Lo assedio di Roma

Part 46

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Tra i Veneziani allora viveva un frate servita Paolo Sarpi uomo di costumi illibati, dotto in molte maniere di sapienza umana, d'ingegno acre, e battagliero, indefesso agli studi, nelle dottrine canoniche singolare; e per di più padroneggiato da passione dominante, che era l'odio contro l'autorità temporale dei Papi: il Senato l'oppose a Roma; e il Sarpi solo dimostrò col vangelo, co' dottori, ed anco con i Concili (perchè ce ne ha di tutti i colori) che tutto potere ci viene da Dio e lo ha detto l'Apostolo (il quale se la poteva risparmiare) che ogni persona è tenuta ad obbedirlo, e lo ha detto Dio; al principe sta dettare le leggi, giudicare la gente, imporre le gravezze, ed in questo così chierici come laici dovergli sommissione: per nulla le prerogative del principato eccezione del sacerdozio; al contrario quelle del sacerdozio concessioni del principato; questo dette alla Chiesa possesso e giurisdizione, e l'è protettore, anzi patrono; da lui pertanto a buon diritto dipendono la nomina ai benefizi; e la pubblicazione delle bolle, e via discorrendo. Gli è chiaro che riusciva più agevole mettere insieme l'acqua e il fuoco, che queste due pretensioni contrarie, si venne alle rotte, e il Papa scomunicò il Doge, il Senato, tutti i magistrati della repubblica, e segnatamente i _consultori_; impose altresì ai preti pubblicassero la scomunica dagli altari, o affiggendola alle porte della chiesa, a chi mancasse guai in questo mondo, e nell'altro. Il Doge Leonardo Donato, eccetto un po' di decreto stampato in un quarto di foglio col quale ammoniva il clero a non curarsi di quelle grullerie, ed a continuare nel debito verso la Patria, non se ne dette per inteso. Avvertiti i Dieci come certo parroco si fosse vantato bandire la mattina di poi la scomunica, notte tempo gli fecero rizzare le forche dinanzi alla Canonica, e bastò; al Vicario di Padova, il quale interrogato dal Provveditore, che cosa intendesse praticare circa la pubblicazione della scomunica, rispose: «io farò quello, che lo Spirito Santo m'ispirerà.» Il medesimo soggiunse: «reverendissimo ci pensi due volte, perchè io so di certo che i Dieci hanno risoluto impiccare qualunque prete a cui lo Spirito Santo inspirasse la pubblicazione.» Lo Spirito Santo, certo per non mettere a repentaglio il Vicario, si astenne da ogni ispirazione. Ricorrendo la festa del _Corpus Domini_ il Senato provvide si celebrasse con solennità straordinaria, e così come sapevano i nostri maggiori mostrarono ai preti che mal presumono trafficare su Cristo come cosa di loro privativa: Cristo è dei cristiani, e meno di ogni altro di loro. Roma arrovellando voleva dire, e fare; quanto a dire ella mantenne la promessa anco troppo, quanto a fare e' fu diverso; la guerra rimase alle minacce; non così circa allo assassinio del povero fra Paolo; la prima volta fu spedito da Roma Rutilio Orlandini per ammazzarlo; di presente gli pagarono un mille ducati; compita la strage avrebbe avuto, chi dice 5000, e chi 50,000 ducati; egli prima di partire mostrò a Flavio di Sassoferrato l'assoluzione del delitto il quale stava per commettere: non importa nè anco notare che i preti negano a spada tratta; ma che non negano, quando torna loro i preti?

E tuttavia si avrebbero a ricordare, che il Cardinale Barberini poi Urbano VIII, andava in Parigi promettendo nonchè assoluzione indulgenza a cui ammazzasse fra Paolo, Clemente VIII, aveva concesso mediante uno elegantissimo breve in virtù del quale era dato facoltà a taluni cittadini di Rieti di spengere senza sospetto di pena in questa e nell'altra vita gli assassini del padre loro. L'Orlandino, messo appena il piede su quello della repubblica, fu preso, e strozzato in un bacchio baleno: più avventuroso, o piuttosto più misero di lui Ridolfo Poma il quale forse pei conforti del Papa stesso, e certo poi di Cardinali, Prelati, e Chiesastici di ogni risma legatosi con parecchi preti, e parecchi ribaldi assalito a tradimento il Sarpi presso al suo convento nella contrada di Santa Fosca lo lasciò come morto per terra trafitto da venti coltellate. Tuttavolta ei sopravvisse, e all'Acquapendente, che nel medicargli quella delle ferite la quale dalla manca orecchia destra gli passava tra il naso e la guancia notò non averne mai veduto altra più strana, egli avvertiva: «la è fatta _stylo romanae Curiae_.» Nè qui rimase l'odio, che non perdona mai, imperciocchè Roma non aborrisse a gran pezza Calvino, e Lutero quanto fra Paolo; s'industriarono farlo avvelenare nel cibo, ovvero nei panni co' quali curava certe sue infermità emorroidali; essendosi salvato il Poma lo ridussero prima al disperato, poi lo aizzarono a tentare da capo assassinarlo; e così durarono un pezzo le insidie finchè la coscienza pubblica in Italia, in Francia, e in Germania si rovesciò contro la infamia di Roma: allora il Papa, e i preti si avventarono a un tratto su quanti poterono mettere le mani addosso, e come dettava loro la paura di rivelazioni temute, la rabbia di minacciosi rimprocci e la speranza inane di coprire con la ferocia nuova la complicità antica gl'imprigionarono strepitosi, in mezzo ad apparecchio eccessivo, e li posero in parte dove non videro più luce: intanto i Veneziani in silenzio avevano agguantato gli altri, e segretamente consegnati all'acqua o alla terra. Interpostosi Enrico IV, tutti questi dissidii si composero; i Veneziani in apparenza piegarono, in sostanza no, chè mantennero inalterata la propria giurisdizione sul clero, e la legge intorno i beni stabili chiesastici. Assettate le controversie venete Paolo ad altro non attese, che a fabbricare congregazioni, instituire ordini religiosi, ed a promovere lo incremento di casa Borghese; ai tempi suoi si rinfocolò più che mai tra Gesuiti e Domenicani la lite intorno la immacolata Concezione; quelli l'affermavano, questi la negavano, ei fe' silenzio, e messosi in mezzo impose silenzio ad ambedue come per riservarne la gloria di deciderla al nostro Pio IX; e vietò anco un'altra cosa, e fu che il Galileo si astenesse come da eresia dallo insegnare la dottrina del moto della terra: altro non occorre dire di lui, ed è già troppo il detto.

Ormai la storia del Papato diventa di papa in papa più inutile pel nostro scopo; ora coglierò in qua e in là qualche fatto, il quale confermi il concetto, che egli da sè come potenza temporale non può reggere: commesso alla protezione di potenze straniere si sente sbatacchiato ora da questa parte, ed ora da quella, servo spregievole e mal fido, sicchè lo Spirito Santo uccello smarrito batte incerto l'ala senza più sapere dove ei si abbia a calare. Gregorio XV. tenta riprendere lo spirituale per servirsene di leva a rifare lo stato; ma lo spirituale solo non fa prova, ed ei reputa venirne a capo stringendosi in società con l'Austria; però mettono in comunella fra loro sacramenti, e carnefici, missionari, e sbirri; l'Austria tiene i popoli pei piedi, il Papa li converte con la corda al collo; e tuttavia ella parve prevalere; la Germania rimase inondata di frati predicatori, le prediche dei quali se convertivano tanto meglio, se non convertivano subentravano i soldati a disertare gente e paesi; felici i banditi! Le missioni, seme di rabbia, e di furore in Europa, attecchirono in America, e ciò perchè in Europa opprimevano, in America parevano affrancare; fra popoli eruditi Roma faceva ufficio di spegnere, tra ignorantissimi appariva luce di intelletto; qui niente aveva da insegnare; costà se non tutto, molto. Anco in Francia la Chiesa sembrò rifiorire, però che la baronia, d'indole ad un punto prepotente e servile, considerando adesso la Monarchia di concerto con la Chiesa, non trovasse il suo conto a dare del capo dentro un'arnese tanto gagliardo; e poi capiva che governo aristocratico la Francia non patisce; costà gli aristocratici comparvero e compariranno sempre a mo' di penero cucito all'orlo del mantello reale o imperiale: arrogi a questo, che la dottrina della riforma impaziente di autorità senza quasi addarsene aveva incamminato i popoli alla repubblica, e già se n'erano visti i segni; e se ai Monarchi la repubblica garba quanto il fumo agli occhi, nè manco piace agli aristocratici che quelli sono monoliti, e questi frantumi di tirannide schietta. Dove tu cerchi se la Chiesa se ne avvantaggiasse, tu trovi il contrario, e ciò perchè gl'interessi andarono tutti da un lato, e veramente furono i più; la fede rimase dall'altro scarsa, ma depurata da ogni terrena miscela, epperò miglior seme per fruttificare, e per vincere. Anco nei Paesi Bassi, per testimonianza del Bentivoglio fu visto agitarsi un moto tendente al cattolicismo, e i piedi guazzavano sempre nel sangue per le guerre contro Roma; certo il Bentivoglio come nunzio romano merita piccola fede nei suoi scritti, e tuttavia quanto egli afferma può darsi, imperciocchè non so se accada, come affermano nell'aria, ma sicuramente nello spirito umano, la corrente, che succede, tira nel verso contrario a quella, che passa. Nella Inghilterra comparivano indizi di non lontana mutazione; costà reggeva il figliuolo della Maria Stuarda vago di procurare a Carlo suo primogenito nozze spagnuole, e Gregorio in istile di gente innamorata gli scriveva: «la vecchia radice della pietà cristiana feconda un giorno di sì bei fiori fra i monarchi inglesi germoglierebbe da capo nel suo cuore.» A questo modo al Papa pareva camminare in bussola; sopra tutti appoggiavasi, lo sostenevano tutti; ad un tratto Austria e Spagna si legano contro Francia a cagione delle alpi elvetiche; il Papa esse tirano chi di quà e chi di là; era mestiero risolvere, e commettere la tiara all'alea delle battaglie; prevalse la buona fortuna di Gregorio XV. eletto a comporre le liti, e lo faceva forse, se la morte non gli avesse tronco le pratiche. Subentrato a Gregorio Urbano VIII. dei Barberini cambia aspetto ogni cosa; Gregorio in cuore austro-spagnuolo, in sembianza no, Urbano poi francese affatto in apparenza ed in sostanza; ed a rilevare inoltre i fiacchi spiriti di Francia ecco sorgere ministri Vieuville e Richelieu; allora il nuovo Papa butta all'aria le nozze di Carlo Stuardo con la infanta di Spagna ponendo per patto nella dispensa, che il Re si obbligasse a costruire chiese cattoliche in ogni provincia del regno; Giacomo, il quale, a quanto pare, aveva per la sua testa un po' più di tenerezza del figliuolo Carlo ne dismise il pensiero: nè basta; in odio all'Austria, e alla Spagna Urbano si accosta ai protestanti, e fidato alla Francia mulina non so quali disegni: di un tratto, la Francia, seguendo la vecchia usanza, conchiude la pace di Monzon, e pianta i collegati su le secche. Questo saggio della lega francese gli avrebbe pure dovuto aprire gli occhi, ma non valse; intricatosi nella successione di Mantova chiama i Francesi a pigliare parte nelle faccende in Italia; egli li sovverrebbe con i danari, e con le armi: allora al Papa non cadeva in mente essere il padre dei fedeli; crisma contro crisma egli spingeva e portava: sempre invasato dall'odio contro l'Austria nella guerra dei 30 anni parteggia per Gustavo Adolfo di Svezia, e favorisce i protestanti: dopo fabbricato il porto di Civitavecchia, lo dichiara franco, e vede frequentarlo più che tutti pirati barbereschi, i quali ci vanno per vendere ai sudditi del Papa le rapine fatte a danno dei Cristiani, nè lo vede solo, ma se ne avvantaggia, e ci ha piacere: forse e' fu per simili meriti, che abolì il decreto del Senato e del Popolo romano proibitivo della erezione di statue al Papa, dicendo, che stava bene per gli altri non per lui frivolissimo uomo, poetastro astioso e presuntuoso.

Il Papato ormai non ardisce più concupire i reami altrui, nè anco si attenta sbarrare un gherone del manto di San Pietro, solo ne cincischia brandelli per coprirne le spalle ai suoi figliuoli, e questi si tirano da parte a rosicchiarli come gatti il ventriglio. Sisto V al cardinale nipote assegnava centomila scudi di rendita, all'altro co' danari della Chiesa comprò il principato di Venafro, e la contea di Celano. Quello che ardisse Clemente VIII. non si ricorda; donò ai suoi un milione fra tutti; poi ad ognuno sessantamila scudi di entrata; mancatigli i beni della Chiesa, arraffò gli altrui, aiutatori giudici, auspice il boia. Paolo V. co' suoi Borghese procedeva anco più largo; il Cardinale Scipione ebbe 150 mila scudi di rendite ecclesiastiche, Marcantonio il principato di Sulmona, palazzi, ville, vasellami di argento, gemme, suppellettili che valsero un tesoro; di danaro un milione; e più strano ancora il privilegio di ribandire gli sbanditi, instituire fiere, imporre gabelle sopra altrui, non pagarne essi; andare immuni da confische, impunità per qualunque maniera di devastazione: più discreto Gregorio XV. il cardinale Ludovisio provvide con 200 mila scudi di rendita, il fratello Orazio con 800 mila scudi di _monti_, con la contea di Fiano e il principato di Zagarolo.

Urbano VIII. si spinse a tale enormezza, che parve a molti, ed a me pure esagerata; ciascheduno dei tre nipoti gratificò con 100 mila scudi di rendita, compreso il padre Don Carlo; oltre questo occorre scritto in più parti, come le somme donate dal Papa alla sua famiglia toccassero il valsente di 105 milioni di ducati. E' sembra che anco al Papa così immane spreco stesse su la coscienza, sicchè elesse certa commissione per esaminare se si avesse a correggere: la Commissione scrisse con una mano avesse facoltà il Pontefice come principe temporale a fondare un maiorascato nella sua famiglia con gli avanzi delle rendite pubbliche del valsente di 80 mila scudi di rendita netta; alle nepoti potere assegnare la dote di 180 mila scudi: il Vitelleschi generale dei Gesuiti consultato intorno questo parere lo sottoscrisse con due mani; al Papa presso a morire gli tornò lo scrupolo a galleggiare sopra lo stomaco; per la qual cosa egli ebbe a sè il cardinale Lugo, e il Gesuita Lupis, che risposero a coro non dovere permettere il fratello, e i nipoti suoi avessero a rendere pure un baiocco, e ne misero innanzi questa stupenda ragione: «tale e tanto è l'odio, che si sono tirati addosso i nipoti del Papa, che giudicano non solo giusto, ma necessario per l'onore della sede apostolica lasciarli in istato di conservare il fasto principesco anco dopo la morte del Pontefice! Alessandro VII. considerando come più prudente consiglio sia fuggire, che resistere alle tentazioni, eletto Papa vietò ai Chigi recarsi a Roma; e nientemeno gli fu apposto a peccato dal padre Oliva rettore dei Gesuiti, onde il Papa dabbene per non precipitare giù dentro lo inferno chiamò i Chigi a Roma, e Mario fratello fece provveditore dell'annona, e rettore di giustizia nel Borgo, il nipote Flavio cardinale nepote provvide con 100,000 scudi di entrata, l'altro nepote figlio di Agostino diventò principe, ebbe Aricia, principati, nozze illustri, tanto altro bene di Dio, onde potè fondare una delle trapotenti famiglie di Roma. Non so se i Pamfili arraffassero più dei Barberini, certo è che ne vinsero i modi tuttochè turpissimi. Olimpia Maldacchina cognata d'Innocenzio X, apre traffico di offici; vende, e baratta, nè solo dentro, ma fuori dello stato, frapponendosi per sensali gli oratori stranieri; empie il Vaticano di clamori a cagione di bizzosi puntigli con la nuora Olimpia Aldobrandina; il Papa caccia prima la nepote, poi la cognata, quindi ambedue, finalmente le richiama, nè cessano le domestiche liti; ludibrio di sacerdozio infemminito.

Ma per tornare a Urbano VIII., spinto dai dispetti dei nipoti muove guerra ad Odoardo Farnese per togliergli Castro, come già aveva tolto alla ultima donna di casa della Rovere, Urbino, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia, e Montefeltro: di qui vicende le quali per essere da un lato degne di riso, dall'altro non disertavano meno i popoli: invano il Papa cavò da Santo Angiolo 500 mila scudi del deposito di Sisto V. per sostenere la guerra, e invano ce ne spese dintorno altri quattro milioni e mezzo, e s'indebitò per sette chè legatisi ai suoi danni i vari stati italiani egli ebbe a ribenedire a forza il Farnese, e rendergli Castro: dicono, ch'ei ne morisse di dolore; ed aveva torto, imperciocchè dovevano essergli di conforto la città di Roma ingombra di ruine, il titolo di eminenza largito ai Cardinali, e soprattutto la tortura a Galileo, e la condanna della eresia del moto della terra.--Innocenzo, empiti i suoi di facultà, moriva con settecento e più mila scudi di peculio privato; saccheggiaronlo i parenti, che negarono fargli le spese del funerale, e gli diede sepoltura, tre dì dopo ch'ei fu morto, un canonico spendendoci attorno uno scudo: qual seme, tal frutto: sangue di prete non può fallire:--prima di cessare, Innocenzio riprese Castro, e ne abbattè le mura, proprio perchè questa terra avesse ad essere la pietra del paragone della perduta autorità pontificia; di fatto, sforzato dalle prepotenze di Francia la ebbe a rendere più tardi Alessandro VII. insieme a Ronciglione. In breve toccherò dello strazio francese in onta al papato, ora aggiungo il trattato di Wesfalia concluso senza pure farne motto a Papa Innocenzio, che non mancò di protestare e di buono, e gli altri tennero coteste proteste in conto di rondini dell'anno passato. Chiunque osserva mira accadere adesso alla Curia romana quello, che succede a' nobili spiantati, cupidi di crescere le apparenze alla stregua, che la sostanza scema: in questo secolo andò famosa la Corte di Roma per isquisiti trovati di ossequi, che si appellano _etichetta_, da disgradarne Spagna, e formare la disperazione dello stesso Luigi XIV; infiniti i puntigli su le precedenze tra cardinali, prelati, e famiglie Romane; a cui si apriva la porta spalancandone ambedue le imposte, ad altri una sola; quando passava la carrozza di qualche pezzo grosso, il pezzo minuto fermava la sua: frivole cose queste, non frivolo ma grave oltremodo questo altro: il Papa Alessandro VII. proprio pigliando il Vangelo a contro pelo non patì tenersi dintorno persone, che non fossero nobili di ventiquattro carati, e ne allegava per ragione, che i principi della terra circondandosi volentieri di servitori gentileschi, doveva credersi che tanto più Dio si avesse a compiacere nel vedere il suo servizio compito da personaggi, che andavano per la maggiore: ma! tanto è, il Chigi veniva da Siena, e sembra che nè anco lo Spirito Santo entrando nei cervelli arruffati dei sanesi li possa ravviare.

Fino da questo tempo gli uomini di stato considerando come i _monti_ caduti in mano di stranieri, i quali tiravano la rendita standosi fuori, e non contribuivano a spesa (I Genovesi ne cavavano 600,000 scudi ogni anno) prevedevano la miseria crescente nei popoli; ma chi reggeva, non dava retta, appunto come adesso costuma il governo d'Italia: ma ti dia la peste!, almanco allora erano preti schietti, e correva il secolo decimosesto, mentre oggi siamo al decimonono, e ci regge gente soda, ma soda davvero. In cotesti tempi uno arguto ingegno paragonò il governo papalino al barbero spossato, cui, per eccitarlo a correre, si raddoppiano le perette finchè non crepi; mirate un po' se questa similitudine potesse accomodarsi ai casi nostri.--

Ora i nostri liberaloni larghi di cintura dopo essere stati un pezzo col sasso in mano per lapidare i monaci, presi da terrore, lo buttano in terra; la corte romana due secoli addietro non faceva a spilluzzico; segno a strazi continui erano i frati a Roma; non concedevasi loro la mitra, molto meno il cappello per non inquinarli; nè manco un fallito, nota Antonio Grimani, nella sua relazione della corte di Roma, si gioverebbe a pigliare il cappuccio. I conventi parvero troppi, e vani; ne restrinsero il numero; Innocenzo X. ne soppresse buon dato perchè, egli disse, senza tante invenie, sono fatti spelonca di lussuria, e di delitti; anzi Alessandro VII. propose spontaneo ai Veneziani levassero di mezzo quanti più potessero monasteri, e del ricavato dalla vendita dei loro beni si servissero nelle guerre contro i Turchi: alla quale proposta i Veneziani contrapponendo certi loro dubbi, il Papa riscrisse: «non gingillassero, facessero come il buon contadino che pota i sarmenti per crescere vigore alla vite.»

I Gesuiti all'opposto ingrassano mangiando i frutti del male di tutti: in grazia loro Innocenzo X. con la bolla _Unigenitus_, che ribadì Alessandro VII, s'inimica i Giansenisti condannando come eretiche cinque sentenze del libro _Agostino_, nel quale Giansenio presumeva avere spillata la dottrina del santo vescovo d'Ippona: poi li facoltò a eleggersi oltre il generale un vicario, che fu l'Oliva: non si badò al come vivessero, nè come trafficassero, nè in breve costumassero peggio degli altri frati, e non pertanto riputandosi essi necessari, i precetti pontifici sprezzavano da per tutto, massime nelle missioni; alfine ne commisero delle così grosse, che Clemente XIV. gli ebbe ad abolire; ma ormai nè lo stare, nè lo andare giovava a Roma: meglio di Clemente XIV., e di Benedetto XIV. compresero il papato quei pontefici, che s'intorarono a nulla mutare: certo il papato così non può vivere, ma se si muove casca; di vero Pio IX. avendo un micolino fatto le viste di uscire dalla carreggiata risicò andare in fascio in meno che non si dice un _credo_. I Gesuiti argine alla fiumana del secolo non possono e non poterono opporre; tuttavia remossi loro, la filosofia dilagò; i Gesuiti sono pel popolo quello che l'ellera è pei muri, che prima li rompe, e poi li tiene ritti.--I Gesuiti soppressi da Clemente XIV. ispirato dallo Spirito santo, e per sempre, restituì Pio VII in virtù della ispirazione del medesimo Spirito santo e per sempre: altri di cotesta voltabilità dello Spirito sorride; per me l'ho per buona, e le fo di cappello, prima però che dia una solenne smentita alla cocciutaggine di Pio IX, e poi perchè nutro speranza, che un giorno o l'altro egli abbia a chiarire lui o un altro come la miglior cosa che possa fare un Papa sta nel disfare il papato.