# Lo assedio di Roma

## Part 60

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Valentissimi gl'ingegneri francesi, e indefessi non menochè intrepidi gli esecutori; riparato il guasto fatto alle opere loro dalle nostre artiglierie costruiscono la terza batteria e l'armano di obici per battere con fuochi verticali i bastioni sesto e settimo; i Romani dal canto loro compiscono le trincee del Vascello, altre ne imprendono a sinistra di porta San Pancrazio a fine d'impedire, caso mai che qualche sortita venisse respinta, che vinti e vincitori entrassero in Roma alla rinfusa; ripigliasi il fuoco nel giorno sesto, e con maggior furia di prima, anco il cielo si commuove e piglia parte alla lotta; tempesta in terra, tempesta in cielo; fuoco, e strepito da empire di spavento da una parte e dall'altra; natura ed uomini parevano risoluti a sconquassare il mondo, nè il peggio sarebbe stato se fossero riusciti. Il Vaillant vigilissimo sospettando sorpresa alle ville Corsini, e Valentini asserraglia le prossime strade, e si avanza senza intromissione; non così i Romani i quali cominciano opere grandi, e per certo utilissime, ma poi lo smettono o che mancasse loro la costanza o piuttosto, come credo, la potenza; per siffatta guisa idearono erigere un trincerone il quale servisse a mo' di piazza di arme dove milizie nostre ad ogni evento si assembrassero per contrastare al nemico, il quale, superate le trincee giungesse e scacciarne i difensori; ed altre più difese si disegnarono, ed anco fu statuito condurre a termine per asserragliare le strade, forare le case onde porgersi aita scambievole giusta la imminenza del pericolo per quinci rifuggire senza danno o con poco nella città leonina, dove potesse rinfocolarsi la guerra più acerba, più feroce, e forse meno disperata di esito propizio. Tutto questo o non si fece del tutto, o principiato appena fu smesso, per lo che ai Francesi venne agevolato, e di molto il conquisto di Roma.

La nostra artiglieria durante la notte o rallentava i tiri o li cessava dando occasione al nemico di spingere innanzi le sue opere, alacre, e sicuro, nè andavano con miglior fortuna le cose pel contado dintorno a Roma, che il generale Morris scorrazzando per la campagna dalla sinistra del Tevere sovente s'impadroniva del fodero avviato alla città penuriante. E pazienza si fossero rimasti i Francesi a pigliare le robe, ma per atterrire straziavano le persone, nè solo le nocenti, bensì ancora le pacifiche: veruna arte di barbaro nonmenochè vile predone tralasciarono per accertarsi la vittoria: e perchè non paia che io mi comporti narrando più passionatamente che a storico non convenga scerrò tra i moltissimi due casi, dei quali il commissario Andreini riferì all'Assemblea. Gervasio Pasquali, e Vincenzio Sandroni mitissimi agricoltori alieni da ogni rumore pensarono potersi rimanere alla cura delle proprie vigne fuori delle mura, che chiudono il Vaticano: spaventati poi dagli orrori della battaglia s'intanarono dentro certe grotte scavate lì presso la vigna, il primo solo, l'altro, il Sandroni, con la moglie e tre figli uno dei quali pargolo alla mammella. I Francesi spintisi sotto le mura, e disseminati a combattere non tardarono a scoprirli, e ad incrudelire su cotesti inermi supplicanti la vita; furono esauditi a colpi di fucile; nè contenti di tanto il Pasquali stramazzato e stretto a gridare: «viva Pio IX» poi rovistategli le tasche dei pochi baiocchi che possedeva io rubarono.--Più lacrimevole fato incolse al Sandroni però che di prima colta rimanessero feriti lui e due figliuoli, e poichè ricaricati i moschetti con cera micidiale inoltravansi i Francesi, la misera madre genuflessa al fianco del giacente marito, e circondata dai due figli insanguinati, sporgeva il lattante gridando: pietà! Come alla prima invocazione fu dato alla seconda una risposta di piombo: tutti ne andarono da capo percossi, eccetto il pargolo per ventura che parve e fu creduto miracolo. Il Sandroni poi per coteste ferite periva nell'ospizio di Santa Maria lasciando desolati la moglie e i tre figli: dopo ciò, neghi chi ha cuore, che là dove occorre una causa di civiltà a sostenere quivi non isventoli benefico il vessillo di Francia.

Che cosa di peggio potessero fare gli Ostrogoti, o gli Unni noi per verità non sappiamo; e tuttavia non mancò chi scrivesse a cotesti tempi; «la missione di Francia avere per fine speciale la tutela delle libertà europee contro le dottrine del comunismo.... per lei il diritto combattere il socialismo di cui il santuario di _Vesta_ con orribile profanazione era diventato centro e _sinagoga_.» Nè simile mostro di concetti e di favella si partiva di Francia, bensì d'Italia, e neppure da papisti interessati o fanatici ma sì dal preteso autore del risorgimento italico abate Gioberti; però meritamente la sua fama periva prima di lui, e la sua memoria si conserva nel gelido simulacro di marmo a Torino, non già pio affetto nel cuore degl'Italiani.

Tolsero i Francesi pertanto l'acqua alla città, ma di un tratto gliela resero con gli arretrati, ed ecco come: sospettando essi che i nostri insinuandosi per gli acquedotti ci caricassero mine, col consiglio di distruggerlo vi spinsero dentro le ritenute acque, la quale cosa fu origine di una assai piacevole avventura alla fontana di San Piero in Montorio. Questa fontana di apparenza mirabile, fra le vaste romane vastissima, nudrisce di acqua il lago di Bracciano che ce la versa quasi a fiume ed è chiamata Paola; sotto la fontana altissima una vasca stragrande la riceve, e nelle ore calde tra per l'ombra, che manda la fabbrica, e tra per le acque rotte dal rimbalzare, ch'esse fanno vi si gode refrigerio di frescura: ora l'acqua cessata, restava l'ombra, sicchè da cinquanta e più soldati sdraiatisi nel cavo della vasca in santa pace dormivano; quando ecco di repente una fiumana di acqua prorompere, precipitarsi dalla altezza di ben venti e più piedi e con fracasso orribile riempirla in un'attimo. Pensate voi la meraviglia e la paura dei tapini a forza desti: chi schizza di là, chi di quà, per fuggire fanno gruppo urtansi e si rovesciano da capo; la fretta disordinata raddoppia le dimore; gli atteggiamenti vari e tutti burlevoli; non incolse male a nessuno, tranne trovarsi bagnati fino all'osso.

Il Generale Garibaldi dalla sua torretta di Villa Savorelli contemplava quel continuo avanzarsi delle opere francesi, e comecchè forte temesse di poterle impedire tuttavia sentiva, che ormai a lui e agli altri correva l'obbligo di far prova di disperata virtù; nè ciò solo per rintuzzare la insopportabile iattanza del nemico, quanto per non parere da meno nello indomito coraggio delle stesse donne romane, le quali senza porre mente, alle palle che fioccavano recavansi verso sera a udire i suoni militari davanti alla sua villa, e non pure donne popolane erano, ma altresì nobili donne: i soldati poi inuzzoliti dal suono su quel luogo ballavano, e se taluno tocco da qualche palla cessava gli altri datagli la buona notte continuavano. Ma la buona notte, che augurarono al centurione Molina fu eterna, imperciocchè nel trasportarlo ferito morisse per via; spreco di vita non mai abbastanza deplorabile, e deplorato!

Ma parliamo delle donne romane; e' non si può rivocare in dubbio, che in esse viva latente, e talora si palesi nella sua magnificenza il sangue della madre dei Gracchi e di Lucrezia; tra i miei ricordi noto come un mio amico passando per una contrada presso ponte Sisto di Roma vide due fanciulle bellissime intente a cucire panni in certa stanza terrena senza curarsi della pioggia di bombe, che mandavano i Francesi; di un tratto una bomba lì presso sfonda una casa, e cascata sul letto dove riposavano due vecchi gli ammazza; placide e chete esse lasciarono i lavori per recarsi a vedere che mai fosse successo, e ad apprestare soccorso; udito il caso funesto, levarono gli occhi al cielo e sospirarono: «pace all'anima loro!» e senza più parole tornavano a riprendere il compito interrotto. E noi pure avemmo le nostre Cammille, e le nostre Pantasilee, anzi, quotidianamente, ed alla stregua, che il pericolo cresceva, si presentavano fanciulle per arrolarsi come soldati e combattere, nè tutte si poterono rifiutare; le rimaste si distinsero non solo nella ferocia (cose che notiamo ordinaria nelle femmine una volta, che piglino le armi) ma nella costanza, ed è più difficile, di sopportare di ogni maniera disagi.

Non il dolore della ingiusta aggressione, nè i danni sofferti così ci fanno forza, da negare ai Francesi il pregio del valore, nondimanco è vero, che in questa guerra procederono oltremodo cauti e anzichè no rispettivi; forse la prima batosta rilevata li persuase a questo: certo quel risoluto consacrarsi che fa la gente alla morte commuove l'animo dei mortali e li sgomenta. Taluni dei loro scrittori immaginando cose vane, ovvero usurpando per loro tratti di magnanimità che da loro furono uditi soltanto, seguendo l'usato costume attribuirono ad un soldato francese l'avventura di essere andato a cogliere albicocche sur un'albero in mezzo al tempestare delle palle nemiche; ciò è vero, ma invece di albicocche elle erano fragole e fin qui non monta, ma il soldato invece di francese era italiano anzi il Cadolini nostro, che se nella gloria della eloquenza valesse quanto vale nelle armi, la Italia moderna non avrebbe ad invidiare Cicerone all'antica; egli, nè solo, si attentò andare a raccoglierle negli stessi giardini occupati dai Francesi, e farne dono al Medici l'Aiace dello Assedio di Roma.

E siccome noi sopra tutto detestiamo la taccia d'ingrati, pessimi tra i rei, i quali dovrebbero nelle nostre contrade come presso i Chinesi punirsi, dacchè giudichiamo la ingratitudine non solo delitto in se, ma sì generatrice di ogni altro delitto, ci guarderemo di passare inonorati nelle nostre scritture due generosi stranieri uno francese, l'altro pollacco di cui mi occorre memoria nei libri, e nelle note del Generale Sacchi. Chiamavasi il primo Laviron capitano di stato maggiore presso il Garibaldi, il quale un dì avvampante di sdegno per le spesse morti cagionate dai Cacciatori di Vincennes salta sul parapetto, e additando la croce della legione di onore, che gli fregiava il petto si mise a gridare: «assassini! tirate su questa croce, che ebbi dal grande imperatore.» E venne pur troppo esaudito, imperciocchè nonostante che allora fosse tregua, i Cacciatori non potendo stare alle mosse lo colsero per lo appunto nel petto: ond'ei periva esclamando: «viva la Italia!» La notte, che successe a cotesto dì il cielo mandò giù acqua a bigonce; dissero averla mandata per lavare la macchia fratricida di cui i Francesi avevano polluto la sacra terra romana, e non è così, Iddio raccatta il sangue versato proditoriamente, e lo conserva là dove non si cancella; paiono fisime queste, ma se ne accorge chi reietto Dio persuasore di vivere incolpevole lo prova più tardi come chiodo confitto nelle tempie di Sisara.

L'altro caso è affatto simile a questo, sicchè dubitai fosse il medesimo applicato a diversi; ma adoperataci debita diligenza trovai essere due: non importa ripeterlo, basterà dire che il nuovo accadde al capitano pollacco chiamato Vert o Wern; e che lo esito per lui non volse sinistro come al francese essendo rimasto unicamente ferito nell'omero destro.

La sortita disegnata ebbe luogo a vespero del giorno nove, il suo scopo era guastare i lavori nemici, precipuamente quelli di faccia al bastione secondo; ci presero parte 200 finanzieri, e 500 uomini del primo reggimento leggero: questi per assalire; un'altro battaglione ed una compagnia di bersaglieri si attelarono fuori della porta San Pancrazio per riserva, e per proteggere la ritirata: proposero al Generale operare simultaneamente altra sortita fuori della Porta Portese, e non l'approvò: perocchè conosciuta la mala prova degli assalti alla spicciolata, ora volesse attenersi ai corpi grossi. L'assalto di faccia in colonna serrata fu respinto dal fuoco che proruppe turbinoso dalle trincee francesi; con incredibile valore i finanzieri lo tentarono una seconda volta, e con pari fortuna; virtù non valse contro la forza soverchiante, e si ebbero a ripiegare laceri verso la porta. Questa fazione riuscì senza utilità non però senza compianto; tante e tante furono le morti che resero non so bene se io mi abbia a dire sacri od esecrabili cotesti luoghi, che a raccontarle tutte non ci basterebbe la lena: questo giovi sapere, che da ora in poi il popolo a diritto prese a chiamare la porta San Pancrazio, porta San Crepazio, il Vascello Macello, e San Pietro in Montorio San Pietro in Mortorio. In questo giorno deplorammo il tenente Bolognesi, e Bartolommeo Rozat capitano: sopramodo pietosa la morte di questo ultimo; nacque a Ginevra, e militò volontario; apparve un giorno su i confini del Tirolo al cospetto del Manara, e gli si profferse fratello di armi; il Manara lo accettò a braccia quadre, e amaronsi nè l'uno quindi in poi si vide disgiunto dall'altro nei pericoli; li scompagnò la morte: ferito, il 3 il Rozat non potè tenersi il 9, e armato di eletta carabina non come ufficiale ma come volontario volle pigliar parte al combattimento dal secondo bastione: senonchè dopo i primi colpi fastidì il parapetto, e si scoperse a un tratto dalla cintola in su agitando il berretto in ispregio del nemico: avendoglielo una palla portato via di netto dalle mani, i soldati, che assai lo amavano lo costrinsero a scendere: egli però scivolando si recava subito dopo davanti la più larga apertura del muro; quivi una palla, lo colse nell'occhio sinistro; il resto lo dica l'Hoffstetter, che per me a raccontare di tanto sangue scelleratamente tradito mi sento inverdire: «fu portato all'ospedale fuori di sensi; e quivi spirò fra le braccia di una signora, unica cura, ch'egli accettasse, dopo due giorni di orribili patimenti. Io fui due volte a trovarlo, ma il meschino non mi riconobbe più; egli era tutto sfigurato: aveva la cavità dell'occhio piena di sangue, e la parte sinistra del capo soprammodo gonfia. La donna romana con un braccio lo sorreggeva, e con l'altro lo impediva ch'egli nell'angoscia disperata si strappasse la benda.» Trentasei ore, che tanto si prolungò la sua agonia, la donna stette a canto al moribondo senza lasciarlo mai: affermano lei ignota al Rozat, e questo alla donna; se così sta lo affetto superando la natura terrena diventava divino, ed io per me lo giudicherei divino dove anco ci si fosse mescolato qualche po' di amore men puro: ottimamente immaginarono gli antichi di origine celeste ogni amore, che avesse l'ale per sollevarsi da terra.

Continuano i lavori, e le jattanze francesi; essi però conducono a termine la batteria quinta prima per far tacere il nostro fuoco del bastione settimo, e poi per aprire la breccia; mandano scorrerie sul Teverone per rompere i ponti Salaro, Nomentano, e Mammolo, e così chiudere da questo lato ogni comunicazione con Roma; sorprendono il colonnello Pianciani, che in compagnia di un suo ufficiale veniva nella carrozza del corriere, e lo tengono prigioniero di guerra: l'Oudinot vanta questa presa come una conquista, ed è ciurmatore; aggiunge nel rapporto averla conseguita dopo combattuta aspra pugna, ed è bugiardo: fa una funata di poveri contadini, e gl'invia in Francia trofei di guerra, e così conferma la sentenza che sopra tutte le passioni la vanità è crudele.

Testimoniano alcuni storici come ora dai supremi capitani si concepisse il disegno d'ingaggiare una battaglia campale assaltando la sinistra dei Francesi, e prese le opere loro a rovescio, spingerli nel Tevere; ma a ciò io non credo; forse taluno lo desiderò e lo disse, ma dal detto al fatto ci ha gran tratto, nè con tanta disparità di forze poteva avventurarsi anco dagli audacissimi; all'opposto fu tentata una sortita notturna: notte tempo a lume di torce assembraronsi 7500 uomini; 1500 rimasero col generale Avezzana fuori della porta San Pancrazio; agli altri 6000 si pose a capo Garibaldi, e li menò alla campagna uscendo dalla porta dei Cavalleggieri; suo scopo dar dentro la sinistra dei Francesi: consigliato a moltiplicare gli assalti nega, e non fa bene; la colonna lunga disadatta a pigliare parte con molta forza al combattimento; se respinta di fronte si rovescia sopra i sorvegnenti con non riparabile scompiglio. L'ordine della marcia questo, la legione polacca all'antiguardo; 200 uomini o poco più; subito dopo tre coorti della legione italiana; alla dietroguardia due battaglioni di bersaglieri lombardi; quattro battaglioni del Rosselli, e i lancieri del Garibaldi alla riscossa. Il Garibaldi non volle moversi prima che sorgesse la luna, che fu verso le dieci, e ciò per impedire confusione, lasciando perduto per questa via il vantaggio di cascare addosso ai Francesi; ed al medesimo intento ordinò eziandio i soldati alle vesti soprammettessero la camicia, gli uffiziali intorno al braccio legassersi un panno bianco; pratica di guerra antica, che chiamasi _incamiciata_, ed è fama la inventasse Alfonso Davalos il vecchio marchese di Pescara; i pratici di guerra la giudicano in varie maniere: anco quì il fine loda l'opera.

Opinione, ed anco comando era si avesse a camminare per via retta, ma il Garibaldi, che precedeva la colonna vestito del mantello bianco di un tratto piega, conforme in questo a se stesso, che dei suoi riposti consigli di guerra non conferisce con alcuno, e caso mai lo venisse a sapere la sua camicia, io penso, ch'ei la brucerebbe. Così procedendo arrivano al convento di San Pancrazio dove l'ufficiale di guardia annunzia verun moto essersi osservato da tempo in qua nelle Trincere francesi, e gli pareva buon segno; altri tenne avviso contrario; volle inoltre porgere istruzioni alla guida sul cammino da farsi, ma questa prosuntuosa vantò saperne di avanzo: allora il Garibaldi scese e seduto sopra un tronco di albero tolse a dirigere le mosse; e innanzi tratto ordinava all'Hoffstetter precedesse co' 200 Pollacchi a schiarire il cammino, lo seguitasse la legione italiana; il Manara non comandato, consentendo all'impeto della sua generosa natura lo seguita; ammonito dall'Hoffstetter che una scarica potrebbe ammazzarli tutti e due in un punto con danno della impresa, si allontana, ma poi non regge e ritorna. Persuasi dalla guida si cacciano dentro ad un canneto, oltre il quale, pensano sboccare davanti le Trincee francesi, onde si raccomanda ai Pollacchi ripongansi sotto la camicia la quale ormai non poteva apportare altro che impaccio e danno; la legione italiana rimane su l'orlo estremo del canneto; i Pollacchi dopo molto avvolgersi si trovano avere girato il convento di San Pancrazio, chè la guida prosuntuosa aveva sbagliato strada: toccò loro rifare i passi, e questa volta senza errore, sicchè riusciti ormai davanti una siepe, oltre quella, affacciandosi, vedevano le opere francesi. Mentre pertanto si accingono a saltar su, ecco nel canneto udirsi strepito come di cavalli ch'entrando a furia atterrino, e pestino le canne troncate.--Non erano cavalli ma fanti, non nemici ma amici; la colonna del Sacchi, la quale sbarattando senza riguardo il canneto mosse cotesto rumore, che riuscì esiziale, imperciocchè non pure i soldati, ma gli ufficiali altresì temerono ruinasse addosso loro la cavalleria nemica; per la qual cosa taluni, i più forti, fatto di se gomitolo con la baionetta calata si disposero a mo' di istrice; gli altri, e furono troppo più, vinti da subito terrore fecero impeto l'uno sopra l'altro, urtaronsi, rovesciaronsi, e pestaronsi; chi perse l'arme, e chi i berretti; molti i feriti; pareva un fiume che straripi; il Manara, il quale pretese opporsi stramazzato ebbe a sentirsi ammaccare tutta la persona; Garibaldi agguantandosi a un albero non buttarono a terra; la legione italiana non resse meglio degli altri, e andò sossopra nella fuga; chi resse furono i bersaglieri, i quali incrociate le baionette, le opposero al petto dei fuggenti e li trattennero; il Garibaldi montato in furia, riavutosi appena, salta a cavallo e con lo scudiscio frustando intorno urlava: «ah! codardi, ah! svergognati!» Anco il Mezzacapo in cotesta occasione fece mostra di coraggio a tutta prova. Riordinata alla peggio la milizia scomposta domandarono gli ufficiali al Generale se si avesse a proseguire la impresa, dacchè per somma ventura pareva che i Francesi non se ne fossero addati; rispose nulla potersi imprendere con gente codarda; rientrassero: ultimo come sempre alla dietroguardia; passate le porte o sia che la stanchezza lo vincesse, o sia che ormai sentisse lo interno turbamento dell'animo non potere più reprimere si gettò a terra fingendo dormire.

Le sortite e gli agguati in guerra per ordinario, o non finiscono a bene, o tornano in capo a cui le ammannì, e Omero _ab antiquo_ mette innanzi così nel coraggio come nella gloria il guerriero che aspetta celato, e di piè fermo il nemico, all'altro, il quale salta su con la lancia in pugno a zuffa manifesta; per condurre le sorprese a buon termine si richiedono mente serena, cuore inconcusso, e vigilanza mirabile; e cosa strana a considerarsi è questa, che forse gli uomini preposti alla sortita, ovvero allo agguato presi da solo a solo le qualità descritte posseggono anco in copia, uniti insieme ne mancano, dimostrando che le passioni superano nel contagio la stessa morìa. L'annotatore all'Hoffstetter volendo per via di esempio chiarire come un nonnulla mandi a monte siffatte imprese riporta il caso degli Oddi entrati notte tempo in Perugia per cacciare i Baglioni, i quali omai occupavano la città e solo rimaneva loro spezzare la catena della via che sbocca alla piazza, quando colui che doveva romperne i serrami, stretto dalla turba sorvegnente, mal potendo levare le braccia per menare la mazza ferrata esclamò: «fatevi indietro!» La quale parola propagandosi di grado in grado valse a impaurire gli ultimi; gli altri del costoro spavento atterrironsi, sicchè con grandissima furia si ruppero. Questo narra il Macchiavelli; questo altro più notabile assai riferisce Teofilatte Simocatta. Gli Avari invasa la Tracia avevano messo le tende vicino al monte Emo; di ciò avvertiti i Romani, su i quali imperava allora Maurizio, nello intento di sorprenderli ed opprimerli notte tempo si ficcano per certa forra angustissima camminando in due colonne con i bagagli nel mezzo; all'improvviso incespica e casca un somiero di cui il conduttore essendo andato innanzi, i sorvegnenti impediti nel cammino lo richiamano per rimettere in piedi la bestia gridando: «_retorna, retorna fratre._» Queste parole passando di bocca in bocca fecero supporre, che trovato il nemico all'erta fosse mestieri ritirarsi: i più paurosi subito sbandaronsi, e gli altri, scomposti gli ordini, si trovarono costretti a seguitarli nella fuga. Agevole moltiplicare gli esempi, bastino questi per dimostrare come gli orditi con lungo studio dalla sapienza, la fortuna sovente in un attimo disperda al vento.

Troppo mi ha proceduto infesto nel suo libro dei _Bersaglieri_ Emilio Dandolo perchè io trascuri di ricordare com'egli dolente per la riportata ferita, e più pel lacrimabile caso del suo fratello, non potesse rimanersi all'ospedale in cotesta occasione; volle andare co' compagni, onde fra la fatica durata, e il turbamento dell'animo gli si inacerbì la piaga non poco. A me piace la vendetta, e così mi vendico, dolente di non possedere maggiore ala d'ingegno per onorare conforme ai meriti il giovane egregio.

La legione italiana rinvenuta alquanto dalla turpe battisoffiola, non poteva darsi pace; le sembrava, e veramente si era coperta d'ignominia: per ultimo deputava messi al Generale supplicandolo le concedesse lavarla avventandola a qualunque più arrisicato assalto; gli udì il Garibaldi con gli occhi fitti a terra senza nè un motto nè un gesto, poi li licenziò con la mano, e parve non volesse rimoversi per istanza nonchè degli indifferenti degli amicissimi suoi: verso sera piegò l'ardua mente; stessero apparecchiati, li proverebbe domani.

