Lo assedio di Roma

Part 55

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Il re Ferdinando concupì la gloria di conquistatore; solo voleva conquistare a man salva, però quando seppe sgombra la frontiera pel richiamo della milizia a Roma si attentava allungare il passo oltre il confine Romano: secondo la natura speciosa di lui lo precedeva un _proclama_ col quale mostrando le granfie rattratte diceva avere speranza di non essere costretto ad usare le armi per restaurare il supremo Gerarca della Chiesa; varcò il confino in compagnia, chi dice di 12, e chi di 15 mila uomini; gli stavano attorno principi, duchi, ministri, e perfino monsignor Giraud per ripigliare il possesso in nome del Papa, delle provincie ripurgate con la spada di Ferdinando re, il quale messa la gente alle stanze tra Velletri e Albano, là attendeva per rivincere i Romani, quando fossero vinti.

La tregua dei francesi con Roma arriva inaspettata a Ferdinando, e gli parve tradimento; forse fin d'allora statuì ritirarsi, ed in cuor suo maledisse il momento di essersi messo a repentaglio, ma fu il pentirsi tardo, che gli si spinse addosso il Garibaldi. Questo capitano si traeva dietro il battaglione dei lombardi, e Manara. In brevi accenti importa dire chi fossero gli uni e l'altro: reliquie i primi di corpo più vasto, che mal seguendo le orme del re fu secondo il solito derelitto da lui; non bene fra loro concordi perchè volevano ad un punto piacere al Piemonte, e non alienarsi i Repubblicani; umiliaronsi ai ministri regi e ne ritrassero onte, e strazi: ingannati su la strada da farsi per la perfidia dei medesimi ministri ebbero a lasciare le artiglierie per via; quando meno se lo aspettano i soldati del Piemonte si rovesciano su loro e gli artiglieri disperdono, i cannoni tirano dentro in Alessandria. Questo narra il Dandolo che ci si trovò presente, ma egli non lo piglia in mala parte, perchè di stirpe aristocratica; però le regie offese ha per carezze, mentre in odio degli ordini popolari, quanto sa di popolo lacera senza pietà. Strenui giovani furono per certo i nobili lombardi, ma schifiltosi, e saccenti: combatterono i nemici valorosamente sempre, le proprie passioni non combatterono mai. A Bobbio sbandaronsi, che madre di discordia è la sventura: nel tumulto rimase ucciso un'ufficiale; i cavalli venderonsi quasimente per nulla. Anco dal Dandolo si ricava, che i pochi rimasti insieme passando per Chiavari vennero con inestimabile esultanza festeggiati, perchè creduti ausiliatori di Genova; quando poi i Chiavaresi seppero, che non andavano per quello cagliarono; dond'ei cava argomento per deplorare la insania degl'Italiani! Certo per cui sa, che in quel punto il Lamarmora bombardava Genova adoperando contro una città italiana, quelle armi, che su i campi di Novara rimasero inerti è mestieri che dica le opere di questo Conte valere troppo più delle parole. Avviaronsi verso la Toscana in cerca di miglior fortuna, ma ci giunse il loro messaggio nel punto in cui cadeva il governo popolesco per le mene di nobilissimi ribaldi; il Conte chiama cotesto governo _spregevole_, e tuttavia ei ne sperava sollievo ed altri soldati italiani ributtati dalla monarchia sabauda ebbero da cotesto governo vesti, armi, e danaro, e quello che più importa fratellevole accoglienza; ma poco sono da curarsi le parole del Conte contro il governo toscano, se la dicacità sua egli spinge fino agli ultimi oltraggi contro i propri commilitoni, e valga il vero; egli afferma com'essi accettassero recarsi a Roma per paura che stretti fra l'appennino e il mare di un tratto il _pregiabile_ governo di Piemonte non li consegnasse all'Austria, e poichè costà non poterono rimanere si avviarono a Roma senza amore, all'opposto odiando il governo del Mazzini e quasi per dimostrazione dell'animo loro portano sopra le cinture la croce sabauda; accettano il soldo della repubblica solo per vivere reputandosi liberissimi, appena giunti, di piantarla; così forse non pensava la moltitudine dei soldati che il Manara conduceva: non convincimento, non passione essi sentivano disposti a servire per bisogno la repubblica, o la restaurazione regia, se privi di bisogno non avrebbero servito l'una nè l'altra: insomma, a sentire questo Conte, i 600 lombardi, che furono miracolo di valore e di costanza, volgono a Roma per non farsi, spinti dalla fame, ladroni.--Nè meno sbalestrato è il giudizio del giovane Conte intorno alla milizia Romana; a lui erano segni di sicura disfatta la moltitudine delle sciarpe, bandiere, coccarde, e durlindane ond'ella andava ornata ed armata, le moltiplici assise, che vestiva, e le spallette delle quali taluno a mirarlo solo nel volto era indegno, gli parve cotesto il carnovale della licenza; e tuttavia cotesta gente seppe morire per la causa della libertà; ma al Conte Dandolo va molto perdonato, imperciocchè molto abbia amato, e troppo più patito per la Patria.

Manara capitano dei Bersaglieri, di patria lombardo, fu il Tancredi di questa inclita epopea; di forme ampie, ed anzi pingui che no, marziale nel volto, nel portamento, e negli atti; padre e marito non invilito negli affetti privati, con tutto il cuore amava la moglie, e i figli e nondimanco sopra questi amò la Patria; si sarebbe detto avesse avuto due cuori; costumi alteri ma urbani, senza troppo addomesticarsi affabile; quasi un profumo di nobilesca gentilezza lo circondava: da prima repugnò dal Garibaldi, ma all'ultimo si accorse come vi abbia una gentilezza d'intelletto, che vince l'altra di educazione perchè questa può talora dimenticarsi, l'altra non mai; allora egli prese il Generale e il Generale lui; onde all'ultimo diventarono non pure amici ma inseparabili.

Segreti furono lo scopo della impresa, e le vie; le varie milizie per comando superiore si raccolsero alla villa Borghese; dicevano per essere passate in rassegna, e quivi rimasero fino a sera; su lo imbrunire ecco il Garibaldi; al solo vederlo comprendono tutti, che per rassegna ei non viene; tranquillo anzi immobile sopra un cavallo feroce; dopo le spalle gli svolazzano le chiome fulve, e i lembi del mantello bianco; sotto il mantello egli veste la camicia colore di sangue, e come ombra lo seguita il negro americano dalle vaste membra coperto di mantello nero, ed armato di lunga lancia intorno alla quale si agita la bandiera vermiglia. I gridi andarono al cielo; egli fece della mano silenzio, ed arringò i soldati; che diss'egli? Veruno ardisca riportare le parole del Garibaldi, imperciocchè la virtù delle sue arringhe consista meno nelle parole che nello sguardo, nel suono, insomma in un torrente di fluido elettrico, che si prova, ma non si descrive.

Ora dunque come mai dei giovani scolari nei quali abbonda ordinariamente il cuore ne rimasero soli nove? Forse un demonio di quelli, che governano la Caina passando su l'anima loro vi soffiò un'alito gelato e gli avvilì? Ecco la cagione del fiero caso, che forse lo scusa in parte ma non lo assolve: nella giornata del 30 aprile fu preposto a questi cervelli giovanili mobilissimi per natura un côrso, di cui non si ricorda, e non importa ricordare il nome[1]; però giova avvertire che indi a breve se ne andò in Francia al soldo dello Imperatore, e con esso lui forse tuttora rimane; nel 30 Aprile pertanto ben'egli a squarcia gola gridava ai giovanetti: _avanti! avanti!_ ma ei se ne stava addopato ad una pianta schermito dalle palle con un fiasco di vino al fianco dove di tratto in tratto attingeva voce, e sembianza di valore: però sospettando i giovani di mal capitare sotto la trista guida spulezzarono. Di qui l'uomo, si accorga come la poca fiducia nei condottieri soldateschi o politici di un tratto smorzi ogni entusiasmo, e muti condizioni di animosi in codardi.

[1] Veramente io lo so ma io taccio per riverenza della Isola che mi fu cortese di ospizio, e di conforto.

Procedeva il Garibaldi co' suoi tacito in mezzo alle tenebre e descrivendo un grande arco attinse la via prenestina, che mena a Palestrina, la quale risponde alla Porta maggiore di Roma mentr'egli era uscito dalla Porta del Popolo; di tratto in tratto spediva il Garibaldi stracorridori a speculare il sentiero frugandolo argutamente nelle più recondite latebre; pareva, che navigasse per iscogli dolosi, e veramente ei camminava in mezzo ai pericoli: sovente egli medesimo in compagnia del suo moro si allontanava per tentare i meandri del terreno, e come improvviso si partiva così del pari improvviso ritornava; e questa, che pareva faccenda strana perchè inusitata fra noi, era cautela appresa dai selvaggi i quali come pongono ogni loro gloria a sorprendere il nemico con gli agguati, così adoperano ogni sottile accorgimento per ischivarli; senza intoppo procederono fino al mattino, allora appartatisi alquanto dalla via prenestina s'indirizzarono verso Tivoli.

Per questa guisa l'astuto condottiero illudeva il nemico il quale stimò dai rapporti delle sue spie, che pigliando egli per la via Flaminia andasse ad assaltare i Francesi a Palo onde di un tratto si scopriva di subito minaccioso sul fianco destro di lui accampato intorno a Velletri; e per ultimo marciando di notte confortato dalla ombra, e dalla frescura aveva potuto camminare per bene ventiquattro miglia in nove ore.

Ed è questo successo notabile imperciocchè la prima qualità che si ricerca nelle fanterie consista nella gamba, onde Omero ricorda Achille ordinariamente col titolo _di piè veloce_; e mettendo dal lato Omero gli scrittori tutti di cose militari in questo consentono: i soldati austriaci vanno lenti ed è bazza quando, camminando grossi, percorrano un miglio l'ora; i Francesi condotti da Napoleone compirono marcie, che emularono quelle di Cesare, e di Alessandro. Taluno opina, che i soldati due miglia l'ora possano farle, un uomo giovane ne fa tre nel medesimo spazio di tempo, ma non per durare: comunemente però i grossi battaglioni muniti di artiglierie poco più di un miglio l'ora vediamo, che camminano; Garibaldi ed i suoi quasi tre ne trascorsero, e parrebbe miracolo, se non costumassero sempre così; dacchè appunto nei moti incredibilmente celeri stia riposta la precipua arte di guerra del Garibaldi, e quantunque egli abbia detrattori in copia tuttavia si conosce come per diverse vie adoperi la medesima tattica di Napoleone in terra, e del Nelson sul mare, voglio dire raccogliere in un punto la maggiore quantità di forze possibile per rompere la linea nemica; i primi ottenevano lo intento con lo avvolgersi accorto delle milizie e delle navi, il secondo col piombare giù inopinato con mosse celerissime, e per sentieri reputati inaccessibili.

Ma volere è vinto dal non potere; quindi poichè i suoi compagni attriti dal digiuno, e dalla fatica ormai balenavano cadere ei fece sosta in mezzo a un prato. Qui agli occhi maravigliati dei giovani lombardi apparve uno spettacolo nuovo; appena il Garibaldi ebbe dato fiato alla tromba ecco i fanti buttare là le armi, e mescolarsi insieme vari di vesti, di armature, di tutto; nella camicia rossa pari; soldati, e capitani non solo uguali, ma i secondi sovente servi ai primi, tutti alla busca, ognuno è macellaio, e cuoco; nè si desidera molta perizia in questo, chè cibano le carni appena rosolite; i cavalli liberi di sella e di freno in balìa di loro stessi; poi li ripigliano col laccio nel modo che agguantano pecore e buoi; dopo sazi si giacciono giù in terra e somministra ai cavalieri letto e guanciale la sella; ai pedoni un sasso, e se nè anco questo trovano, sottopongono al capo un braccio, e basta. Intanto il Garibaldi s'incammina su le alture, e col cannocchiale fisso su gli occhi sta vigilando per tutti, poi scese, dettò alcun ordine, e si ammannì la tenda per riposarvi sotto, la quale in un battere di occhio fu lesta però che in questo modo la costruissero; la sciabola ignuda ficcarono alquanto in terra, legarono per traverso il fodero in croce, appoggiarono al punto d'intersecazione una lancia, sopra essa gettarono il suo mantello e la tenda fu fatta; il Garibaldi ci si stese sotto riposando alcun poco le membra.

Il conte Dandolo s'inalbera per cosiffatti costumi del Capitano e dei soldati, ma pure ci correva poco screzio con quelli dei suoi bersaglieri, anzi dello stesso Manara; dacchè l'Hoffstetter racconta com'essi nella medesima maniera agguantassero pecore, e bovi, li scorticassero, e arrostissero mettendocisi intorno il Manara come gli altri con le maniche tirate su fino al gomito; ed anco il nobile giovane non si dà pace perchè nella legione del Garibaldi a molti prodi e dabbene si mescolasse gente di ogni risma; e' sono fumi aristocratici senza costrutto; di vero s'egli senza commoversi racconta come i suoi bersaglieri militassero per fame sotto bandiera aborrita poteva non arricciarsi degli altri considerando, che il bel morire onora la vita, nè meritava spregio chi travolto da ree passioni in mezzo ai traviamenti pure rinveniva forza in sè da ritrarsene, nè molto meno si potevano essi respingere dal santo proposito di espiare le passate colpe con magnanimo fine.--

Col Garibaldi brevi sempre i riposi; egli primo in piedi, ed allo squillo della sua tromba ecco tutti balzare su ritti, sparpagliarsi, rimescolarsi, ricondurre i cavalli col laccio, cercare le armi, forbirle, mettersi in ordinanza, e subito dopo in marcia. Su lo imbrunire il tempo si annuvola, e si mette prima a piovigginare, poi giù acqua a brocche; verso mezzanotte arrivano a Palestrina; dove i soldati furono distribuiti per diversi conventi; toccò ai lombardi il convento degli Agostiniani, ma Agostiniani o Cappuccini od altri cenobiti usciti un dì dalle viscere del popolo, oggi atrocissimi nemici suoi e della libertà; quindi ritrosi a dare perfino ricovero ai nostri soldati i quali incolleriti si pigliarono ricovero, e cibo, e bevanda, ed altre più cose rompendo casse ed armari; dicono trovassero altresì libri, e stampe, e lettere di laidi amori; nè mi maraviglio se le rinvenissero nascoste mentre dimorando io in Genova presso il convento di San Francesco di Paola, il nipote del mio giardiniere avendomi recato il breviario, che un dabben frate lasciava nel confessionario ci trovai fra le carte lettera di certa penitente la quale rinfacciava a costui il suo abbandono dopo averla condotta a rompere fede al marito.--

Nè grande, nè bella si mostra Palestrina un dì _arx prænestrina_ precipua città degli Equi fondata innanzi Roma; quivi edificò più tardi Silla il tempio alla Fortuna, preferendo cotesto truce al nome di virtuoso quello di _felice_; la città ricingono da tre parti mura debolissime, le vie sono fatte a scale; tutto dintorno deserto, solo lontano su i colli circostanti appaiono borghi, che si vantano città.

Il re di Napoli in fine avvisato come il Garibaldi lo cercasse a morte è da credersi che si sentisse andare giù per le ossa il ribrezzo della quartana; ma poichè con 20 mila soldati non poteva fuggire davanti a meno che 3 mila per disperazione animoso si dispone moversi a combatterlo; ho scritto moversi ma non egli mutò un passo, bensì spinse da Albano il generale Lanza con 5 mila uomini muniti di artiglieria da campagna per conquidere il Garibaldi, o almeno circondarlo per guisa, che il regresso a Roma gli fosse impedito; al generale Winspeare fu ingiunto che per la via di Montecompatri sostenesse le mosse del Lanza. Ora trovo scritto come il Garibaldi sparpagliasse qua e là manipoli di bersaglieri ed anco di cavalli per tribolare il nemico; anzi affermano, che il Winspeare dopo scambiato con loro un trarre lungo e sanza pro fino a sera, dubitando dalla pertinacia dei nostri che fossero molti, o se pochi altri aspettassero calata la notte si ripiegava fino a Frascati;--certa cosa egli è che da queste lustre altro non volle cavarsi eccetto lo abbandono del nemico delle sue posizioni per trarlo a battaglia, e questo il Garibaldi ottenne, imperciocchè il generale Lanza nel giorno di poi uscisse ad assaltare Palestrina; lo precedeva il colonnello Novi camminando sopra una delle due strade, che mettono capo alla porta del Sole; su l'altra strada veniva più grosso il Lanza per dare dentro alla città di fronte; e vuolsi credere che il Novi avesse a scorrere oltre per pigliare alle spalle la città dalla via che da mano diritta mena piu in alto al colle. Lo aspettavano i nostri; il Manara dei suoi rimastigli (chè alcuni bersaglieri col tenente Bronzetti aveva spedito a infestare il nemico a Valmontone nè si ricongiunsero col Garibaldi fuorchè a Roma) mandò una compagnia col Rozat alla porta del Sole; un'altra pose col Ferrari nella parte inferiore della città; la terza col Maffi tenne nel convento degli Agostiniani pronta alla riscossa; la quarta col Bonvicini aveva fino dal giorno innanzi preposta al presidio del Castello San Pietro in vetta al colle dove con fatica si ascende in mezza ora, e donde con facilità in quindici minuti si cala. L'Hoffstetter descrive diffusamente questa avvisaglia, come se fosse capitale giornata, e a se non senza molta prosunzione attribuisce il merito di ogni mossa; nè questo è il più breve su la scorta degli scritti, che possiedo. Parte della legione italiana era inviata fuori della porta del Sole per sostenere la zuffa con la colonna del Novi; lei comandava un gentile dozello, biondo, e roseo, di cui le guance ombreggiava appena la prima calugine; quale avesse nome non mi occorre scritto: non importa, aveva nome _popolo_; mi dicono che prevalsa la tirannide in Italia, andò a combattere per la libertà in America, dove cadde in battaglia: il nostro cuore geme nel vedere la universa terra seminata di ossa italiane, ma la ragione lo consola però che la libertà sia anima del mondo, e tutto avendolo per patria ella patrie particolari non conosce o disprezza[1]; ebbe per comando tenesse il posto, o ci morisse: dopo lui la compagnia Rozat; questa la nostra sinistra. Verso le quattro del pomeriggio un mille di nemici raendo seco due cannoncini da sei presero a bersagliare i nostri, e i nostri salutarono con acclamazion festose lo strepito delle prime palle come se incominciasse la danza desiderata; cessate le grida risposero con fuochi spessi e terribili, ma alla scoperta, e alla scoperta il giovanetto capitano agitava la spada, bersaglio ai colpi nemici, e per venura non tocco mai. Durava un'ora la mischia quando ai nostri vennero meno le munizioni sicchè si udiva i soldati garosi domandare l'uno all'altro: «deh! per amor di Dio, prestami una cartuccia delle tue, ch'io le ho finite.» Allora il buon Ripari, anima grande senza ch'egli se ne sia accorto mai, trasse davanti al giovanetto capitano dicendo: «vuoi tu ch'io vada per le munizioni?» E quegli: «magari!» Il buon Ripari andava non pigliandosi cura delle palle, che lo precedevano, e lo seguivano in cerca di munizioni fino al luogo dove la strada che sale a Palestrina s'inselva; dopo cinquanta circa passi s'imbatteva in soldati conduttori dei multi con le munizioni, i quali sbigottiti dal rumore della battaglia si peritavano a sbucare fuori del bosco; adoperandoci acerbe parole, ed atti violenti li costrinse a correre, poi compreso del pericolo in cui si versavano i nostri, scorse oltre verso la città per affrettare lo aiuto: «poco lungi dalle mura, egli racconta, mi occorse il Manara a cavallo sotto l'arco della Porta; le late membra e pure leggiadre, la guerresca sembianza e l'atto fiero mi empirono di maraviglia, sicchè il pensiero mi trasportò ad Ettore su la soglia della porta Scea in procinto di combattere per la Patria.» Rinforzando i passi con lena affannata in parlare succinto lo avverte: «i nostri perigliano.» Ed egli: «qui corsi per sovvenirli.» «Ma tu sei solo, ripiglia il Ripari.» L'altro «odili, corrono.» Di fatti in quel punto sboccano i compagni fuori della Porta, e poichè la città posta in alto avvalla alla pianura a modo di anfiteatro di cui i gradini sono piantati di viti, e seminati di biade, pigliano a saltare giù alla dirotta di scaglione in iscaglione sospinti dal furioso squillare della tromba del Manara, che gl'incalza come pungolo nei fianchi: a questo spettacolo non potè tenersi ferma la compagnia Bonvicini di presidio alla Rocca, ond'ella pure precipitava di rincorsa a basso. I Napoletani spaventati da cotesta cascata di prodi anelanti alla battaglia non istettero ad aspettarli, e fuggendo disperatamente lasciarono in abbandono i due cannoni.--Però a quanto sembra e' fu in cotesta occasione, che cadde spento Pio Rosa di Vicenza, il quale quasi sdegnoso di non incontrare più virile resistenza nel nemico mentre lo inseguiva con la spada nei reni, un paltoniere volta faccia improvviso e a bruciapelo gli scarica l'archibugio nel cuore; anch'egli giovane, e cultore dei buoni studi massime legali; nel 30 aprile colpito parimente di palla nel petto cadde, e fu reputato morto; poteva rimanersi a Roma a curarsi, e non volle, sacro alla Patria egli reputò conchiusa bene la vita esalando l'anima al grido: «Viva la Repubblica!»

[1] Per somma ventura in certe note del generale Sacchi parmi averne rinvenuto il nome: «il Cucelli, scrive l'egregio uomo, giovane ventenne cresciuto nella legione italiana di Montevideo splendido per forme e per valore si distinse nel combattimento di Palestrina fra tutti ed a lui si deve la presa dei cannoni, dacchè per ispirazione propria dopo lungo giro con la centuria che comandava uscito alle spalle del nemico lo scompigliò. Questo giovane sonava divinamente la tromba a chiavette, e in mezzo alle battaglie soleva sonarla per modo da eletrizzare i morti.»

Memorie ms. del. Gen. Sacchi.

Così a manca: più duro certame a destra, e al centro dove irruppe il nemico grosso di novemila uomini; e munito di artiglierie: qui dunque convertono i nostri le forze, la più parte comandate: il Bixio poi spontaneo però che spedito a circuire i fuggenti a sinistra udendo a destra strepito di battaglia colà si volge, conforme lo porta la bollente natura: allora non costumava annoverare i nemici. I Napoletani si erano impadroniti del caseggiato opposto sul margine del campo, e dell'altro, che sorge la dove si tagliano le strade per Roma, quinci sfolgoravano i nostri accalcati dolorose. Il Bixio molestamente sopportando il fatto muove con audace ma non avvisato consiglio di contro alle case funeste, e perde parecchi prodi invano: già i superstiti balenavano quando l'Hoffstetter potè ripararli dietro certo avvallamento di terreno aspettando l'esito della mossa ordinata al capitano Ferrari, la quale consisteva nel circondare le case poste su l'argine riuscendo alle spalle del nemico per tragetti e per coperte vie, come accadde, di che pigliando spavento ei le vuotò in un attimo.

Ora sì, che il Bixio non si poteva reggere instando di avventarsi in massa co' nostri contro l'altro caseggiato del crocicchio; lo tennero, ponendo ordine allo assalto il quale fu ammannito così: dinanzi i legionari e gli emigrati traevano palle a grandine mentre due squadre di bersaglieri stretti correvano di contro alle case, dove giunti un cinquanta di passi forse lontani sbandaronsi; precipitano i nostri nello spazio, che passa tra l'una casa e l'altra, il quale così era breve, che la fiamma dei fucili nemici bruciò i capelli a parecchi dei nostri. Avanti a tutti il Bixio; così penetrarono dentro le case per le porte atterrate, e per le finestre scalate; molti ammazzarono, molti presero, troppi più fuggirono.

Quale lo esito dello assalto sul centro, non importa dire; colà erano pochi, ma con essi il Garibaldi, e basta.

Il nemico a rendere più infame la infamissima fuga si volta ad un tratto su la via di Roma e scarica i suoi moschetti addosso ai nostri; la mano dello schiavo tremante non aggiusta i colpi, nessuno rimase ferito: e' fu il saluto della viltà!