# Lo assedio di Roma

## Part 62

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Nè al Garibaldi solo parve incredibile il fatto, ma alla più parte dei suoi, segnatamente a quella anima virtuosa di virtù antica Ugo Bassi.--Adesso del Bassi veruno parla come pur si dovrebbe: troppi morti ci domandano ricordo e compianto, e poichè tutti in affetto sono pari così non si distinguono, e non si possono distinguere: ma il Tempo agita continuo il ventilabro, e lo sceveramento si opera necessario; più tardi verrà chi di lui amoroso ricerchi, ed arguto ragioni: singolare miscela fu di due nature non pure diverse ma contrarie, ora avvampante, ora riserbato e freddo, tra pochi timido, male e scarso favellatore; tra molti turbine di parole, e temerario; quando sentiva strepito di cannone, o di moschetti non si poteva tenere, e gli era forza avventarsi là in mezzo al fumo, e al fuoco senza nè manco sapere, che cosa ci andasse a fare: che cosa lo reggesse davvero non si sapeva, poco si nudriva, meno beveva, di rado lo visitava il sonno: sottile e pallido e tuttavia infaticabile, e di nervi gagliardo. Quando sovveniva qualche caduto poteva scoppiargli una bomba accanto non che ci si fosse mosso, non l'avrebbe nè anco sentita. Certo dì cavalcando in compagnia del Garibaldi casca vicino a loro una bomba; potevano sottrarsi al pericolo con la fuga, ma il prode uomo non ci pensa nemmeno; in un'attimo è sceso, strappa la _spoletta_, la spenge, ed impedisce, che scoppiando danneggi altrui e sè. Il Garibaldi frugatosi nelle tasche ne cavò un baiocco e sorridendo gli disse: «piglia, questa è la _decorazione_, che sola può darti il capitano del popolo.» In questa notte pertanto il Bassi facendosi a trovare il medico del Generale tutto affannoso gli diceva: «O Ripari mio; i Francesi hanno preso la breccia; possibile mai! Io non ci credo. Bisogna saperlo di certo.--E come possiamo fare? Rispondeva il Dottore.--Andare noi stessi a vedere.--Questo non si può, troppo lunga è la strada, pioviscola, e sul cammino si sdrucciola.-- Vieni, ma vieni, fammi la carità, non mi mancare amico.» E il Ripari, che mai non seppe negare siffatte voglie allo amico andava con lui.--Le mura si vedovano per l'aere fosco a cagione della linea anco più nera, che disegnavano in quello; di un tratto la mirano spezzata, con molta cura accostansi, ma non rinvengono persona, che occupasse lo spazio vuoto; proseguirono fino alla seconda cinta, e qui notarono incoronate le macerie di punte. «Eccoli lì, parlava sommesso il Ripari, coteste le sono baionette. E il Bassi,--non si può negare, ma come ci chiariremo se le sono nostre o piuttosto nemiche? Aspetta mo', che ti chiarisco io, riprese il Ripari; poi a voce alta gridò: «chi va là?» Dalla trincera con accento strano risposero: «_amizi, amizi_.» Nè di tanto pago il Ripari da capo esclama: «avanti!» E la medesima voce di rimando: «_non puole, non puole_.» «Ti basta?» Il Bassi strinse la mano al Ripari come convulso, e questi lo persuase a gettarsi seco nelle vie coperte praticate dai nostri lungo le mura per iscampare ad imminentissima morte.--

La breccia era presa: ora come mai avvenne questo? Corse subito il grido di tradimento, e tuttavia dura, però importa considerare come quante volte simili sorprese succedono, la voce di tradimento venga a galla sempre, e la cosa ci sia di rado: qui dissero, che un'ufficiale corso calatosi dalle mura andasse ad informare i Francesi, che lì presso alla breccia occorreva un antico acquedotto, e per questo i Francesi inoltrandosi sicuri, e d'improvviso apparissero sopra la breccia come usciti di sotto terra, e non fu vero: di acquedotto non si rinvenne traccia, nè ai Francesi faceva mestieri di fuggitivi, che gli ragguagliassero; come altrove accennai, molte lettere arrivavano loro pel Tevere chiuse in boccie vuote, e quasi queste non bastassero col favore dei preti entravano ufficiali francesi ad ogni momento per ispiare lo stato delle difese: fantasticarono altresì, che l'ingegnere prussiano co' suoi lavoranti invece d'incendiare le mine praticate nelle vie coperte se la intendesse co' Francesi e loro consegnasse per pecunia le vie dond'essi sbucarono: ed anco questo sembra falso; vero questo altro: che i Francesi cadutigli addosso repentini, lui, e i suoi menassero prigioni: non mancarono attribuirne la colpa al maggiore Delaj, ed anco si ventilò se avesse a sottoporsi a Consiglio di guerra, ma poi si lasciò correre. Per chi costuma leggere storie conosce come non ci abbia diligenza per accurata che sia, che il nemico solerte non arrivi a vincere. Nella vita di Arato il Plutarco egregiamente racconta il modo col quale cotesto eroe penetrava in Sicione malgrado l'abbaiare dei cani, e il continuo aggirarsi delle guardie, sicchè la scalata accadde per lo appunto dopo il passo di due di loro, strepitose per campanelli agitati, e schiarite da molte fiaccole. Narrando io di Andrea Doria ricordai come questi, il quale sapendosi in odio a Francesco I, e il nemico quasi in casa, stando pure su l'avvisato la sgarò di un pelo di cascare in mano ai Francesi, che con notturna scorreria assaltarono Fassuolo, e non la scampava se per ventura taluni soldati non avessero preferito al sonno il giocare a carte: e se la fama porge il vero quando il generale Lamarmora s'impadronì nel 1849 di Genova trovò le guardie messe a difendere la Lanterna le quali senza un pensiero del nemico su le porte si sollazzavano parimente con le carte.--Posto da parte l'ultimo esempio, se le altre due sorprese compironsi a danno di uomini vecchi, sospettosi, e guardinghi che stavano a buona guardia, tanto più agevolmente poterono condursi a termine in questa occasione in cui forza è pur dirlo, le provvisioni furono o fatte male, od omesse, parte per difetto di facoltà, e parte per imperizia: abbondavano nei nostri impeto, e ardire, ma di pazienza non volevano saperne; soprattutto la disciplina avevano in uggia, è mancando questa all'ultimo le imprese riescono sempre a male: poi come succede ognuno saltava su a dire la sua, nè solo la diceva ma pretendeva si eseguisse, e se inesaudito empiva la città di querimonie e di sospetti; il corpo degl'ingegneri nostri eccellentissimo di peregrini ingegni, ma imperito nelle opere militari, quello dei Francesi all'incontro superiore a molti, secondo a veruno, ed il suo capo Vaillant celeberrimo per meritata fama. Anco il nostro ministro della guerra, ch'era quel prode uomo che il mondo conosce, Avezzana, sapeva di barricate, non d'ingegneria militare per difendere piazze, e mentre a quelle dava opera premurosa ed inefficace, di queste poco si prendeva pensiero. Del Garibaldi parmi senza esitanza potersi affermare, che a lui non si confanno i modi dello star chiuso a difendere mura; egli ama i campi aperti, le selve, i monti; secondo il suo genio i colpi arditi, lo avvolgersi impenetrabile, lo avventarsi prodigioso come di aquila, che piombi giù dalla rupe.--Rosselli per indole, per istudi, tutto diverso a lui, egli ricercatore di teorie, e a quelle ossequente minuzioso. A comandare troppi, troppi pochi a obbedire: forse anco un po' di screzio si era intromesso fra i capi; i continui sforzi non allietati mai dalla vittoria, e la certezza di avere pure a cedere il primitivo ardore in parecchi più speculativi avrà sboglientito di certo, e chi altramente si avvisa non conosce o non vuole conoscere il cuore dell'uomo; nè il Garibaldi lo dissimula nelle memorie che mi manda, dove trovo queste parole notabili; «i corpi ormai andavano privi dei migliori ufficiali e soldati: anco fra quelli che prima si erano comportati mirabilmente, adesso che vedevano le cose incamminarsi a male, si manifestava una tal quale reluttanza, ed anco, se vuoi, resistenza, massime tra gli ufficiali che ormai tendevano ad acconciarsi con la restaurazione del Papa: resistenza, che era ad un punto causa di continui imbarazzi, e preludio di quasi certa rovina.»

Tali, con breve sermone io lo esporrò, l'apparecchio, e l'assalto dei Francesi: allestirono dodici compagnie della seconda divisione, e sei divise in tre colonne preposero all'assalto delle brecce: ad ognuna di queste assegnarono centottanta tra zappatori, e lavoranti perchè rimovessero gl'impacci, e con gabbionate costruissero subitanei ripari; le altre sei alla riserva: ancora due battaglioni della guardia della trincea al bisogno dovevano soccorrere la riserva; soprattutto badassero a impedire che i nostri sortendo da Porta San Pancrazio circuissero gli assalitori alle spalle. Tutta la prima divisione in arme nelle ville Pamfili, e Corsini in procinto di accorrere alla riscossa là dove se ne fosse manifestato il bisogno.--Con accorgimento vieto di guerra, e tuttavia sempre efficace i Francesi dissimularono il vero assalto con due finti alle mura di Porta San Paolo, e ai monti Parioli in vicinanza della villa Borghese adoperandoci cinque battaglioni, e artiglierie a macca, le quali diluviarono bombe, granate, e di ogni maniera arnesi di distruzione sopra la più bella parte di Roma. Alle undici di notte dava il segnale dello assalto il colonnello Niel, i Francesi procedendo cauti, ed ordinati, colgono i Prussiani nella via coperta, e presili a man salva, impediscono la strage che avrebbero menato le allestite mine se fossero state accese; una sentinella sola porse avviso, ma tardi, o per sua negligenza, o per mirabile celerità del nemico, che davvero parve ai nostri trasognati balzasse fuori di sotto terra; la paura (che paura fu) s'impadronì dei soldati della _Unione_, i quali ripiegaronsi, scaricate le armi a tumulto, sopra le due case, nè li ristettero, anzi dando indietro alla dirotta, travolsero nella turpe fuga i difensori di quelle, e gli altri, che dovevano tener fermo alla cortina.--Il tenente colonnello Rossi preposto alla difesa della seconda linea non si potendo dar pace per cotesto inopinato rovescio, e reputandolo uno dei soliti spaventi senza causa andò a speculare per lo quale inoltratosi fino in mezzo ai nemici che lo lasciarono avanzare cadde prigioniero.

Se la fuga vergognosa arrugginisse il cuore del Garibaldi pensi chi legge, molto più, che egli aveva dichiarato, come il Palafox a Sarragozza, volere difendere le breccie col coltello mostrando la faccia alla fortuna; chiamato pertanto il Sacchi gli comanda tolga seco due compagnie, e corra a ripigliare ad ogni costo il Bastione: «scelti, scrive il Sacchi (il quale si compiacque anch'egli sovvenirmi in questo lavoro) la terza, e la quinta centuria entrambi comandate da due ufficiali di Montevideo: ricordo il nome di uno ch'era Cuccelli; ho dimenticato l'altro, ma si diceva Corso; si spinsero innanzi con maraviglioso ardimento, ma giunte forse venti passi discosto dal nemico un fuoco micidialissimo le decimò: ciononostante gli ufficiali animosi s'ingegnano spingere i soldati contro i Francesi, i quali se ne stavano al coperto dentro ad un fosso scavato dai nostri a danno loro dirimpetto alla breccia, e che adesso li protegge a danno nostro: alla prima scarica successe un grandinare di palle dal ciglione esterno del bastione occupato del pari dai Francesi: per colmo di sventura un colpo di mitraglia diretto contro i nemici investe i miei poveri soldati, i quali laceri da due fuochi si scompigliano e cedono dopo avere dato prove di valore disperato.»

Quivi morì Sampieri giovane vicentino, bello di corpo e di animo bellissimo, il quale non si sapendo trattenere saltò nel fosso e rimase sopra le baionette francesi trafitto; altri giacquero spenti sul ciglione, sicchè alla dimane i nostri ci raccolsero ben ventidue cadaveri; tra questi Quirino Bernardini sergente nella prima centuria della legione italiana: a questo prode giovane sembrando possedere virtù pari a coloro, che innanzi a lui erano stati promossi (e certamente l'avea), tenne che ciò accadesse non per colpa degli uomini, bensì per malignità della fortuna, la quale gl'impediva illustrarsi con qualche generoso fatto, onde deliberato di mettersi allo sbaraglio nella prima occasione, depose il suo testamento in mano amica, e poi cercò il destro di condurre a fine il suo proposito, per la quale cosa comecchè non chiamato volle spontaneo far parte della gente del Sacchi commessa a cacciare via i Francesi dalla breccia; andò, combattè come uomo che ormai si era votato alla Patria: per ferite non si rimase, finchè alito gli durò percosse, e fu percosso; coll'ultimo colpo abbandonò la vita, spettacolo di orrore, e di stupore ai suoi medesimi nemici.

Già accennai come in quella notte nefasta andasse perduta la villa Barberini; alla difesa di lei fu un tempo preposto Carlo Gorini; quinci egli doveva custodire la breccia, e tenne lo impegno disperdendo a suono di archibugiate il nemico ovvero lanciando granate a mano in mezzo di lui.

Il Cadolini ch'era dei soldati del Gorini ci narra perigliosissimo il compito loro, imperciocchè avendo a vigilare scoperti al lato della breccia di frequente andassero feriti dai frantumi, che schizzavano dai sassi percossi dalle palle nemiche. Mi parrebbe mancare al mio debito se tacessi quali nella massima parte fossero i soldati di Roma, e qual genio gli animasse: giovani illustri, delle più inclite famiglie italiane, pieni di grandezza l'anima, come di valore nel braccio; e tuttavia la gente turpe, che altrove e in Francia, ma più in Francia, che altrove, fa mercato di sè ardì infamarla; però che il costume di tempi perdutissimi insegni accusare altrui per nascondere il delitto proprio; ma di ciò basti, ed è troppo. Tali e siffatti i pensieri di quei giovani soldati: «quelle ore (scrive nelle sue note il buon Cadolini che stese a posta per me) di servizio notturno erano le più solenni per noi. Dalla cima dei bastioni del Gianicolo donde si vedeva da un lato torreggiare il Vaticano, da un altro distendersi la campagna romana, e finalmente la valle del Tevere, le immagini più sublimi venivano ad affollarsi alla nostra giovane mente. Roma cuna della civiltà antica, e sede della più estesa, e più durevole potenza a cui sieno giunti i popoli del mondo. Dove più che in Roma esempi immortali di glorie militari, e di virtù cittadine? E se di Roma antica porgono testimonianza il Gianicolo campo un tempo delle contese dei vetusti abitatori dell'agro romano, e delle guerre dei Vejenti, il Tevere, i Sette colli, il Panteon di Agrippa, la mole Adriana, e gli altri innumeri non meno che stupendi monumenti, Roma moderna attesta, sopra ogni altro edificio, la basilica Vaticana, prova di quanto potè il Papato, e tuttavia possa il cattolicesimo ora fatto ostacolo in mezzo alla via al cammino della Libertà. Questo spettacolo, che la luna illuminando co' pallidi raggi rendeva più solenne sublimava il nostro intelletto facendolo capace dell'altezza sopra umana del mandato impostoci dalla Provvidenza di rigenerare un popolo caduto, e che tanta parte ritenne della divinità; sicchè sovente meditavamo fra noi: quì per noi hassi a calpestare il nido delle vipere che attossicano la umanità; quì per noi deve rifiorire l'antica libertà; quì al cospetto degli spiriti magni ci corre il debito di mostrarci non al tutto degeneri da loro: anima e corpo dobbiamo intendere perchè la storia di questi colli aggiunga ai molti passati qualche odierno gesto degno dei grandi propositi di cui ci lasciarono gli antichi padri esempi immortali.»

Certo di questa maniera concetti non mulinano nel capo delle macchine tirate su a suono di raspa dalla obbedienza cieca, e passiva: e ci somministra argomento di riso la gagliofferia di coloro, che mentre imbestiano l'uomo più delle bestie pretendono poi che per la Patria dieno il sangue, e la vita; arrogi di rincalzo, che la Patria per questi non si deve capire come la comprendiamo noi, bensì Patria ha da essere un'uomo, che spesso la vera Patria strazia, e sempre la risucchia, togliendo per sè solo quello che diviso basterebbe a quattromila famiglie: nè quì finisce, chè la ricchezza smodata come corrompe chi la gode così è causa che altri si corrompa: ed invano il consorzio umano si affatica sanarsi, finchè gli duri perenne il fradicio in corpo. Perdonsi a tagliuzzare le fronde, e aborrono capire, che con l'accetta si vogliono dare colpi a due mani nel ceppo.

Certo i luoghi esercitano virtù grande su le menti, nè l'uomo può mostrarsi vile a Maratona, o a Roma; e credo anch'io che dalla terra, e dall'aria romane venisse un senso, che valse a mutare pochi giovani imperiti di milizia in eroi prestanti a resistere alla forza materiale di eserciti meglio agguerriti del mondo; i quali tanto più fieno argomento di eterna maraviglia quando tu pensi, che speranza di vincere ormai più non avevano; di aiuti dagli amici di Francia erano sfidati; come se non bastasse la Francia stavano lì pronte a sovvenirla le monarchie di Austria, di Napoli, e di Spagna; e tuttavia essi si mantennero uniti allo scopo di chiarire i posteri come i presenti che dove la Libertà è il retaggio, che il popolo difende, la impresa può annegare nel sangue, nella viltà non mai.

Alla gente del Gorini richiamata dentro Roma la mattina del 21 surrogarono alcune compagnie di soldati di linea; perdute le breccie verso la mezzanotte di nuovo la spingevano verso la porta di San Pancrazio; le ordinavano presidiasse la villa Spada e la difendesse; potendo ripigliasse la villa Barberina, ma prima ne aspettasse il comando: non se lo fece dire due volte, e appena giunta incominciò a fioccare moschettate alla dirotta contro i Francesi annidiati nella villa Barberina: quando appena si fu messa un po' di luce la gente domandava con alti gridi la conducessero allo assalto; ella vedeva pur troppo, che dal riacquisto di coteste linee pendevano la vita o la morte di Roma, ma l'ordine di moversi non venne: intanto il nemico ultimò le sue opere di difesa, e i nostri in cotesta avvisaglia senza costrutto andavano stremandosi con danno irreparabile.--

Le storie delle battaglie vanno piene di singolari presentimenti palesati intorno alla propria morte da coloro, che in effetto perirono; forse ciò avviene perchè quando la morte presagita tiene dietro al presagio la gente ne serba conto, mentre in caso diverso passa inavvertito, o ne omette il ricordo; tuttavia confesso, che vi hanno successi nel mondo dei quali è difficile per non dire impossibile rendere ragione: adesso vuolsi sapere come certo Giuseppe Magni da Milano sergente parlando in quel giorno della battaglia del 3 giugno ebbe a notare: «cotesto fu il dì dei caporali (e di vero assai ne morirono allora) oggi viene quello dei sergenti, ed io sarò tra i morti,» e così accadde: dopo non bene un quarto di ora colpito di palla nella fronte periva; indi a breve pari sorte toccava a Carlo Ramesi: tale ugualmente auspicava di sè un Vigoni di Pavia, che incamminandosi verso Roma diceva ai compagni: «là una delle prime palle mi aspetta;» e come disse avvenne.

Tardi e in mal punto davano alla gente del Gorini l'ordine dello assalto alla villa Barberina; erano le dieci del giorno ventidue di giugno: notava il Gorini con centosessanta uomini, (che tanti sommavano i suoi la più parte studenti lombardi) si poteva combattere non vincere; lo assicurarono andasse senza sospetto, altra gente sarebbe mossa a rincalzarlo: di ciò non dubitando il Gorini co' suoi si pose per calli dirotti, e segreti, onde trafelando giunsero alla distanza di cinquanta forse passi dalla Villa. Il Gorini ordina di abbassare le punte delle baionette, e primo si avventa. Perchè primo si avventa l'animoso, pure accennando con la mano ai compagni si tengano lontano? Egli quando per lo addietro presidiò cotesta villa erasi industriato praticarvi fornelli e mine caso mai l'avesse dovuta abbandonare, adesso nello accostarcisi notando, com'ella apparisse deserta dubitò i Francesi non usassero a danno suo, e dei suoi gli ammanniti eccidi: quanto a sè non gli premeva, dei compagni sì: saliva pertanto solo la scala esterna, che mena su la terrazza; quinci scese nel cortile; di lì penetrava nel piano terreno, dove riscontrò che i Francesi avevano omesso di caricare le mine; di tanto sicuro tornava sopra la terrazza per confortare i suoi ad occupare senz'altro indugio la villa, dacchè i Francesi da certe trincee condotte lì accosto durante la notte li bersagliassero a man salva; si appressano, e cominciano a salire a rilento per non mostrare, che lo facessero per voglia di schermirsi dietro ai muri, quando appena sette ne sono saliti ad un tratto la villa si converte in Mongibello, fuoco dalle cantine, fuoco dalle feritoie durante la notte praticate nei muri, fuoco finalmente prorompe dai piani superiori: come per virtù d'incantesimo ingombra in un'attimo la terrazza di Francesi; ristettero gli altri presi da stupore piuttostochè da spavento; incominciò una pugna terribile fra i nostri sette sopra la terrazza e lo universo sforzo dei Francesi, che nascosti nei penetrali della villa mano a mano sbucavano fuori. Non iscrivo jattanze, ma verità mi costringe a dire, che se i Francesi avessero avuto più cuore avrebbero trucidato i sette, e circuito gli altri da pigliarli prigioni quanti erano; la ferocia dei nostri al tutto decisi di morire li sbigottì, onde i Francesi vibravano appena il colpo della baionetta, e fuggivano, sicchè male assestato poco feriva: ciò spiega come Girolamo Indunio, di cui tenni altrove proposito, malgrado, che in questo scontro riportasse ben venticinque colpi di baionetta nel corpo, nondimanco andò salvo, veruno di cotesti essendo mortale, e gli concedessero perfino balìa di lasciarsi andare giù dalla terrazza alta tre metri, dove i nostri lo raccolsero tutto sangue. Il Gorini già ferito di palla nel braccio, e di baionetta nella coscia considerato lo assalto fuori di speranza di riuscita, nè si vedendo da veruna parte sovvenuto pensava a ritirarsi meno lacero, che per lui si potesse, quando sdrucciolando sul sangue rotola giù per la scala a capo fitto con risico di spaccarsi il cranio; nel duro picchio, o piuttosto nei molti cozzi gli si ruppe la sciabola di cui, anco dopo la caduta agitava convulso il troncone quasi in testimonio, che i nemici venti volte superiori non fossero riusciti a disarmarlo. Il Cadolini si trovò fra i sette, ed ebbe la sua ferita di baionetta nel braccio; i calci di fucile non si contano; poi giù anch'egli a rotoli per le scale: tuttavia ne uscì a salvamento ed oggi lo vediamo nella Camera dei Deputati rappresentante, certo industre, e soprattutto onestissimo, ma che pure io vorrei esercitasse il suo ingegno in cosa molto più confacente alla indole, ed al talento di lui. Con esso, ma con più rea fortuna rimase ferito Bartolommeo Ramesi giovane lombardo appena diciottenne, il quale comecchè di animo mitissimo, ed aborrente dal sangue pure si trovò ravvolto in cotesta terribile mischia, nè già fortuito, ma sì pensatamente, e spontaneo tanto prevalevano in lui la coscienza del dovere, e lo studio dell'onore. Impallidì, ma fu dei primi a salire, tremò ma dal fianco del suo Capitano non si rimosse mai; ferito nel capo rimase; caduto di un'altro colpo in prossimità del cuore lo rilevarono i suoi. Cotesto giovane dabbene per candore di mente, costumi austeri, dottrina, ingegno, e per altre doti bellissime sarebbe stato una cara gioia della Italia, e di tanto più cara, quanto oggimai di rado ella se ne ingemma; sventura fu che egli quindici giorni dopo perisse. Gli conceda Dio nei cieli la mercede, che meritò in terra, e gli uomini forse non gli avrebbono dato.

