# Lo assedio di Roma

## Part 47

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Progredendo per sintesi noi vediamo Roma, come il gladiatore ferito a morte, stramazzare, rilevarsi sul gomito, di nuovo cadere, boccheggiare, insomma se mi si consente il detto, vivere di agonia. Le diete Germaniche dal 1654 al 1658 attendono rigidamente a limitare la giurisdizione dei nunzi; Genova, Napoli e Savoia aspreggiano Roma; il peggiore male glielo fa la Francia destinata a minarla sia che le proceda nemica, ovvero amica, ma come amica due cotanti più infesta. Finchè gli stati di Europa durarono in pace Roma servì tutti, e da tutti si fece pagare i salari, ma venuti in rotta fra loro chi aveva ella a servire? E' bisognava indovinarla: nella guerra della successione di Spagna, il Papa accostandosi all'Austria si aliena Francia, la quale intesa corpo ed anima alla utilità presente non pone fine, nè modo alle sue persecuzioni; da prima Luigi XIV confisca i beni chiesastici; altri grava di pensioni; durante la vacanza dei vescovati risquote le rendite della mensa; gli si oppone il Papa Innocenzo XI, che minaccia scomuniche, Luigi gli aizza contro il clero francese servitissimo, che non si perita così abiettarsi a quel superbo: «noi ci attentiamo appena a movere domande per tema di limitare lo zelo della V. M. La deplorabile libertà dei lamenti oggi si muta nella soave necessità di lodare il nostro benefattore.» Essendo poi convocato in assemblea cotesto clero, compiacendo al Governo, decretò i quattro articoli famosi, fondamento delle libertà gallicane; al tempo stesso Luigi per darsi sembiante di ortodosso incrudelisce a danno degli ugonotti; ma chi troppo l'assottiglia la scavezza, e Roma non si lascia pigliare da siffatte lustre, onde il Papa trovando il conto a rammentarsi che ei presume rappresentare il Dio delle misericordie ammonisce Luigi, che Gesù Cristo praticò altri modi e volle che fosse condotta, non già strascinata la umanità nel tempio. Luigi quantunque cristianissimo fumava d'ira, e durante i suoi deliri avrebbe cozzato non che contro il Papa contro Dio, e già per sostenere il diritto di asilo nel palazzo e nelle contrade circostanti al palazzo del Cardinale d'Este protettore dei Francesi a Roma aveva preso pugna con Alessandro VII cacciando via di Francia il nunzio, occupandogli Avignone, minacciandolo di Concilio e di guerra; onde cotesto Papa tapino per ottenere pace ebbe a mandare il cardinale nipote a Versaglia a chiedere perdono; Mario suo fratello giurò non aver preso parte nella contesa, e tolse esilio da Roma, la guardia corsa fu licenziata, una piramide eretta dove si leggeva incisa la superba vanità di Francia, e la paura del prete imbelle, lasciando incerto chiunque la vedesse se la prepotenza galla superasse la viltà del prete romano, o questa quella: il Papa riebbe Avignone, ma gli toccò restituire Castro e Ronciglione ai Farnese, e cedere le valli di Comacchio al duca di Modena. Più duro cozzo accadde con Innocenzo XI. risoluto propugnatore della _regalia_, che dichiarava usurpata da Luigi XIV, il quale riuniti 34 vescovi, e arcivescovi, e 35 deputati ecclesiastici della diocesi fa bandire solennemente le libertà della chiesa gallicana dettate dal Bossuet; ripiglia Avignone, sostiene il nunzio a santo Olone, si appella al Concilio e manda con fanti e cavalli il marchese Lavardin a Roma per atterrire ed oltraggiare lo atterrito Papa che soppresso l'asilo non solo al palazzo di Francia, ma eziandio a quelli degli altri oratori pubblica la scomunica contro chiunque si attentasse ripristinarlo; e aveva ragione: tuttavolta il Papa sta fermo, bene può starci plaudendo l'Europa la resistenza di un vecchio imbelle al tracotato re, il quale più tardi oppresso dalla fortuna e dagli anni diceva: «non mi fate rammentare, che in «casa mia ho comandato sempre, nell'altrui sovente.» Morto questo Papa e subentratogli Alessandro VIII, Luigi renunzia al diritto di asilo, trista causa di tanta lite, e rende Avignone; trionfo più splendido ebbe Innocenzo XII. che respinse ogni modo di ritrattazione del Clero francese se non contenesse renunzia chiara e lampante alle proposte della Chiesa gallicana; il Clero francese con la corda al collo confessava il suo torto prostrato ai sacri piedi di Sua Santità con dolore inestimabile. Se cerchi il motivo di tanta vicenda, lo troverai nella mutata fortuna di Luigi XIV vinto dalla Europa legata contro lui, e nella viltà dei preti di Francia pei quali vittoria o sconfitta non muta abbiezione: e noi italiani uomini per gratificarci gente siffatta ci dovremo rendere come loro lumbrichi? E perchè? Per conficcarci i chiodi con le nostre mani dentro le carni; mentre essi che oggi ci vogliono compagni nella umiliazione, domani ci pretenderanno compagni nello insulto. Verun popolo cattolico ha recato crudeli offese alla Curia Romana, al cattolicismo, anzi alla religione di Cristo più dei Francesi, anco ai più avventati rincrebbero le turpi scede, onde un giorno fu segno il rito cattolico, e gli ornamenti sacerdotali, e i sacri vasi laidamente profanati, come la vera filosofia si sgomentò nel vedere in Francia il culto della dea Ragione sostituito a quello di Dio; Dio poi restaurato a mediazione del Robespierre. La Francia da due terzi di secolo s'impadronì dei beni ecclesiastici, comecchè si presumesse sostenerli, dagli interessati, beni della Chiesa universale, e incorso nella scomunica chiunque si attentasse sbocconcellarli; Avignone, e il contado venassino ripresi e per questa volta non più restituiti: gli ordini religiosi saranno i voti disciolti la elezione ai benefizi popolare come nei primordi della Chiesa. Roma certo odiava la Francia, nè davvero aveva causa di amarla; però con preci, e conforti, insomma con tutti gli arnesi dell'armeria spirituale ella promosse la lega dei Principi contro la Repubblica; inoltre la invendicata strage del Basseville le tirò contra le ire di Francia, la quale anco senza pretesto si sarebbe mossa ad angariarla; di fatto ecco allo improvviso voltarle contro le armi, e solo consentire posarle a prezzo di quadri, di sculture, e di ventun milione di lire. Il Papa piangeva, per così dire, a goccie tanti bei milioni frutto della vendita di tanti miliardi d'indulgenze, ed in mal punto porse orecchio all'Austria, di che avuta notizia il Bonaparte sperde le milizie inferme del Pontefice e lo costringe alla pace di Tolentino, dove il Papa, bene e meglio _potendo_, cedeva alla Francia oltre Avignone, e il contado venassino, già presi, Ferrara, Bologna, e Ravenna. Passato appena l'anno colto il destro da una sommossa, della quale impossibile adesso conoscere, e difficile anco allora, chi innocente, e chi reo, la Francia decreta il potere del Papa abolito; a lui, che implorava lo lasciassero morire in Roma risposero: _avrebbe potuto morire da per tutto_; gli strapparono dal dito l'anello, gli posero a sacco le camere, gli tolsero le cose necessarie così alla mondizia della persona, come al vestire, e strascinatolo in Francia, quivi poco dopo ottantaduenne periva. Allora il Direttorio trovando _come il governo dei preti non potesse accordarsi con quello di Francia_ rinvenne, fra i suoi tanti, l'uomo (Merlin) che dettando il rapporto per la decadenza del Papa non si peritava scrivere: «rammentate la strage dei Francesi in Sicilia, e voi sentirete Niccolò II. darne il segno; aprite la storia sanguinosa dei Borgognoni e degli Armagnacchi e ci vedrete il dito di Bonifazio IX; se ponete mente alla tirannide di Luigi XI ecco Sisto IV l'approva. Mirate Gregorio XIII che seduto in trono accetta dalla Lega la spaventosa offerta del capo di Coligny. Quando Enrico IV pretendeva come suo retaggio il trono di Francia, Gregorio XIV ci spedisce contro un esercito, e Clemente VIII ci comanda di pigliarcelo per Re. Prorompe la Fronda, ed Innocenzo X protegge il cardinale di Retz. Innocenzo XII benedice i carnefici delle Cevenne, ed allorchè le bambinesche liti del giansenismo guastavano le menti, la voce di un prete straniero, Clemente IX, entra di mezzo a scompigliare, e inasprire.»

Napoleone trovando creato un nuovo Papa se ne valse, come Carlomagno, per consacrare il delitto; l'uno l'altro ingannò; l'uno l'altro tradì: se vuoi penetrare dentro le viscere del Concordato leggilo nell'Apologia del Foscolo, e confronta con la saccente vulgarità in proposito del Thiers compilatore senza più dei sofismi bindolissimi del Bonaparte.

Il Thiers, che la Francia pregia per uomo grande, in Italia, misurandolo per di dentro, e per di fuori, lo trovarono pari così nella materia, come nello spirito; anzi in questo più breve. Il Papa credeva avvantaggiarsi leccando, e invece non fa civanzo co' Francesi, e con cui li comanda se non mostri loro i denti. Napoleone un bel dì (egli aveva allora allora vinto ad Osterlizza) scrisse al Papa lui essere lo Imperatore di Roma e suo padrone, però si dichiari nemico dei suoi nemici, conceda il matrimonio ai preti, abolisca gli ordini monastici, affranchi l'episcopato dalla sede pontificia, e accetti il codice civile. Il Papa si schermisce dietro la donazione di Carlomagno e strilla che non lo condurranno ad ammazzarsi da sè, Napoleone gli risponde, che appunto per virtù di cotesta donazione egli è principe, il Papa feudatario, e che con tutte quelle cose di meno potrà vivere ottimamente: provi, e vedrà, e per persuaderlo meglio gli leva ad un tratto Ancona, Macerata, Urbino, e Camerino, manda in Roma presidio francese, i cardinali disperde, i soldati pontifici mescola coi suoi: molto il danno, peggiore lo strazio, però che al cospetto dei Deputati delle Marche con queste acerbe parole Roma vituperasse: «_ho considerato i vizi dell'amministrazione dei vostri preti: gli ecclesiastici regolino il culto e l'anima, insegnino teologia, e basta, Italia scadde, dacchè i preti pretesero governarla_.» Ancora scrivendo al principe Eugenio afferma: «i preti inetti a governare.» Miollis in certo suo bando assicura ì Romani, che _da ora in poi non torneranno più sotto gli ordini dei preti, e delle donne_. L'appetito viene mangiando, dice il proverbio napoletano, e oramai che Napoleone ci era fece del resto; il 1. Gennaio 1810 (aveva vinto a Venezia) considera che il suo antenato Carlomagno donò al vescovo di Roma certi paesi pel bene dei suoi sudditi, senza che Roma cessasse per questo di formare parte dello impero; _e come dalla unione dei due poteri derivassero e derivino disordini continui_, e via via; onde per accordare la sicurezza delle sue armi, la quiete dei popoli, il decoro, e la integrità dello impero, sentite mo', che cosa fa: dichiara Roma città LIBERA, ed ordina ne piglino possesso in nome suo.--La Francia di Luigi Filippo, quantunque occupasse Ancona consenziente o non repugnante il cardinale Bernetti, procedè avversissima a Roma, bandi i Gesuiti, auspice quel Thiers sviscerato adesso dei Gesuiti e di Roma; inquietò il Papa, ai conforti del Guizot protestante allora, adesso anch'egli papista. Di Napoleone III non si discorre nè manco; i diari riportarono di recente i vituperi ch'ei vomitò a bocca di barile contro il Papato in presenza del conte Grillenzoni, e del signore Raffaelli; di cosiffatti testimoni se ne troverieno a carra: anch'egli, attesta il signore Aulaire nella scrittura del 27 marzo 1831 come Luigi Napoleone _avesse l'audacia di scrivere direttamente al santo Padre parole minatorie, e insolenti, intimandogli a deporre il governo temporale, e a dargli riposta_: non potendo avere altro, in quei lumi di luna, Luigi Napoleone si sarebbe contentato di Roma, di Perugia, ed anco di Peretola; adesso Napoleone presume sommetterci a Roma come alle forche caudine, e ciò pretendendo compiace al vulgo patrizio, ed al plebeo; degli errori, e della petulanza del vulgo patrizio abbine prova nei discorsi del Thiers; del plebeo nei furori barbari contro la religione e nelle più salvatiche idolatrie della moltitudine dei Francesi: checchè si abbachi, Luigi Napoleone triviale fondamento dava al suo trono di ogni maniera errori, e di materia soddisfatta: partiti vecchi, e sperimentati più o meno fallaci, e con maggiore o minore durata caduchi: ei si appoggiò sopra una canna, che lui ha ferito, e schianterà la sua stirpe.

Concedere o negare torna adesso ad una medesima cosa: contrastando al secolo Roma manda su gli scogli la barca di San Pietro, col suo carico di bolle, canoni, riti, sacramenti, e credenze; non la impedite di grazia, così ordina la Provvidenza; col suo _sillabo_ o vogliam dire _indice_ (i Preti. e i Moderati sono solenni trovatori di parole magnifiche a cose brutte, o plebee) Roma si è messa traverso la via della umanità come una lebbrosa; guai a cui le si accosterà! El piglierà la lebbra.

Concessero Benedetto, e Clemente XIV; contrastarono gli altri prima, e dopo la Rivoluzione di Francia, entrambi dimostrarono che il Papato tracolla, e puntellarlo è inane; taluno afferma come Lione XII fosse uomo convinto di quanto operava e diceva: che rileva questo? Pochi uomini hanno fede quanto gl'ignoranti nella propria ignoranza; e il carnefice per riputarsi esecutore di giustizia si estima forse meno carnefice? Pio VIII parve un rimasuglio di lievito inquisitoriale dimenticato nella madia del Santo Uffizio; di Gregorio XVI poco monta conoscere se il vino temperasse con altro vino, e se la moglie del suo barbiere di colpevole amore proseguisse o no; importa, ed è certo questo altro, che cotesti passi si rassomigliarono come anelli della catena: recenti sono i gesti loro, e scritti col sangue; altri li narrò: a noi non giova farlo; ci aspetta Pio IX l'Augustolo dei Papi. Piccola cosa è un Papa; molto più, ma neppure egli metuendo troppo, il sacerdozio; per converso immane, e potentissima la gerarchia ecclesiastica: questa la rete onde si pescano, e si ripescano i popoli; alcune maglie per vetustà erano rotte, prudenza consigliava lasciarle stare, perchè le prossime indebolite dalla lacuna a posta loro sfilacciavano; all'opposto la Italia manda gente a Roma per sovvenire il Papa a racconciarle. Un dì Diogene esposto in vendita al mercato gridava: «Ateniesi, chi vuol compare un padrone?» Oggi la Italia sporge i polsi senza catena, ed urla smaniando: «Preti, Tiranni del mondo, chi vuole comprare una schiava?» Ora gente di ogni ragione già cominciano a spaventarsi, e la paura le persuade a stringersi insieme come appunto accade nelle sventure comuni: non badiamo se la paura o l'amore ce le riconduca, che a fine di conto gli è un tristo vanto il nostro di avere saputo presagire i danni della Patria, e non averli saputi riparare. Dio faccia, che ora bastino a tanto le forze riunite, e i voleri.

FINE DELLA SECONDA PARTE

PARTE TERZA

Le cose narrate in altri libri o lascio, o narro succinto, e per quanto sia necessario alla esposizione della mia opera; però poco, o nulla mi preme ricercare, e referire quali (se n'ebbe) le virtù, e i vizi di Giovanni Mastai-Ferretti uomo privato; solo giova di questi ultimi dire quelli, che in mutate fortune, lo fecero miserabile cittadino, pessimo principe, Papa inetto, e anzi a dirittura dannoso al governo stesso delle anime, che, a sentire lui, sta in cima di ogni suo pensiero.

Sortì egli i natali in Sinigaglia nel maggio del 1792, ed ebbe educazione in Volterra nel collegio di San Giorgio; i suoi Plutarchi della Compagnia di Gesù affermano avere lasciato costà quasi un profumo perenne delle sue virtù; fatto sta, che solo ei si ricordava avere avuto di parecchie nerbate, ed essersele meritate, come in lode del vero, egli medesimo confessò a Firenze quando del suo cospetto la deliziava: dacchè in cotesta occasione essendosegli tirato davanti un vecchio Scolopio già suo arruffatore di cervello negli studi grammaticali, dopo il bacio dei _santi piedi_, sentì ricordarsi come nei tempi andati avesse ardito verberare certa parte del corpo allora non papale, e che difficilmente otterrebbe, anco per via dommatica, esporre adesso come santa alla venerazione dei fedeli; e poichè il frate andava tutto confuso e scusandosi ora alterando la quantità, ed ora la qualità delle percosse, e per ultimo la parte percossa, il Beatissimo lo rimbeccava dicendo: «no, Padre, le furono proprio nerbate, e veramente fu cotesta parte ch'io le ho detto, e confermo; non se ne infinga, anzi se ne tenga, però che se coteste nerbate non erano adesso io non mi troverei assunto Papa.» Tali i detti, ed i concetti del sommo Sacerdote, onde ogni uomo anco cattolicissimo si persuada, non avere poi ad essere un gran che il Papa, se ad ammannirlo tale bastano talune nerbate applicate da un frate scolopio sul postione ad un marchigiano. La faccia sua fu sempre di prete pasciuto di marzapane, e di avemarie, con qualche fiore di cicuta mescolatoci dentro, sorridente un riso tra il bambolo, e lo scorpione; percosso nei primi anni da morbo regio, o vogliamo dire epilessia, irruppe sfrenato colà dove alla cieca Venere più piace; e a tale, che gliene fece rimprovero rispondeva: sfidato della vita volere annegarsi nella voluttà: sembra però, che poi mutasse consiglio per virtù di certa donna (di cui tacerei volentieri il nome se non fosse noto all'universale) la principessa Clara Colonna: questa, non già Maria vergine, fu la patrona del giovane Mastai nel mondo, il quale entrò nelle guardie nobili di Pio VII. Il Plutarco di lui scrive averlo chiamato Dio con particolare vocazione a difendere la santa Sede come soldato, come vescovo, come cardinale, e come Papa: su di che noto, che s'egli tutela la Chiesa da Papa come la custodì da soldato l'avrebbe a stare fresca.

A giudicarne dal poco tempo che il Mastai cinse la spada si ha da credere, che in onta al suo panegirista nè anch'egli si reputasse legno da cavarne po' poi un Giulio Cesare o un'Alessandro Magno; però di corto barattò la spada in aspersorio, e l'elmo per la tonsura: andò compagno a Monsignore Muzi nell'America meridionale donde tornato nel 1825 resse prima l'ospizio di S. Michele, poi fu arcivescovo di Spoleto, e vie via vescovo d'Imola, e Cardinale senza infamia, e senza lode.

Raccontano le anime pie, com'egli, morto Gregorio, recandosi al Conclave mentre traversava Fossombrone una colomba bianca dopo essere rimasta alquanto librata su l'ale al fine si posasse sopra la sue vettura, onde la gente accorsa a contemplare la sua sembianza _smagliante di potenza, di tenerezza, e d'intelletto_ (le sono parole del Plutarco gesuita) come presa dal delirio incominciò a urlare: «viva! viva! ecco il Papa!» Così a Fossombrone; a Roma veruno se lo aspettava Papa; all'opposto facevano capitale sul Gizzi, sicchè eletto il Mastai i Romani rimasero come cosa balorda, per lo che, a fine di rendere al Gizzio il boccone meno ostico venne senza indugio messo nella Commissione consultiva provvisoria, e poco dopo eletto segretario di Stato. Anzi se vuolsi credere al panegirista di Pio IX egli pure giudicavasi incapace, onde si vedendo eletto smaniava sclamando: «o fratelli, abbiate misericordia della mia debolezza; io mi confesso indegno. _Domine non sum dignus_.» Tuttavia il Mastai nella guisa, che ogni prete dabbene dopo avere per tre volte detto: _Domine non sum dignus_, si mastica bravamente il Redentore, profferita appena la propria debolezza montò ardito, e franco nella barca di San Pietro, ed agguantato il timone si commise in mezzo al mare tempestoso. Veramente questo racconto fa ai calci col primo, ma non vuol dire, il pane di che si cibano i Gesuiti sia impastato di farina di contradizione. D'altronde ogni prete promosso Papa si china per l'ultima volta in terra a raccattarvi la superbia, che morendo ci lasciò cascare il suo antecessore.--

Chi se ne intendeva, toccato appena il polso alla Europa andava persuaso, che il male era tornato a far saccaia, e questo succederà sempre quantunque volte in Francia scappi fuori un Luigi Filippo, ovvero un Napoleone per mettersi in tasca le rivoluzioni sementa di sangue, d'intelletto, e di sudore dei popoli; in Roma un Gregorio papa si serva dei _memorandum_ dei Principi per incartarne i riccioli alla moglie del barbiere teologo, e per non fare troppo lunghe le gugliate, non si proceda al modo che a un di presso fanno da per tutto.

Gli uomini speculatori avvisato il pericolo ne avevano paura e non a torto: trepidavano per le presagite ruine; lo straripamento vedevano, come la fiera fiumana; e dove avrieno potuto ricondurla nell'alveo non sapevano: quindi chi almanaccava le riforme, specie di rimedio omeopatico al morbo sociale; chi sovvertimenti, peggio, che rimedio allopatico; chi una cosa, chi l'altra. Primo il Gioberti saltava in mezzo facendo drappellare alla Sapienza un bandierone involato di casa alla Follia: principi, papi, e popolo giù a bollire insieme dentro una pentola. Gli scrittori chiesastici affermano a ragione la democrazia essere contradizione del papato, imperciocchè quella dica agli uomini: «usate dei doni dello intelletto vostro meditando; valetevi dei diritti della libertà governando;» mentre per converso la Chiesa comanda: «qua ponetemi in mano il cuore ed il cervello vostro, io sono l'autorità, la regola, e la sapienza; io penso per voi, e se vi riesce, procurate, che io senta per voi!» Il Gioberti, (sempre gli scrittori chiesastici affermano) si industriava abbindolare il Papa, e mettere di mezzo Dio!--Il Gioberti fu uomo di bontà singolare, e Dio non si mette di mezzo: egli sortì da natura ingegno stragrande, e immaginazione non meno vasta; gli mancò il freno; troppo e vano nei concetti, e nei modi di significarli; non parsimonia, non eleganza: contorni radi, e incerti, pensamenti grossi e mutabili pari ai nugoloni sbattuti dal vento: insomma alla meditazione sostitui la fantasia: per me sempre ammirando ogni qualità di ingegno confesso, che mi reca uggia la metafisica nella politica. I metafisici politici mi paiono poeti, storici, ragionatori sciupati; un po' di tutto, e nulla di tutto: cotesto ingegno confidato a loro assai si rassomiglia a bella tazza di porcellana che commessa nelle mani al fanciullo, ei l'abbia lasciato cascare in terra: ridotta in frammenti dorati attrista a vederla, intanto chi gliela diede si pente ma tardi, ed il fanciullo piagne. Mirabile il moto partorito dalle dottrine del Gioberti, perchè lo universale crede che di ora innanza si sarebbe iti in paradiso in bussola: Bruto e Cesare, se ritornavano al mondo, avrebbero sgranato i baccelli insieme: in combutta corone, e camauri, pianete, e giubbe, scettri e camati da battere la lana; chi prima arrivava senza distinzione di stato si sarebbe servito come meglio gli garbava. Tutti allora ingannati, e tutti ingannatori: immenso il bisogno di credere quello che tornava, e sterminata la credenza. Anco nell'antichità si racconta che gli Abderitani durarono tre di briachi, gli Italiani per quasi un anno, e più stettero matti.

Che se taluno domandi: «dunque la pace è disperata in terra?» Io risponderei: «a Dio non piaccia, ma passioni, e interessi non si spogliano ad un tratto come vesti vecchie per indossarne delle nuove; il miglioramento umano non è opera di plastica in creta, bensì di rota in porfido: la verità non vola, perchè l'errore le ha incatenato ai piedi palle di ferro come ai servi della pena: Dio solo con una parola crea la luce; l'uomo deve guadagnarsela col sudore della fronte, col molto travagliarsi dello spirito, e a micolino; e ciò prima, a cagione delle sue facoltà, ch'egli possiede scarse ed inferme; poi, per carità di cui deve avvantaggiarsene, però che la soverchia luce e la tenebra operino il medesimo effetto; non fanno vedere.»

