# Lo assedio di Roma

## Part 58

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Era prima del giorno, nè la legione italiana del Garibaldi dormiva; ella all'opposto vegliava facendo cosa che nè anco in mille anni la s'indovinerebbe se io non la palesassi ad un tratto: cantava la messa! Ed ecco come; appena tornata da Anagni la stanziarono nel Convento delle Convertite in prossimità dei Condotti; eranci bensì delle monache, le quali nè furono mandate via, nè se ne vollero andare, e tutta volta il luogo capacissimo albergava comodamente milleseicento uomini e più: i giovani baldanzosi, ed anco protervi presero a scorrazzare pei luoghi donde si erano ritirate per paura le donne, e trovarono vaghe logge, cortili, camerette discrete, lettere erotiche, ed anco altri arnesi del regno ampio di amore che qui non importa ricordare, e molto meno descrivere: le donne rimaste poi così non osservarono la clausura, che prima una, poi due, all'ultimo la più parte non comparissero fuori, come costumano le rane negli acquatrini, nè già smarrite, o fuggenti i rimorchi, o sogguardanti sottecchi, mai no; al contrario dagli occhi fermi mandavano faville, sicuramente di amore non divino; pallide però tutte, e con un cerchio intorno ai cigli nero per modo che pareva fatto con un carbone spento cavato di su l'ara a Venere pandemia; lo incesso poi, e gli atti procaci a bastanza le palesavano addestrate nella palestra di amore, e

_«Generose così come una madre «Di dieci eroi_[1].

[1] Questi i luoghi dove l'amico mio barone d'Ondes Reggio dice, che crescono le candide rose destinate a formare la ghirlanda immaculata della Regina dei Cieli!

La gioventù irrequieta frugando i luoghi appunto in cotesta notte era capitata nella Chiesa del Convento dove avendo rinvenuti ammitti, camici, pianete, piviali, dalmatiche, ed altre di questa maniera sacerdotali vesti, se ne abbigliò e fatta prete volle dire la messa; nè mancò il suo bravo organo, sebbene pareva che sonasse piuttosto a stormo, che a laudi; chi seduto nei confessionali confessava, chi battezzava, ma il battezzato talora troppo bagnato rendeva al battezziere la sua acqua co' cambi; le candele, e i ceri quanti ve n'erano accesi, canti vari moltiplici nè sacri veramente tutti, nè tutti musicati al medesimo modo, quindi un baccano accompagnato da risa, urli, e fischi, ed anco da qualche infrazione al primo comandamento del Decalogo; a compire la confusione nuvole fitte ingombravano ogni cosa mandate fuori dai turiboli, e dai bracieri dove a piene mani gettavano i sacri timiami. Allo improvviso il tuono del cannone ruppe cotesti saturnali, quasi bacchetta di mago che sciolga gl'incanti; spogliano a furia i mal vestiti panni, ed assunta in breve sembianza, e atteggiamento soldatesco corrono colà dove li chiama il pericolo della Patria.

Andarono, ma ormai per sorpresa erano cadute in mano dei Francesi le ville Pamfili, Corsini, e Valentini; le due compagnie che presidiavano la villa Pamfili sopraffatte dal numero riboccante caddero in potestà altrui, tuttavia resistendo sicchè il Mellara che le comandava offeso da mortale ferita fu raccolto da terra sfidato di vivere; le altre compagnie considerando di nulla potere divise si raccolsero nella villa del Vascello.

Il generale supremo Rosselli avendo preposto alla difesa della porta San Pancrazio il Garibaldi, questi mena la sua legione alla porta Cavalleggieri nello intento di minacciare di fianco i Francesi, e sloggiarli dalla posizione presa: facile comprendere come se non si fosse liberata, la difesa di Roma più che altro sarebbe stata agonia: di qui pertanto la smania dei Francesi di occuparla anco con la frode, e la pertinacia del Garibaldi a volerla riconquistare. Egli però bentosto si avvisava sarebbe riuscita la immaginata mossa indarno avendo ormai i Francesi raggiunto lo scopo al quale miravano, e quinci agevole per loro percotere chiunque arrivasse dalla parte dei prati; per la qual cosa ei riconduce la legione dalla porta Cavalleggieri a quella San Pancrazio. Colà uno dopo l'altro arrivarono a ingrossarlo i Dragoni, gli Scolari, gli Emigrati, i Finanzieri, ed altri; insomma in tutto un tremila persone: con queste milizie, dopo presidiato le mura, e le prossime case si spingeva ad assaltare la villa Corsini.

Che dirò io di questo fatto di guerra, che altri non abbia già detto troppo meglio di me: solo un'ufficio mi avanza ma sopra tutti è sacro aggiungere qualche notizia di alcun gesto glorioso di cui andò smarrita la memoria; e dissotterrare qualche nome, che fu sepolto col corpo di cui lo portava per esporlo alla lode e alla pietà dei posteri.

La villa Corsini disposta ai sollazzi della vita, si trovò eziandio (così volle fortuna), mirabilmente acconcia alle difese guerresche; forte il palazzo situato in alto dove si arriva per vari avvolgimenti di boschetti spessissimi seminati su di un terreno rotto da viali profondi; intorno intorno circonda la villa un'altissimo muro. Poteva anzi doveva rompersi il muro in più parti e penetrarvi per quelle; ma non fecero così, sempre ostinati a procedere per la via diritta, e questo a parere dei savi si giudica il primo errore; l'altro più grave fu di non assalire grosso occupando prima co' bersaglieri i boschi, le siepi, ed ogni altro riparo dentro la villa come ogni prominenza fuori di quella, e quinci senza posa bersagliare i Francesi, finchè colta la occasione fosse dato avanzarsi di fronte con lo sforzo dell'arme: invece mandaronsi manipoli dopo manipoli come si caccia il grano sotto la mola perchè lo macini: di ciò appuntano il Garibaldi, il quale unico nelle guerre guerreggiate sembra non sappia fare buona prova, quando si tratti di movere poderose falangi di gente armata.

A forza umana non era dato resistere allo impeto col quale si avventarono i legionari del Garibaldi; urtati a furia di baionetta i Francesi ebbero a rovesciarsi dandosi a fuga precipitosa verso la villa; ma il riparo di questa nè anco giovava, che fin là dentro gl'inseguivano, e ammazzavano; nè già le sole fanterie ma sì anco la stessa cavalleria capitanata da Angiolo Masina, la quale salita a sua posta al primo piano si dette a imperversare per camere e per sale, e quanti Francesi incontrava tanti metteva a filo di spada. Ajaci tutti in questo sforzo di guerra, ma sopra gli altri stupendi Daverio, Sacchi, Morocchetti, e Bixio; vi rimase ferito non morto il Masina, che andato a medicarsi tornò più tardi a pigliare parte ai nuovi assalti, imperciocchè in cotesta giornata non meno di otto volte fossero presi e perduti i posti messi dinanzi, quasi a premio della battaglia: nel terzo o nel quarto degli sforzi per isnidiare i Francesi dal Casino dei Quattro Venti il buon Masina mentre cavalcando forte arriva circa a mezzo il viale della villa Corsini con la voce e col gesto animando la gente a prove di valore estremo ecco una palla lo colpisce in mezzo al cuore, rasente non so quale croce riportata da lui nelle guerre di Spagna; egli precipitava giù da cavallo boccone, a braccia aperte senza nè un grido, nè un gemito; i suoi si fecero a ricuperarne la salma, contrastarono i Francesi, donde nacque una terribile pugna sul morto, forse quale non fu altrettanta sul corpo di Patroclo; ma con fortuna diversa, perchè i nostri non poterono avere il Masina, che giacque insepolto, miserando spettacolo, nella villa Corsini, finchè durò la difesa di Roma. Angiolo Masina fu da Bologna, e con la sua morte la Italia perdeva una delle prime sue glorie; di aspetto giocondo, d'inclita stirpe, provvisto di largo censo, di mente arguta, e comecchè di cuore tenerissimo feroce in guerra per modo da comparire piuttosto temerario, che animoso soldato intero così nella virtù come nei vizi; propenso alla buona cera, ma se non si poteva avere altro, che pane secco, egli con questo lietissimo cenava: amava molto, non già un'oggetto unico, bensì il suo amore diffondevasi sopra la universa parte femminea del genere umano. Il drappello dei cavalieri, che comandava egli vestì, e incavallò a proprie spese, ed erano tutti giovani di persona aitanti, di una terra stessa, e battaglieri al pari del loro capitano.

Il primo assalto come il maroso iemale che dopo avere attinto il sommo dello scoglio, quivi si rompe, e storna gorgogliante, era respinto dai Francesi, e ne rimasero i nostri lacerati orribilmente. Qui rimase ferito il Bixio, che trasportato a braccia fuori della mischia urlava a squarcia gola: «scrivete a mio fratello a Parigi, che una palla francese mi ha ferito all'anguinaglia,» e non si sa che cosa volesse dire; forse fidava il suo fratello avesse maggior credito nell'assemblea di quello, che veramente possedeva, o forse immaginava il popolo parigino più facile ad infiammarsi di quello ch'ei sia. Il popolo francese, parigino o no per cotesto quarto di ora dormiva, e i quarti di ora dei popoli durano secoli. E tu Mameli Tirteo, e Köerner italiano in questo combattimento riportasti la ferita, che inciprignendo ti tolse all'ammirazione della gioventù italica, allo amore delle Muse, e al culto della Libertà: la nemica palla ti colse sul terzo superiore della tibia vicino all'articolazione del ginocchio sinistro nè parve grave sicchè ti forniva argomento di motteggio: ora sei scomparso, e le notti di Genova proviamo più buie perchè uno dei suoi astri è tramontato per sempre; l'altro tengono lontano da te l'ira dei tiranni, e la viltà del popolo.

Al contrario del Mameli, Girolamo Indunio quel pittore, che Dio ha concesso per celebrare le geste del Garibaldi col pennello, intantochè si aspetta il poeta che deve celebrarle col canto, in questi assalti più e più volte trafitto era lasciato per morto a terra; di lui si prese pensiero Enrico Guastalla il quale lo fece removere di costà per dargli onorevole sepoltura, nondimanco, comecchè gli contassero sopra la persona bene ventidue ferite sopravvisse, e tuttora vive decoro della democrazia e dell'arte.

Ebbe altresì sfracellata la destra in cotesto combattimento il Giorgeri di Massa o di Carrara, leggiadro di volto, di persona grande e di cuore anco più; mentr'egli afferrata la baionetta di un soldato francese lotta con lui, questi gli spara a brucia pelo il moschetto contro, donde gli venne lacera la mano: come a Dio piacque guariva ma per incappare in ventura peggiore; rimasto a Roma i tribunali del mite Pontefice lo condannarono in galera a vita per avere, così dichiarava la Sentenza, contribuito moralmente alla morte di certi perfidissimi, i quali comecchè italiani furono colti fuori di Roma a tendere agguati per trucidare italiani: corse voce fossero gesuiti; il popolo inferocito avventatosi li scannò e gittò nel fiume, il Giorgieri desideroso di salvarli, trovandosi separato da loro da molta mano di popolo, tentava fendere la folla, ma gli tornò ogni sforzo invano: fu avvertito in quell'atto, che interpretato poi dai giudici cortesi eccitamento alla strage gli fruttava la galera a vita: adesso, se male non mi appongo, regge non so quale comando di piazza.

Dei nostri scrittori chi afferma che i Francesi non adoperassero cannoni in cotesta giornata, chi sì e dice due, e nomina l'ufficiale che li pose in batteria, ed indica il luogo; dalla parte di Roma si adoperarono certo, e la eccellenza degli artiglieri nostri se non potè fare fortunato cotesto giorno certo lo rese meno deplorabile assai. Imprevidenza assai ripresa dai pratici dell'arte fu, come si disse, quella di non abbattere i muri di cinta delle ville, però che non le volendo distruggere, nè le volendo, come si doveva, munire, era mestieri renderne agevole l'assalto caso mai prese dal nemico si avesse quinci nella prima puntaglia a sloggiare. Più degli assalti, micidiali le ritirate, dacchè nei primi i nostri sboccati appena dai cancelli si sperperassero per la villa, mentre nelle seconde si stipassero all'uscita, onde un colpo solo uccideva talvolta parecchi; cadevano boccone con le mani innanzi abbrancando la terra; da prima fu creduto che o per soverchia fretta, ovvero per impedimenti paratisi loro fra i piedi stramazzassero, ma il gemere profondo, lo storcersi angoscioso, e la rigida immobilità sorvegnente assai chiaro chiarivano non si sarebbero rilevati più mai.

Il numero soperchiante dei Francesi, l'arte con la quale essi combattevano, e le armi elette avrebbero in quel giorno nefasto fatto correre fiume del nostro sangue se il trarre mirabile delle artiglierie del Calandrelli non gli avesse sfolgorati irrequieto e mortale.

Alla legione, che in compagnia degli altri combattenti sostenne prima gli assalti sottentravano i Lombardi del Manara. Una compagnia di bersaglieri fu mandata a pigliare certo casino trascurato fin lì, e l'occupò agevolmente, senonchè avendo scorto poco dopo come fitti, e ordinati venissero contro a loro i Francesi sbigottirono come se fossero stati condotti al macello; volgendo gli occhi scorrucciati verso i loro capitani quasi per rimproverarli di avergli cimentati a cotesto sbaraglio li videro fermi come statue di marmo; per la qual cosa vinti da ira, e da paura, urlando come vesani si rifuggirono verso il Vascello; i Capitani Manara, Ferrari, Rosaguti, ed Hoffstetter commossi profondamente cacciandosi tra loro ne trattenevano la fuga, compito che riuscì loro più agevole per la sopravvegnenza di altre due compagnie una comandata dal Dandolo, l'altra dal Rozat. È da credersi che il Manara col sangue acceso per cotesto brutto scompiglio ora avventasse i suoi soldati a gesto, che si potrebbe giudicare piuttosto disperato che magnanimo; _avanti! avanti!_ gridava il feroce, e primo di tutti entra nel viale di villa Corsini; precauzioni, e ripari egli sdegna e con lui gli uffiziali, che splendidi di virile bellezza, e di vesti dorate senza piegare collo se ne stanno ritti e scoperti in mezzo al viale. Qui cadde Enrico Dandolo, qui furono feriti Signorini, Mangini ed altri parecchi, ma gli altri non si mossero per la quale cosa ai soldati i quali pure dietro ai vasi di limoni, o ai piedistalli, o ai pilastri si schermivano prese talento di mostrarsi non da meno dei capitani; la paura della vergogna aveva superato in essi la paura della morte.

E ci hanno i gaudi della battaglia, _certaminis gaudia_, e questo si capisce; ci hanno altresì i gaudi del morire, e questo s'intende meno, tuttavia è così; nè solo nel più forte sesso, ma eziandio nel debole, e di ciò porgono testimonianza le fanciulle milesie prese dal furore di uccidersi; e non fu trovato rimedio a cotesta insania, fuorchè minacciando, che il corpo della violenta contro se medesima sarebbe stato esposto ignudo al ludibrio del vulgo. Adesso cade Enrico Dandolo antica stirpe non degenerata; a lui nocque la troppa fidanza; imperciocchè avendo visto una compagnia di Francesi sbucare da un lato del palazzo Corsini si mise in procinto di combatterla, ma si trattenne; e la cagione ne fu il capitano francese, il quale sollevata la sciabola gridava con parole italiane: siamo amici! Il Dandolo e i suoi allora accostansi come chi sa e desidera avere amplesso fraterno; e l'amplesso fraterno fu che il capitano di Francia di un tratto saltato da parte ordinava ai suoi scaricassero l'arme a trenta passi di distanza: un terzo e più della compagnia Dandolo giacque spenta, degli ufficiali Ludovico Mancini ebbe forata una coscia, alcuni soldati accorsi a sollevarlo riportarono gravi ferite, e lo stesso soccorso fu da capo trapassato nel braccio; Silva lamentò una mano lacera, a Colomba toccava una palla in bocca che stracciata tutta la carne gli uscì dalla guancia. Al Dandolo una palla traditora trapassò il corpo da petto ai reni: i suoi rincalzati dai Francesi, lasciaronlo solo; ma solo non si poteva dire perchè rimase al morente il Morosini gentile sangue latino. Dopo breve intervallo i soldati nostri ripresero animo irruppero a corpo perduto contro i Francesi: allora due pietosi si fecero a mettere in salvo il Dandolo e il Morosini; questi come a fortuna piacque illeso, l'altro ahimè! boccheggiante nella morte. Dopo breve egli periva bello, elegante di forme, di costumi santissimi; non contava ancora ventidue anni. Percuote la mente di pietà la trepidazione del fratello dello spento capitano Emilio Dandolo, il quale fermo sotto l'arme non poteva sovvenire, nè andare in traccia del diletto capo; ne domandava ai feriti i quali gli passavano vicino, e il Mancini gli disse: «tuo fratello....» e più non potè dire; più aperto ma sempre dolorosamente incerto un Bersagliere; «or'ora cadde per ferita mortale.» Il dabbene giovane trafitta l'anima senza potere porgere aita al pericolante, senza potergli dare l'ultimo bacio, e chiudergli gli occhi con passi concitati camminava su e giù di fronte alla compagnia vinto da ira, da pietà, e da dolore, mordendo la canna di una pistola per impedire le lacrime che traboccassero. Mentre durava il giovane in cotesta agonia, ecco sopraggiungergli addosso il Garibaldi e dirgli: «andate con 20 dei più valorosi dei vostri a pigliare con la baionetta la villa Corsini.» Al Dandolo parve sognare; arduo conoscere la cagione dello spietato comando; forse, nonostante la calma olimpica che ostentava il Garibaldi, anche a lui la febbre avvampava il sangue, o forse conoscendo come da tutte coteste morti non potesse uscirne altro bene eccetto quello di mostrare al mondo la virtù nostra disegnasse fargli toccare con mano, che molti anco adesso la Italia novera dentro a se Leonidi alle Termopili, e Fabi a Cremera. Cotesto era comando disperato da darsi ad anima disperata, e tale si sentiva in quel punto Emilio Dandolo; trovò i venti perduti, e andò con essi, correndo tutti, a capo basso, senza contare chi cascava, arrivati sotto il palazzo erano dodici; di faccia fulminavano i Francesi da tutte le finestre del palazzo, dietro le spalle mulinava un turbinio di mitraglia dei nostri cannoni, e' fu mestieri uscire di là se pure non volevano coi frantumi delle proprie membra lacerate seminare il terreno; nel ritirarsi una medesima palla ferì nella stessa parte, la coscia, il Signoroni, e il Dandolo; di ventuno, al Vascello tornarono sei.

Trasportato ferito all'ospedale volante l'amoroso fratello se ne prevale per andare attorno zoppicando in mezzo a dolori atrocissimi in cerca del fratello, e in ogni giacente appuntava l'occhio bramoso per riconoscere le dilette sembianze, e già gli era vicino, e stava per iscoprirlo quando un pietoso fu pronto a celarglielo: il Manara vedendo quello strazio fece cuore di ferro, onde cessasse, e chiamato col cenno della mano il Dandolo lo trasse in disparte; quivi strettegli ambe le mani gli disse: «non travagliarti più a cercare tuo fratello... io ti farò da fratello!» Trasportavano da capo il Dandolo all'ospedale e questa volta più morto, che vivo.

Non io per certo mi stancherò ricordare i fatti, e i detti dei nostri eroi nella memorabile giornata, bensì lamenterò sempre che tutti non mi sieno potuti giungere; per la quale cosa mi è tolto consolare coteste anime di laudi, e di pianto.

Il sergente Morfini lombardo giovane di 18 anni con la mano squarciata da un colpo di baionetta, dopo messa un po' di fasciatura alla ferita, torna in battaglia. «Che fai tu qui? Gli diceva il Manara, ferito come sei non giovi a nulla.» Ed egli replicava: «lasciatemi stare; alla peggio farò numero.» Rimase in fatti, e fu visto sempre combattere fra i primi, finchè colpito nella testa cadde e spirò.

Si rinnuova il caso di Eurialo e Niso nel Bronzetti tenente, il quale sapendo il suo soldato di servizio giacersi morto presso la villa Corsini caduta in potestà del nemico, tolti seco quattro uomini risoluti di mettersi allo sbaraglio, cacciatisi fra mezzo le scolte francesi, rinvennero il cadavere, se lo recarono su le braccia e per ventura che sa di prodigio, trattolo in salvo gli diedero pietosa sepoltura.

Peggior sorte, non però meno degna di onorata ricordanza toccò al soldato della Longa milanese, il quale non volle lasciare in balìa dei Francesi irruenti il suo caporale Fiorani cadutogli allato, caricatoselo sopra le spalle mentre con lenti passi procura scansarsi dalla mischia, colto di palla nel petto stramazza in un fascio col cadavere del caporale per non rilevarsi più.

Tanto infiammava i giovani petti l'ardore santissimo di Patria, che la più parte dei feriti non mandava lamento, e taluni mordendo fazzoletto, o panno, e per fino le proprie carni s'industriavano attutirlo, affinchè i compagni che li surrogavano nella lotta mortale non ne ricavassero cagione di sgomento.--Fuvvi un'ufficiale, ma non ne trovo il nome, che trasportato su di una barella all'ospedale col ventre orribilmente lacero, strappava il fazzoletto dalla ferita e gittandolo ai compagni rimasti, con forte voce gridava: «addio, rimanga con voi questo saluto di sangue.» Un altro giovane e bello, ferito nel costato da una palla di archibugio, seduto anch'egli su la barella, scoprivasi la ferita dalla quale detergeva il sangue di mano in mano che colava, onde pareva una rosetta vermiglia, sicchè additandola, e amaramente ridendo diceva: «i nostri amici di Francia e' mi hanno fatto ufficiale della legione di onore.» Fu visto un'altro ufficiale che fracassati il piede, e il braccio destri, tuttavia con la sinistra agitava il suo berretto messo sopra la punta della spada animando i combattenti coi gridi: «viva la Repubblica! viva la Italia!» Di cuore invincibilmente giocondo porgono testimonianza le parole profferite da certo soldato bergamasco nell'atto, che gli amputavano la destra: «manco male, che mi rimane quest'altra, (e sollevava la sinistra), per battermi, e per bere.» Il colonnello Morrocchetti ferito nel braccio, ci si avvolgeva intorno un fazzoletto, e co' denti il legava, nè per quanto fu lunga la giornata si posò un momento da battagliare. Parlammo del Bixio, e quello, ch'ei dicesse ferito, riferimmo; però leggo nelle memorie che mi vennero fornite, che alle parole aggiunse atti, che tacere è bello, imperciocchè la mia indole non consenta andare in visibilio, come sembra che accada a Vittore Ugo, di cenni, o di detti all'usanza del Cambronne della vecchia guardia; ma mi sento sforzato a notare le parole meste, e solenni di rassegnazione e di grandezza con le quali conchiudeva la sedicenne vita il Savoia da Mantova: «guarda me dispiass soltant a meurar perchè vedi miga l'Italia libera.»

Corrono diciassette anni dopo quella morte e noi proseguiamo affranti cotesto fine supremo del viver nostro, che ogni giorno più ci sfuma davanti; miserrimo fato è il nostro, prima avemmo gli uomini e ci mancarono le cose, oggi le cose sovvengono, e ci fanno difetto gli uomini.

Tra i morti trovo Sivori, e Canepa ufficiali di Montevideo Genovesi, Borelli di Mantova, Rasori di Soresina, Falgari di Romagna; Boldrini Cesare, in cui non sapevi che cosa tu avessi a lodare maggiormente o la umanità, o la scienza, o lo amore smisurato verso la Italia, vi rimase ferito e poichè egli aveva votato la sua vita alla Patria sciolse il voto a Maddaloni undici anni più tardi combattendo con fortuna migliore per la Italia, più dolente per lui. Gruppi di soldato a Montevideo diventato capitano a Roma stramazzò ferito, ma potè rilevarsi e vivere, e così pure Bassano Bignami di Mantova sempre presente a tutte le patrie battaglie finchè si spense rifinito dalle fatiche nel 1859 formando parte dei Cacciatori delle Alpi.

Allorchè il pro' Daverio tentando un disperato assalto alla villa Corsini con una mano di eroi, rimase spento a mezzo del viale con una palla in mezzo del petto, cadde l'animo un'altra volta ai soldati, e sgomentatisi si volsero con frettolosi passi verso la porta San Pancrazio, la quale cosa notata dal Garibaldi via precorrendo si pose fra la porta, ed i fuggenti a cui quando furono vicini favellò con parole vibrate: «voi avete sbagliato strada; non è per di qua, che si va a combattere il nemico.» A mo', che la lampada per olio nuovamente infuso si ravviva, per coteste parole ripresero ardire i soldati, e quantunque laceri, e stanchi tornarono a perigliarsi nella lotta mortale.

