faceano ritorno.
Qualche storico dice che Lodovico il Moro quando ebbe veduta Isabella, si sentì preso d’amore per tanta beltà. Ciò può essere, poichè si sa che il Duca di Bari era esso pure dedito alla galanteria, ed avea avute particolarmente due amiche rinomate per vezzi e per spirito, che furono celebrate da poeti di quell’età. Quel che è certo però si è, che da principio nulla Lodovico tralasciò per onorare e ricreare Isabella; la quale dal canto suo, sebbene dal proprio padre avvezzata a riguardar il Moro con occhio sospettoso, non poteva però non sentire del rispetto per lui, che tanto la floridezza avea saputo promovere del ducato. Infatti, sebbene la pestilenza avesse nel 1486 spente in Milano, dicono, cinquantamila persone, pure per la beata condizione del paese la popolazione vi era ancora numerosissima; alimentata dal fertile suo territorio, e dai prodotti ragguardevolissimi delle manifatture e di un commercio oltre modo attivo. E quanto al commercio, è certo che nei primi anni del governo di Filippo Maria Visconti, fra gli stati del duca e Venezia, mettevansi in giro pressochè tre milioni di ducati ogni anno: ma in ogni cosa poi giammai più prospera fu la città nostra del tempo in cui ne ebbe il governo il Duca di Bari. Molte case nobili allora si erano grandemente arricchite col traffico, come aveano fatto fra gli altri i Borromei; la manifattura delle armi era oltremodo accreditata; si tessevano moltissimi panni, e drappi di seta. La popolazione poi era tanta, che le produzioni del territorio mal bastavano a nutrirla; ed alcuni calcolano che in Milano fossero circa trecentomila uomini, considerando che il Biglia dice, che la città potea porre sotto le armi trentamila persone. L’agiatezza ovunque si manifestava con novelle fabbriche; sebbene tuttavia non molto si conoscesse il lusso de’ grandi palazzi, che però andavasi introducendo: e l’amore che manifestavasi in tutto pei modelli antichi, faceva che anche l’architettura abbandonasse le forme gotiche, per avvicinarsi a quelle dei greci e de’ romani; e Milano già presentava un miscuglio di due generi di fabbriche, perocchè fra le maestose e gravi ma talora tetre case gotiche di cui in generale si componeva, vedevansi sparse altre che annunziavano che il gusto di tempi più antichi e più colti si cominciava ad apprezzar meglio ed avrebbe col lungo andare trionfato. Tuttavia nell’ordine gotico allora era ancora il maggior numero de’ palazzi; dei quali ora non ne resta omai se non se qua e là qualche scarso vestigio. Pertanto tutto indicava che Milano era città floridissima: un gran numero di banchieri, mercatanti, artisti, le arrecavano splendore, ed in ciò alcuni la stimavano la prima d’Europa: copiosa era la varietà de’ mestieri che in essa si esercitavano; nè altrove era maggiore il numero degli artigiani, i quali anche aveano fama per genio inventivo e per l’eccellenza con che esercitavano le proprie arti. Tutto insomma comprovava il proverbio italiano, che per dinotare una ricchezza inestimabile diceva, _ricco quanto Milano_. Lodovico poi avea in molti modi abbellita questa città; vi avea alzate fabbriche sontuose; nè del tutto mendace era il titolo con che veniva onorato, chiamandosi il suo nuovo edificatore.
Io non so se alla simpatia di Lodovico per Isabella o solo ad oggetto di renderla indifferente intorno alle sue usurpazioni di potere, si dovessero le feste con che egli si ingegnava tener divertita la giovine duchessa. Certo si è, che non le mancarono sulle prime brillanti trattenimenti; e che di uno ci fu anche conservata distinta memoria. Leonardo da Vinci, che deve aver presa non piccola parte nell’immaginare i macchinismi con che onorossi la duchessa al suo arrivo in Milano, fu, essendo eccellente meccanico, l’autore eziandio del congegno con cui alcun tempo dopo la si festeggiò. Tale macchina chiamossi _Paradiso_, ed era un grande emisfero, con molte lampade sospesevi, e sette fanciulli; così si rappresentavano i movimenti delle stelle e de’ pianeti: ed i fanciulli, che raggiavano quasi genii di ciascun pianeta, a misura che girando la macchina avvicinavansi agli augusti sposi, cantavano versi in lode della duchessa, i quali erano stati espressamente composti dal Bellincioni.
Pare però che ben presto l’avversione contro il Moro in Isabella si manifestasse, vedendo che il marito era affatto allontanato dagli affari e solo godeva degli onori della sua dignità. Infatti Lodovico di ciò dovette informare il Duca di Ferrara; la cui figlia già da anni gli era stata promessa in isposa, e di cui ora, cresciuta in età opportuna, si pensava effettuare il matrimonio. Infatti dice il Corio, che il suo futuro genero e la sua promessa sposa animavano Lodovico ad usurpare quel governo di cui egli, ora che il duca suo pupillo era omai vicino ad uscir di tutela, si credeva alla vigilia di essere spogliato. Lodovico il Moro era timido di carattere: egli sapeva che, malgrado il suo buon governo, tuttavia non gli erano ancora troppo affezionati molti potenti cittadini. Infatti, benchè tutti confessar dovessero i rari meriti di lui, e la plebe lo festeggiasse, come dicemmo, al suo comparire col grido di Moro, Moro, che spesso risuonava per la città; pure i due partiti Guelfo e Ghibellino di lui non erano molto soddisfatti, perchè ciascuno credeva di non essere abbastanza favorito; il che veramente a novella lode tornava di quel reggente, che mirava a trattare tutti in modo indistinto i cittadini. Nel 1484 varj Guelfi aveano congiurato contro di lui; perchè, a parer loro, trascurava soverchiamente la loro fazione, che era quella degli Sforza: il sicario che dovea spegnerlo, preso, fu decapitato e fatto in quarti, che vennero posti alle porte della città a terrore de’ macchinatori; mentre gli altri congiurati salvaronsi colla fuga. Ma se i Guelfi non erano soddisfatti; malcontenti pure erano i Ghibellini, perchè, sebbene favoriti dal Moro, erano per altro stati non poco frenati nelle loro strabocchevoli pretese.
Temendo adunque il Duca di Bari di perdere quando che fosse la propria autorità, e desiderando di conservarla, andava in più modi facendosi gagliardi amici, e rimovendo dal potere le persone che a sè avverse sospettava, per sostituirvene altre che a lui devote fossero appunto perchè tutta a lui dovessero la propria fortuna. Per ciò in quest’anno, sotto varj pretesti, egli rimoveva i castellani di Milano, di Trezzo, e di altri luoghi; per sostituirvi de’ suoi creati. Il castellano del castello di Milano, Filippo Eustacchio, fu anche imprigionato, per accusa di aver ordita una trama, che i più credettero supposta; e quel castello fu poi affidato a Bernardino Curti famigliare e già stato paggio del Duca di Bari, costituendolo prefetto, e creando capitano il di lui fratello Giacomo. Innoltre in questo torno Lodovico stringeva legami colla possente famiglia de’ Sanseverini, concedendo Bianca sua figlia naturale in moglie a Galeazzo Sanseverino, giovane di spiriti animosi e che in molte solenni giostre avea ottenuti i primi onori. In quella famosa che i Veneziani diedero nel 1484 per festeggiare la pace allora conseguita, egli con un suo fratello, figli del celebre Roberto Sanseverino, aveano riportato il premio consistente in un drappo d’oro e uno d’argento, ed aveano ricevuti non pochi onori da quel Senato. Piacque a Lodovico così amicarsi i tre fratelli Sanseverini, perchè due di essi, Galeazzo e il Conte di Caiazzo, aveano nome di buoni capitani; il terzo, Fracasso, era chiaro per valore personale, tanto che chiamato era il novello Achille. Il loro padre, è vero, da una bastarda della casa Sanseverina era nato; ma allora poca differenza in Italia, per testimonianza di Comines e come dimostrano mille fatti, faceasi fra i figli naturali ed i legittimi.
Le nozze di Lodovico con Beatrice figlia di Ercole duca di Ferrara ebbero luogo al principio del 1491. Le feste che si fecero in quell’occasione furono, è vero, d’assai minori a quelle fatte per le nozze del Duca di Milano; ma tuttavia annunziarono la potenza di Lodovico, ed il suo grande credito presso il nipote. Con grandissimo corteggio fu condotta a Milano la sposa; le si preparò nel Castello un appartamento ricchissimamente addobbato; si costrusse una nuova gran sala per di lei uso, la quale, dipinta da eccellenti pittori, superiormente era rivestita di panno color di cielo con stelle d’oro. Ad incontrare la principessa estense recavasi cavalcando fin fuori della città la duchessa Isabella, che fermossi nella chiesa di S. Eustorgio; e colla duchessa erano molte matrone e fanciulle della più scelta milanese nobiltà, tutte adorne di sontuosi abiti, e tutte pure a cavallo: giunta la sposa a S. Eustorgio, dopo le più amichevoli accoglienze, fu condotta ad una lauta colazione: ad essa venivano allora incontro, preceduti da gran corteo di persone a cavallo, molti insigni personaggi; v’erano gli ambasciatori di varj principi stranieri, e i legati delle città del ducato; fra gli oratori napoletano e veneziano, e alcuni vescovi ed altri grandi, veniva il Duca; e quindi Lodovico il Moro, che dopo aver ricevuto la sposa a Pavia era volato a Milano per concertare questo solenne ingresso: Lodovico era cinto di veste aurea, e stava in mezzo de’ fratelli Sanseverini: venivano dipoi i due Senati, i magistrati civici, e quindi una folla di cittadini accorsi a godere di quello spettacolo. Quando questa numerosa e splendida comitiva fu giunta colà ove la sposa si trovava, seguivano i vicendevoli saluti; di poi posti gli ospiti alla destra de’ milanesi si avviò nella città, al suono di trombe numerose. Alle porte della città incontraronsi i medici e i giureconsulti di Milano, vestiti delle loro toghe vermiglie e scarlatte e formanti una sola schiera: nella contrada degli Armaiuoli tutte le botteghe si trovarono tappezzate di bellissime armature, rappresentanti anche uomini coperti di ferro, qui a piedi, là a cavallo. Giunta nel Castello poi, la sposa vi era accolta da Bona madre del Duca e dalle di lui sorelle circondate da altre matrone e nobili donzelle. Nei due dì seguenti furono alla sposa presentati varj regali dai primarj personaggi dello stato. La cerimonia nuziale però ebbe luogo nella cappella privata del principe, come che addobbata con pompa regale.
Ma altre feste seguivano: nella gran sala espressamente costrutta si diede un trattenimento di ballo; e tre palchi ivi erano eretti, uno coperto da padiglioni messi a oro ed argento, destinato pei principi; un altro per mettervi in bella mostra i vasi e le argenterie stupende di Lodovico; il terzo pei suonatori, ed era nel mezzo. I principi sfoggiarono vesti oltre modo sontuose, e smaniglie e collane di gemme di grandissimo prezzo: de’ loro ornamenti il minore era il drappo d’oro. Le principesse poi aveano tutte abiti a foggia spagnola, cioè alquanto aperti sul petto; cosa che prima d’allora non vedevasi in Milano, per una riserva estrema che vi dominava: aveano un manto che dal destro omero passava al lato sinistro; ed i capegli sparsi sulle spalle, in trecce gravi di pietre preziose. I primati del ducato e le loro mogli e figlie gareggiavano pure coi principi in isfoggio, e il taglio degli abiti era eguale. Come furono assisi in luogo eminente cinquantadue de’ principali personaggi d’ambo i sessi, vennero prima rivestiti di auree toghe e creati cavalieri un legato del Monferrato e un fanciullo figlio unico di Pier Francesco Visconti; e quindi si aprì il ballo dalle duchesse; il cui abito con strascico solo permise una danza grave e lenta, sebbene riuscisse assai dignitosa e graziosa: dopo di che balli più vivaci ebbero luogo fra cittadini distinti d’ambo i sessi mascherati, e fra mimi di professione vestiti di varj costumi, quale alla francese, quale alla spagnola, quale alla egiziana, o alla turca, e di quest’ultimo costume particolarmente: quel sollazzo fu protratto fino a notte. Il dì seguente ancora si danzò; ma tutti aveano mutato di abito, essendo usanza che i più distinti cittadini avessero da poterne cambiare quattro o cinque. Dopo il ballo si assistette ad alcune giostre, nelle quali mostrò sua bravura Galeazzo Sanseverino, che ruppe più aste e scavalcò l’avversario Giacinto Simonetta.
Un altro giorno avea luogo poi uno spettacolo ancora più solenne; che fu un torneamento fra varj campioni nobilissimi, alcuni de’ quali travestiti in nuove fogge e singolari. A quest’oggetto nella spianata davanti alla fronte del Castello era stata alzata una palizzata; con un palco ampissimo da una parte, da cui potessero i primari cittadini godere lo spettacolo, e tutto coperto di panni a più colori alla sforzesca, cioè bianchi, rossi, e celesti: un palco separato era destinato per i principi e le più distinte donne. Era trascorso il mezzo dì, e già il popolo accorso empiva la circonferenza dello steccato, ed empìto era pure il palco destinato ai più scelti cittadini; quando, giunti i principi, lo spettacolo ebbe cominciamento. Entrava nello steccato pel primo Francesco Gonzaga, principe mantovano, condotto dal Duca medesimo e da Lodovico; e con lui erano diciannove cavalieri tutti con vesti di seta succinte ed eguali, e varii con collane d’oro: quindici pedoni venivano con esso, col petto coperto una metà di drappo d’argento, e l’altra di drappo di seta; e questi erano destinati a servire all’uopo i cavalieri. Venne quindi Annibale Bentivoglio, che pure fu dai principi nostri accompagnato, e che seco conduceva tre compagni d’arme tutti splendenti d’oro e d’argento e con bellissimi cimieri.
Dopo questi due distintissimi personaggi venivano altri minori, ma pure nobilissimi: Gaspare Sanseverino, detto Fracasso per la sua grande vigorìa, guidava un carro trionfale tratto da tre cavalli, due rappresentanti due liocorni, il terzo un cervo: Galeazzo suo fratello, genero di Lodovico, compariva dipoi, raffigurando un re indiano tratto da mostri ed accompagnato da selvaggi; ed un araldo lo annunciava, recitando un complimento diretto al Duca; mentre i selvaggi suonavano fistule di nuova foggia. Altri vennero dopo, chi vestito alla tedesca, chi alla turca, e chi in altre guise. In tutto i combattenti furono cinquantasei; e nessuno di essi v’era che non avesse almeno vesti seriche tessute con oro ed argento. Intanto le trombe suonavano con grande clangore: ma poi si tacquero; ed incominciò il combattimento, disposti in vari gruppi i combattenti. Giostrarono fra loro prima Francesco Sforza e Pietro Bolognini; poi Fracasso e Andreino Mirandolano; indi molti altri: finchè fu rimessa la continuazione del gioco al dì vegnente.
Al dimane ancora giostrava Galeazzo Sanseverino; ed altri combatterono dopo di lui, che ruppe ben dieci aste. Il combattimento venne quindi sospeso; ma quelle prove di valore doveano riprendersi il dì dopo, in cui si sarebbe deciso a chi spettasse il vanto e il premio della vittoria.