Lo assedio di Roma

Part 59

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Anco Angiolo Bassini non una ma due volte si avventò seguito da pochi ad assaltare il Casino dei Quattro Venti; la prima volta rimasto solo indietreggiò lento fra mezzo ad una grandine di palle; poco dopo avendo una granata appreso fuoco al Casino egli volle mettersi da capo alla ventura, e lo prese cacciandone via i Francesi con la baionetta nei reni, e forse sarebbe riuscito a tenerci fermo il piede, se in quel punto cadendo per gravissima percossa ricevuta non avesse, per così dire, con la sua assenza levata l'anima ai soldati; nè a restituirli alla fiducia di vincere valse il Manara che sopraggiunto in soccorso co' suoi Lombardi prese altri posti, e non li potè tenere, chè i Francesi con numero quadruplicato di gente fresca corsero a riscoterli.

Qui mi vo' pigliare licenza, che so che ai miei lettori parrà dovere, di stendermi alquanto nel racconto di Luigi Binda da Cremona figlio unico di padre dovizioso: costui amava di profondissimo affetto una fanciulla popolesca onesta nonmenochè bella, nè il padre suo consentendogliela a sposa egli menava vita desolata; finalmente il padre, considerando come tentata ogni via non fosse riuscito a distorlo da cotesto suo decennale amore, accolse la fanciulla, e la benedisse per figlia: pochi mesi il giovane Binda andò lieto nei santissimi amplessi, chè rotta la guerra all'Austria dopo stato alquanto in forse tra la sposa, e la Patria, l'amor della Patria vinse, e versandosi su i campi di battaglia egli combattè con l'ardore cui non seppe vincere lo smisurato affetto dell'amata donna: tuttavia si consolava della lontananza sempre di lei favellando, lei in mezzo ai pericoli invocando, e di tratto in tratto tra la furia del fuoco traendosi dal petto i capelli di lei baciandoli, e ribaciandoli. A Rieti lo fulminò la nuova della morte della sposa diletta, non pianse, non disse motto, ma gli amici che lo videro orribilmente mutarsi in volto procurarono badarlo attentissimi, onde per ventura furono a tempo a trattenerlo quando allo improvviso egli volse contro di sè le mani violente. Lo consolarono, e il forte uomo si consolò da sè, sentendo come ad ogni minuto gli si parava la occasione dinanzi di morire per la Patria; da per tutto ei fu, in ogni parte combattè sempre nella ferocia pacato, vigile, e previdente così, che la milizia gli conferiva il nome di _perfetto soldato_.

La storia dolente della morte della amata sua donna è questa; ella usava la mattina per tempo recarsi in chiesa a supplicare Dio per la conservazione del carissimo capo, l'adocchiò un ufficiale austriaco, e prese a perseguitarla per libidine assai, ma più per istrazio sapendola moglie di un ribelle; non valse alla meschina di starsi con riguardi, non di fuggire via un giorno, ch'egli in agguato la colse; nello androne della casa la raggiunse, la mano le pose fra i capelli, ed ogni sforzo tentò di brutale violenza, ma la valorosa si difendeva adoperandoci anco i denti, finchè la gente accorrendo tratta dal rumore del tumulto, costrinse il malnato a lasciare la donna non prima però di averla pesta co' piedi sul petto così, ch'ella infermatasi gravemente non ci lasciasse la vita.

Il Binda difese prima la villa Panfili, il tre di Giugno in una delle volte, che dopo respinti i Francesi, occupammo il Casino dei Quattro Venti lo preposero a tenerlo contro gli assalti nemici; toccò a lui la parte che prospetta Roma; i Francesi tornati tumidi e grossi instavano con tutte le forze a girare dietro le spalle dei nostri attelati davanti il palazzo: orribile lotta fu quella, la compagnia del Binda ne rimase quasi disfatta, gli ufficiali tutti morti o feriti, ma respinse sempre gli assalitori; lui pure colse una palla nella gamba sinistra, che lo rese inabile alla milizia. Ora se viva ignoro: possano queste inculte parole, se morto, cadere come corona di gloria sopra la sua tomba, se vivo di giusta mercede, e di consolazione all'animo tribolato di lui.

Qui in Toscana si formò già una legione di Lombardi, cui il governo provvisorio, come seppe meglio provvide: le cose di Toscana andate a male ella divisa in due corpi uno dei quali capitanato dal Mezzacapo, e l'altro dal Medici s'incamminò verso Roma; non però tutti furono generosi i Lombardi, al contrario gl'irridevano per cotesto partito l'Allievi, e il Griffini, ed altri che io non nomino poco prima avventati, allora rimessi, un po' più tardi servili, secondochè menava il vento, ed essi ci trovavano il conto. Altri narrò, sebbene non sia peranche palese lo scritto, le vicende, i rischi, e i patimenti di cotesta schiera di giovani ammirandi; basti per ora dirne tanto, che il generale Mezzacapo un dì volle metterla a prova di coraggio, e spediti innanzi gli stracorridori procurò gli riferissero circondarli da ogni lato i Francesi, chiusa allo scampo ogni via, o cedere le armi o morire. Morire, gridarono i giovani, e si disposero in battaglia per combattere fino agli estremi: sotto la sferza di cocentissimo sole gli fece durare per molte ore il Generale schierati su l'arme; all'ultimo assai commendatili dell'animo disposto concesse loro riposo.--Pel comune dei soldati più dura prova quest'altra, ma pei nostri gentilissimi e' mi sembra si potesse risparmiare: il Generale per via dei comandanti di compagnia annunziò finiti i danari della cassa, non sapere come sopperire alle spese, vivere di accatto male, di rapina peggio: chiunque si trovasse a possedere danaro lo mettesse fuori accomodandone il corpo: quei poveri giovani appena udito lo annunzio in un attimo si rovesciarono le tasche e chi diede cinque chi cento franchi: appena raccolto il danaro fu reso; rimase la memoria del fatto, ed io lo narro a lode e ad esempio.

Ora a questi toccò la volta di entrare in battaglia, sebbene ormai volgesse il giorno a vespero: prima di uscire di porta San Pancrazio sostarono alquanto per riordinarsi: cotesto fu un duro quarto di ora, imperciocchè sfilasse davanti alla presenza loro la processione dei feriti trasportati all'ospedale; e pure il fiero spettacolo, che avrebbe sgagliardito i meglio animosi, non isbigottì i giovani i quali udirono il comando di accorrere alla mischia lieti così come li chiamassero a pigliar parte ai balli; appena usciti ecco accorrere loro il Garibaldi quasi volando; di un tratto fermato il cavallo egli s'inchina loro, e con quella sua voce, che vibra come metallo battuto, stupendo di tranquillità dice loro: «avanti bravi giovani, vinceremo anche oggi.» Le grida di viva Garibaldi, viva la repubblica furono il saluto col quale essi accolsero le palle che lanciarono contro di loro i Francesi.--La prima schiera appena fuori della porta venne spartita, e parte andò ad occupare certa casa di fianco al Casino dei Quattro Venti, la quale poi ebbe nome di _Casa bruciata_, parte di rinforzo al Vascello dove dopo avere respinto i Cacciatori francesi, si ricongiunsero con l'altra della Casa bruciata; qui sostennero un battagliare tremendo, e comecchè con ogni precauzione si riparassero tanto non poterono schermirsi, che parecchi di loro non giacessero morti o feriti; così durarono fino a sera, quando Giacomo Medici pensando, che non ci si sarebbe potuto sostenere ordinò si raccogliesse nelle stanze terrene di parecchia paglia per abbruciarla nel punto in cui l'avessero dovuta abbandonare; ma fortuna volle che di un tratto andasse tutta in fiamme: al mirare cotesto incendio unanime si levò il grido: «_i nostri morti!_» E moveva da pietà d'impedire, che le amate reliquie andassero in cenere: in un'attimo ecco immemori, o non curanti del fuoco gittarsi in mezzo i giovani soldati per sottrarli a cotesta maniera di distruzione, quasichè importasse, che o in cotesto, o in altro modo rientrassero in grembo alla terra; tuttavia se pensi come i superstiti intendessero seppellire con le proprie mani i loro morti per religione alla memoria dei caduti per la libertà troverai che passione vince ragione così in questa come in molte altre cose.

Nè qui finiva; il Mangiagalli quando ormai la notte, la fatica, e i mutui lutti persuadevano quiete, ecco raccolto un manipolo di compagni avventarsi da capo, e forse riusciva a fugare i Francesi se non gli si fosse sgominato per via, lì sembra fosse ferito il Rozat; la ritirata fu due cotanti più luttuosa dello assalto; quel cadere senza pure esser visti, i gemiti confidati al buio della notte, l'atroce pensiero di sè, che nella sventura disperata ripiglia il sopravvento ricordavano gli affanni dell'Erebo immaginati dai Poeti. Il Garibaldi poi compariva da per tutto, vestito di bianco, sempre immobile sia che col destriere sostasse, sia ora qua ora là su le groppe di quello scorresse; più che conforto adesso metteva spavento: sembrava il simulacro del Destino venuto a contemplare il compimento dei suoi decreti.

Il Sacchi aveva difeso il Vascello; dopo lui venne il Manara, che lo presidiò co' suoi e in fretta in furia lo convertì in ridotto formidabile; i Francesi trasportati dal furore della vittoria irruppero per espugnarlo, ma non la poterono spuntare; allora il Manara lo consegnò al Medici, il quale per la virtù sua, e dei suoi lo rese monumento inclito del valore Italiano.

Poichè il perduto non si poteva più riacquistare il Garibaldi vigilò, affinchè quello, che ci era rimasto si conservasse; crebbe le artiglierie sul bastione, provvide l'annona, imperciocchè in tutto quel giorno i soldati non che con altro, neppure con un sorso di acqua si fossero confortati: insomma perchè io in troppe parole non mi dilunghi non omise diligenza che a capitano solerte, ed avvistato convenga. Giorno miserabile fu quello dacchè la legione italiana deplorò 500 tra morti, e feriti, i Bersaglieri piansero 150 di loro; in tutti furono 1000, ovvero un quarto della divisione del Garibaldi, fra cui 100 ufficiali; fiore di giovanezza e di virtù; dei nemici ne caddero molti, noi non li potemmo noverare, nè potendo avremmo voluto farlo; i Francesi sogliono alterare in meno le loro perdite, tra gli altri privilegi quasi pretenderebbero essere ciurmati, ed i romanzi loro rubata questa qualità ad Achille la regalarono ad Orlando; la quale cosa non tolse che tanto Achille quanto Orlando di ferita perissero.

Il Generale Garibaldi, nelle memorie manoscritte, di cui mi fu cortese compie il racconto della infelice giornata con queste parole: «nel 3 Giugno furono decise le sorti di Roma. I migliori ufficiali morirono o giacquero feriti: il nemico rimase padrone dei Quattro Venti chiave delle posizioni dominanti: ci si stabilì gagliardamente, e cominciò i suoi lavori di assedio come se Roma fosse piazza forte di primo ordine.»

Adesso mi occorre narrare il fatto di cui si trova memoria nelle storie dei tempi in diverse guise; il caso andò in questa maniera. Il Garibaldi dopo la giornata del 3 Giugno venne a pigliare stanza nella villa Savorelli dentro le mura e si pose in certa cameretta terrena che guardava la villa Spada sul bastione a sinistra; per giungere costà occorreva passare per una galleria la quale illuminavano quattro finestre aperte al medesimo livello di quella dove abitava il Generale. Colà si trattenevano parecchi i quali venivano a visitarlo per cagione di ufficio, tra gli altri un dragone di ordinanza. I Francesi come quelli, che erano informati delle minime particolarità di quanto avveniva a Roma un giorno trassero un colpo sì bene aggiustato, che se non fallivano di finestra ammazzavano di un tratto il Generale che per lo appunto si giaceva su di un lettuccio alto un po' meno della finestra; la palla, trapassato il muro, che per vero troppo spesso non era, colpì il povero dragone nel ginocchio destro intanto, ch'ei se ne stava seduto su di una seggiola coi gomiti appoggiati alle cosce e le mani sotto il mento: tanta fu la violenza del colpo, che tutta la gamba, sfracellato il ginocchio, era volta alla rovescia, per guisa che dove stava prima la punta del piede ora ci si vedeva il calcagno con lo sprone.--Atroci gli spasimi, atroci i gridi ond'ei feriva le orecchie, e l'anima, trasportato all'ospedale volante lo amputarono di corto. Fatto sosta il dolore, il dragone voltosi al cerusico gli disse: «ora pregovi di una carità, che voi non mi potete negare.»--«Ed io, riprese il cerusico, non te la negherò di certo solo che stia in me di potertela fare.»--«In voi sta, chiamatemi il mio brigadiere a cui io vorrei raccomandare certa mia faccenda prima di andarmene allo spedale grande.» Avvertito il brigadiere, venne il dragone chiamatoselo e vicino al letto così gli parlò: «brigadiere date retta, voi capite, che a cavallo ormai non ci è verso ch'io monti più, però desidero come la grazia più grande, che voi possiate concedermi, ed io chiedervi che la mia cavalla... la mia buona... la mia cara cavalla non sia montata da altri che da voi; me lo promettete brigadiere?»--Sì, sì, con voce arrangolata rispondeva il brigadiere, te lo prometto, povero giovane, te lo prometto.»--Oh! soggiunse il ferito, voi non potete comprendere quanto bene mi faccia la vostra promessa; e voi non mi mancherete... no... abbiatene cura, sapete, non le manca, che il parlare.» E così favellando piangeva. Così è; gli uomini, se non tutti, la più parte sente altissimo il bisogno di amare, e dove manchino loro oggetti più naturali di tenerezza come i congiunti, i figli, e le mogli si attaccano agli animali, e talvolta anco ad enti inanimati; di vero Plinio ce ne porge di parecchi esempi, ed è noto che Serse spasimava per un'albero intorno alle radici del quale spargeva spesso libamenti, e l'ornava con corone, e monili di oro.

Il Garibaldi poichè vide, che i parapetti non bastavano a ripararlo sapete voi dove andò a pigliare stanza? Nella torretta della medesima villa; quivi giacevasi nelle brevi ore di riposo, e quivi vegliava continuo le mosse del nemico; sopra la torretta havvi un terrazzino a cavalcioni del quale egli si tratteneva sovente dondolando le gambe, e fumando il sigaro.--Con esso viveva il Manara, che dopo il pasto, chiamato a sè certo giullare bergamasco gli ordinava rappresentargli qualche farsa volgare co' burattini di legno; di ciò prendeva il prode uomo maraviglioso diletto: ora è da sapersi, che la stanza dove cotesti giuochi si facevano (che era la sala dipinta da Salvatore Rosa) stava per lo appunto esposta alle batterie francesi, ma a ciò niente pensavano nè il Manara nè i compagni suoi, e nè manco il burattinaio: ventura fu, che di ora in poi veruna palla di cannone investisse cotesta casa, e delle palle di schioppo lanciate dagl'infallibili cacciatori francesi nessuna colpì il Generale, nè il Manara, nè veruno dei tanti, che affacciatisi al terrazzo della torretta se ne stavano a speculare il campo francese: onde vi ha chi pensa, che tirando di sotto in su la palla proceda diversamente che in linea orizzontale, e il colpo vada fallito: su di che giudichino gl'intendenti. Per me referendo simili spavalderie ho notato, e noterò sempre, che il soldato della Patria non deve mai atteggiarsi scenicamente, nè da gladiatore, bensì nel modo solenne del sacerdote che si offre vittima alla religione della libertà.

Innanzi di mettere parole intorno ad altri fatti, chi m'incolperà se io mi trattengo ancora a raccogliere qualche nome, e consegnarlo con intera fiducia alla storia? La religione della cosa non già la potenza dello scrittore varrà a mantenerla perenne nel cuore degl'italiani: in cotesta giornata caddero spenti altresì, che troppo ci vorrebbe a dire dei feriti, il Polini di Ancona colonnello, Cavalieri, Bonnet, e Grassi tenenti; allo Scarani, mentre agita il moncherino lacerato e se ne serve a guisa di aspersorio di sangue gridando: «vendicatemi» una palla nei reni tronca ad un punto la parola e la vita. Ed anco a voi Loreta di Ravenna, Gazzaniga di Roma, Meloni di Forlì, Bucci di Ancona, Marzari di Macerata, Santini e Covizzi la terra dei forti diede l'ultimo albergo. Visanetti di Cesena come fu riservato a più lungo martirio così porse maggiore testimonio di virtù, percosso nei fianchi dopo sei giorni in mezzo ad atroci dolori sempre invocando con devoto cuore la sacra Patria spirava. Scarcele sul fiore della vita, di forme leggiadre squarciato orribilmente il ventre, di una sola cosa pareva si pigliasse cura, ed era disporre il proprio censo, che possedeva larghissimo, a prò di persona diletta; la principessa Belgioioso che lo assisteva, sollecitamente ebbe chiamato il notaro per calmare l'ansietà del moribondo, ma forse più per udire il nome della donna, che così imperava sopra i pensieri di lui; la donna era la Patria, la quale redò le sostanze dello Scarcele.

L'assalto del Ponte Milvio per altro non merita andare rammentato, che per un gesto degno dell'antica storia, e veramente dei così fatti se ne incontra nella greca, come nella romana, ed eziandio nella nostra italica del decimoquinto secolo; se nonchè temo forte, che ogni popolo abbia voluto vantare il suo di simile natura copiandolo da un altro, il quale forse non sarà successo mai tranne nella immaginazione dello scrittore; ma quello, che io narro come accaduto ai giorni nostri, e che molti vivi lo possono testimoniare non può fornire argomento di dubbio. Il ponte Milvio si allarga una dozzina di braccia, ed è lungo circa a trecento: lo reggono cinque archi di quindici braccia di luce, e cinque piloni alquanto meno larghi; rotto il primo su la sinistra sponda per dodici braccia gli altri avevano minato con polveri artificiali per rumarlo, secondo la occorrenza, in un'attimo.

I Francesi qui come altrove ci colsero inaspettati, e con infallibile colpo uccisa la sentinella sostarono per paura di scoppio; pure bersagliando alla lontana chiunque si attentasse di porre il piede sul ponte dalla sponda sinistra. Per accertare l'esito della impresa un Leblanc colonnello del Genio francese aveva ammannito più sotto al ponte una zatta con armi da servire a parecchi bersaglieri che avrebbono traversato il fiume a noto; a troncare il disegno ecco un Fulgenzio Fabbrizi di città di Castello si tuffa ignudo nel fiume, e stretta co' denti la fune a cui stava ormeggiata la zatta, adoperandoci gli sforzi supremi la tira seco; se lo fulminassero i Francesi, che se l'erano vista fare proprio sotto gli occhi, non è da dire, e crebbero la furia quando cotesto animoso si trovò in mezzo alla corrente a contrastare coi vortici, che lo tiravano in fondo, e con la zattera, la quale sbalzata a urtoni gli ammaccava la persona, tuttavolta così egli provò amica la fortuna, che pesto sì, ma incolume di ferite potè attingere l'altra sponda.

Ma il ponte cadde in potestà dei Francesi, i quali padroni delle alture menavano strage dei nostri, senzachè potessimo offenderli noi.

Narra il Torre, che millanterie ne corsero da una parte e dall'altra; infermità comune massime ai popoli meridionali, ma alle millanterie i Francesi aggiunsero le menzogne più sbardellate; a mo' di esempio l'Oudinot dava ad intendere ventimila dei nostri impegnati alla difesa di villa Pamfili, ed in tutti noi non arrivammo mai a tanti: il vero era che appena toccavano i quattrocento: si gloriava avere conquistato tre bandiere, e n'ebbe invece una, non mica conquistata, bensì rinvenuta da lui dentro certa rimessa; vantava come sforzo solenne di guerra la occupazione di Monte Mario, e veramente utile gli fu, ma egli se lo recò in mano indifeso durante il tempo dello armistizio.

I Francesi non istettero a perdere tempo e nella notte del quattro al cinque giugno condussero la prima parallela di assedio a trecento circa metri dal punto designato da loro per lo assalto; in ciò essi seguivano i precetti dei loro maestri di guerra Vauban, e Cormontaigne; altri ingegneri operarono altramente, chi allontanandosi, e chi più accostandosi alle mura nemiche; mentre si rammenta Marescot che allo assedio di Landrecy aperse le trincee a 300 metri dalle opere estreme della piazza, Chasselup a Mantova le fece a 100 metri più presso, e Rognat a Tortosa anco meno discosto: ai giorni nostri la distanza di trecento metri non basta in virtù delle armi perfezionate che ti ammazzano anco da 1000 metri lontano, sicchè tornare ai 600 metri come si costumava prima del Vauban non parrebbe troppo, ma i Francesi senza un pericolo al mondo poterono praticare a Roma il modo, che tennero conciossiachè i Romani possedessero solo armi ordinarie e nè manco delle buone. Costruita la trincea alzarono due batterie, una per combattere il nostro baluardo, l'altra per rimbeccare la nostra artiglieria del monte Aventino. Nè i nostri rimasero a vedere, solleciti palancarono e terrapienarono la muraglia per quanto lungo è il tratto che passa fra Porta Portese e Porta San Pancrazio, voltarono i cannoni del monte Testaceo contro il campo francese, e condussero un camino per recarsi incolumi al Vascello; però in paragone delle apprestate offese le nostre difese languide; sarebbe stato mestieri irrompere con gagliarde sortite, ma le ci venivano dissuase dal difetto di fosso intorno alle mura, e dalla perdita dei tanti valorosi ufficiali da noi patita fin qui, tuttavia scambiaronsi di parecchie moschettate da una parte e dall'altra, si tentò anco pigliare certe case fuori del Vascello, e non si potè a cagione della grandine di palle, che i nostri dal bastione ci rovinarono addosso scambiandoci per nemici, e fu jattura gravissima. Verso sera il capitano David su la via del Vascello, percosso il ventre periva, feriti rimasero Giuseppe Brachi, Guglielmo Belluzzi, Emanuele Griffi aiutante del Generale Garibaldi, e più illustre di tutti il colonnello Pietro Mellara da Bologna, che una palla di moschetto colse nello interno della coscia sinistra, e lì rimase; parve da prima lieve piaga, o per lo meno sanabile; il fato rese monco lo augurio; egli periva dopo lunghi dolori; di lui più tardi a infamia del popolo, che vanta il primato di civile.

I colonnelli Buenaga per la parte di Spagna e D'Agostino per quella di Napoli recaronsi al campo di Francia offerendo aiuto, e concorso; l'aiuto accettava l'Oudinot dal Re di Napoli, il parco dell'artiglieria d'assedio, come se dei suoi cannoni egli non ne avesse di avanzo, tanto gli premeva vincere a mano salva; altro concorso no; bastargli i suoi; a questa ora se quei cialtroni dei diplomatici non erano sarebbe entrato in Roma non mica una volta ma dieci. Ciò era conforme al fine riposto della impresa di Francia, il quale consisteva nel surrogare il suo al patronato dell'Austria in Italia e durò sotto lo Impero quando ella parve venisse ad affrancarci da un'oppressore, e ce ne impose due; nè punto menoma, almeno per ora; di ciò ne porge testimonio la respinta proposta testè messa innanzi dalla Spagna di formare una lega cattolica per proteggere la ragione del Papa in Italia; di vero avendo la Francia (a suo parere) ottenuto con forza, e con astuzia simile patronato in Italia intende esercitarlo sola, non già in società con altrui, che chi ha socio ha padrone, e questo è detto antico. Al deputato Minghetti pare altrimenti, ed ebbe cuore e fronte per affermarlo in Parlamento; basta, il meno che possiamo dire di costui gli è che e' venne al mondo dalla parte dei piedi.