Lo assedio di Roma

Part 44

Chapter 44 3,787 words Public domain Markdown

Quasi correndo adesso io compirò l'arringo toccando dei Papi fino a Pio IX non perchè faccia mestiero al mio assunto al quale parmi di avere soddisfatto, ma sì perchè a causa della lunga laguna si verrebbe a perdere la tradizione dei Papato, quantunque a cui poteva averla smarrita troppo bene gliela fece risovvenire l'enciclica, e il _sillabo_ di Pio IX. Fu Ugo Buoncompagno uomo di vita gioconda, non imperito di giurisprudenza, nei negozi versato, di costumi facile, conobbe amori verecondi, ed ebbe un figlio, ch'egli amò ma non promosse a scapito della Chiesa, tenendolo sempre nei limiti di decente agiatezza non mai lo chiamò parte delle faccende di stato; molto meno consentiva usurpasse l'autorità principesca, onde certa volta ch'ei si attentò liberare di prigione due giovani amici suoi di studio lo bandì da Roma senza remissione, e lo avrebbe privato di ogni suo ufficio se le preghiere della sua sposa contessa di Santa Fiora non erano; non fu avaro, non violento, anzi propenso a donare, e benigno, e nondimanco acconsentendo alla spinta perversa di Roma quando gli giunse la nuova della strage, che piglia nome di san Bartolommeo, ordinò gazzarra al Castello Santo Angiolo con lo sparo di tutte le artiglierie, e fece falò; inoltre rendeva solennissime grazie a Dio, e bandiva un giubbileo perchè gli universi cattolici n'esultassero.

E tutto questo pareva poco per manifestare la letizia infinita del fatto, sicchè allogava a valenti pittori parecchi quadri che rappresentano, il primo Coligny investito da un sicario cattolico mentr'esce dal Louvre; l'altro la strage orribile degli Ugonotti; il terzo Carlo IX che in Parlamento si vanta di avere sollevato il boia in cotesta fatica; questi quadri durano tuttavia nel Vaticano nella sala appellata dei _Re_ (e ci stanno bene) la quale precede la cappella sistina. La memoria di cotesta scalleraggine compariva raccomandata anco troppo alla esecrazione pubblica, ma non contenti i preti degli affreschi vollero commetterla anco alle medaglie; di vero Gregorio XIII ne fece coniare una, e stupenda la quale certo gesuita dabbene ci descrive così: _da un lato rappresenta il macello orribile esegito da 60,000 uomini degli eretici nella capitale, nel corso di tre giorni e di tre notti, secondo il consiglio di Dio sovvenuti dal suo aiuto celeste_[1]; dall'altro è la immagine del buon Gregorio. Per colmare lo staio il santo Padre spediva in Francia legato _a latere_ il Cardinale Orsino con la istruzione, che _insista fortemente perchè la cura tanto bene incominciata co' rimedi bruschi non guasti con importuna umanità_[2]; in così degna gara è naturale non volesse rimanersi addietro Carlo IX, ond'egli pure commise una medaglia dove da una parte si mira con un mucchio di cadaveri sotto i piedi, e dall'altra un fascio di allori fra gigli, corone, e collari di San Michele. La Convenzione provvide, sotto la finestra del braccio del Louvre, che sporge di più sopra la Senna, si murasse una lapide con la iscrizione: _di_ _qui l'infame Carlo IX di esecranda memoria bersagliava il suo popolo con lo schioppetto_. Napoleone Bonaparte la fece levare; deliberato di crearsi tiranno s'imparentava con ogni regia nequizia: ora i re, secondo loro natura, uno la ripiglia per l'altro.

[1] non sine Dei ope, divinoque consilio eam stragem perpetratam esse in numismate percusso docuit Gregorius.

[2] insistat fortiter neque curam asperis remediis inchoatam prosphere perdat leniora miscendo.

Gregorio quando avesse voluto operare diversamente non sarebbe riuscito, imperocchè oggimai i gesuiti, e i teatini si arrogassero verso i Pontefici l'ufficio che i profeti giorno esercitavano co' re, e co' sacerdoti d'Isdrael; cresciuti nel deserto, custodi rigidi delle vetuste discipline, di repente comparivano per rampognare, punire, e correggere; assillato da cotesti mali cristiani, fino con 400,000 scudi per volta sovvenne Carlo IX nella impresa di lacerare da cima in fondo la Francia; da lui prese vigore la lega contro Enrico III, Enrico IV, quegli ucciso, questi ribenedetto dai preti perchè picchiava forte, e spesso: egli istigatore delle ribellioni d'Irlanda contro Elisabetta; egli irrequieto sollecitatore della guerra di Spagna contro la Inghilterra; e in quella il Vicario di Dio parve capire alla rovescia lo intendimento del suo padrone, però che una ventata delle solenni mandasse a rotoli la grande _armada_; onde Elisabetta, anch'essa, coniò la sua brava medaglia con le navi spagnuole sottosopra, e il motto: _affiavit Deus et dissipatti sunt_. Così degli uomini chi piglia Dio per un lembo, e chi per un'altro secondo le sue bizze, ed egli infinitamente buono compassiona la follia di tutti e si lascia fare.[1]

[1] Prova dell'arrogante potenza abbilo in questo, che mentre la gente tremava al solo pensiero di provocare l'ira di Sisto V, al gesuita Francesco Roledo, quando costui promesse a cardinale il Gallo suo servitore, bastò il cuore di predicargli in faccia: «allorchè si conferisce un'officio pubblico in mercede di servizi privati si pecca: non perchè uno sia buon coppiere, o scalco gli si commette senza nota d'imprudenza un vescovato ed un cardinalato.»

A questo Papa dobbiamo il lunario cioè commise lo acconciasse a un Lilio calabrese, perchè i Papi da per loro non saprebbero nè manco fabbricare lunari; in compenso rovesciò sul paese questi altri danni: non volendo imporre nuovi balzelli sul popolo, e d'altra parte abbisognando di danaro cominciò da sopprimere franchigie, privilegi, e fin qui fece bene; poi sottopose a dazi la tratta dei grani e qui fece male: inoltre ricercato sottilmente quali fossero i beni feudali commise s'investigasse se fossero ricaduti alla Camera o per linea estinta degl'investiti, o per censo insoluto e così trovando si comperassero senza misericordia; prescrizione di tempo remotissimo non bastava, conveniva produrre la prova del dominio; cosa non pure difficile, ma impossibile; di qui universale sgomento; veruno o pochi si tenevano sicuri; taluni erano spogliati; troppi più tremavano di restare in camicia; agl'Isei levaron Castelnuovo, Corcona ai Sassatelli, Lonzano e Savignano ai Rangoni de Modena, Alberto Pio per evitare liti rendeva a patto Bertinoro; ma non si contentò la Camera; ella volle anco Verrucchio: dopo lo sbigottimento, come succede ecco sorgere il desiderio di resistenza, e col desiderio un legarsi, un raccogliere armi; per ultimo un prorompere in manifesta rivolta; rovinati per rovinati, dicevano i feudatari, giova morire con le spade in mano per la salvezza dei nostri beni. Impedita la libertà di commercio da questo Papa ignorante Ancona decadde per risorgere mai più; dalle economie manomesse nacque perturbamento nell'amministrazione, si rinfocolarono le parti, e procedendo di male in peggio da prima le furono soperchierie, e subito dopo omicidi, assassinamenti, e di ogni maniera immanità. A torme furono visti masnadieri scorrazzare la Campagna, e le Marche, gli assoluti dai Tribunali sovente essi condannavano e finivano; i dannati all'opposto assolvevano, e allora assalito il carcere ne li traevano fuori. Li conducevano uomini nobili, e prestanti nella milizia, un Piccolomini principe di Amalfi, un Malatesta, uno Sciarra od altri di minor fama. Il Papa spediva uno esercito sotto la condotta del suo figliuolo Giacomo, con facoltà da disgradarne le moderne russe in Polonia, ma non fece frutto, e ciò perchè essendosi egli alienati con le sue improntitudini gli animi del re di Spagna, del Senato Veneziano, del Granduca di Toscana, del Duca di Ferrara, insomma di tutti, questi si pigliavano diletto a dispettarlo, offerendo asilo nei propri Stati ai rifuggiti; nè per cosa al mondo consentendo a restituirli. E' fu mestieri ch'ei concedesse perdono al Piccolomini; dicono, che leggendo l'indice dei misfatti ch'egli ebbe a perdonare, lasciasse cascarsi dalle mani il foglio come vinto da ribrezzo, ma gli toccò a provare peggio, e fu (io lo dirò con le parole della relazione dell'oratore veneto Priuli) che monsignore Odescalco avendo ottenuto si rendesse certo prigione al _prete Guercino_ famoso masnadiere conosciuto col nome di _Re della campagna_ tanto con questo mezzo gli divenne amico, «che si è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua dal Pontefice, la quale era ordinata assolvendolo sua Santità da _44 omicidi commessi_. Et mentre si faceva la espeditione, è venuta nova che il ribaldo ha ammazzato _quattro_ suoi nemici in un castello. Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di manco non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine, e la indegnità grande, pur non sa rimediarla.» Di vero anco questo estremo oltraggio non gli fu risparmiato, però che offerta la grazia a certo masnadiero Martinazzo, questi la ricusò dicendo: «io non so che farmene, mi torna più continuare bandito, che ridurmi a vivere in casa mia.»

Di Sisto V assai si favella, ma lo conoscono pochi; anco ieri leggendo non so che Diario, vidi appuntarmi di averlo nel Paolo Pelliccioni di troppo alterato: e' non sanno quello, che si dicano; non mai sommo pontefice meritò più di lui il nome di sommo carnefice: nè io lo infosco, bensì i suoi gesti; di vero quale concetto dobbiamo formarci noi di un Papa il quale inaugura il suo pontificato con la impiccatura di quattro giovanetti di Sora per l'orrore di portare archibugi comecchè mostrassero la licenza del porto di arme loro concessa da Mario Sforza luogotenente del Duca di Sora? E più tardi senza nè anco forma di processo intendeva mandare alcuni sciagurati alla forca, e udito come al suo fiero talento si opponessero le prime norme della giustizia tempestando esclamava: «orsù processateli, a patto che me gl'impicchiate prima di desinare, e abbiate in mente, che stamane ho fame.» Forse parrà troppa la esecrazione al Vicario di Cristo, al quale mentre altri dimostra non potersi con l'ultimo supplizio finire un giovanetto per pochezza di anni dalla legge reputato incapace di dolo, egli ferocemente beffando risponde: «ciò non tenga, se gli mancano anni per mandarlo alla forca ecco io gliene dono una dozzina dei miei[1].»

[1] Di Sisto V. nove vite, 4 stampate e 5 manoscritte; delle stampate sono scrittori _Robardi, Leti, Tempesti, Lorenta_; delle manoscritte _Gualterio, Galetino, Anonimo_, una altra vita emendata proprio da Sisto V; poi si hanno _Memorie autografe_ dello stesso Pontefice, ed altre memorie; per ultimo le relazioni degli oratori Veneti Priuli, Gritti, e Badoero, ed i dispacci Veneti dal 1573 al 1590.

Danno a Sisto facile la lode di sterminatore di banditi, e ciò ch'è peggio ai giorni nostri ripetono siffatto resultato doversi alle immani asprezze di lui, e questo non risponde al vero; al contrario si deve ai buoni uffici co' quali seppe nei primordi del suo pontificato conciliarsi i principi circostanti, ond'egli gli ebbe a provare benevoli quanto malevoglienti Gregorio, per la quale cosa disperati di asilo, sicuri di non potersi oggimai sottrarre alle meritate pene scomparvero: essendo anco a quei tempi per esperienza conosciuto dai rettori di stato non la gravezza bensì la sicurezza del castigo quella che tira indietro gli uomini da mal fare; la quale sentenza occorre significata nei ricordi di messere Francesco Guicciardini con queste parole di oro: «le pene eccessive... non sono necessarie, perchè da certi casi esemplari in fuora, basta, a mantenere il terrore, il punire e' delitti a 15 soldi per lira, pure, che si pigli la regola di punirli tutti.» Di vero, quando Sisto reputandosi bene assodato prese a fare il viso dell'arme ai principi non più Filippo II ordinò ai vicerè di Napoli, e di Milano obbedissero i comandi del Papa quanto e meglio dei suoi; Venezia, e Toscana gli procederono avverse, e allora, che cosa gli valse segnare ogni giorno della sua vita col taglio di una testa? Che i campi, le strade, e le foreste gremite di pali co' capi mozzi fittici su? E che salutare co' dolcissimi nomi quelli fra i suoi governatori i quali con maggior copia di teste mozze lo presentavano? Sul declinare della sua vita i banditi sguinzagliati dai principi tornarono a nabissargli lo stato; Piccolomini in Romagna, Sacripante in Maremma, Battistelli nella campagna di Roma; nel luglio del 1590 scorrazzarono fino alle porte della eterna città: sopra gli altri principi infesto Filippo di Spagna, il quale non andò immune dal sospetto di avere fatto propinare il veleno a Sisto.

Ed anco i Baroni romani inaspriti da Gregorio egli si conciliò, fino a dissimulare l'omicidio del suo nipote Felice commesso per ordine di Paologiordano Orsino, il quale non si fidando di coteste lustre si cansò con la sua Accorambona a Venezia; e a torto, imperciocchè il Papa s'industriasse imparentarsi con le case baronali Orsini e Colonna maritando due sue nipoti con Marcantonio Colonna, e Virginio Orsini, assegnando doti, doni, ed elargizioni le quali a cotesti tempi giudicate mirabili, oggi parrebbero immani; per certo tra danari, gemme, entrate, e di ogni ragione comodi non portarono le spose ai loro mariti meno di un milione di scudi per una. A cui ben guarda in questa agonia d'imparentarsi con le precipue famiglie baronali d'Italia ravvisa il villano che ha in uggia la memoria del suo umile stato.--Il nipotismo da Pio V abolito rispetto ad alienazioni in pro della famiglia del Papa di parte dei domini della Chiesa, Sisto rinnovò in altra guisa e fu sbraciare a ribocco entrate, e benefizi ai suoi congiunti. Provvide il cardinale Montalto di una rendita di centomila scudi fra patrimonio proprio, e benefizi, 250 mila e più glieli donò in case, suppellettili, e vasellami; poi cariche, offici a fusone tanto che fu estimato ed era il più ricco cardinale di Roma; così alla stregua gli altri parenti.

Certo non sarebbe giusto censurare Sisto se difettò della notizia dei precetti economici, che altri in queste faccende più versato di lui, a quei tempi ignorava; tuttavia anco allora parve strano creare debiti, e scorticare i popoli: per provvedere a immaginate necessità. Stupenda mania di Sisto radunare pecunia, tantochè Gregorio avendo lasciato l'erario al verde Sisto tenne sul serio che costui avesse commesso peccato grave da doverlo scontare per lo meno col Purgatorio; per lo che un bel giorno ordinò celebrassero non so quante messe per l'anima di cotesto Papa morto spiantato. Sisto pertanto durante il suo breve regno giunse a depositare al Castello S. Angiolo 5 milioni di scudi di oro; che ragguagliati al pregio della moneta dei giorni nostri farebbero un 300 milioni di lire; in vari tempi vincolò l'uso di cotesto tesoro a varie costituzioni, che volle giurate dai Cardinali, e furono non si spendesse in tutto o parte eccettochè per riscattare la Terra santa dalle mani del Turco, ovvero nella crociata universale contro lui, bene inteso però non prima, che l'esercito cristiano non si sia trasferito a proprie spese nelle terre degl'infedeli; ovvero se così tremenda soprastasse la fame al popolo romano, che non sovvenuto perisse; del pari in caso di moria: ancora, se qualche terra della cristianità corresse pericolo di cascare nelle mani dei nemici della fede: a più forte ragione, se fosse minacciato il dominio della Chiesa da qualunque principe infedele o no, il quale non istesse già su le mosse, ma fosse già mosso ai danni suoi: per ultimo se senza spenderci danari non si potesse ricuperare taluna terra alla Chiesa, e ricuperata conservarla. Questa costituzione corresse l'anno terzo del suo pontificato dichiarando potesse adoperarsi il tesoro per guadagnare provincie, o liberarle, a patto però che le dovessero rimanere in potestà della Chiesa ossivvero, permutarle in altre più proprie a benefizio di lei: insomma prestare a usura.--

I cinque milioni non furono nè anco quelli ch'egli ricavò dalla pratica detestabile della Curia Romana, cui egli estese ai limiti estremi, vo' dire creare nuovi uffici e venderli; di vero trovo come da 36,550 uffici e cariche venduti egli tirasse scudi 5,547,630; però depositava 547,630 scudi di meno di quanto aveva raccolto da questo brutto mercimonio: fra gli offici esposti allo incanto ne occorrono parecchi singolari, il Soldano ovvero carceriere di Torre di Nona, i custodi delle _catene_, i Prefetti delle carceri, i Sensali di Macerata, e perfino 100 Giannizzeri! Sicuro, il Papa teneva presso sè i suoi Giannizzeri nè più nè meno come il Turco, e ne raccattava la somma di scudi 68,000. Instituì ancora undici _monti_, tre vacabili, e otto no; ovvero imprestiti redimibili, e non redimibili. Ora bisognava pure in qualche parte pescare il danaro per sopperire al soldo degli uffici venduti, e all'interesse dei monti, che nel sottosopra puoi calcolare un venti per cento, epperò un milione, e più di scudi; quando egli fu assunto al pontificato scrivono la rendita della Chiesa sommasse a 1,746,814 scudi; alla morte di lui toccava i 2,576,814 scudi, che fanno 830,000 scudi di vantaggio; i modi, ch'ei pose in opera diversi affatto dagli usati da Gregorio, o sia che non ci fosse più nulla da levare di sotto ai feudatari, o sia, che Sisto volesse gratificarseli quanto gli aveva tribolati il suo antecessore: tutto sottomise a dazio, grano, vino, olio, le sostanze alimentarie di prima necessità, che più? Fino le povere alzaie, che tirano sul Tevere contro corrente i navicelli in compagnia dei bufali ebbero a pagare il balzello: alterò la moneta, e barattatala con la buona, anco questa dopo averla falsata rivendeva: buttò a terra il commercio aggravandolo di due per cento sul valore delle merci introdotte nella città; le quali cose considerando il Leti, quantunque si palesi ammiratore dei modi di amministrare di Sisto, non può astenersi da confessare: «lasciò il popolo così angariato, che da quel tempo in poi.... non si è sentito parlare che di povertà e di miseria avendo continuato i popoli ad essere esangui, e meschini.» Narrano come coteste diavolerie gli mettesse in capo certo ebreo portoghese chiamato Lopez, ma io noto, che i Preti nel magistero di piluccare danaro non hanno mestiero d'insegnamento, e possono tenere cattedra; di consigli non voleva saperne; in altri negozi talora si accomodava, ma in quanto a fare quattrini Sisto non pativa avvertenze; però avendo consultato il cardinale Albani di Bergamo, che cosa gli paresse del dazio sul vino rispose: «io approvo tutto quello, che piace a vostra Santità, tuttavolta, veda, approverei con più cuore, se questa tassa a vostra Santità dispiacesse.» Quando la tirannide imperversa questa opposizione apparirà anco troppa.

Celebrano autori così chiesastici come laici la magnificenza di Sisto nell'ornare Roma di fabbriche eccelse, e veramente meritano lode; però non fu, come pure si doveva avvertito, che spesso le sue costruzioni attestano altrettante distruzioni, ovvero trasformazioni; il famoso Settezzonio di Severo, reliquia davanti alla quale sembrava si fermasse il Tempo per ammirarlo non per distruggerlo fu abbattuta da Sisto e ne fece trasportare le colonne a San Pietro; gli era entrato l'uzzolo addosso di buttare giù ogni cosa, tra le altre il sepolcro di Cecilia Metella monumento illustre dei tempi della Repubblica; i romani atterriti da questa salvatichezza fratesca, gli stessi cardinali, eziandio quelli che più zelavano la fede cattolica si misero intorno al Papa scongiurandolo a deporne il pensiero, ai quali egli rispose: «che avevano torto perchè egli aveva avuto in mente di torre via le turpezze, sostituendo edifizi degni di ammirazione.» A malincuore pativa albergare nel Vaticano le statue di Apollo e di Laoconte; dal Campidoglio poi risoluto le mandò via; anzichè sopportarcele gli avrebbe dato fuoco: ebbero ad esulare dalle sedi terrene Giove e gli altri Dei consenti come già furono banditi dalle celesti: la terra e il cielo governano fati inesorabili! solo trovò grazia al cospetto del Sacerdote del nuovo Dio Minerva a patto, che deposta la lancia pigliasse la croce; così Pallade cecropia fu vista con l'elmo in testa, la gorgone sul petto, e la croce in braccio in sembianza di convertita alla religione cattolica romana. In pari guisa, remossa dalla cima della colonna traiana, l'urna la quale, secondo che ricordava la fama, conteneva le ceneri di Trajano, ci fece porre la statua di bronzo dorato di San Pietro, e gliela dedicò, per guisa che sembra lo Apostolo abbia operato le imprese contro i Parti e i Daci non già Traiano; non diversamente si comportò con la colonna antonina eretta dalla pietà di Marco Aurelio al suocero benemerito Antonino Pio, Sisto la incoronò con la statua di bronzo dorato di S. Paolo e gliela offerse in dono, onde S. Paolo a questo modo sembra il domatore dei Marcomanni, impresa che si contempla scolpita a vitalba intorno alla colonna: in entrambe Sisto procurò s'incidesse il suo nome, e se così giovasse, a poca spesa acquisteremmo nome di supremo fabbricatore fra quanti vissero e vivranno figliuoli dell'uomo. Degli obelischi non parlo anch'essi dallo Egitto trasportati a Roma dapprima onorarono gli astri, poi gli uomini. Sisto parve quasi un Nume per averli drizzati sopra la base, in Egitto coloro che li svelsero dalle viscere della terra non furono tenuti per superiori agli uomini. Storici che scambiano la storia co' panegirici gli attribuiscono molti, e sperticati disegni; tra gli altri quello del taglio dello stretto di Suez, che avrebbe tronche le ale al moderno Lesseps; forse egli potrà averli concepiti, ma per uomo di stato piccolo vanto è questo; imperciocchè d'immaginazioni Ludovico Ariosto sapesse partorirne più stupende; il nodo sta a chi governa di attendere a cose proporzionate alle forze, e con indefessa cura ridurle in atto e compirle. Rispetto a politica terminò peggio di Gregorio XIII essendosi inimicati il re di Spagna, e i Guisa senza guadagnarsi Enrico IV, che non fatto capitale di lui, anzi contro lui si propose re alla Francia; se cotesto re, abiurate le dottrine tornava in grembo alla Chiesa, ciò accadde più tardi non per opera di Sisto bensì per quella di Clemente VIII.

Notai come la fede cattolica prevalesse a furia di fuoco, e di forca in Italia e nella Spagna; adesso mi occorre aggiungere che parve anco volesse allagare sempre a modo di lava nei Paesi-bassi, in Francia, in Germania, e perfino nella Svezia, ma l'arco teso si ruppe; la ragione calpestata levò la testa tornando più gagliarda alle lotte, che all'ultimo non perde mai, anzi qui in Italia dove il trionfo del cattolicismo sembrò intero cosicchè i Preti pensarono potere tornare in ballo co' miracoli di Madonne, che piangevano, ridevano, o favellavano, e talora apparivano traverso un pagliaio, tale altra su di una siepe; qui nella potente Italia cessati gli studi teologici, e la opposizione scolastica lo ingegno si raccolse pigliando a consultare il _manoscritto originale di Dio_, vale a dire l'universo e la natura, buttati via i libri dei dottori: anco qui la Chiesa romana, quasi per istinto avvertita del pericolo, accorse a spegnere; a che prò? Ella non poteva immaginare, che meglio di venti cattedre avrebbe distrutto l'ammasso dei suoi errori un fornello di chimica; gl'Italiani devono, per così dire, ringraziare i Papi se scacciati dal sentiero dove sarebbero riusciti calvinisti, o luterani, o socciniani trovarono la strada della filosofia: le sette più o meno si proposero a fine la riforma, emenda, non estirpazione di errore; la filosofia di altro non si appaga, tranne dell'assoluta verità. Senza jattanza, per me credo, che verun popolo al mondo racchiuda in sè come lo italiano nostro istinto ed attitudine non di riformare, bensì di trasformare la vita della umanità.