Part 56
Questo insomma il combattimento di Palestrina, il quale partorì vantaggi, che in parte andarono perduti a cagione del sollecito richiamo del Garibaldi a Roma, durarono però la baldanza nei nostri di vincere quante volte fossero stati messi di fronte ai Napoletani, e la facilità di cavare fodero dalle provincie meridionali. Deplorammo diece morti, tra i quali anco il tenente Mengarelli, feriti venti e più; dei nemici rimasero spenti cinquanta, altrettanti e più feriti; fra i morti parecchi ufficiali stranieri, e tra i feriti altresì; ferite, e morti ignobili però che coloro i quali vendono l'anima e il sangue a prezzo altro meritino che precipitare per via di sangue nel sepolcro illacrimato: molti i prigionieri coperti di amuleti, abitini ed altre siffatte idolatrie abolite da Cristo e ritornate in fiore dai preti come merce fruttuosa su tutte per la religione bottegaia; nondimanco costoro maledicevano Dio, i Santi e il Papa.
Non si narrano le esultanze, ed i falò dei Romani per la vittoria di Palestrina; questo solo si nota, che i feriti udendo eccheggiare l'aria del grido: _Viva la Repubblica_, sporgevano il capo e le mani fuori delle carrette sclamando anch'essi «oh! viva, viva.»
Incerto il numero della gente che mosse da Roma alla impresa di Velletri, chi dice 8,000, e chi 10,600, certi corpi, e li comandava il colonnello Morrocchetti, ed Haug erano preposti all'avanguardia, il Garibaldi alla battaglia, alle dietro guardie ed alla riserva il Galletti. Altri notò e bene quanto malvagio partito fosse quello di mettere a capo di una divisione due Generali pari in grado permanente, all'uno dei quali si conferiva il supremo comando; di fatti indi a poco il Garibaldi si faceva cedere dal Morrocchetti anco il comando della vanguardia, dissidente o non consapevole il Rosselli, e certo questo fu grave fallo del Garibaldi: non importa ricordare qui gli esempi rigidissimi co' quali i Romani mantennero la disciplina, imperciocchè ogni uomo comecchè imperito di milizia vada persuaso come senza disciplina si abbiano torme di predoni non già soldati; ed io per quanta reverenza porti al Garibaldi non posso difenderlo dalla colpa commessa; lui scusano l'amore immenso per la Patria, l'anima ardente di sacro entusiasmo, ed il sentimento del sapere e del potere, e tuttavolta la colpa rimane.
Chiunque vuol conoscere come fossero disposti i Napoletani può cavarsene la voglia leggendolo nell'Hoffstetter, e nel Torre, ma in questo meglio che nel primo, il quale assai mi ha l'aria di arruffone e di millantatore; al mio bisogno basta esporre, che i nostri instando sul centro del nemico avrebbero fatta mala prova sempre, perchè difficile vincerlo in questo lato difeso stupendamente dalla natura e dall'arte, e quando vinto egli poteva ritirarsi senza una molestia al mondo; nè compariva più savio partito assalirlo al fianco sinistro, dacchè il nemico poteva ripiegare l'ala sul centro, e noi inoltrati circuire col centro stesso disteso dietro le nostre spalle, costringendoci a deporre le armi, ovvero a morire senza pro; ottimo avviso battagliare dal lato destro, dacchè qui il terreno montuoso si adattasse meglio al modo di combattere scompigliato dei nostri, i quali arieno potuto esercitare la prestanza individua, mentre per converso il nemico poco vantaggio o punto avrebbe cavato dalla sua disciplina; oltre questa occorrevano altre ragioni e del pari gagliarde, che per istudio di brevità si tacciono. I nostri delle due vie che conducono al nemico stanziato presso Valmontone, Frascati, Albano, Genzano. Velletri, e per le terre, che si avvicinano al mare presero quelle che da Zagarolo mena a Valmontone ed a Montefortino più lunga, ma meno esposta alle molestie nemiche. Le spie messe dietro allo esercito napoletano riportavano come egli con celeri moti si raccogliesse intorno a Velletri non lasciando indovinare se per allestirsi alla battaglia, ovvero per evitarla con la ritirata; per noi qualunque fosse il concetto di lui urgeva assalirlo, chè riusciva impossible ad uomo frenare lo impeto dei soldati; ma dove non valeva l'uomo, valse la fame: mancarono i viveri; di quì le querimonie scapigliate contro l'amministrazione ed a torto, imperciocchè non a lei, bensì allo stato maggiore corresse l'obbligo di vigilare che gli ordini del supremo Comandante sortissero adempimento, i quali furono che ogni soldato si portasse le cibarie per due giorni. Questo negozio delle munizioni in ogni tempo sperimentammo arduo. I Romani recavano seco armi di ferro atte così alla offesa come alla difesa, scudo, lorica, elmo, e per di più il palo onde ad ogni fermata costruivano il vallo, e per giunta il nudrimento di quindici dì: oggi le razze non so se nascono più affrante, ma certo per manco di esercizio, o per uso intempestivo, e troppo delle forze vitali le proviamo di nerbo sotto alle antiche e di molto. Al pane si potrebbe surrogare biscotto, il quale se fatto nelle regole, e di roba buona risparmia macinatura, cottura ed altre faccende di simile sorte nè facili nè brevi per le milizie in campagna, dacchè lo vediamo quotidianamente sopperire ai lunghissimi viaggi di mare.
Perderono dunque per via tempo maggiore, che non avessero voluto; pure il Garibaldi trascorrendo oltre arriva co' suoi la mattina sotto Velletri avendo però mandato avviso al Generale Rosselli perchè si affrettasse a rinforzarlo, e questi gli rispose: andasse cauto, si astenesse da ingaggiare battaglia, solo attendesse a spiare ogni mossa del nemico, ricordasse essergli giunte testè le vettovaglie in campo, ed esperienza, e insegnamenti dissuadere la zuffa con milizie sconfortate di cibo e di bevanda. Ora gli emuli del Garibaldi lo appuntano della seconda colpa, la quale fu, postergato ogni consiglio o piuttosto ordine, avere continuato la marcia, anzi pure attaccato la mischia, e non è vero.
Velletri è città di 12,000 anime, situata in cima ad un colle; la via che mena a lei per circa tre miglia prima di arrivarci è tagliata ad angolo retto, a destra ed a sinistra, da talune eminenze fra mezzo alle quali essa procede; il Garibaldi con disegno accorto dietro queste eminenze dispose grosse squadre di soldati regolari mentre egli coi legionari, e volontari suoi prosegue per la via: passate coteste alture la campagna si stende con piano inclinato, e la via continua traverso a quelle, quasi chiusa, fra due argini che la sovrastano una trentina di braccia e più; tutta questa stesa appellano i _colli latini_; e qui pure il Garibaldi ordinava i suoi dal manco lato e dal destro in modo che tagliassero la strada con linee parallele e diritte. Il Garibaldi disposte le sue genti a quel mo', dopo avere spediti qua e là stracorridori a speculare si mise a sedere sotto un pino che ombreggiava la via, ed essendo ormai le ore otto voltosi ai compagni disse loro: «Orsù vediamo di rompere un po' il digiuno.» Dentro un tovagliolo allora gli portarono tre panini, quattro once di salsamento, e forse altrettante di cacio cavallo; non mancava il vino, forse un bicchiere e nemmeno: i convitati otto, col Garibaldi nove. Taluno disse al Generale: «mangi tutto lei, almanco uno di noi si caverà la fame.» Egli al contrario: «no abbiamo a mangiare tutti, capisco che non ci è pericolo di morire per ripienezza.» Mentre egli recatosi in mano un panino faceva atto di spezzarlo ecco un lanciere sopraggiungere da Velletri a briglia abbattuta, e domandare da lontano: «dov'è il Generale?» Qui, fugli risposto, ed egli tostochè lo vide: «Generale dalla città sboccano in massa cavalleria e fanteria.» Il Garibaldi, che teneva fra le dita un pezzo di pane lo depose per bene nel tovagliolo, si levò, e fregatasi due o tre volte col palmo della destra la fronte si abbassava la falda del cappello su gli occhi, poi con voce forte e pacata ordinò al lanciere: «Tornate addietro, e date ordine che tutti i corpi avanzati si ripieghino in ritirata.» Il lanciere volte le groppe del cavallo, tocca di sproni, e via; dopo ciò il Garibaldi accenna della mano al dottore Ripari e gli dice: «tu fa voltare le mule ed i cannoni, e torna indietro a piccolo passo.» Il buon Ripari che di queste cose m'informa, ingenuamente aggiunge: «voi capite, che anco al medico col Garibaldi tocca a fare un po' di tutto.» Gli ufficiali di stato maggiore furono lanciati in questa parte ed in quella a portare ordini, il dottore se ne torna bel bello in giù a capo di quattro cannoni, e di quaranta mule cariche di munizioni rasentando l'argine a manca per lasciare libera per quanto più poteva la strada, il Generale anch'egli seguitava lento a cavallo dietro l'ultimo cannone. Intanto giovanetti a corsa passano domandando l'uno all'altro: «dove vai?» A chiamare il Rosselli, rispondevano. «Ed io pure.» Già i traini erano giunti alle eminenze negli intervalli delle quali il Garibaldi aveva disposto i soldati regolari, quando dalla parte di Velletri fu udito strepito di moschetteria, e indi a breve arriva tempestando un cavaliere che sussura nelle orecchie al Generale un motto, per cui questi mutata fronte va via di corsa col cavaliere. Il Ripari piantato lì in asso non sapeva, che farsi; statosi alquanto sopra di se ordina sostino le mule, e i cavalli della batteria, ed egli pure dietro al Generale.
Adesso narro cosa che a parecchi saprà di agrume, ma io la vo' dire perchè tante sono le prove del valore italiano, che davvero egli non può patire manco di fama per qualche colpa commessa; e poi tanto mi uggisce la jattanza francese di non averne tocche mai, che quasi mi piace raccontare come gl'Italiani non repugnino dal confessare per essi talvota non essersi compito il debito. Il Masina capitanava novantasei lancieri, bolognesi la più parte; prodi uomini tutti ma nuovi, egli poi comecchè giovane di anni, vecchio di perigli e di prove; militò in Ispagna, e da pertutto dove si combatteva per la libertà; per lui niente impossibile, il numero non contava come pel Garibaldi, usi a mutare in vere realtà le fantasie dello Ariosto: costui vedendo ruinargli addosso due squadroni di cavalleria napoletana si volse ai suoi, e parendogli che nicchiassero, con parole di obbrobrio li vituperava aggiungendo poi: «e che vi ha da importarre che i nemici sieno mille? O che me ne importa? O che fa averne di fronte quattro od otto? Su giovanotti alla carriera.» Ed egli via a precipizio; comecchè fosse cavaliere se non unico raro, pure montando certa cavalla inglese ardentissima storna di pelame, appena gli riusciva tenerla agguantando con le due mani la briglia; a quella guisa correndo primo e solo andò a dare di fronte nella cavalleria napoletana. Il Colonnello di quella vecchio di anni e di mestiere facendosi cuore gli si avventò contro menandogli un gran fendente sul petto il quale per ventura non lo arrivò; Masina allora abbandona le briglie, e trae in un attimo la sciabola tenendola voltata e ferma al collo nemico; la cavalla libera scorre via come saetta, il colpo coglie fulminando il Colonnello, che rovesciato a terra perde la vita. Il Sacchi nelle sue memorie afferma che il Masina trapassasse il Colonnello napoletano con un colpo di lancia, ma non è vero, chè egli non andava armato di lancia in cotesta congiuntura. Ora mentre il Masina tutto bollente si volge per incorare i suoi ecco si trova solo, imperciocchè i suoi lancieri, essendosi appressati ai nemici, e scorto com'essi di cinque volte e sei li superassero, e subito dopo venissero le fanterie a battaglioni, invilirono; presi da paura voltate le groppe fuggono. Il Generale Sacchi ne incolpa i cavalli sbrigliati, non assueti alla vampa ed allo strepito delle armi, ed è menzogna pietosa: i lancieri del Masina sotto Velletri scapparono abbandonando il Capitano a morte quasi sicura; ed anco peggio essi fecero se pure peggio si poteva, imperciocchè il Garibaldi pensando che il suo aspetto bastasse ad arrestarne la fuga, si pose col cavallo di fianco traverso la strada, e seco lui il moro Aguiar; ma lo aspetto non valse, nè il grido, nè il cenno, chè via trascorrendo lui, e il moro mandano sossopra, alcuni in essi inciampando rotolano per terra, onde in breve cotesto luogo fu ingombro da un mucchio di cavalieri caduti, e di cavalli. Afferma il Torre, che Garibaldi caduto stesse sul punto di restare trafitto dal Colonna maggiore napoletano se prevenendolo un lanciero non lo avesse morto prima di vibrare il colpo, e confonde forse col fato del Masina; altri, l'Hoffestetter, racconta come il Garibaldi avesse feriti la mano e il piede di palla, e nè manco questo è vero. Crediamo il Garibaldi che così mi narra il fatto, ed io tal quale lo trovo scritto nei suoi ricordi lo riferisco altrui. «Una compagnia di ragazzi che si trovava alla mia destra vista la mia caduta si scagliò su i napoletani con tal furore da fare stupire: io credo dovessi la mia salvezza a cotesti prodi giovanetti poichè essendomi passati parecchi cavalli sul corpo ne rimasi contuso per modo, che a fatica poteva rialzarmi, e rialzato mi toccava le membra per vedere se vi era nulla di rotto.»
Il Ripari visitandolo dopo la vittoria trovò il Generale ammaccato in tutta la parte destra del corpo, al malleolo esterno, al ginocchio, all'avambraccio, al cubito, ed alla spalla; la mano destra sul dorso riteneva la impronta di un ferro da cavallo; però finchè durò la battaglia il Garibaldi pareva non sentisse dolore, e forse l'anima sua tutta versata altrove non lo sentiva.
Dei ragazzi di cui parla il Garibaldi così mi occorre scritto nelle note fornitemi dal Generale Sacchi: «erano giovanetti di 16 anni o meno, che componevano insieme una compagnia comandata dal Capitano Airoldi bergamasco, e formavano parte del mio corpo: qui a Velletri si distinse per prova di stupendo coraggio assaltando i nemici alla baionetta, e molti di essi facendo prigionieri, i quali poi strana figura facevano di sè, tratti in mezzo a cotesti fanciulli; nè a Velletri solo ma nello assedio di Roma, e nella ritirata a San Marino sempre comparve indomita di coraggio, e pagò largo, ahimè! troppo largo tributo di sangue alla Patria.»
Il Garibaldi rimontato a cavallo ordina a talune milizie disposte per le frastagliature dei colli latini avanzino celeri e chiudano la strada, alle altre poi comanda non si movano, rimangano ai lati del nemico, il quale improvvido delle insidie era trascorso oltre, lo fulminino nei fianchi, e così fecero, sicchè le palle percotevano sopra masse dense e compatte, però quanti colpi tante morti e forse più morti, che colpi; cascavano giù come frutti colti dalla grandine; miserabile il luogo, impossibile vincere; da prima venne meno la baldanza, poi subentrò la voglia di ritirarsi, all'ultimo cadde su l'anima di costoro la paura, e a rifascio per cotesta via incassata i cavalli tempestando stornarono, le colonne della fanterie susseguenti rovesciano, pestano, e passano; anco i non percossi disposti sopra i rialzi laterali della via sono travolti nella fuga.
Il re Ferdinando era presente alla battaglia, e la stava mirando, col cannocchiale da una finestra del palazzo Angelotti; visto il caso non volle saperne altro; ordinato pertanto ai suoi soldati il celere ritirarsi, nei passi retrogradi, li precedeva: il suo posto era dietro quando essi camminavano avanti; avanti quando camminavano indietro.
Nella fuga ruinosa lasciarono cavalli, ed uomini feriti, armi sparse, zaini, e vesti; tanta carta avevano addosso costoro, che sparsa a terra parve ci fosse nevicato. Al Masina, cercando, venne fatto rinvenire il Colonnello napoletano morto da lui, scese da cavallo, e gli tolse la tracolla orrevole di dorature, della quale come di spoglia opima meritamente si decorò.
E nè anco voglio omettere un fatto strano, perchè anch'egli dimostra a qual misero stato di errore conduca la falsa religione il volgo di Napoli, e forse il volgo tutto dei cattolici; i soldati napoletani ripresi agramente della poca resistenza opposta rispondevano a scusa, che tanto avevano visto il combattere inutile, dacchè la gente del Garibaldi uccisa, appena tocca terra resuscitava; errore, che ebbe origine da questo: i giovanetti di membra agilissime e spigliati appena esploso il moschetto si lasciavano ire a terra dove giacenti lo ricaricavano, e poi di un tratto sorgevano a replicare i colpi.
I soldati di Garibaldi non paiono contenti di ricacciare il nemico; lo vonno spento; e' fu lo inseguimento feroce: dove i napoletani levano il piè, lo pongono i Garibaldini; il Daverio, il Masina con altri animosi cacciaronsi in mezzo a loro lupi fra pecore, e stette a un pelo, che menati via dalla corrente non entrassero alla rinfusa con essi nella terra, e vi cadessero prigioni; altri si spinsero fin sotto l'altura dei Cappuccini ira di cannoni, e senza curarsi della mitraglia, che schizzava a diluvio, dissero: «qui siamo venuti per combattere, e combattere vogliamo,» pregaronli a ritirarsi, e non approdavano; non l'Hoffstetter vi riusciva, non il Manara; intanto la mitraglia semina la morte, e non per questo rimovonsi dal disperato proposito; allora i due ricordati si consigliano andarsene ad avvisare il Generale e così facendo poco oltre incontrano una mano di soldati, i quali ebbri dallo strepito dei cannoni, e dall'incessante clangore delle trombe incuranti delle granate, che ruinavano giù in mezzo a loro ballavano; appena essi giunsero ecco un colpo di mitraglia ferisce due danzatori; sostano tutti, ed esitano un momento, ma il Manara subito grida alle trombe: «musica!» e gli altri più frenetici che mai ripigliano i salti. Anco il principe di Condè si legge, che in Ispagna quando i suoi si accinsero a salire su la breccia di Leira fece sonare i violini: queste jattanze non invidinsi ai Galli; devono gl'Italiani affrontare la morte da eroi, non irriderla come giullari.
Ma che tarda il Rosselli? Se arriva in tempo questo combattimento non si risolverà solo in onoranza delle armi italiane, ma forse avrà virtù di mutare le condizioni della guerra: disperso l'esercito regio, in potestà nostra le armi, e gli arnesi guerreschi di quello, sbigottiti i nemici già ciondolanti, i popoli levati a novità, aperte le porte dello stato, il re vinto dalla paura più che dalle armi; a Napoli tutto procede a mo' di lava, tanto il fuoco che irrompe dal Vesuvio, quanto la passione, che trabocca dall'anima degli uomini. Ecco arriva finalmente il Rosselli non con la foga di cui voglia avventarsi allo sbaraglio, bensì con la circospezione di quale teme venire sorpreso; il Garibaldi lo attende dentro una casupola a destra, dove ei si sta speculando lo irrequieto affaccendarsi del nemico; appena lo vide in questi _precisi_ accenti li favellò: «Generale, mirate; se vi regge la vista vedrete ad occhio nudo, se no pigliate il mio cannocchiale; ponete mente a cotesta linea nera sopra la strada, quegli è il nemico, il quale non si ritira, ma fugge.»--«È vero! È vero! Risponde il Rosselli.» Orsù via, soggiunse il Garibaldi, «addosso alla coda del nemico, e pigliamogli più roba che possiamo: due strade ci si parano davanti per agguantarli; la prima è quella, che gira sotto le mura, e a questa non ci si ha da pensare, perchè esposta troppo ai cannoni, ed ai moschetti nemici; l'altra più lunga, ma più sicura ci corre qui a sinistra in mezzo ai campi, che potendosi tagliare a diagonale ci lascia agio di giungere a tempo: è l'ora di Marengo, le 4 e mezzo pomeridiane.--Sì, sì, replica il Rosselli, bisogna fare a quel mo' e lo faremo.»--«E sia Generale, replica il Garibaldi, «ma avvertite, che i miei uomini stanno al fuoco dalle 8 di stamattina fino ad ora, bisogna rilevarli.»--«Avete ragione, così faremo;» conchiuse il Rosselli.
Presenti fra gli altri a cotesto colloquio il colonnello dei Dragoni Marchetti, e il colonnello di stato maggiore Daverio, il quale disse al primo: «Marchetti, quanti cavalli hai teco?»--«Adesso quaranta o cinquanta, l'altro rispose.»--«Ebbene soggiunse il Daverio, va tu innanzi per campi di traverso con quanta gente più puoi, e acquattata dove ti paia più destro: io mi ti lego per fede di sovvenirti fra breve.» Il Marchetti andava, il Torre dice con 120 uomini (forse questi più gli si saranno aggiuti per via) e si pose in agguato nella selva che spessissima fiancheggia la via consolare fra Velletri e Cisterna.
Però nonstante la buona volontà dimostrata dal generale Rosselli tanto egli che il suo colonnello di stato maggiore Pisacane non procedevano di buone gambe in cotesta impresa però che eglino le mosse del nemico non giudicassero fuga, all'opposto maneggi per circuirli, e mettersi in parte da presentare battaglia con profitto il prossimo giorno. Mirabile il giudizio subitaneo del Garibaldi quanto il concitato comando: entrambi quasi sempre infallibili: le prove di ciò replicate e continue: onde quanti con esso lui militarono in America gli avevano cieca fede; non così gli altri un po' perchè lo conoscevano meno, un po' per saccenteria di regole e un po' per astio, le quali cose tutte, comecchè in particole pure si appigliano anco allo spirito dei migliori. Da siffatto screzio nacque, che invece di spingersi gagliardi contro Velletri si gingillarono in avvisaglie alla spicciolata fino a notte; fu spedita sopra la strada di Terracina una scarsa banda di gente buona a raccattare prigioni, non atta a combattere nemici: le tenebre posero termine al combattimento, e diedero principio al votare della città: bene si accorse della ragia il Marchetti, che non essendo rinforzato mandò messi su messi affinchè lo ingrossassero; aspettato lunga pezza invano, da una parte egli si vedeva tolto fare cosa che approfittasse, e dall'altra non gli pativa l'animo di tornarsene senza costrutto: tenendosi sempre prossimo alla selva per rintanarsi al bisogno si gittò su la strada dove mise le mani addosso sopra nove mule cariche di gallette, e per poco non fece preda troppo più importante, il fratello del re che in quel punto giungeva: fu salvo in grazia della stupenda velocità dei suoi cavalli.
Verso le due ore del mattino il tenente colonnello Leali ebbe ordine di occupare col battaglione del 5.º reggimento l'altura dei Cappuccini, che trovò deserta. Emilio Dandolo con soli 40 uomini stracorso ad esplorare la città s'imbatte in due contadini, i quali lo accertano della partenza dei Napoletani; fattosi oltre scavalca le barricate, ed entra nella città abbandonata del pari; solo il nemico ci aveva lasciato i feriti e i prigionieri.
Con questi esempi lo esercito napoletano non si educava a gesti eroici; e più tardi a piccolo urto noi lo vedemmo cedere; però prima di cotesta infamia fu chiaro in armi, e lo ridiverrà in breve, chè la colpa non ispetta a lui, bensì al codardo guidatore ed educatore. Di rado i Borboni di Napoli mostraronsi prodi come sovente feroci, chè ferocia e viltà paiono più presto sorelle che cugine, e Velletri se con Ferdinando vide una fuga vergognosa, lei fecero illustre i medesimi napoletani condotti da Carlo III quando colà percotendo gli austriaci salvarono le terre del regno dalle offese di cotesti barbari. Ferdinando fino al Dumo di Gaeta sostenne la parte di cui turpemente fugge; nel Duomo assunse quella di vincitore, e in rendimento di grazia per la ottenuta vittoria cantava il _Tedeum_; cosa da fare ridere i celicoli, se lassù in cielo queste nostre miserie toccassero; intanto i diari del governo annunziavano le milizie regie congiunte alle francesi combattere aspre battaglie; vinta Roma; _con maschio valore_ averne i Napoletani espugnato due porte; nè diversamente era da aspettarsi da uomini, quali avevano promosso santo Ignazio da Loiola, stipite dei Gesuiti, al grado di perpetuo maresciallo di campo del re di Napoli!