# Lo assedio di Roma

## Part 54

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I Francesi movono lamento di certo strattagemma adoperato dai nostri per fare di un tratto prigioni un due centosessanta Francesi: ecco come sta la faccenda. Il maggiore Picard con trecento allo incirca soldati del 20° di linea su le ore antimeridiane aveva preso certa posta in prossimità alla villa Valentini, e quivi stette fino al termine della giornata, il quale venuto, alcuni dei nostri furbescamente presero a sventolare fazzoletti bianchi mostrando volersi abboccare col Maggiore, cosa da questo più che volentieri accettata, allora gli dissero le milizie francesi entrate per accordo in Roma, andasse a vedere, lo condurrebbero eglino stessi; il Picard accettava, e raccomandato prima ai suoi che vigilassero su le armi, li seguiva. Vedovo il corpo del suo capo lo circondarono i Romani due o tre volte più numerosi, e sforzatolo a deporre le armi, lo menano prigioniero a Roma. Posto vero il fatto, paiono peggio che strani i lamenti; gli strattagemmi consueti in guerra; la morale condanna quelli, che arieggiano di tradimento, e di ferocia codarda, si accomoda agli arguti; la ragione di stato si approfitta di ambedue: i Francesi poi immaginosissimi a inventarne dei nuovi, ma della prima specie, in copia, scarsi i secondi: Affrica parli, e parlerà anco Roma. Il comandante, il quale lascia per lusinghe i suoi soldati peggio, che stolto; ed egli non unico a condurli; dopo lui rimanevano altri ufficiali quanto egli capaci, e forse più di lui; nè i nostri li colsero alla sprovvista, dacchè partendosi, egli ordinava loro stessero vigilanti: dunque non cessero per inganno bensì per forza di arme; tagliati fuori essi giudicarono ogni resistenza vana: per me credo che tale operasse il Picard per non trovarsi presente alla resa volendo piuttosto comparire gaglioffo, che poco animoso.--Però diverso raccontano taluni dei nostri l'avventura e affermano il _Bixio_ avere messo le mani addosso al Picard tentennante ad arrendersi, il _Franchi_ di Brescia avere fatto altrettanto col sottotenente _Rennelet_, ed ambedue disarmati, e bendati trassero al Generale Garibaldi il quale li mandò al Ministro Avezzana.

Poichè alla porta dei Cavalleggeri fu respinto lo assalto non potendo patire i Francesi di aversene a tornare indietro con l'onta di una sconfitta (molto più che a rimprovero o a scherno della pecoraggine loro i nostri allo strepito delle artiglierie, e delle moschetterie alternavano i suoni dell'inno nazionale di Francia, la _marsigliese_, capace un dì come vantava il suo autore a movere centomila uomini, ed oggi diventato tanto innocente presso cotesto popolo, che lo insegnano per sollazzo ai pappagalli.--A siffatte ruine può precipitare un popolo per manco di virtù sua, e per malignità altrui!) il capitano Fabar, quel desso, che venne già in Roma per abbindolare i Romani voltosi al Generale Oudinot così prese a favellargli: «Generale ho riconosciuto più innanzi certa stradella la quale senza pericolo di restare offesi dal fuoco dei bastioni conduce alla porta Angelica, dove accadrà il tumulto concertato per aprircela.» L'Oudinot ridotto ad appigliarsi ai rasoi, crede al parabolano, ed ordina al Generale Levaillant di mettersi dietro al capitano con la seconda brigata, e due cannoni. Questo sconsigliato caccia dentro le milizie nel sentiero che si aggira per le muraglia dei giardini del Vaticano, e di vero potè procedere nascosto fino a duegento braccia dalla porta Angelica, ma appena i nostri lo videro sboccare fuori della strada, presero a sfolgorare la testa della colonna con una grandine di palle. La brigata balenava alquanto, non retrocesse; all'opposto si attelò di faccia, e postò i due cannoni. Di qua e di là si rinfocola la battaglia, ma sopraggiungono di corsa i carabinieri romani, il _Calandrelli_ parve in quel dì trasformarsi nel centimano Briareo con le sue artiglierie: la morte menava baldoria, che i Francesi cadevano giù come insetti strizzati dal primo freddo di novembre; i cavalli dell'artiglieria esanimi a terra, e a terra pure percosso per non rialzarsi il Fabar. Possano gli oltraggiatori della nostra Patria non provare destino migliore del suo! Anco qui laceri i Francesi ebbero a ripararsi a frotte scompaginate per gli avvallamenti del terreno, o dietro ai muri continuando il fuoco scarso e languido anco per parecchie ore; i cannoni rimasero derelitti; potevano i nostri andare a pigliarli, ma non essendo consentito l'uscire, alle due dopo la mezzanotte i Francesi vennero a tirarli di cheto a braccia; a braccia pure si portarono i feriti.--Mille e più dei nemici morti, o feriti, o prigioni resero funesto per la Francia quel giorno; noi avemmo a rimpiangere dei nostri meno di duegento fra morti e feriti; e ci contiamo anco due cittadini morti, e quattro feriti; chi fossero i morti non mi occorre scritto; i feriti due giovanotti uno di 14, e l'altro di 16 anni, _Mondavi Michele_ Romano il primo, l'altro _Paolo Stella_ della legione romana con tre ferite, _Bernardino Proietti_ da Spoleto ebbe il corpo trapassato da un pezzo di mitraglia; _Giuseppe Caterini_ da Foligno con gran voce esclamò: _viva la repubblica_ mentre gli amputavano il braccio ferito. Se la storia registra di Giovanni delle Bande nere il quale resse la candela al chirurgo mentr'ei gli tagliava la gamba offesa ci è parso giustizia non tacere la virtuosa ferocia del cittadino romano. Respinti da per tutto, a ragione paurosi di essere circuiti ed oppressi, o fatti prigionieri i Francesi passarono la notte su le armi, e la mattina maravigliando che quanto temevano non accadeva si ritirarono a Castello di Guido. Il terrore dei Francesi non era indarno, imperciocchè i generali Garibaldi, e Galletti pestassero mani e piedi per ottenere rinforzi, e sterminare il nemico, agevole il moto dacchè dalla villa Panfili, e dagli Acquedotti dominando la via Aurelia antica con celeri passi si poteva precorrere l'Oudinot a Castel di Guido, e chiudergli la strada; i Francesi poi rifiniti da dieci ore di combattimento, senza cavalleria, che nella ritirata li proteggesse, e sgomenti come porta la indole loro quando ne hanno tocche; noi altri avevamo due reggimenti di linea di riserva, due reggimenti di dragoni a cavallo, due squadroni di carabinieri, e il battaglione dei bersaglieri lombardi condotti dal colonnello _Manara_: questi nella giornata del 30 stettero su le armi, e non presero parte alla battaglia, perchè traditi a Civitavecchia davano la parola in pegno di non combattere prima del 4 maggio, e tanto bastava all'Oudinot fidente di tenere Roma prima di quel giorno, conto che gli andò proprio fallito; per ultimo le forze di un popolo ardente d'ira e di pietà! Si oppose Giuseppe Mazzini, e con lui gli altri Triumviri per risparmiare alla Francia la vergogna della piena sconfitta, e per non isperdere invano il sangue dei nostri giovani soldati combattendo allo aperto con veterani spertissimi: di tale partito i più degli scrittori riprendono il Mazzini, taluni spiegano il suo concetto, ma non lo lodano: di vero se la Francia avesse voluto procedere sempre con la consueta iattanza ne aveva tocche troppe, e male per non doversi vendicare, e se all'opposto con giustizia quanto più solenne la lezione, tanto più persuasiva: e poi co' Francesi due nespole delle buone non guastano nulla; la esperienza ammaestra che fornita una impresa con la sua ruina si procede riguardosi a incominciarne un'altra, mentre la mezza batosta porge quasi lo addentellato a ripararla: arrogi l'acquisto delle armi, e alla verosimiglianza che di tanti prigioni in mano potenti per credito, e per autorità qualcheduno si mettesse paciere di mezzo proponendo condizioni comportabili. Per me giudico, che a perseverare nella lotta più che altro animasse il rapporto dell'Oudinot al Ministro della guerra a Parigi, il quale con l'arte nella quale i Francesi non conoscono non dirò pari, ma nè anco secondi affermava a faccia tosta: «non era nostro intendimento assediare, ma riconoscere la piazza, e ciò compimmo; così che dopo le nostre grandi guerre non si conosce per le nostre armi fatto più di questo _glorioso_!» E da tanto ch'ei lo giudicava glorioso che per l'angoscia ne infermò, e il Rusconi visitandolo lo rinvenne pallido e scontraffatto, e male con un diluvio di parole dissimulante l'ansietà dell'animo suo. All'opposto un medico francese scriveva agli amici suoi così: «temevamo una sortita e nel cammino occupato da tutte le parti, mi perito a dire che mai sarebbe accaduto; basta, come Dio volle, il nemico si rimase dietro le mura.» E nè anco questo è vero, però che il Garibaldi il giorno dopo li seguitò con la legione italiana, e qualche squadrone di cavalleria, ma indi per ordine del Governo retrocesse a Roma. Fra le altre non so se io mi abbia a dire fisime o bugiarderie dei Francesi ci fu quella di negare i danni per essi recati ai monumenti di Roma, senza accorgersi che smaniosi della lode per le virtù che non hanno, da sè medesimi si screditano nello attribuirsela per cose che fra loro contrastano, nè possono stare insieme; ed invero come avrieno potuto battere Roma dal lato del Vaticano senza offendere il Vaticano? Il generale Torre narra che una palla _cristianissima_ frantumò certo immane triregno di travertino simbolo del potere temporale rotto per sempre dalle potenze cattoliche quando per forza di arme dentro le carni di Roma anzi d'Italia a mò di chiodo della passione lo riconficcarono. I rapporti dell'ingegnere Grass testimoniano quante palle di cannone e quante di moschetto offendessero il palazzo, e la basilica del Vaticano: due palle bucarono l'arazzo di Raffaello rappresentante la predicazione di S. Paolo nell'Areopago e il pezzo rimase attaccato alla palla: quattro fracassarono il tetto della cappella sistina; insomma menarono strage in quel giorno, e peggio fecero poi. _Enrico_ Cernuschi per la sua piacevolezza, e per lo indomito ardire delizia del popolo romano andava dicendo non si affliggessero per cotesti danni, perchè la Francia aveva promesso pagarli e gli avrebbe pagati, che rigida osservatrice di sue promesse era la Francia, e ne porgeva fede cotesto caso perchè avendo eglino bandito volere entrare in Roma ci erano entrati di fatto; veramente non vincitori, bensì prigionieri, ma ciò non toglieva che al compito assunto non avessero dato recapito.

Comecchè io abbia tolto a favellare unicamente dei fatti di arme dello Assedio di Roma, non devo tacere delle donne patrizie o no ma nobilissime tutte che si consacrarono alla cura dei feriti.--Taluna di loro poi girò nel manico, e da per sè volle guasta la sua bella fama; anco gli scrittori clericali non si rimasero da turpi contumelie, ma se questi insudiciano non però fanno macchia, ed io con dolore sì ma non senza orgoglio registro, che Cristina Trivulzio principessa venne meno a sè medesima, chi crebbe fu Giulia Modena popolesca. Quando ci fu mestieri panni pei feriti si rinvenne mezzo spedito a procurarli oltre il bisogno; si tolsero carrette, e ad esse dietro parecchi uomini dabbene aggiravansi per la città con voci pietose facendo appello alla carità dei cittadini, e dalle finestre furono viste volare giù per la strada lenzuola, e di ogni maniera biancherie. Un vecchio, si narra, si condusse per verecondia dentro l'androne di certa casa, e quivi toltasi la camicia la porse lacrimando per sollievo ai feriti; senz'altro costui avrebbe offerto il cuore, e questi casi occorrono sempre là dove il popolo commosso da passione buona si lascia in balìa del proprio affetto: più arduo sciogliere i cuori impietriti dalla ira sacerdotale, però che a loro paia essere religiosi mostrandosi crudeli; tuttavia nelle donne prevale sempre la pietà, massime se le sieno giovani; di vero la mirabile carità delle signore conviventi nella casa di Tor de' Specchi rappresentate dalla cittadina Galeffi dette il destro al virtuoso Aurelio Saffi di volgere loro queste nobilissime parole: «a fronte del sublime compenso, che queste amorevoli cittadine aspettano in un mondo migliore dalla loro carità, la prima delle virtù cristiane, i Triumviri ardiscono appena esprimere a queste gentili anime la più sentita gratitudine in nome della Patria.»

La ferocia dei barbari quantunque addolori pure non contrista tanto come la ipocrisia dei popoli, che si vantano civili, ed è ragione, che i primi in parte scusa l'ignoranza, mentre i secondi commettono due mali, il danno, intendo dire, e la menzogna per onestarlo; e poichè i Francesi bandiscono ai quattro venti la bandiera loro sventolare sempre colà dove appaia una causa civile a difendere, appena possiamo credere con quanta sfrontatezza negassero le ingiurie, che con le palle di cannone, le bombe, e perfino co' moschetti recassero ai monumenti romani: si leggono tuttora i rapporti degl'Ingegneri commessi a verificare i danni, ed a ripararli; il pezzo lacerato, dall'arazzo del Sanzio senz'altro testimonio saria bastato a condannare i Francesi in giudizio. Gli è tempo perso; negli amici nostri ribolle sempre il mal sangue di Brenno; forse un giorno si correggerà tutto, ma la natura dei popoli cacciata via dalla porta torna dalla finestra.--Affermarono altresì, che i feriti loro patissero truci asperità dai nostri, ed i prigioni ingiurie; coteste le sono turpitudini che non importa rilevare nè anco; chi gli abbandonava senza pur visitarli fu un Forbin de Janson oratore di Francia a Roma, i nostri non misero differenza nell'opera della carità tra Francesi, e Italiani; anzi concessero, che gli amici loro dal campo venissero a consolarli con la nota faccia, e la favella del natio paese, chè lontani della Patria ogni conterraneo ci sembra parente.--

Nè importa a noi, e sarebbe bassa voglia, chiarire le bugiarderie dei rapporti dell'Oudinot, che francese egli era, ed aveva per dirle più bisogno degli altri; piuttostochè improvvido volle passare per gaglioffo; e tale sia di lui; la superbia offesa gli diede la febbre, e il Rusconi, chè lo vide in quel torno a Castel di Guido scrisse, secondochè notai averlo trovato stravolto, angosciando in mezzo ad un vaniloquio di errori, di minaccie, e di sospetti per non dire paure; poteva acchetarsi ad essere argomento di scusa, dacchè la fortuna delle battaglie stia in mano di Dio, prescelse farsi oggetto di scherno di faccia alla Europa: e' sono soldati.

Somma la fede nostra come somma la perfidia dei Francesi: i bersaglieri del Manara bene stettero schierati a tutela della città, ma al combattimento del 30 aprile non pigliarono parte perchè riputaronsi vincolati dalla promessa di astenersi dalla zuffa fino al giorno quarto di maggio, e fu coscienza sciupata sia perchè non essi bensì il Preside di Civitavecchia aveva fatto la promessa, nè vincolava perchè estorta a forza e iniquamente, e poi i Francesi non osservarono mai promesse, nè patti: per ultimo quel dabbene Manara che fu quanto onore visse al mondo non andò immune da accusa per parte dello impronto nemico, il quale ardì appuntarlo di essersi rimasto in ordinanza con l'arme in collo durante la giornata del 30 aprile.--

La miseria dell'animo pari al sofisma dei nostri avversari si palesò nello scambio dei prigioni; mandarono a negoziarlo certo loro medico, e il povero Ugo Bassi pedestre e senza cappello; recavano lettere del generale Regnault di San Giovanni di Angely, il quale vedremo rassomigliarsi all'Oudinot come uovo ad uovo: rinfacciava costui la libertà concessa ai bersaglieri lombardi, sostenuti a torto, contro il diritto delle genti, e per di più sotto la condizione, che ho ricordato pocanzi: offeriva rendere in baratto 500 uomini del Melara sorpresi a tradimento, e disarmati a Civitavecchia; parlava di diritto internazionale, di accettare lo scambio, egli che per offerire scambio siffatto aveva violato tutte le norme del diritto e della giustizia: che più? E fu questa suprema prova della fronte di bronzo dei nostri nemici, vantavano essi avere distribuito le paghe alle milizie romane a Civitavecchia, e fu debito adempiuto dai Francesi con pecunia romana.--Le armi dei prigionieri chiedeva, e quando noi domandammo le nostre arraffateci con rapina nei depositi di Civitavecchia presero a bindolare; anco sul luogo per la consegna dei prigioni perfidiarono, sicchè i Triumviri sdegnosi per siffatte pidocchierie in virtù di nobilissimo decreto li rendeva liberi, senza patto, e con le armi; ma prima li convitarono a pubblica mensa; colà si abbracciarono popolo, e soldati, e baciaronsi in bocca, dissero parole e fecero atti di sviscerata tenerezza; tutto di fuori li dimostrava fratelli, non ci mancava che il cuore; cessato il banchetto, i Francesi tenendo su ritte bandiere italiane, e gl'Italiani bandiere francesi mossero alternando canti festosi a San Pietro. All'aspetto di cotesta gloria di arte, i Francesi si sentirono domi, parve a taluno commossi ad ammirazione, sicchè taluno cogliendo il destro a volo per solcare bene nella mente loro la memoria del fatto con voce solenne vibrò gli echi della fabbrica immensa che ripeterono dall'alto come un comandamento di Dio, dal basso come preghiera dei mortali e dei morti: «Francesi ed Italiani prostratevi tutti qui dinanzi l'Onnipotente, e sollevate a lui una prece per la libertà dei popoli e per la fratellanza universale.» Prostraronsi tutti, e tutti giurarono: i giuri, gli abbracciari, i baciari rinnovaronsi fuori della porta Cavalleggeri; ma non erano i Francesi andati oltre cento passi, che tutto avevano messo in oblio; per cotesti cervelli affetti, e memorie passano come acqua per mezzo alle grondaie.--L'Oudinot ringraziava; restituiva i bersaglieri ma senza moschetti e senza bagaglio, e nè manco rendeva le armi rapite, sicchè all'Avezzana toccò mandarne loro onde entrando in città comparissero armati, avendo saputo com'essi fossero risoluti di cogliere alla sprovvista gli ultimi avamposti francesi, e ricuperare così gli schioppi rubati.

Che importa a noi contristare l'animo ed abiettare queste carte col racconto delle infamie dell'assemblea di Francia, e delle insanie dei nostri vantati amici? Con costoro non possiamo nè manco saldare il conto su la traccia del proverbio: «tanto è il ben che non mi giova, quanto il mal che non mi nuoce;» dacchè ci nocquero pur troppo tenendoci a bada con promessa di opere, che poi comparvero troppo insufficienti allo scopo, e con parole dubbiose; tale correndo il vezzo oggidì, che anco i più audaci non ardiscono rompere il guscio dello equivoco, la verità scotta le labbra: sotto il velame delle parole ambigue, ognuno tratta i suoi negozi come gli Arabi costumano toccandosi le dita sotto il mantello. Il voto dell'Assemblea sonò ordine al ministro di fare in modo, che la spedizione a Roma non deviasse dal suo scopo; il quale a fin di conto era rinnovare ai Romani un governo, che di già essi avevano deliberato ed accettato; la quale presunzione che altro mai significa se non tirannide? Di vero, il presidente Bonaparte, ed i suoi ministri in tanto bandivano volere sostenere con le armi il nuovo plebiscito del popolo romano, quanto che confidavano che al solo mostrarsi i Francesi sotto le mura di Roma, il popolo vero, onesto, e buono, alla santa sede devotissimo avrebbe buttato nel Tevere i pochi nemici dell'ordine, chiedendo smanioso di essere ricondotto all'estasi del bacio dei pontifici piedi. Se il popolo vuole la restaurazione del papa tutelino le baionette francesi questo libero voto, dove così non voglia le baionette voteranno per lui.--Io narro proprio per passare il tempo, dacchè mi accorgo che gli esempi antichi non valsero mai a mettere la gente in cervello: i nostri confidando nella equità dei Francesi accettano la tregua come indizio di più durevole accordo; i Francesi poi nel proporla intesero acquistare tempo per mandare rinforzi, forse per assopire gli spiriti nostri, e più verosimilmente per attendere lo esito delle nuove elezioni all'Assemblea, che non si volevano sturbare sommovendo novità: a questo intento spedivano a Roma il Lesseps per dare erba trastulla, e condurre il cane per l'aia; ed egli gli servì maravigliosamente perchè agguindolato lui stesso: anzi scrittori, non mica scarmigliati, bensì mezzo liberali ravviati, e per bene non biasimano già il Governo della frode ma sì il Lesseps che se uomo svelto fosse stato doveva pure accorgersi, che la sua missione era un tranello. Il Lesseps per tanto mandava all'Oudinot non si movesse, fallaci i rapporti delle spie: per entrare in Roma bisognava premere del piede il petto ad uomini, e Mazzini, anch'egli, Dio lo perdoni, scriveva all'Oudinot: avvertisse bene, taluno nella Assemblea romana essersi scoperto avverso alla Repubblica, non uno alla durata del potere temporale del Papa; dopo l'Assemblea gli animi essersi posati; la pace ottenuta, dopo eletti i Triumviri, libera e tranquilla essere successa la elezione dei deputati, i quali avevano rafferma in ogni sua parte la forma del governo: egli era un dire sua ragione agli sbirri che di questo arrovellava appunto l'Oudinot il quale invece di rispondere al Mazzini scriveva al Radetzky non s'inoltrasse, attendesse l'esito delle elezioni di Francia per non suscitare procelle nel seno dell'Assemblea.--Più tardi vedremo Lesseps comporsi col Triumvirato, l'Oudinot non badargli; quegli tempestando appellarsene all'Assemblea, il governo non più bisognoso di ambagi dare ragione all'Oudinot, torto al Lesseps; e per di più beffarlo; ebbero cuore di chiamarlo anco dinanzi i tribunali, ma intanto essendo riuscita a bene la trama, assai agevolmente lo licenziarono, non senza però biasimarlo di avere oltrepassato la commissione: egli per giustificarsi alle parole ambigue del mandato opponeva le chiarissime del ministro Barrot, le quali gli erano come commento, e non gli valse; le parole e le penne il vento porta via; contano gli scritti e questi anco poco.

Ora di altre cose; non sola l'Austria con Francia, ma sì con Napoli, eziandio e con Ispagna. Di Austria non dirò, quantunque mano a mano ne circondasse come dentro un cerchio di ferro. Quanta ira di Dio, e potenza di uomini per rompere una canna incrinata! Gli altri stati acattolici stettero in pace, la quale cosa dimostra che tirannide regia rinterzata di tirannide pretesca supera ogni altra tirannide. I Romani timorosi di assalti tenevano custodito il confine dal lato di Napoli, con molto loro non meno incomodo che jattura, chè la gente sparsa non potè esercitarsi nelle armi, onde l'avemmo a provare poi valorosa sì non perita; nè erano le diligenze del governo o inopportune o troppe, che fatta anco la tara, come di giusto, alle jattanze napoletane, non si poteva mettere in non cale la perpetua minaccia di rompere i confini: quotidiane per di più le provocazioni, imperciocchè parecchie barche scorressero su e giù pel lago di Fondi acclamando a gran voce: «viva il Papa! viva il Re!» a cui come di ragione i nostri rispondevano sempre: «viva la Repubblica!» Peggio di tutto un laidissimo tradimento: gli ufficiali napoletani di presidio al confino venendo spesso ai quartieri dei nostri per conversare, e per bere indussero i nostri a visitarli nei quartieri loro dove festosamente accolti si trattennero alquanto in compagnevoli sollazzi, ma sul punto di congedarsi si vedono circondati da molta mano di carabinieri ed odono intimarsi la resa: non ci era da fare riparo, andarono, eccetto due il quartiermastro Bizzani che appiccato un solenne ceffone su la faccia di un gendarme si prevalse del costui stordimento per fuggire, e scappò del pari il sargente maggiore Bemi che giocando di pugni e di calci usciva loro dalle mani; si richiesero tosto con minaccia, e con minaccia fu risposto averli mandati a Mola di Gaeta perchè il Generale supremo Casella gl'interrogasse; allora misero le mani addosso ai fratelli dello Antonelli ammonendoli, che essi sapevano, e non per nulla, la legge mosaica occhio per occhio, dente per dente. I prigionieri furono tosto restituiti; le ragioni spiccie a persuadere i preti crescono nei boschi.

