Lo assedio di Roma

Part 61

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Però mentre il prode uomo mulinava il modo di picchiar forte il nemico accadde un'avvisaglia inopinata, la quale ci fu e per morti, e per altre sequele oltre modo funesta. Stavano il colonnello del Genio Amedei e i marraioli suoi lavorando il contrapproccio alla villa Corsini, e i Francesi lo andavano molestando con piccoli manipoli, sicchè egli per levarsi cotesto pruno dagli occhi ordinava al maggiore Panizzi, che lo rimbeccasse nelle regole: questi o trasportato dal proprio ardore, o tratto dallo impeto dei soldati muove col battaglione intero contro lo approccio nemico serrato in colonna: ne nacque una orribile mischia, nè il moschetto, nè la baionetta valevano, così erano venuti a corpo a corpo, ma i Francesi dettero indietro per adoperare le armi: ai nostri facevano difetto le munizioni; non per questo essi stornarono, somministrò nuove armi il furore, e i Francesi maravigliati si sentirono percossi da una sassaiola, che ridusse parecchi al lumicino. Dei nostri morì, e fu pietà, il buon Panizzi romagnolo, soldato vecchio, che aveva militato in Ispagna, e di fresco in Affrica co' Francesi; il giorno innanzi era stato promosso maggiore: tre palle nel petto lo freddarono, cadde nelle trincee nemiche, ma i suoi non consentendo lasciare il suo corpo prigioniero, tornarono allo assalto per riscattarlo: erano quindici, tutti sangue romagnolo; soli sei ne rimasero illesi: non importa, questi sei portarono seco il cadavere del diletto maggiore; il Fanti di Ferrara antico soldato del regno italico offeso nel braccio destro, ne sofferse il taglio con mirabile pazienza, e guariva, ma tanto lo strinse il dolore per la entrata dei Francesi a Roma, che di passione morì. Il Poggi da Imola soldato, a cui recisero il braccio sinistro, tagliato che l'ebbero se lo recò nella destra e guardandolo alquanto uscì fuori con queste parole: «mandatelo in Francia, e dacchè costà hanno fame di carne umana i Francesi se lo mangino.» Quaranta furono dei nostri morti o feriti. Il Garibaldi corrucciatosi per cotesta sconsigliata fazione, se la prese coll'Amedei, e a torto; lo mandò in castello e pretendeva sottoporlo a giudizio militare; se ne astenne meglio consigliato, ma da quel dì in poi fra il corpo del Genio, e lo stato maggiore del Garibaldi non corse più buon sangue, massime ch'egli surrogava al colonnello Amedei il maggiore Romiti; da ciò ne avvenne che si disfacessero i trinceramenti alle gole dei Bastioni, preparando in questa guisa facile l'accesso al nemico, e a noi togliendo l'abilità di difendere le breccie; la casa Savorelli non si volle atterrare, nè fabbricarci il ridotto come avevano divisato gli ufficiali del Genio, capace se non a preservare dalla caduta Roma, almeno a ritardarla.

In questa giunsero parlamentari[1] dal campo nemico, e si dovevano respingere, perchè le sono spie, e gli armistizi si chiedono dal nemico perchè ha bisogno di tempo per nocerti meglio; portavano lettere pel Generale dello esercito, per quello della Guardia nazionale, pel presidente della Assemblea, pei Triumviri, proclami pel popolo, e come se tutto questo fosse poco, inviti al Cernuschi, e al Lombard di recarsi al campo: sonavano tutte le carte lo stesso sermone; essere venuti a sostenere la libertà del Papa, e poi a sostenere quella del popolo, li lasciassero entrare e si troverebbero contenti: caso mai resistessero, guai! con sette Batterie allora allora messe in punto gli fulminerebbe.» Risposero per le rime: non si accettano le prepotenze, si sopportano dopo gli estremi sforzi per repulsarle: degne le parole di tutti, degnissime queste del Generale Rosselli: «considerando che vi è uno stato di vita per gli uomini peggiore, che morte, se la guerra, che ci fate arrivasse a porci in questo stato, meglio sarà chiudere per sempre gli occhi alla luce, che vedere le interminabili oppressioni, e miseria della nostra Patria.» Il Cernuschi e il Lombard andarono in campo dove udirono proporsi una maniera di rappresentanza scenica mercè la quale aveva a stabilirsi, che dopo aperta la breccia, e salvo a questo modo l'onore soldatesco Roma si arrendesse: risposero, che i popoli si ammazzano col ridicolo, ma caduti nel sangue risorgono. Accettabili simili temperamenti pei Francesi, per gl'Italiani contennendi, e abominati. Dopo l'Oudinot tentava nuovo assalto di viltà il Corcelles, gli rispose il Mazzini, e fece male; con nessuno valsero mai ragioni, e meno che con altri co' Francesi quando si sentono in dieci contro uno.

[1] V. _Grassi_ Dizionario militare a questa voce.

Cessate le frodi ritornano le violenze: già i Francesi stavano presso un sessanta passi ai Bastioni primo e secondo, le Batterie per abbattere il Vascello, e le case circostanti erano compite; trentacinque cannoni, e più gli altri, che come avvertimmo, fornì il Re di Napoli si trovavano in punto di fulminare le mura; nè basta, anco i mortai in procinto d'incominciare il fiero lavoro, che di vero incominciò e terribile; nè si creda, che i Francesi rispettassero gli Ospedali, o i Musei; venivano giù le palle senza misericordia; forse un giorno i Francesi diventeranno civili, per ora si contentano dirlo. Le mura di Roma non potevano resistere, sarebbe stato buona provvidenza terrapienarle, ma non lo fecero, sicchè ruinavano, scheggiavansi, e i frantumi schizzanti provavano i nostri più dannosi delle palle; essi però non si sgomentavano, e quando vedevano le bombe precipitare urlavano: «ecco Pio IX!» Appena cadute con temerità piuttostochè con audacia saltavano loro addosso, e ne staccavano la spoletta, o la troncavano portandole con grande allegrezza al Garibaldi, il quale le pagava uno scudo l'una, sicchè, per questo modo, veniva al difetto delle munizioni a sopperirsi con quelle tolte al nemico. Anco allo stesso Garibaldi accadde, che mentre visitava le difese una bomba gli cadesse forse dieci passi distante, fuggirono tutti, egli rimase imperturbato e solo; per ventura scoppiando lo coperse di terra senza fargli altro male; allora gli si strinsero tutti alla vita gridando con immenso entusiasmo: «viva Garibaldi!»

In quei giorni il capitano Castelnau recatisi a bordo del Magellano buona quantità di soldati si recava a sobbissare la fonderia di Porto Anzo, la quale cosa gli venne molto agevolmente conseguita; sovvertì le fabbriche, ed inchiodò i cannoni; fatto questo, ripartiva per Civitavecchia portando seco ottocento palle di vario calibro, e novemila libbre di mitraglia; ed anco questo stroppio accadde per imprevidenza, dacchè ogni qualunque soldato comecchè mediocremente esperto avrebbe avvertito di tenere le polveriere, gli arsenali, i magazzini insomma delle cose necessarie alla guerra in parte dove il nemico non potesse agguantarle con subita scorreria.

La procella del fuoco, e del ferro imperversa più furiosa che mai, ad onestare la barbarie i Francesi penseranno più tardi, e poi facile impresa è per loro perpetuamente mentire; muoiono combattenti, muoiono non combattenti, cittadini inermi, vecchi, donne, e fanciulli; il tempio della Fortuna virile è manomesso, guasto il dipinto dell'Aurora di Guido Reni, e gli altri del Pinturicchio, e del Domenichino. I nostri quanto potevano facevano; anzi sopra le altre preclara l'opera degli artiglieri, i quali non mai domandavano sollievo non che sollazzo; tranquilli, taciturni surrogavansi a vicenda, i vivi venivano a riempire i vuoti, che lasciavano i morti senza osservazione, o lamento. I nostri ingegneri nel presagio che la prima cinta sarebbe superata intendevano compirne un'altra, e ci posero mano, ma anch'essa non fu condotta a termine, per mancanza di braccia, però che i soldati del Garibaldi non potessero sopperire a tutto, e il governo non provvide che 700, ovvero 800 uomini al dì, non bastevoli all'uopo; forse non era sua la colpa; facile sempre la censura, ed i Governi, comecchè solertissimi, nel tumulto degli eventi, e nella perturbazione dell'animo provvedere a tutto non possono; chi sta su la fossa piagne il morto: di ciò parleremo anco altrove.--Certo buona volontà non mancava, e i cittadini solo, che fossero stati chiamati, non sarebbero rimasti sordi allo appello, però che fosse mestieri piuttosto cacciarli, che spronarli, ed in fatti un giovanotto essendo stato respinto dalla trincea perchè troppo piccolo, se ne tapinava esclamando: «o che forse il Generale è grande!»

Questo è il combattimento, che accadde al ponte Molle. I Romani temendo sorpresa, e danno dal lato dei monti Parioli attesero ad allungarsi sopra queste colline; scontratisi col nemico ne successero molte e varie avvisaglie di cui fu il fine, che i nostri snidassero i Francesi da certe case ch'essi occupavano, e le incendessero; però il giorno di poi non patendo essi cotesta cacciata, di buon mattino valicarono grossi il ponte Molle, senonchè bersagliati dai nostri cannoni che dalle alture li fulminavano ebbero a ripiegarsi su l'altra sponda; ma nel pomeriggio il generale Guesviller li riconduceva all'assalto contro la diritta difesa dal colonnello Masi; da una parte e dall'altra incerta la fortuna, pari il valore; i capitani di stato maggiore Podullack, e Taczanowski entrambi pollacchi accorsero al quartiere generale per rinforzi, egli ebbero ma tardi e pochi comandati da quel fiore di uomo Berti-Pichat nel quale ammiri in bellissima concordia congiunte la dottrina, la probità, e la virtù militare; bolognesi tutti. Quando arrivarono, le cose volgevano al peggio però che i Francesi di cheto presero per di dietro il luogo dove i nostri combattevano, i quali non potendo reggere si ritirarono, e i Bolognesi essendosi di troppo avanzati tardi si accorsero del passo disperato nel quale erano caduti; venticinque ad un tratto colpiti giacquero per non rilevarsi più; intimato il Podullack a cedere le armi rispondeva: «a voi altri cani vituperati io non mi arrendo:» e uccise due Francesi uno di spada, l'altro di pistola; giacque trafitto da cento punte, e lì rimase; reso il giorno veniente agli amici supplichevoli ebbe onorata sepoltura. Egli forse poteva salvarsi e non volle, non bastandogli il cuore di lasciare in terra l'amico suo Taczanowski col ventre lacerato; questi però scampava la vita; l'altro adesso riposa nella nostra terra. Ah! non sarebbe stato così, che noi avremmo voluto ospitarti cortese amico; pure abbiti quello che solo possiamo darti pio ricordo nelle nostre famiglie, ed augurio di libertà alla tua Patria; e forse un dì, affrancati anco noi dal grave aere, che ci opprime, compenso di sangue al sangue tuo. Il Tenente Brugnoli bolognese, comecchè squarciato, e grondante sangue ebbe balìa di uscire dalle mani ai Francesi, il soldato Schelini vedendo un Francese che aggavignato il Berti-Pichat intendeva strascinarlo seco, lo ammazzò di botto, dando facoltà al suo comandante di svignarsela incolume. Deplorammo il capitano Fiume spento sul campo, e Oliva da San Severo. Questi con più lunga angoscia lasciava la vita; sul punto di pigliare di assalto una casa tenuta dal nemico colto a sommo il petto casca su la soglia di casa; quattordici giorni si travagliò il misero lontano dai suoi, che non lo consolarono di conforti, nè di lapide funerea, inconsapevoli del luogo dove fu adagiato in grembo alla terra.--Io trovo scritto come in questa fazione morisse un'altro giovanetto di anni diciassette di gentile sembianza, e fiorentino; ferito nella gamba destra, all'ufficiale francese, che gl'intimò la resa ruppe la testa gridando: «va via soldato del Papa,» trafitto da cinque palle cadde sul nemico spento; si chiamava Gherardi: perchè queste anime nella mia terra non sono seme, che frutti? Quando ci si novereranno copiose come ora ci appaiono rare Firenze meritamente vanterà per impresa il suo leone; fino a quel dì le conviene molto meglio l'agnello di Calimara.--

Si stringe intorno a Roma la fiera cintura di ferro e di fuoco, e il nemico moltiplica le artiglierie a porta San Pancrazio, donde si aspetta resistenza maggiore; apronsi finalmente dai Francesi le batterie di Breccia, le rintuzzano i nostri cannoni dai monti Testaceo ed Aventino; rabberciate le Trincee i nemici ripigliano il trarre, il Bastione VI non senza danni pure fa buona prova; tracolla tutto il muro di cortina al bastione VII, ma la terra non gli smotta dietro, anzi rimasta diritta a picco difende, nè per lanciarvi contro granate punto si smuove. I Francesi accatastando Breccia su Breccia ne costruiscono tre per tempestare il Vascello, la Villa Savorelli, e le case di fianco alla porta San Pancrazio: qui cadde il tenente Cesare Covelli cui il colpo stritolò il braccio; tribolava due giorni, e poi chiuse gli occhi alla vita, non infelice affatto perchè morì nella speranza, che Roma la potesse sgarare contro i Francesi; altri sei artiglieri morirono a un tratto per colpa di una palla, che imboccò dentro la cannoniera; anco il buon Ludovico Calandrelli percosso nel petto da un frammento di ruota ebbe a cessare le difese; chi lo vide mi dice, che portò lungamente la parte lesa nera più che carbone. Il Garibaldi considerando come cotesto Bastione armato di pezzi da campagna mentre al nemico non arrecava danno era causa di lutti deplorabili ordinò lo disarmassero; ed anco dalla Villa Savorelli gli toccava a sloggiare; ormai l'avevano tolta di mira, che non meno di 80 a 90 bombe al dì ci cascavano dintorno; una entrò in camera al Manara mentre stava facendo colazione, e tu pensa se sobbissassero soffitte, pavimento, porte, e finestre, un'altra fra i cavalli nella stalla di casa e non ne uccise veruno; invece un'altra caduta nella casa attigua ne ammazzò due; con questa pioggia di bombe pure bastava il cuore al Garibaldi di tenere lì dentro la villa un barile di polvere; nè per questo ei faceva le viste di andarsene; il giorno seguente le bombe caddero nella stanza dei segretari e ci appiccarono il fuoco, la prossima casa sfasciarono, e il Garibaldi non si decideva; alla fine gli misero in frantumi la torretta, e allora gli fu mestieri ricoverare altrove. Nè vo' tacere come un'altra bomba ruinata fra i galeotti i quali lavoravano alle trincee in un colpo ne ammazzasse sei; di sessanta ormai si trovavano ridotti a quaranta quando supplicarono il Generale gli avventurasse agli estremi pericoli, e premio di tanto fosse la morte onorata, o la colpa espiata, ed ei rispose loro sperassero, intanto continuassero a chiarire il mondo come nocenti cittadini fossero stati contro il prossimo, ma della Patria figli pur sempre: tutti si comportarono da valorosi, taluno da eroe, ed ecco come. Al Garibaldi, che certo giorno visitava le opere condotte da questi sciagurati, uno di essi parlò e disse: «posso io discorrervi?--Parlate.--Generale, perchè mo' ce lasciate là e' Francesi?» E gl'indicava il Casino dei Quattro venti; a cui il Generale sorridendo: «perchè non ci riesce a cacciarli via.--Ma scusate Generale se ce andiamo noi, loro non ci possono stare.--Qui appunto sta l'osso.--Scusate Generale questa difficoltà non ce la vedo, se me date quaranta omini di fegato, io ve caccio li Francesi da quel posto.» Ebbe il servo della pena i quaranta compagni, e andò diritto al palazzo Corsini pigliando per la porta e per lo mezzo del viale fiancheggiato da cipressi; appena i Francesi li scorgono con le infallibili carabine li fulminano, taluni cascano, altri riparano dietro ai cipressi, ma il condottiero di cotesta impresa non curante di loro procede imperturbato col suo moschetto sopra la spalla; il nemico riseconda la scarica, e per questa eziandio taluni ristanno per ferite, altri per paura, nè costui piega collo, solo passa la linea delle scolte nemiche, e solo arriva a piè del palazzo, dove per mostrare ai Romani, che dalle mura lo seguitavano trepidanti coll'occhio, come in lui non allignasse jattanza o se pure jattanza non superiore alla virtù si pose a sedere su la gradinata davanti all'uscio col fucile fra le gambe. Il Garibaldi acceso in volto eccitava i circostanti ad avventarsi con lui al soccorso dell'animoso; il forzato intanto poichè si fu rimasto tempo più, che bastevole per essere veduto così dagli amici come dai nemici, si leva in piedi, e con l'archibugio su la spalla ripassa la linea delle sentinelle francesi, e di bel nuovo per lo mezzo del viale s'incammina a Roma; ormai ne aveva trascorso più che un terzo quando una palla lo ferì nei reni, ed egli tracollando inforcò con la testa un cipresso dove finì la mal vissuta, ma ben conchiusa vita. Il Garibaldi a quella vista si picchiò del pugno su la fronte, e volto al cielo mormorava non so che parole; forse avrà invocato Dio; io però non lo guarentirei. Pochi giorni dopo successe un'altro caso, il quale dimostra come facile si apprenda in cuor di popolo l'agonia di gesti generosi, ed io lo racconto non solo per questo, ma altresì perchè si vergognino (se mai fosse possibile) coloro, che per essersi messi un dì al cimento per la Patria non rifinano mai di rinfacciarlo pretendendo di essere adesso mantenuti del danaro pubblico oziando nel Pritaneo, o di risucchiare eterne mignatte le tasche dei privati.

Certo Barabba, che tale hanno nome i facchini a Milano, avendo osservato come i Francesi lavorassero indefessi ad alzare un terrapieno dalla sinistra parte del Vascello, se ne andò in fretta ad avvisarne Giacomo Medici, il quale rispose breve: saperlo. Il Barabba incollerito ripiglia: «o perchè non s'impedisce?» E il Medici più aggrondato, che mai: «non si può.» Il Barabba sta cheto, e quinci partitosi si accorda con alquanti dei suoi compagni, gente pronta a mettersi in qualunque sbaraglio, e con essi esce dal Vascello; di celato si accosta ora nascondendosi dietro a un vaso di limoni, ed ora dietro una siepe al terrapieno; alla stregua, che sparisce lo spazio ai compagni viene manco il coraggio, sicchè all'ultimo resta solo, nè di ciò si accorge: solo pertanto arriva al terrapieno, e solo di un salto piomba giù fra i soldati gridando: «siete tutti morti!» I Francesi naturalmente temendo gli tenesse dietro grossa mano dei nostri, gittati via i badili, e le vanghe scappano via a pigliare i moschetti, per difendersi; ma il Barabba volgendo allora gli occhi per contare un po' con quanti moveva all'assalto, si scorge solo: pianse di rabbia, e per questa volta la fortuna risparmiando l'animoso gli concesse tornare salvo al Vascello, dove il Medici dopo avergli concesso le meritate lodi lo volle con una moneta ricompensare: il Barabba gli ficcò gli occhi addosso a squarcia sacco, ma il Medici pronto riparava la svista dicendo: «tienla per cambiarla in una medaglia.»

Molti i feriti da questo continuo grandinare di palle; fra i morti ricordansi il Lenzi tenente, Tavolacci, Marucci, Fedeli, pure tenenti, e il capitano Minuto.

Ora al Vascello; forte edifizio, con alcune case dintorno: di giorno lo difendeva il Medici con 150 soldati, cui nella notte rinforzavano ora con una mano di uomini di questo, ed ora di quell'altro corpo Unione, Finanzieri, Studenti, o legione Arcioni.--Avendo il Medici condotto una Trincea dal Vascello fin presso la casa Giacometti proprio di rincontro alle Trincee dei francesi, questi per levarsi cotesto pruno dagli occhi, che del continuo li molestava, si giovarono di una nebbia che sorse densissima nella notte del 21 Giugno, pensando cascare improvviso sopra i trentacinque uomini custodi della nostra Trincea e della casa: però tanto non seppero studiare il passo che intralciati dalle vigne non dessero la sveglia; onde il comandante dei nostri trentacinque ordinava, non fiatassero, sfolgorassero il nemico appena pestasse le canne stese oltre la porta un dieci passi, poi fuori a ributtarlo con la bajonetta; e così fecero; erano i Francesi due compagnie di granatieri del reggimento trentesimo sesto; scorate scapparono lasciando in terra morti il capitano, con altri dieci soldati; moribondo un sergente, con parecchi granatieri feriti. Per ora taccio del Vascello, ci tornerò in breve; intanto si sappia che il Medici lo difende sempre, e che i Francesi sfogando sopra quello la soldatesca rabbia lo hanno lacero in modo, che se si regge ancora pare miracolo.--

Fra le dolenti mi occorre narrare adesso dolentissima storia; correva la notte del 21 al 22 fosca per fitti nuvoli, e piovigginosa: anco dai più imperiti si comprendeva essere mestieri raddoppiare vigilanza, e di vero si raddoppiò, perchè temendo l'assalto appunto dalla parte donde venne furono mandate per tempissimo nel pomeriggio del 21 sei compagnie del Battaglione della Unione a presidiare il luogo; quivi erano state fatte tre Breccie facili a salirsi, se non che i nostri vi avevano a poca distanza scavato una fossa, e riempitala di materie infiammabili, che avrebbero dovuto scoppiare appena fossero comparsi i Francesi, la quale opera avevano confidata a certo ingegnere prussiano, e a lavoranti stranieri. Delle sei compagnie tre ne posero a custodia del Bastione secondo, una dietro la Breccia della Cortina, due di presidio al Bastione terzo: anco due sentinelle furono collocate su i palchi rimasti ritti ai fianchi del Bastione secondo, e sei altre su l'alto della Breccia dietro a macerie di sassi; venne loro ordinato: «stessero vigili, appena udissero rumore gridassero: all'armi! meglio spaventarsi indarno, che rimanere sorpresi.» E poichè lì presso sorgeva un folto canneto ebbero avvertenza di metterci un'uffiziale con quattro soldati con ripetuto comando, che al menomo stormire di gente incendiassero il canneto; furono eziandio disposti due punti di ritirata; diligenze pari adoperaronsi al Bastione terzo; anzi ammoniti gli ufficiali a volere persuadere i soldati a vegliare tutti, questi senza attendere domanda con gran voce esclamarono: «noi veglieremo, e faremo tenere desti i compagni.--Al Bastione quarto si raccomandò conservassero a qualunque costo la casa vicina per avere adito di ripigliare ad ogni sinistro la breccia, e siccome pareva, ed era il presidio debole fu sollecitato il maggiore Cenni a rinforzarlo.--Per non mancare poi alla più minuta diligenza, che l'arte della guerra suggerisce al Bastione secondo venne deputato a soprastare l'ufficiale di stato maggiore Capitano Stagnetti; al Bastione quarto il capitano Caroni.

E malgrado tuttociò verso le ore undici di notte un aiutante del maggiore Delaj comandante le sei compagnie della Unione, arrivava tutto smarrito a riportare al Generale Garibaldi come i Francesi senza colpo ferire avessero preso le tre breccie.--Quello che il Garibaldi in cotesta occasione facesse e dicesse mi occorre scritto nelle memorie di tale che ci si trovò, presente: «verso la mezzanotte il Generale scese taciturno, e torvo, Manara scriveva; incontrato il centurione Zannucchi il Garibaldi gli domandò:--che ci è di nuovo?--Generale i Francesi hanno superato la breccia.--Gli hai tu veduti?--Non vi state a confondere pur troppo ci sono.--Allora mosse frettoloso quattro passi o sei per uscire, poi di un tratto si volse a me dicendo:--chi sa, che cosa hanno mai veduto! Avete pronta la vostra gente? Mandate un'uomo capace a scoprire.--Io vi mandai il sergente Marcheselli mantovano, e al tempo stesso schierai la coorte; di un tratto il Generale senza aspettare l'arrivo del Marcheselli mi ordina seguirlo coi miei soldati; così camminammo un pezzo, quando fummo prossimi alla breccia a tramontana levante della Villa Spada, mi disse: «voi andate per di lì, e mi additava un sentiero verso la breccia, egli poi avendo incontrato il maggior Leggiero si avviò con quello verso porta San Pancrazio, ma non fornirono insieme il cammino perchè indi a breve il maggiore ferito malamente in un piede non potè più andare.--Io proseguii, e mutati appena duegento passi una voce si fece sentire che domandò: _êtes-vous français?_ Ed io senza gingillare ai miei: «fuoco!» Cotesta risolutezza ci salvò, perchè ne surse un diavolìo di moschettate da altre parti, e noi potemmo non curati salvarci senza morti, come senza ferite.»