Part 64
Qui si rinnuova più acerba che mai la rampogna al governo romano, e peculiarmente al Mazzini di avere prolungato le difese, imperciocchè le regole della milizia persuadano a cedere la piazza una volta, tosto che vengano coronate le brecce; ed è vero, ma vero è del pari, che tanto più merita lode il capitano, il quale dura imperterrito, finchè l'anima gli basti. E poi adesso si trattava di lasciare (dacchè altro non si poteva,) ricordo fruttuoso ai Francesi di quanto ardissero pochi Italiani appena usi alle armi, quasi inermi, e sprovvisti; nè questo ricordo andrà perduto, comecchè forse se ne avvantaggerà cui meno meriterebbe; e avverti ancora, che l'alea correva asso o sei; conciossiachè nonostante le furbesche gagliofferie dei Francesi si comprendesse ottimamente, che eglino intendevano rimetterci il Prete netto; ora il Prete non può governare, eccettochè tiranno essendo la libertà, e il pensiero affrancato titoli di ribellione contra di lui; una sola libertà ti consentono i Preti, quella d'imbestiarti dentro ogni infamia, chè quanto più ti abietti e più gli diventi schiavo; abbassa pure la tua anima al pavimento, che egli te la passeggerà più sicuro.--Enrico Cernuschi, il quale molto operò nello assedio di Roma, e corse estremi pericoli per lei con molto senno tale dava ragione della difesa, la quale comecchè occorra in altri scrittori pure mi sembra pregio della opera riferire a mia posta. «Noi ci siamo da prima difesi così consigliandoci l'onore ed il vantaggio nostri; ci siamo difesi poi perchè ci confortava il voto della Costituente francese; più tardi il trattato col Lesseps. Perdurammo nella difesa nove giorni dopo entrato il nemico a Roma, e dopo il lacrimevole annunzio della prevalenza della nuova tirannide a Parigi per dimostrare, che non eravamo dietroguardia di un partito, bensì vangardia di un popolo deliberato a risorgere in nome di Dio, e della Libertà: qui non siamo _comunisti_, nè _socialisti_, nè montanari: siamo italiani!» Per ultimo; altro il dovere del Re, ed altro quello del magistrato del popolo, ed è chiaro, non avendo il magistrato popolesco in verun caso mai il diritto di sostituire il suo al volere del popolo, massime in ciò che attiene ai proponimenti d'importanza suprema; il re al contrario arbitro in tutto e per tutto, e sempre: il re passa, le regali stirpi tramontano, onde dei sacrifizi può darsi, che al re non tocchi altro, che il danno, ma il popolo, che dura sa come scrive il Gioberti: «che non si sparge mai umano sangue indarno, nè mai rimane invendicato, e nulla nel mondo sociale come nel giro della natura va mai totalmente perduto:» e sa eziandio, secondochè Federigo Torre ammaestra: «che il sangue, che si sparse oltre all'essere seme per lo avvenire diventò consecrazione di principi, fu testimonianza, che la rivoluzione non era delirio di pochi, ma bisogno e convincimento di tutti, i quali dove avessero posto mente alle debili forze in paragone di quella onde lo straniero veniva armato a combatterli, non avrebbero mai dovuto mettersi al cimento, in ispecie contro la Francia tanto copiosa di soldati, e potente in armi: Forse i Romani di per se stessi la impari lotta non vedevano? O non sentivano la necessità inevitabile di piegare il collo? Con tutto ciò deliberarono difendersi, lo fecero finchè poterono, ed oggi gli stessi avversari lodano la ostinata difesa, e il popolo italiano ne va altero come il suo migliore titolo di onore, e avverti di più, che il proponimento di cedere agli estremi sorse spontaneo, ed unanime; non di discussione dell'assemblea ci fu mestieri, nè di partito, nè di ordine di Governo, le cose procederono per corso naturale senza intervento di autorità.» Che se domandi o lettore perchè il Gioberti, che tale un dì pensò e scrisse, poi tanto infesto si mostrasse al Mazzini io ti chiarisco in un motto; il Gioberti fu prete, e non impunemente, pare, si tosano i capelli sul vertice del capo, e poi si lascia scoperto alla temperie dell'aria. Quanto al Torre seppi, che ora tiene ufficio nel ministero della guerra, ed ha titolo di Generale, e col titolo il salario: forza di pane stringe più di manetta di giandarme. Il libro delle _memorie storiche sull'intervento francese in Roma_ vivrà, e fie patrimonio del popolo, il suo autore, comunque mangi, beva, e vesta panni non vive più, e in breve diventerà patrimonio della terra: di lui non piace, nè giova mettere altre parole, e le dette sono troppe.
E' pare impossibile, e credo, che i posteri non ci presterebbero fede, dove non lo attestassero testimonianze solenni muniti di poche artiglierie noi resistemmo ai Francesi 26 giorni con la breccia aperta, mentre gli è raro che per così lungo tempo durino le fortezze principali. Il Generale Vaillant affermava dentro quindici giorni compito l'assedio, e andò il presagio indarno, onde se ne deve arguire o che incontrasse virtù inopinata, ovvero prendesse un granchio, e davvero fu così; cotesto generale reputando facile sopra tutti ad essere conquiso il punto più incavato delle mura lì rivolse lo sforzo supremo, e su questo non errò; ma non pose mente, che da quella parte del pari riusciva agevole moltiplicare le difese; di vero non lì stava la chiave dell'assalto, sibbene pochi metri dietro il Bastione nono a manca della porta San Pancrazio. Quinci circuivansi tutte le difese interne non escluse quelle del recinto Aureliano, quinci potevasi percotere la città intera, o il punto reputato meglio spediente, quinci infine tornava destro nascondere ogni moto di milizie, e conseguire i vantaggi che c'industriamo raccogliere dalla parte nostra prima d'ingaggiare battaglia: a questo i Francesi non avvertirono; per la quale cosa superati i Bastioni 6 e 7 si trovarono davanti i Bastioni 8, e 9 intorno a cui ebbero a travagliarsi nove altri giorni; e siccome essi nel dare specie di argutezza alle follie valgono oro, così dissero averlo fatto a posta per pigliare dalle breccie 6 e 7 di fianco i Bastioni 8 e 9, e questo veramente eseguirono ma al tempo stesso assaltarono il Bastione 8 con le colonne principali di fronte.--Per condurre a buon fine simile disegno importava ammannire l'assalto con una furiosa battaglia di artiglierie, e a questo partito si accinsero; la storia militare rammenta una maniera di duello combattuto fra la Batteria del Pino, e quelle francesi: armavano la prima sei cannoni, ed altri quattro la sostenevano all'ala destra; i francesi cominciarono ad aprire il fuoco da certa Batteria costruita durante la notte sopra la breccia della Cortina, lo accrebbero con copia di mortai, che piovevano bombe a scroscio, per ultimo ci sfolgorarono con otto cannoni di traverso da villa Corsini. Ai nostri cannonieri comandavano un tenente Sortari, un maresciallo Grimaldi, e un brigadiere Maccaferri: assisteva Garibaldi: in breve una nuvola di polvere coperse le opere nemiche, ma egli aguzzando gli occhi conobbe volare frammenti all'aria di carretti fracassati; non istettero due ore, che i cannoni de' francesi ridotti a tacere fecero abilità ai nostri d'infestare per la giornata intera le gole dei Bastioni francesi. Onde la gente abbia contezza del come i Francesi spesseggiassero con le bombe basti dire, che nel corso della notte 20 ne caddero nella Batteria del Pino: mentre Garibaldi, Avezzana, Manara ed altri stavano consultandosi una bomba cadde loro allato, e scoppiò: quantunque veruno di essi si gittasse giù in terra (e forse non ci pensavano) tutti rimasero illesi. «Le sentinelle per le bombe non si turbavano, solo avvertivano: «ragazzi ecco una bomba!» E con iscede infinite l'accoglievano; cacciato via il Garibaldi dalla villa Spada aveva stabilito il suo domicilio fra il terzo e il quinto cannone della Batteria a destra; bastò un'ora a costruirgli la casa composta di alcune stoie fitte su quattro lancie piantate in terra; fin costà andavano a visitarlo le gentildonne romane, e a questi giorni mentre ei ci s'intratteneva sotto in compagnia di due dame, una bomba ruinando dall'alto mise in fascio la casa, e ospite ed ospitate ricoperse con un mucchio di terra; il Generale le accomiatò, comecchè repugnassero, e da quel giorno in poi per amore di schivare sventura non consentì, che più oltre lo visitassero. Sul mattino, narra l'Hoffstetter, mentre giaceva sotto la tenda udì passare il Generale, e dire a taluno il quale forse voleva svegliarlo: «lasciate ch'ei dorma, tardi tornò questa notte dal servizio» ond'ei riprese sonno; di repente gli trema sotto la terra, un picchio terribile gl'introna il capo, sicchè a rotoloni si trova balestrato lontano; proprio a canto alla testa gli era caduta una bomba, che scoppiando portò via stoie, lancie, assiti in mezzo a nuvoli di terra e di fumo; fu tosto in piedi stravolto, e si presentò al Garibaldi anco questa volta rimasto illeso per miracolo, il quale bevendo a centellini il caffè come se non fosse fatto suo gli domandò sorridendo: «perchè vi siete levato così presto? e pure aveva ordinato che vi lasciassero dormire.»
Se il niego levasse infamia qual mai candore di colomba pareggerebbe quello dei francesi? Ma il niego di faccia alla verità, che ti opprime vale coscienza e confessione di colpa, e poi la storia ci ammaestra, e noi provammo come agli Austriaci piaccia la sostanza del terrore, ai Francesi non pure talenti la sostanza, ma sì eziandio la ostentazione di quello. Centocinquanta bombe nello spazio di una notte ruinarono in Trastevere, nei quartieri Santo Andrea della Valle, Argentina, e Gesù; in un'altra più del doppio; si rammentano malconci dalla barbarie francese l'Aurora di Guido Reni nel palazzo Rospigliosi a Montecavallo, il tempio della Fortuna virile; percosse rimasero la statua di Pompeo a piè della quale cascò trafitto Cesare, e l'Ercole di Canova. Andò distrutto nel palazzo Costaguti un'affresco bellissimo del Pussino con tanto maggiore querimonia quanto che non lo avessero mai ritratto nè con pennello nè con bulino. Contro questa salvatichezza, che i francesi vituperano in altrui, a mò di quello che inquina la pietanza ond'altri se ne schifi, ed egli possa mangiarsela tutta per se, protestarono gli artisti, e il municipio romano, con essi, e più autorevoli di tutti, i rappresentanti delle potenze straniere, i quali (per adoperare le medesime loro parole) contestavano a viso aperto al Generale di Francia, il _profondo dolore pel bombardamento di Roma per più giorni e più notti continuato non solo con danno di donne e di fanciulli innocenti_, ma altresì _con pericolo degli abitanti neutrali; di già parecchi innocenti perirono, parecchi capi di opera di arte, che veruno potrà rifar mai andarono perduti_; quindi s'intima il Generale a desistere dal bombardamento, che distruggerebbe la grande città cui _le nazioni civili del mondo moralmente proteggono_. Tutto questo era niente, il Generale Oudinot confessava esserne uscito questo male, ne stava per nascerne altro maggiore, ma così ordinare il Governo, ed egli ne adempirebbe i comandi; tale e quale avrebbe parlato il carnefice: ancora; colpa di tutto i Romani: o perchè si ostinano a resistere tanto? La Francia volerla spuntare ad ogni patto perchè ci entravano di mezzo i suoi interessi, e il suo sangue: veramente nel dispaccio prima veniva il sangue, e poi gl'interessi, ma quell'ordine era messo per figura rettorica. La storia, ed anco la Nemesi eterna vendicatrice delle colpe umane tanto più devono raccogliere cotesti casi quanto, che le regole della scienza, e la perizia dei francesi potevano far sì che le palle colpissero a punto colà dove intendevano briccolarle. Oltre queste testimonianze ci occorrono le seguenti, lo _Spettatore_ _militare, il Rapporto del generale Vaillant intorno l'assedio di Roma, il Ragguaglio storico, e militare, il libro intitolato Roma dell'abate Boulangè_, ed altri parecchi; i Preti non lo nascosero mai, anzi si compiacquero a bandirlo nei libri loro, e lo puoi riscontrare nella _Civiltà cattolica_, e ciò nonostante il Corcelles scriveva al Governo di Francia, che lo poteva negare di reciso, e il Governo negò: dopo lui negarono tutti, negarono perfino contro la perizia compilata dalla Commissione preposta a verificare i danni del bombardamento, e ad avvertire il modo e la spesa per risarcirli. Dei caduti in mezzo a cotesta procella di fuoco noi lamentammo il capitano Laviron francese, il quale si sporse fuori dei parapetti per mirare un pò come i Francesi accogliessero il colonnello Ghilardi appunto in quei giorni arrivato in Roma, e che ora in qualità di parlamentario spedirono al campo nemico; lo presero a fucilate, ma scampò la vita per lasciarla più tardi in altro emisfero sotto le medesime palle francesi: preso nel Messico a man salva febbricitante nel letto gli davano morte assassina: volle il fato, che su quel capo la Francia si tirasse addosso un fiero conto di delitto, forse egli ora lo ha già messo in pulito per farselo pagare.--Tornando al Laviron, egli aveva indossato in quel dì la camicia rossa, e non fu savio; quindi, preso facilmente di mira cascò ferito nel ventre, allora subito gli si versava addosso Ugo Bassi a confortarlo con parole di affetto divino, ma egli profferita appena la raccomandazione della sua anima a Dio spirò baciando il Bassi; non per questo il dabbene Ugo lo abbandonava, bensì a lui morto proseguiva prodigare cure fraterne, nè valsero a strapparlo di là supplicazioni, nè comandi, tanto che una scarica di palle nemiche lo rinchiuse come in mezzo a un nugolo dentro di sè; veruna lo colse che il suo fato lo aspettava a Bologna.--Il Garibaldi quando lo vide fuori di pericolo ebbe a dire ai suoi: «voi non potete credere quanto questo uomo mi contristi, dacchè io lo veda dominato dalla voluttà, per dire così, dalla morte.»
Insieme al francese Laviron morirono il capitano Giordani, ed i tenenti Fattori, e Giovannini, ed anco talune guardie nazionali Romane di cui non trovo registrato il nome. Vi perse la gamba, e il piede destro Giuseppe Brambilla da Milano; forse adesso egli vive, e il cielo gli consenta anni quanti bastano per vedere che non espose invano le membra del suo corpo per la redenzione della Patria; altri altri premi ambiscano e gli ottengano; ai magnanimi davvero tanto basta, e ne avanza: suo fratello Emilio Brambilla felice ingegno con altra opera secondò la fortuna di Roma, amministrando la finanza; ora è morto: pianta di buon seme fu la famiglia Brambilla, e i buoni patriotti hanno a desiderare che sia perpetuata; in altri ricordi trovo notati, morto il capitano Baj per dolorosa ferita, che gli portò via di netto ambedue le gambe, tra i feriti meritano speciale menzione il Brusco genovese appartenente alla Cancelleria del Garibaldi, e certa Orsolina da Foligno scemata da scheggia di bomba del tallone destro.
Si stringe la cintura di ferro, e di fuoco intorno a Roma, il nemico indefesso durante la notte scava pozzi per le mine, edifica, e munisce piazze di armi, drizzata una trincea compie la quarta parallela, poi imprende un cammino il quale passando rasente alla casa Giacometti avrebbe messo capo sopra la via, che mena a San Pancrazio; dalla parte nostra si agitavano come naufrago in mezzo all'Oceano, che non vuole e deve morire, tuttavia impediscono la costruzione delle Batterie dodicesima, e decimaterza; e alla mattina del 26 scassinano anco la undicesima, sicchè i Francesi non poterono avvantaggiarsi che con le Batterie seconda, e decima, la quale più di ogni altra prese a fulminare il Vascello, nè senza ragione, che quinci si menava incredibile strage dei Francesi; il nostro Medici il quale non pure si difendeva, ma andava escogitando senza requie un qualche trovato per fare uno sdrucio dei solenni nello esercito avversario esplorò le catacombe, e l'acquedotto Paolo donde avvisava spingersi fin sotto la villa Corsina, e colà con mine, e fuochi artificiati sobbissare il ridotto in uno alla Batteria decima; ora o di tanto si accorgessero, o come credo piuttosto, i Francesi avvertiti diedero la via alle acque, che irrompendo ruinarono ogni apparecchio soffocando tre lavoranti, e se più ce n'era più ce ne rimanevano. Da capo la rabbia francese si volta contro al Vascello; stupendo ad un punto e orribile a vedersi lo stato in cui si trovava ridotto; del piano superiore non avanza traccia, dello inferiore il muro di fronte ruinato lasciava vedere negli spazi più interni le colonne, le statue, le stanze elegantissime; insomma presentava la figura, che gli Architetti chiamano _spaccato_.--Molti possono per impeto superare il Medici, veruno, io penso, per costanza, e tranquilla severità: di che mi piace riportare uno esempio: in cotesto giorno non ci fu riposo: notte e dì i soldati ebbero a vegliare ed a combattere; ora parendo a parecchi cotesto comando duro, uno di loro più rotto ardiva presentarsi al Medici mentre ei beveva una tazza di caffè e dirgli ch'egli non intendeva recisamente montare la guardia. «Ed io, rispose il Medici senza guardarlo in faccia ed accostandosi la tazza alle labbra--ti farò fucilare.» Batti, e ribatti ecco con altissimo scroscio casca il Vascello, schizzano violentemente legni tronchi, marmi rotti, e una nuvola di polvere chiude intorno la ruina; il peso immane rompe le volte del terreno, ed ormai del superbo palazzo non avanza altro che un monte di macerie; fino dallo interno di Roma fu udito il fracasso; venti dei nostri sepolti sotto le ruine persero la vita; e non pertanto il Medici non si decise mica ad abbandonare cotesto mucchio di sassi: noi lo vedremo su quelli maravigliare con nuovi gesti di valore il nemico, che i muri poteva vincere, i petti no.
Avanti, avanti, il nemico dalla quarta parallela spicca un camino nuovo verso il piede della cortina, bersagliato furiosamente dai nostri lo smette per ripigliarlo più tardi, ma non può protrarlo di là da 65 metri, che lì lo arrestano la virtù romana, e l'ardore della disperazione; anco i lavori verso le ville Giacometti e Barberini si mettono da parte; si aspettano le tenebre, e i Francesi sostituendo alla gente stanca gente riposata e molta le batterie ultimamente costruite armano, nuove ne drizzano, e di mortai le muniscono.
Si levava il giorno 27 fosco in vista; il sole procedendo cinto intorno di nebbia pareva che presago della strage imminente repugnasse illuminarla: i francesi tuonano con cinquanta cannoni messi in batteria; il casino Savorelli all'incessante tempestare si sfascia; giù il tetto della Chiesa di San Pietro a Montorio, dopo il tetto vacilla il campanile, poi anch'esso giù a pezzi, di cui parte dentro la Chiesa, e parte fuori; la Villa Spada sottosopra; i nostri non isbigottiscono alla bufera, le Batterie undecima, e duodecima del nemico scassinano, ma i Francesi ne hanno drizzate su tante, che ometterne una o due non nuoce; e' ci fu pompa per la parte loro di distruzione, lusso, prodigalità vera: se nell'amministrazione dei propri interessi i Francesi adoperassero come in guerra quando scotta loro di vincere bisognerebbe sottoporli a curatore. Dalla Batteria decima essi presero a colpire in breccia il Bastione nono; dalla decimaquarta apersero il cammino di scarpa al Bastione ottavo. Il Garibaldi da per tutto era, ma sopramodo instava perchè la Batteria del Pino si mantenesse ritta, dalla quale a dir vero, o per la posizione sua, o per la molta attitudine degli artiglieri fioccava la morte nelle fila nemiche: non importa dire se i Francesi contro questa Batterla si sbizzarrissero; ogni sforzo adesso è volto a rompere la cinta traversa, che già difendeva la villa Savorelli, ed ora ne copre le rovine; di fatti la rompono; lo intero campo è minacciato, il fianco della Batteria del Pino battuto. Tosto alla riscossa; l'apertura della traversa forse si allarga 8 piedi, a 9 non arriva, ma si può dilatare vie più, e poi anco così basta onde il nemico irrompendo allaghi; accorre la legione italiana, e fa prova infelicissima; ad un sergente appena si affaccia una palla di cannone fracassa il petto schizzandone il corpo in brani a destra e a sinistra, le prime fila della legione vengono spazzate via dalla mitraglia; non si sgomentano i sorvegnenti per questo, e passano sul corpo dei compagni per accorrere là dove li chiama il dovere: intanto una palla tronca una gamba al Capitano della Batteria a destra, steso su la barella lo portano all'ospedale, ed egli fiero in sembiante agitando il membro mutilato come una bandiera grida ai soldati: «viva la Italia! Coraggio!» Bersaglieri, Linea, Legionari quasi tratti fuori di loro per tanta costanza plaudono con la voce, e co' gesti, nè si potendo contenere accompagnano la barella del dolore come se fosse stata un carro trionfale fuori del tiro.
La rottura della traversa rendeva impossibile sostenersi nella Batteria di destra, il Garibaldi dal Pincio vedendola deserta, scende con passi frettolosi, e all'Hoffstetter, che primo gli si para davanti dice: «adoperate chi volete, sieno pure uffiziali tutti, ma importa sia turata la rottura della traversa, andate.» Mentre l'ufficiale partiva per racimolare quanta più gente potesse, il Garibaldi si rimase ad attenderlo seduto sopra un carretto di cannone; l'Hoffstetter s'imbatte in trentacinque bersaglieri reliquia ultima della terza compagnia del secondo battaglione, li trae seco e li conforta con alquanto di vino, perchè davvero erano rifiniti di forze: dall'apertura sboccava una fiocinata di palle, allora i bersaglieri si divisero, parte porgeva i sacchi pieni di terra, e parte li riceveva; l'apertura scema, si chiude, è chiusa; nè cannoni, nè mortai, nè moschetti nemici valgono a trattenere l'opera; anzi i bersaglieri passando dal coraggio alia temerità vogliono salire su la breccia ristorata, e bravare il nemico alla scoperta; a rattemprarne la baldanza ecco giù una bomba, che in un'attimo ne ammazza sette; balenarono gli altri ma i morti furono rimossi, sul sangue si sparse un pò di terra, un bicchiere di vino, un grido: «_viva la Italia_ e le cose tornarono come prima. Si richiamarono i cannonieri, e quattro cannoni ripresero il fuoco contro il nemico, tre maneggiavano i Romani, il quarto li svizzeri; il Garibaldi esulta, la batteria del Pino rimane sollevata perchè i francesi contro la traversa ristorata voltano le armi, e le ire; i cannonieri presi da entusiasmo raddoppiano lo zelo, e rendono ai francesi due pani per coppia; così i tiri infallibili spesseggiano; che ai Bersaglieri non patisce l'animo privarsi dello spettacolo, lì stanno spettatori, e ad ogni tiro battendo palma a palma gridano: «_bravi!_»
Ma lo spettacolo era pieno di pericolo per modo che una seconda bomba uccise e ferì altri sei Bersaglieri. Di trentacinque, in piedi n'erano rimasti ventidue, il Generale donò loro due scudi a testa, e, secondo il vecchio costume spartì tra i feriti la parte dei morti, e permise se ne andassero; chi ebbe il danaro lo serbò per distribuirlo per tempo meno tristo perchè lì per lì i lombardi lo avrebbono rifiutato; a veruno sarebbe bastato il cuore di toccare la eredità luttuosa dei fratelli caduti.--I cannonieri rimasero; più tardi taluni domandarono licenza di ritirarsi, ed ecco perchè: intorno ad un cannone di vivi restavano due soli, nè senza permesso volevano abbandonarlo! Però prima in compagnia di altri trassero il pezzo in sicuro. La processione lugubre, e continua dei morti e dei feriti in questo giorno non si può senza stringimento di cuore descrivere, troppi i morti per ricordarli nonchè tutti, pochi; solo non vada inonorato in queste povere carte il capitano Giuseppe Varenna generoso pavese, e tu bel fiore di giovanezza Gustavo Spada romano, che glorioso per morte magnanima andavi fra le ombre dei tuoi padri testimonio che ai figli stanno avversi i fati, ma la virtù non manca.