Part 48
Più tardi Giuseppe Mazzini manda una epistola al Papa, dove quello che il Gioberti s'industriava ghermire in pro del Piemonte, questi intendeva agguantarlo in benefizio della Repubblica: il secondo concetto più semplice, guazzabuglio il primo di teocrazia, di dispotismo, e di democrazia; e del pari impossibile: la lettera del Mazzini, che parmi scritta tenendo a falsariga qualche omelia di San Cipriano, supplica il Papa di confidarsi a lui; gli promette aiuti fra tutti i popoli di Europa, anco in mezzo agli Austriaci; eglino soli, il Papa cioè e Mazzini, troveranno questi aiuti però che entrambi abbiano unità di scopo, e fede nella verità della propria dottrina; se gli fosse vicino il Mazzini vorrebbe pregare Dio co' gesti, con gli accenti, e con le lacrime di convertire il Papa.--Ora questi siffatti partiti, io per me giudico peggio, che tranelli; e' sono grullerie.
Di vero, che coteste parole non fossero sincere chiarirà lo stesso Mazzini mandando _con le stampe_ istruzioni segrete agli amici d'Italia di radunare le moltitudini, inebriarle co' canti, suoni, e timpani, renderle incontentabili, e irrequiete: per dare il sapone alle corde pei signori esserci mestieri i signori; dove il solo popolo levi la testa gliela romperanno di botto; hanno i signori ad essere i guidaioli del popolo, appunto come in Francia, la quale da prima patì un Mirabeau ed un Lafayette; sicuro, questi non vanno mai fino in fondo alla via, anzi non ci metterebbero pure un piede se ne vedessero la fine, così bisogna procurare nascondergliela. Ancora, sarebbe bel tratto far nascere in ogni capitale d'Italia un Savonarola; se ci riuscisse beati noi! _Tamen_, se non toccate il clero nella borsa non lo vedrete scalciare. Al popolo discorrete sempre delle sue miserie e dei suoi diritti: paroloni dotti non levano un ragno dal buco; adoperate motti non definiti bene, epperò più capaci a contenere in sè tutto quello, che la fantasia, il bisogno, e la cupidità ci vogliono mettere dentro, a mo' di esempio: libertà, uguaglianza, fratellanza, diritti dell'uomo, progresso e simili: non è arduo spingere il popolo, e nè manco importa conoscerlo, il difficile sta nel radunarlo; assembrato ch'ei sia voi lo potete balestrare come un sasso dalla vostra fionda. Se un re promulga una legge comportabile, e voi picchiategli le mani dicendo: _bravo_, per istrappargliene un'altra migliore; incamminatelo giù per la china a piccoli passi. Se uno dei maggiorenti la trinciasse da repubblicano e voi lodate il matto e fatelo correre; il dì ch'egli accennasse sostare, voi dategli il gambetto, e mandatelo a dare del muso sul lastrico: veruno allora si chinerà a rilevarlo caduto: pigliate tutto, odii, bizze, rancori, ambizioni deluse, interessi lacerati, ogni cosa buona per buttarsi sul fuoco della distruzione a crescerne la fiamma. Duro intoppo lo esercito, arnese di tutte le tirannidi; contravveleno a quello la opinione diffusa, che sendo egli composto di cittadini e da' cittadini mantenuto egli deve difendere la Patria dai nemici, non già mescolarsi nelle faccende interne; quando ciò avvenga voi potrete operare senza lui, ed anco contro lui. A Roma poi gittò il Mazzini le carte in tavola quando disse: «abbiamo traversato un tempo di menzogna dove gridavamo _viva_ a gente esosa a patto che servisse ai nostri disegni; tempo di simulazione, dove celammo gl'intimi concetti giudicando non correre peranco stagione di manifestarli.»
Queste cose erano buone, ma non bisognava dirle; la moltitudine senza insegnamenti da sè le avrebbe, anzi le aveva di già belle e fatte, quando il Mazzini si avvisò insegnargliele per mantenersi in fama di archimandrita. Per me non lodo lo scrivere che ha fatto, e fa il Mazzini ai Papi, ed ai principi, causa per lui di accuse antiche e di rimproveri moderni: per coteste epistole egli non acquista opinione di subdolo e perde l'altra d'ingenuo: so che Cristo ammonì i discepoli dicendo: «andate, abbiate la semplicità della colomba, e la callidità del serpente;» e basta. Di vero, o che sperava con le sue epistole il Mazzini? Convertire i Papi, e i principi, i quali deposti triregno e corona fossero iti a scuola da lui ad apprendere come si aveva a disfare? O piuttosto agguindolarli e condurli incappellati al macero? A me sembra, che il Mazzini quante volte scende dalle regioni serene delle teorie a rasentare la terra trovi sempre chi gl'impallina le ale; egli allora torna a drizzare in su il volo non senza però che qualche penna gli caschi a mulinare per l'aria. Appunto come io reputo spediente, costumavano i Profeti, banditori del dogma, e custodi della regola allora quando uscivano dalla solitudine e venivano per rimettere i popoli in carreggiata, ovvero a minacciare ai regi il castigo di Dio; poi sparivano. Repugna, a mio avviso, la parte di Maestro di Libertà ai popoli con quella di cospiratore, come il potere temporale stride nel Papa col potere spirituale.
Senza però che il Gioberti con le sue fisime alterasse le ragioni del moto italiano, e senzachè il Mazzini si affaticasse a mettere in capo al Papa il berretto rosso invece del triregno, se pigliavamo le cose come le venivano forse avremmo fatto la via più sicura. Taluno opina che fu danno il moto rivoluzionario cominciasse a Roma, paese meno di tutti capace alle riforme, e da un lato par vero; dall'altro però compariva il più idoneo ad educare il popolo all'odio della autorità, la quale da per tutto a quei giorni grave in Roma, poi, accorava incomportabilmente insensata; e come più insensata piu pertinace a perseverare nel male, cedeno solo alla forza, inesauribile di frodi, legativa sempre non legabile mai, come quella che avendo facoltà di sciogliere altrui dal giuramento è naturale che la eserciti soprattutto per sè.--In questo altro consento, che i Moderati delle rimanenti provincie italiane procedessero senza discorso pigliando a modello il popolo romano, dacchè altrove si poteva più franchi domandare, e di botto tanto che bastasse, mentre con quel cotidiano svellere all'autorità ora una penna, ora l'altra, la resero contennenda, ed ammannirono l'anarchia, come pure adesso per diversa strada si sbracciano a fare, e faranno.
Pio IX, e questo parmi sicuro, inebriato dagl'incensi non seppe quello che per lui si operava: a mo' del fanciullo improvvido aperse la cannella alla fontana; poi spaventato della foga dell'acqua gli mancò la forza di girare la chiave. Chi è che non ricorda le magnifiche parole da disgradarne Tirteo, e che il Byron stesso gli avrebbe invidiato: «gli avvenimenti, che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi ed incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri non ode la voce del Signore! Guai all'umano orgoglio se a colpa od a merito di uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani decreti della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia, o nelle vie della misericordia, di quella Provvidenza nelle mani della quale sono tutti i confini della terra! E Noi a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desideri, ai timori, ed alle speranze che agitano gli animi dei nostri figliuoli. E primo....» ma io dal gran piacere, che ne sento copierei tutta questa allocuzione papesca del 30 marzo 1848, e farei opera inane, imperciocchè tutta Italia ricordi come in essa il Papa tirata prima l'acqua al suo mulino esultando per le garbatezze usate in taluni luoghi ai preti, e contristandosi pei bistrattamenti che ne menarono in taluni altri benediceva a due mani le vittorie cittadine dei Milanesi, e dei Veneziani contro gli Austriaci; anzi ne accertava di ottima riuscita a patto che stessimo fermi a catena del prete.--Ciò posto in sodo i Panegiristi di lui, che s'industriano con estremi conati a chiarire com'egli Papa, prima, e dopo cotesta allocuzione camminasse a sghimbescio pel cammino della libertà concedendo riforme e lasciando ad un punto la porta aperta per poterle ritirare, sembra a me, che lo disservano grandemente, però che, o non seppe che cosa si facesse (e credo appormi al vero con giudizio meno grave per lui) ovvero ingannò. L'amnistia, sostengono essi, non tirava ad altre sequele tranne al pretto perdono dei colpevoli, che tali si dichiarano i dannati alle galere per delitti politici, ed imponendo in aggiunta che ognuno sottoscrivesse l'obbligo di non peccare mai più: di fatto queste cose nell'amnistia ci sono, ma poichè nel medesimo si bandiscono i condannati _uomini di onore, e degni di fede_, e poichè la sottoscrizione dell'obbligo non a tutti si chiese su le prime, e poi si trascurò, per cotesto atto si dette ad intendere più che con le parole (massime se consideri da un lato i tempi, e dall'altro il costume della Corte romana usa a compartire il bene a spilluzzico, mutata la condizione delle cose non potersi considerare rei coloro che vollero le migliorie civili, le quali stavano per diventare la norma del cittadino.--Nel nove novembre del 1847 Pio IX mentre sguazza da un lato nelle acclamazioni delle moltitudini, limosina dall'altro la protezione dei principi; difendano essi la Chiesa, procurino, che Gesù Cristo vada loro debitore della conservazione del proprio _impero_, rammentino, che l'autorità venne data loro proprio per questo: più tardi, egli bandisce al mondo: suprema offesa così alla persona come alla dignità sua negare in nome di lui obbedienza ai principi, sollevare contro loro i popoli, eccitarli a moti ruinosi.--Il trenta marzo quando i troni della terra erano spazzati via dalla bufera popolesca, come polvere sopra le vie, il Papa ci vedeva il dito, e ci udiva la voce di Dio; ma poco innanzi, e quando non erano accadute le rivoluzioni di Vienna, di Milano, e di Venezia di guardia nazionale non voleva saperne, la contrastò col becco e con gli artigli al principe Aldobrandini; forse si sarebbe lasciato ire fino ai centurioni di Gregorio XVI; in seguito travolto dallo esempio degli altri principi quando non la può negare mette dentro il regolamento tante stringhe da farla morire di spasimo; e tuttavia ne prorogò l'ordinamento al cinque luglio.--Che fosse la legge sopra la stampa ce lo dicono i parziali del Papa, i quali sostengono che ei non intese punto affrancarla, all'opposto metterle il frenello trasportando la censura dalla Segreteria di Stato al Consiglio di censura. Lo stesso moderatissimo Azeglio non se ne contentava, e sì che Azeglio e gli amici suoi sono umori da imbandire con una fava di riforma cena in Apolline alla Libertà. La riforma amministrativa, che cosa è insomma eccettochè la estensione del sistema municipale dei rimanenti stati romani a Roma e all'Agro romano? La Consulta di Stato il Consiglio, che mantenevano i Papi prima della occupazione dei Francesi? Essi lo avevano udito, e lo consultò anch'egli a fine di essere illuminato con facoltà però di restare al buio quanto gli piacesse: imperciocchè Pio IX rispondendo all'allocuzione del Cardinale Antonelli bandisse sè essere parato ad ogni cosa, chiedessero verrebbe aperto; prima si straccherebbe il popolo a domandare, ch'egli a concedere, a patto però, _che nè manco di un'apice fosse menomata la sua autorità pontificia!_ Aggiungendo queste altre sentenze, che valgono tant'oro: veruno ardisca vedere nella Consulta il germe di _costituzione_ incompatibile col papato, e questo bene ripongano in mente non avendo egli mai conceduto alla rivoluzione il diritto di aspettarsi neppure un sorso di acqua da lui.
Taluno ha detto la virtù pubblica figlia non madre di Libertà, e questo io non credo, ma se pure è vero allora può darsi quando il Governo sorto dalla commozione popolare abbia interesse che il popolo perseveri nella Libertà; ma nei tempi dei quali io scrivo i Governi di assoluti con pessima voglia ed a marcio dispetto si mutavano in liberali, sicchè parve mal consiglio quello di concitare il popolo a superlative acclamazioni pel poco, che gli riusciva tozzolare, nascendo da questo due mali, primo pel popolo, il quale logorava gli spiriti nel proseguimento degli accessori, lasciandosi scappare di mano il principale e poi perchè dopo acquistatili trovandoli inani li dispettava perdendo la voglia dei partiti efficaci; il secondo pel principe a cui pareva vie via avere toccato la cima delle concessioni, onde sentendosene subito domandare delle nuove s'inviperiva: però dopo il fatto di senno ne sono piene le fosse, e allora parve dovere fare così per porgere conforto al Papa reputato avverso alla oligarchia cardinalizia tenuta gagliardissima, concetti entrambi falsi come la esperienza dimostrò. Pellegrino Rossi scrivendo in cotesti tempi al Guizot così si esprimeva: «niente di conchiuso fin qui, eccetto promesse, commissioni, e proposte che menano il cane per l'aia, onde è naturale che il paese brontoli.»
Il Gizzi oltre le riforme amministrative non voleva andare, la Consulta e basta; e quando fu chiesto stessero i preti allo altare, in curia i laici Pio IX ebbe a dire: «per andare a genio a loro Signori non mi vo' mica perdere l'anima.» Della guardia civica già dissi, che conceduta alla trista, ne fu prorogato l'ordinamento al 5 luglio, ma il Papa la confermò solo dopo il 14 di cotesto mese, non mica spontaneo bensì vinto dal popolo, che udita la invasione austriaca in Ferrara, la impiccatura di un soldato pontificio, e la cospirazione dei Sanfedisti contro il Papa proruppe gridando: _Armi!_
I Gesuiti furono dal Papa, finchè n'ebbe balìa, con tutti i nervi difesi, quando gli fu forza licenziarli lo fece con parole le quali ben davano a divedere, che ei riputava separarsi dalla migliore, o maggiore parte di sè. Gli scrittori gesuiti lacerano il popolo per avere domandato al Papa la soppressione dell'ordine loro, e sta bene; ma lo stesso fanno i Moderati, e lo perchè non si comprende: questa soppressione avendo altrevolte chiesto ed ottenuto i Principi al Pontefice, o perchè aveva ad essere interdetto al popolo? Forse i Gesuiti avevano mutato natura, e per volgere di tempo di malvagi divenuti benefici? I ministri niente seppero intorno alla composizione dello Statuto; uomini del tutto estranei a loro lo costruirono; egli è ben vero, che il Papa gli aveva chiariti mallevadori del proprio operato, ma innanzi della pubblicazione dello Statuto, ed allora dovendone rendere conto a lui cotesto obbligo non tirava a conclusione; però dopo la pubblicazione dello Statuto la malleveria essendo assunta dai ministri di faccia al popolo, pareva dicevole ne avessero a sapere qualche cosa. Delle pubbliche adunate, e dei chiassi popoleschi si compiacque maravigliosamente Pio, finchè terminavano col chiedergli la benedizione; allora compariva fantastico, illuminato da fuochi del Bengala, e mentre una colomba bianca, caso fosso o ammannimento, gli rotava intorno al capo trinciava crocioni che pigliavano un miglio di paese; quando poi, a mo' che i salmi finiscono col gloria, coteste baldorie si conchiusero col chiedergli qualche nuova riforma di abusi le prese in odio e le vietò in mal punto; il popolo accusava il ministero, i gesuiti, ed altri parecchi tranne il Papa, ed invece da lui solo si partiva il divieto; spaventato poi della mala impressione si mise a scarrozzare il giorno appresso per Roma, e qui fu che gli trasse da ogni parte dintorno il popolo, e Ciceruacchio gli montò dietro la carrozza dove sciorinandogli la bandiera tricolore su gli occhi, e gridandogli: «Santo Padre, fidatevi al popolo!» tanto mise paura nel petto imbelle di lui, che svenne. Anco il Thiers di Francia gli mandava dicendo: «Santo Padre coraggio!» e senza ombra di consiglio, perchè il coraggio delle magnanime, e buone cose per predicare, che uomo faccia non acquisterà mai il prete; quanto a coraggio delle triste, preti e femmine non hanno mestieri, che altri ce gli ammaestri.
Finalmente venne presto il giorno in cui la utopia si muta in fatto reale, e la Consulta nella quale veruno temerario aveva a scorgere il germe d'instituto incompatibile col pontificato si ebbe a convertire in Costituzione; ma ciò accadendo innanzi i moti viennesi, milanesi, e veneziani la voce del popolo non aveva per anco preso la intonatura della Provvidenza, ella durava sempre urlo di ribellione, epperò gli esce stitica dal cervello conciossiachè tale si palesasse il concetto dello Statuto pontificio: sia il Collegio dei Cardinali il Senato supremo, dopo lui un'altro Consiglio alto di Senatori a vita eletti dal Pontefice, per ultimo la Camera dei deputati uno per 30,000 abitanti. Il Consiglio di Stato ammannisca le leggi le quali avranno forza dopo approvate dai corpi deliberanti e dal Papa in concistoro segreto: le materie spirituali riservate; le miste non si tocchino.
Ora tu che leggi pensa come si potesse distrigare questa matassa massime in istato pretesco col Papa re, e Cardinali, senatori, i quali Cardinali deliberavano in segreto; ed in aggiunta con la censura mantenuta, e i minimi offici esercitati da cattolici, apostolici, romani.
Gli amici di Pio ci fanno sapere come egli l'll febbraio convocasse al Quirinale i quattordici capi di battaglione delle Guardie Civiche interrogandoli se potesse fare capitale di loro, e dei militi in caso, che gli frullasse pel capo di contrastare al popolo la Costituzione; ed avutane risposta negativa col _pianto negli occhi_ dichiarò avrebbe ordinato la compilassero sopra certe norme oltre le quali veruno potrebbe strascinarlo mai, e si tenessero per avvisati, e poi conchiuse: «già la Costituzione non è nome nuovo nel nostro paese; la copiarono da noi gli stati che la possiedono; noi avevamo la Camera dei Deputati nel Collegio degli Avvocati Concistoriali, e la Camera dei Pari nel sacro Collegio dei Cardinali ai tempi di Sisto V; e andate in pace.»
Havvi chi considera da ciò la suprema ignoranza di Pio intorno agli ordini costituzionali di Europa; a me sembra scorgere in cotesto discorso la callidità fraudolenta, che mai si scompagna dal prete; di vero o come adesso insuperbisce quasi della Costituzione già conosciuta in Roma, mentre quando instaurò la Consulta di Stato ammoniva non fosse alcuno così temerario di ravvisarci il germe d'instituto incompatibile al Pontificato? E' vuolsi credere piuttosto, ch'egli a quel modo favellasse per foggiare la Costituzione nella guisa, che gli garbasse meglio: infatti i suoi panegiristi discorrendo per lo appunto dello Statuto lo scusano ragionando così: non egli diresse i moti della Europa, ma ci resistè più che per lui fu potuto, e quando la prepotenza dei casi lo scaraventò fuori di carreggiata egli li dominò con mirabile coraggio; in tutte le concessioni che gli furono estorte egli protestò in favore delle verità sociali che la rivoluzione aborrì, e quantunque minacciato più degli altri, meglio degli altri stette fermo a cagione delle qualità di Principe, e di Pontefice raccolte nella sua persona; e poi spiegando a parte a parte il papesco Statuto esclamano: «quale sovrano avrebbe ardito tanto a quei tempi?»
Nel 1848 i Principi, eccetto Carlo Alberto, e del popolo i moderati, o come allora si chiamavano i dottrinari, trasecolavano degli spiriti guerreschi desti a un tratto in Italia, e dello smanioso chiedere armi, e battaglie; e pure doveva essere agevole prevedere che il popolo irrompe colà dove la passione lo tira: ora suprema passione del popolo l'affrancazione della sua terra da qualsivoglia servitù straniera, e gittar via da sè la turpe fama di codardo, la quale gravissima per tutti per gl'Italiani poi suona incomportabile, come quelli che abitando la terra degli antichi Romani se ne estimano eredi: quindi tu pensa se gli abitatori di Roma, e dello agro romano bollissero.
Il Gavazzi allora frate barnabita uomo potente di voce, di aspetto, e di parole aggiungeva legna al fuoco (e non ce n'era bisogno) con questa orazione da lui pronunziata nel mezzo al Colosseo del tutto degna che la storia ricordi: «tempo già fu quando i popoli di occidente vollero riscattare il sepolcro di Lui che della Croce fece fondamento alla libertà, moltitudini di uomini furono visti segnarsi della Croce il petto, e drappellato il gonfalone di Cristo avventarsi contro l'oriente! Cotesta era causa giusta! Cotesta era causa santa! Più giusta, più santa è la nostra! All'armi!
«Romani! l'Austriaco cento volte più barbaro del monsulmano picchia alle nostre porte.... che indugiate voi più? Come i Crociati poniamo sopra i nostri petti la croce, e su, addosso ai nemici, perchè Dio lo vuole! Non degno di chiamarsi romano chi per affetto o per comodo rimanesse codardamente ora alle sue case: non degna stirpe dei signori del mondo, non degno erede dei trionfatori sul Campidoglio colui che rifiutasse di presente vincere o morire per la libertà d'Italia. Indegna del nome di Romana, e di diventare madre colei, che adesso trattiene nelle sue braccia il fidanzato! Indegna dell'onore della maternità, e di seno fecondo colei, che piange per la partenza dei figliuoli! Indegna figlia delle matrone romane la donna che dissuade il suo sposo dai gaudi delle battaglie! Romani! i vostri padri vinsero tutto il mondo, patirete voi durare schiavi di tutto il mondo? Su via parlate!» Ed ottenuta risposta conforme all'accesa favella suggiungeva: «davanti questa croce simbolo di libertà, sopra questa terra santificata dal sangue dei martiri giuriamo di non fare ritorno a Roma se prima non abbiamo disperso fino all'ultimo i barbari, che straziarono la nostra terra!»
Taluno riprende coteste parole, e insinua pietoso come quei barbari cristiani fossero e nostri nella fede fratelli. Chi è costui? Un prete, che non rammenta come siffatti fratelli nostri le italiane donno sventrassero, e il frutto dei santi connubi portassero in trofeo infilato nelle baionette; e nè manco rammenta le creature cosperse di acqua di ragia ed arse fra il baccano e le scede a mo' di sorcio di fogna.