# Lo assedio di Roma

## Part 57

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Chi poi non si sapeva consolare di cotesta vittoria era il Masina; sbuffava, e tempestava urlando, che a quel modo non si espugnano terre; se gli fosse riuscito avrebbe preso pel collo il re di Napoli e costrettolo a rientrare in Velletri, perchè se da re non aveva saputo difenderlo lo difendesse da uomo; ma intanto che col re non si poteva sfogare non dava pace ai compagni, e gli destava a calci, pur sempre sclamando: «e ora bella forza prendere Velletri! Sono stato in città e non vi è più nè manco l'odore di Napoletanni.»

Adesso nelle mie note trovo scritto un caso che parmi ottimo a riferire; forse taluno osserverà, com'ei non si addica al sussiego della storia e di ciò non curo, però che io reputi degno della storia tutto quanto ammaestra la vita: Garibaldi a Velletri pose stanza nel medesimo palazzo dove albergò il re Ferdinando; colà adagiato sul letto mandò pel medico perchè gli visitasse l'affranta persona, e vedesse un po' se vi era verso di farlo soffrire meno: il medico venne, e gli ordinò il salasso, ma ei non ne volle sapere; allora un bagno, e a questo aderì: mentre per tanto ei se ne stava immerso nell'acqua fu udito dalla contigua stanza dare in iscoppio di riso, onde il trombetta Colonna che lo serviva da cameriere entrato nella stanza gli domandò: «che ci è da ridere Generale?» Ed egli: «rido perchè mi è caduta la camicia nel l'acqua, ed io l'ho figlia unica di madre vedova.»--«Aspetti un minuto, replicava il trombetta, vedremo di rimediarci.» Ed uscì fuori interrogando i presenti se potessero prestargli una camicia, ma quanti udi si trovavano nei medesimi piedi del Generale, eccettochè a loro la camicia non era cascata nell'acqua. Messo alle strette il giovane Colonna si accosta al dottore Ripari e si gli dice: «io ce lo avrei il ripiego, ma non mi attento.» Il dottore di rimando: «parla franco.» Allora il trombetta: «oh! la senta, nel convento degli Agostiniani a Palestrina nella camera di un frate, mi saltarono, sto per dire, da se nelle mani parecchie camicie, ed io per non fare il superbo con la Provvidenza me le riposi nello zaino, dove a tutt'oggi si trovano; però se le paresse cosa io ne darei una al Generale...--Certo, che la mi pare cosa da farsi, rispose il dottore.»--A quel modo Garibaldi potè adagiarsi nel letto di un re con la camicia di un frate! Vicende del mondo, bizzarrie di cervello secondo la indole italiana. Nella sala del palazzo Angelotti o Ancillotti a Velletri ci era un trono, tutto damasco ed oro, dove si assideva nella sua maestà il Cardinale legato: al dottore Ripari prese il capriccio di mettercisi a sedere fumando la pipa: il dottore notò che ci si stava come in qualunque altra seggiola ordinaria; forse peggio; ed io poi aggiungo, che l'azione che ci fece egli, certo fu la migliore di quante il Cardinale ce ne avesse mai fatte. E un'altra ventura non meno piacevole è questa: i ragazzi del Sacchi, co' feriti meno gravi stanziarono dentro un convento, distribuendoli soldatescamente, con le sentinelle, le veglie, e con gli altri tutti ordini, per bene: non andò oltra un'ora, che da quella parte fu udito uno schiamazzo da assordare la gente a un miglio di distanza: accorsero per vedere che disgrazia fosse accaduta; non trovarono sentinelle, le porte sprangate, più e più volte chiamarono, e in mezzo a quel diavolìo non fu possibile farsi sentire; atterrarono le porte, e rinvennero i ragazzi, non esclusi i feriti, a corrersi dietro urlando freneticamente inebriati di chiasso; li ripresero, e si misero a ridere, li minacciarono e risero più che mai: che pesci pigliare? Soldati erano di undici a sedici anni.

Il Garibaldi inseguiva i Napoletani, ma per quanto affrettasse il cammino non li potè raggiungere; lo abbandonava il Rosselli richiamato a Roma, ed egli aggiuntasi la brigata Masi si gittò su la provincia di Frosinone a purgarla dalle bande dello Zucchi, uomo nel trentuno tenuto in pregio e più tardi comparso a prova cattivo soldato, e pessimo cittadino; il peggio è vivere troppo. Allo accostarsi dei nostri le bande dello Zucchi spulezzavano; i nostri dovunque mostravansi come liberatori venivano acclamati; forse erano coteste accoglienze sincere, ma siccome i popoli le profferiscono a tutti, così riportando l'effetto non giudichiamo lo affetto. Questo poi è sicuro, che i Napoletani non opposero resistenza nè ad Arce nè a Rocca di Arce: stavano in procinto di avviarsi a San Germano quando richiamati a Roma rifecero i passi per Frosinone, Anagni, e Valmontone.

Anco questa questa impresa andò fallita perchè al Rosselli pareva zarosa troppo, dovendo assalire un nemico potente di artiglieria, e di cavalleria, e due cotanti più forte appoggiato alle fortezze di Capua, e di Gaeta; le sono saccenterie di uomini mediocri, che a sè, e ad altri danno ad intendere per sapienza; con cento volte meno di forze il Garibaldi più tardi mandava in fasci cotesto reame; e il Rosselli avrebbe dovuto dirmi se reputava più agevole tornarsi addietro per combattere con le forze della repubblica romana la repubblica francese. Il Triumvirato poi fra i due partiti o di richiamare tutte le milizie a Roma, o di spingerle tutte contro Napoli e' si apprese ad un terzo e fu il peggiore, le scisse in due senza saperne il perchè.

Adesso prima di accostarci a Roma per non dipartircene più fino al fato supremo ci occorrerebbe per via di episodio favellare dei casi di Bologna e d Ancona; altri gli ha descritti, e non potendo io agiungere nulla di nuovo me ne passo; solo rilevo, ma importa poco (non già perchè non lo meriti, che anzi lo meriterebe moltissimo, ma sì perchè la gente non ci bada, e non ci ha badato mai) che ci furono minacce terribili del soldato Wimpfen, ed anco terribili fatti, ma questi meno acerbi di quelli, e furonci eziandio minacce del prete Bedini, ma blande così che parevano carezze; i fatti poi atrocissimi, pari in tutto alla mente di quel piissimo Pio IX, il quale come notai sul principio di questo libro, fuggendo a Gaeta pregava Dio pei suoi traviati figliuoli, chetornato poi faceva paternamente decapitare.

Questo altro importa di più. Bologna con le armi alla gola intimata a sottoporsi al Papa risponde: no; messa la proposta a partito avanti al Municipio sopra quaranta, trentasette rispondono per la repubblica, tre pel papa; allora gli Austriaci adoperarono le armi, e il popolo le respinse con valore piuttosto stupendo, che raro: sopra gli altri si mostrarono feroci i volontari viennesi, e non fu male, chè su l'odio di razza versarono olio a renderlo più duraturo, e più intenso. Col giorno declinava il cuore al Municipio, chè la notte porta consiglio, ed egli pensava ai casi suoi; all'opposto cresceva nel popolo a cui i danni patiti erano argomento di vendicarli, non già d'invilirsi: mentre pertanto questo apparecchia le armi, quello manda deputati al campo per implorare armistizio, e l'ottiene per dodici ore. Nelle dodici ore furono per la parte dei patrizi e dei borghesi adoperate viltà, che nè manco dodici secoli basteranno a cancellare perocchè mirassero tutte ad abiettare l'animo del popolo; decorso il tempo dello armistizio invano, si riprese da una parte, e dall'altra il combattimento, poi lo cessarono fino al giorno undici maggio: nè ciò si attribuisca a cortesia, ma sì a voglia di accertare la vittoria, aspettando rinforzi, che di ora in ora accorrevano: per cui è uso a toccarne, nè manco in venti contro uno pargli stare sicuro.--Le arti della persuasione andate a vuoto si tenta altra via per tagliare i nervi al popolo: il Preside, ceduta ogni sua autorità al Municipio, fugge; il Municipio si dichiara incapace a sostenere la guerra, e nomina una commissione; non per questo il popolo ciondola; combatte più furibondo che mai, anzi per troppo ardore peggiora le cose sue; ostinazione pari non fu mai vista, chè l'Austriaco si ostina a vincere a suono di cannonate; così tra morti, ruine, ed incendi si dura a tutto il quindici; la mattina del 16 verso le sette il Municipio bandisce chiusa allo scampo ogni via, necessaria la capitolazione; per ira il popolo si strappa i capelli, ed urla vada piuttosto sossopra la terra; il nemico avvisato torna sul bombardare senza misericordia fino alle due: allora ci si mette di mezzo l'Opizzoni arcivescovo reverito meritamente, ed amato: il popolo da tanti lati conquiso reluttante piegò I Patrizi e i Borghesi dicevano altrui, e forse se ne persuasero anch'essi, almeno qualcheduno, che provvedevano alla pubblica utilità, e non pensavano che alla propria, operando a quel modo. Il popolo solo dura fino agli estremi o perchè abbia più cuore o perchè abbia meno quattrini; che se penuria di beni fa copia di anima maleaugurate sieno dovizie, e civiltà. Lasciando gli antichi esempi di Sagunto, e di Numanzia ai giorni nostri solo i Russi osarono ardere Mosca vetustissima capitale, e per giunta città santa, i Francesi all'opposto apersero le porte ai nemici collegati contro loro, e li festeggiarono. O questa nostra non è civiltà, o vuolsi abominare la civiltà, se inetta a partorire i gesti dei quali si palesa feconda la barbarie.

Riportano gli storici un fatto, il quale io non ho potuto a posta mia verificare: però sopra la fede loro lo ripeto, pure notando, che ci si mostra in tutto conforme alla natura dei prelati romani: al maresciallo Wimpfen repugnante ad ammettere il quinto articolo della capitolazione, il quale portava non si molestassero gli abitanti di Bologna pe le cose fino a quel punto commesse, il Bendini consigliava accettasse tutto; entrato in città avrebbe fatto a modo suo; della quale indegna proposta incollerito il soldato rispose al prete: «questo sta bene a voi, non a me, uso ad osservare la fede data!»

Ed Ancona eziandio oppose resistenza gagliarda, ma di Bologna minore assai, e senza misura più debole di quella, onde essa va illustre, opposta un dì alla gente tedesca condotta dallo Imperatore Federigo. Il Viceammiraglio Belvese profferiva a Livio Zambeccari comandante della piazza il sussidio delle armi francesi; accogliesse in città soli trecento soldati, gli consentisse inalberare sul forte la bandiera di Francia, e poi vedrebbe: forse sarebbe stato sagace mettere male biette fra l'Austria e la Francia perchè venissero a screzio tra loro, ma era ingeneroso, quindi a dritto il colonnello Zambeccari con parole acerbe disse al Francese, si vergognasse, stupida cosa nonmenochè iniqua parergli, che mentre i suoi ruinavano col ferro e col fuoco le sacre mura di Roma egli si profferisse a difendere quelle di Ancona: si allontanasse, Germani e Galli a noi un dì tutti servi, tutti di noi al presente nemici.--Il Francese scorbacchiato si partiva nè mai più si rivide. Gli Austriaci rinvenuto maggiore intoppo che non credevano, trassero milizie dalla Toscana come quelli a cui premono poco gli onori, moltissimo gli utili della vittoria. Incendiarono la polveriera di Santo Agostino con tale e tanto danno che dei prossimi fabbricati alcuni tracollarono, gli altri ne rimasero intronati: nel medesimo giorno ventotto case andarono in fiamme: tagliarono i condotti delle acque; affinchè un'oncia di cibo non s'insinuasse in città rigidamente vigilarono; l'ospedale dei feriti presero sopra tutti di mira; il cardinale arcivescovo mandava al Wimpfen per l'amore di Dio risparmiasse la città, fulminasse le fortezze; ma il soldato rispondeva attendesse a pregare pure Dio, quanto a lui dovere apportare al nemico il maggiore danno che potesse. Certo non erano gli Anconitani ridotti a vedere i guerrieri attriti dalla inedia giacersi per terra, e la razza delle donne che spartivano il latte fra il proprio figlio, e il soldato perchè si rinfrancasse e tornasse a pugnare non ci era più. Dopo ventisette giorni Ancona capitolava; le sue chiavi ingrommate di sangue portò un tedesco a Pio IX a Gaeta, e Pio IX ricevendo da mani tedesche coteste chiavi esclamava: «dopo Dio avere posto ogni sua fidanza nell'Austria.» Di Dio non so, nè credo, nell'Austria sì, annodati insieme da comuni interessi i quali di presente essendo venuti meno il Papa all'Austria sostituiva la Francia. A Roma diede Ancona il delitto, ne conservò il dominio co' tradimenti e con le morti; ed ora che la giustizia di Dio gliel'ha tolta di mano empie il mondo di guaiti: che il lupo urli per fame s'intende, per naturale istinto ha bisogno di sangue, ma che il prete smanii perchè gli manchino popoli a trucidare non s'intende: le vittime di sangue abolì Gesù Cristo.

Anco la Spagna venne a dare del suo pugnale nel petto alla Libertà pensando, che trafitta in Italia, non sanguinasse per lei: dicono, che ciò si disponesse a fare per conseguire l'approvazione papale alla vendita dei beni ecclesiastici, perocchè da prima la cupidità persuase gli Spagnuoli a stenderci sopra le mani nulla curando se putissero di zolfo, adesso poi la beghineria loro li voleva ripurgati nell'acqua benedetta. Ottimo quanto essi operarono in Ispagna, ma udendo che l'Assemblea romana aveva fatto lo stesso a Roma la chiamarono ladra, e assassina. Se in queste dolenti pagine avesse luogo il riso noi vorremmo raccontare la intimazione grandiosa mandata alle _autorità_ di Fiumicino consistenti in un ufficiale di sanità, ed in un piloto; quantunque nè anco questa valga a giocondarci, allorchè ci feriscono gli occhi queste parole sinistre d'iniqua verità, la repubblica romana «agonizzava sotto l'assalto della forza armata di quattro nazioni unite insieme per distruggerla.» La Spagna mandò novemila uomini, e quattrocento cavalli: il danno a noi fu poco perchè non presero parte ai fatti di armi, molto a loro se consideri la grave spesa, e l'erario stremato; moltissimo poi se poni mente che manomettevano insensatamente nelle nostre terre quei diritti, che con tanto travaglio, e tanto martirio in casa loro appena possono difendere dalla antica tirannide. Nella tragedia romana alla Spagna piacque la parte di Tersite; quella di Calcante sostenne la Francia.

Il Garibaldi entra in Roma appena curato dai Triumviri; da memorie mie particolari so, che egli non possedeva tanto da comperarsi un cappello nuovo, e un paio di stivali: e' fu Daverio che lo notò al Ripari intanto che questi gli medicava le contusioni e le ferite, onde senza tenergliene motto sostituirono al cappello sfondato, ed agli stivali, che seminavano le suola altri comperati dei loro denari, e il Generale se ne valse non addandosene, ovvero fingendo non addarsene.--Lui posero in misero albergo alle Carrozze, la legione alle Convertite; nè parve di buon'occhio lo vedessero a Roma, conciossiachè gli proponessero spedirlo subito ad Ancona, ed egli assentiva a patto fornissero di scarpe i suoi soldati; ai suoi calzari pensavano gli amici, a quelli dei soldati non poteva provvedere egli.

La speranza degli accordi cullava i Triumviri i quali durante la tregua conobbero, ma non curarono, come contro le consuetudini militari i Francesi occupassero i luoghi onde rendere vana qualunque difesa; però essi presero la basilica di San Paolo, e Monte Mario; anco provvidero a stabilire un ponte traverso il Tevere, e poichè i nostri inviarono taluni ufficiali a speculare i Francesi dissero essere cosa da nulla e provvisoria fatta allo scopo unico di andare a raccogliere i disertori e gli ubriachi; e non era vero, però che tentato il luogo di un tratto ci costruirono un ponte di barche, e per arroto un fortino per difenderlo. Chiunque ha fiore di senno non vorrà biasimare o biasimare troppo i Francesi per essersi avvantaggiati della ignavia nostra, ma gli spregerà come meritano quando sappia, che da questo spingersi innanzi senza contrasto cavassero argomento per versarsi elogi a bocca di barile; molto più, che il Lesseps mandato per abbindolare i Triumviri li scongiurava a non inviare gente da coteste parti, o almanco a non inviarcele armate per timore di risse le quali arieno mandato all'aria lo accordo lì lì per conchiudersi. Ingannato il dabbene uomo ingannava. Quando la brigata Sauvan conquistò il Monte Mario ci ebbe a trovare pochi lavoratori inermi; a rimbeccare il malnato orgoglio di questa gente _nemica del nome latino_ ci valgano le parole stesse del Lesseps all'Oudinot: «se a Monte Mario non rinveniste contrasto voi lo dovete al continuo assicurare che io faceva i magistrati non s'inalberassero dei vostri moti, i quali miravano all'unico intento di tutelare Roma dagli eserciti nemici accorrenti ai danni di lei; se ciò non era le campane della città avrebbero sonato a stormo e voi avreste veduto lo universo popolo, anzi perfino le donne armate di coltello correre ad assalirvi a Monte Mario.»

Intanto che dal Lesseps si affermava una cosa e l'Oudinot la disdiceva, il Generale domandava a costui che intendesse insomma di fare, e l'altro gli rispondeva il primo luglio 1849 che avendo ordini di assalire la piazza non poteva cansarsene nè voleva, solo avrebbe differito a investirla fino a lunedì mattina _per lo meno_. I Romani dopo questa dichiarazione se ne dormivano fra due guanciali: forse si confidavano nella custodia delle oche tradizionali del Campidoglio.

Adesso vuolsi toccare così di volo qual'era Roma quando fu combattuta dai Francesi dalla parte in cui si ridussero le offese, e le difese. Il Trastevere si congiunge col sinistro lato della città con tre ponti di pietra, e lo difende giù a valle il castello Santo Angiolo, che sporge in fuori quasi ferro di lancia; quinci un bastione va su su a destra, e chiude il monte Vaticano con un'angolo risentito, indi riavvalla fino alla porta Cavalleggieri, e di là da capo si erpica sul Gianicolo fino a porta San Pancrazio; indi si distende sopra parte del monte Verde, dove svoltolando a un tratto dechina giù fino alla porta Portese. Il bastione poi non ha fosso davanti a sè, non via coperta, non opere avanzate, per di dentro archi sopra archi; dai colli circostanti possono batterlo a livello pari, dal monte Mario a cavaliere.

Da porta San Pancrazio esce una via, che dopo breve tratto si bipartisce, e un ramo piglia tra la villa chiamata Vascello di Francia, e quella Valentini, mentre l'altro passa fra la Villa Corsini, e il Parco Pamfili, ma poi entrambi mettono sopra la strada maestra di Civitavecchia. Dista il Parco Pamfili un tiro di cannone dalle mura di Roma, e quivi il nemico ha facoltà di ordinarsi riparato in battaglia; dove però avesse preso anco le ville Corsini e del Vascello acquista modo di approssimarsi al coperto e quasi non visto fino sotte le mura di Roma.--Se poi non gli riusciva impadronirsi di queste due ville allora nè manco gli avrebbe giovato il Parco Pamfili, dacchè da esse si tira a fittone in mezzo di quello; al contrario presi tutti questi casamenti, e rafforzatocisi dentro, quanti si affacciavano alla porta San Pancrazio tanti sarebbero iti al bersaglio, e quindi impossibile qualsivoglia sortita.

Da questo lato fu nel campo francese deciso assalire Roma, e ciò pei conforti del generale Vaillant uomo di guerra eccellentissimo; certo in apparenza più arduo, ma insomma il contrario, però che dalla parte meridionale se riusciva più agevole abbattere le mura più difficile, anzi terribile inoltrarsi nella città irta tutta di tagliate condotte con maestria grande, e difese dal popolo non immemore della sua prisca fierezza. Quì poi aperta la breccia si saliva sul Gianicolo; donde, dopo incoronatolo di artiglierie, potevasi esortare il popolo a cedere alla onnipotenza della forza. Questo disegno prevalse all'altro del Leblanc, ed affermano altresì, il Vaillant lo portasse bello, e approvato dal Presidente della Repubblica; aggiungono ancora, che il Vaillant riconosciuta ben bene la città lo ebbe a reputare sempre più migliore.

I Francesi, e lo stesso Vaillant scrissero avere prescelto questo lato alle offese per istudio di non ingiuriare i monumenti di Roma, e sono solite vanterie, onde i Francesi da per tutto il mondo vennero in fama di sazievoli: difatti da cotesto lato appunto occorrono i più gloriosi monumenti della Chiesa, e dell'arte; e nonchè essi andassero immuni da ingiuria furono guasti e malconci.

Che dal riconoscimento della piazza fato dal Vaillant ne uscisse danno irreparabile non credo, tuttavia importa notare, ch'egli ci entrò sotto mentite spoglie di medico quando l'Oudinot, pei consigli del Lesseps mandava in dono ai Romani un carro pei feriti. Così tutto o buono, o reo dei francesi doveva cascarci addosso pernicioso, la generosità del Lesseps, come la perfidia dell'Oudinot: i Romani commossi ricambiavano cotesto dono da Sinone con altro carro carico di _sigari,_ e davvero sarebbe grulleria dolercene, chè simili arguzie formano parte degli strattagemmi di guerra per cui il capitano piuttosto lodasi, che no. E poichè da quanto siamo venuti esponendo la villa Corsini si reputasse meritamente la chiave dei vari punti di offesa fuori della porta di San Pancrazio, così l'Oudinot attese ad occuparla ad ogni patto anco con frode: a questo modo gli uomini vulgari per procurarsi plauso fanno fango della nobile fame, barattandone l'apparenza con la sostanza.

Costui pertanto dopo la promessa che non avrebbe investita la piazza prima del lunedi mattina, _almeno_, ch'era il 4 di giugno, proditoriamente nella notte del tre assaliva i posti avanzati fuori della porta San Pancrazio: vilipeso della sua perfidia da nostrani come da stranieri rispondeva: invano rinfacciarglisi la tradita fede; altro essere piazza, ed altro posti avanzati; ma un uomo riputato di guerra ebbe a dirgli, che i soldati di onore non devono farsi a pescare cotesti sottigliumi dagli azzeccagarbugli. Certo dal nemico bisogna sempre aspettarci ogni guaio peggiore; e chi si fida suo danno se poi si trova deluso: e nei tempi antichi, che risentivano tuttavia del salvatico non si stava tanto su lo spilluzzico, pure le immanità, e i tradimenti espressi si narrano non si commendano: ai tempi nostri spettava ai Francesi, i quali pretendono a un punto il vanto di civili, e i vantaggi sanguinosi della barbarie, non solo pareggiare, ma vincere le truculenze tartare, e scitiche. Se da un lato non si scusa cui si lasciava prendere alla sprovvista, dall'altro poi vituperiamo la frode del Francese tanto più rea quanto che commessa da popolo gagliardissimo su le armi contro un popolo debolissimo ed innocente.

Prima del giorno il chirurgo Ripari stava medicando le ferite al buon Garibaldi il quale nel tumulto della battaglia se l'era dimenticate, ma ora posando, esse si ricordavano di lui, quando il cannone si fece sentire, ond'ei rimase sospeso con le fasce in mano: ecco allo improvviso salta in mezzo della stanza il pro' Daverio esclamando: «su per Dio!» senonchè visto lo stato del Generale soggiunse: «dunque finisci di medicarti, e tu fa presto e vieni via; intanto io vado.» «Va pure, rispose il Garibaldi, ma qui vi è la bandiera, e bisogna provvedere a cui darla, e per cui mandarla; da una parte e dall'altra per questa operazione ci vogliono ufficiali.» «La è presto fatta, mandala per Ripari al Masina.» E il Ripari come gli ordinarono fece, ed avendo trovato il Masina a dormire lo tirò per un piede gridando: «come! si sparano cannonate contro ai Francesi e tu dormi?»--«Mo'! esclamava il Masina, io non sentiva niente» e calzati gli stivali scappò via con le altre vesti in mano abbigliandosi in fretta e in furia per le scale, e per la strada intantochè correva.

