Part 43
Fuori di casa due cotanti peggio: quasi avesse bisogno di sprone stava li col pungolo addosso a Filippo II _demonio meridionale_, perchè s'imbrodolasse di sangue; nè rifiniva assillare quell'altro immane uomo il duca di Alva: non tregua, nè pace, nè misericordia, nel sangue si affoghi l'eresia; egli somministrerà armi e danari: se ce ne fosse mestieri apprendetelo da questo; certo frate agostiniano Lorenzo di Villacancio tra le altre cose consigliava Filippo: a tuffare la spada nel sangue degli eretici, se pure non teme, che il sangue di Gesù Cristo non gli si rovescii sopra la testa.... Il santo re David bandì dal suo cuore ogni misericordia verso i nemici di Dio; li percosse tutti, ad uomini non badò nè a donne, ai fanciulli infranse il capo alla parete. Moisè ed Aronne in un giorno solo sterminarono tre mila Israeliti dei cattivi, e fu un bel ratto; un angiolo, e questo è anco più bello, in una notte trucidò 60 mila nemici del Dio vivente. Ora quello che Moisè, e David fecero non avrete a fare voi? O non siete come loro capo di popolo? Non un angiolo del Signore? Ma sì che lo siete, però che la scrittura appelli per lo appunto così le teste coronate, e gli eretici non gli avremo a considerare nemici del Dio vivente?» Fra Lorenzo incontrò grazia presso Filippo il quale se ne valse come consigliere, e mestatore nei rivolgimenti di Fiandra. Avendo più tardi il re dovuto piegare alquanto ai voleri armati dei popoli Pio ne mosse smanioso lamento, ma Filippo gli fece dire in un'orecchio: non si scarmanasse perchè fermo di non attenere pure uno iota di quanto aveva promesso; allora il Papa si tranquillò: qualche volta si pesticciavano, il re non voleva intendere, ch'egli avesse ad obbedire alla Bolla _In coena Domini_ che vieta ai principi mettere le mani su quello dei preti, e il Papa a posta sua non voleva capire di regio _Exequatur_; da un lato, e dall'altro querimonie grandi, ed anco talora minaccie, ma poi si riconciliavano; uno delizia dell'altro: anzi Filippo essendo caduto infermo, il Papa fu udito pregare Dio di tosargli qualche anno della sua vita per aggiungerlo a quella del suo figliuolo diletto Filippo II. Francesco Goubau di Anversa segretario del marchese di Castel Rodrigo oratore a Roma per Filippo IV raccolse e pubblicò duegentoventiquattro anni fa le lettere di questo Santo Papa; il de Potter nel 1827 ne imprese una seconda edizione a Bruxelles; io le ho lette, e mi hanno messo addosso il ribrezzo; la dottrina, che per loro s'insegna questa: «riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e chi resiste sterminate; perseguitate a oltranza, ammazzate, ardete; tutto vada a fuoco e a sangue purchè sia vendicato il Signore, molto più, che i nemici suoi sono ad un punto i vostri.»
Esorta il Papa con coteste lettere il re di Spagna e il Duca di Alva a sovvenire il re di Francia per disperdere gli eretici; nell'ottobre del 1567 avventa lettere di _fuoco_ a Luigi Gonzaga duca di Nevers, a Girolamo Priuli doge di Venezia, al duca Emanuele Filiberto perchè le mani loro uniscano a quelle di Carlo IX e di Caterina dei Medici per torre via dal mondo gli _ugonotti_. Al Cardinale di Armagnac governatore di Avignone manda confischi senza remissione tutti i beni degli eretici, e non ne renda particola ai congiunti loro comecchè buoni cattolici[1]: a quello di Lorena suo legato in Francia palesa il rovello, che ciò non sia stato a punto eseguito, dacchè la paura di ridurre i suoi cari nella miseria avrà virtù di trattenere i vacillanti, Dopo la battaglia di Giarnae esorta Carlo IX a rammentarsi Saulle; costui in onta al comando di Dio, manifestatogli mediante il sacerdote Samuele, non trucidava l'universo popolo Amalecita; sentì di qualcheduno misericordia, e lo salvò, onde in pena di questo orribile misfatto più tardi perse il regno e la vita: esempio che ogni re deve tenersi davanti agli occhi, perchè impari che trascurando la vendetta degli oltraggi di Dio, questi non volga contro lui l'ira, e il gastigo. Nel giorno medesimo scrive alla dilettissima figliuola in Gesù Cristo Caterina dei Medici: badi bene a non tentennare, non si rimanga, finchè gli eretici non sieno spenti tutti (_deletis omnibus_). Da capo a Caterina, al re, a tutti perchè s'impietrino e la vendetta _inesorabile_ empia di terrore la Francia: lo esempio di Saulle parendogli proprio al caso ecco lo rinnuova scrivendo al duca di Angiò, facendogli sapere, che Dio lo rese vittorioso appunto perchè sgozzasse quanti gli capitavano sotto: e stringendo tutto in una parola dirò, che gli occhi dopo lette l'epistole di cotesto santo vedono cosa dintorno colore di sangue.
[1] «Ne bona hæc propinquis ipsorum, aut affinibus _quantumvis bonis et catholicis_ aut alia quavis ratione perveniant.»
Pio non aspirò il fumo del sangue della scellerata strage che va distinta col nome di _notte di San Bartolommeo_; ma l'ammannì, la eccitò, la ordinò, sul punto di morire la toccava con le mani; di fatti quando il Cardinale nipote fu spedito in Francia per frastornare le nozze di Margherita col re di Navarra, Carlo IX tale si aperse con lui: «dirvi tutto non possiamo, ma in breve conoscerete a prova come non vi abbia cosa che valga a confermare la religione nostra in Francia, e a disperdere i nostri nemici quanto queste nozze... voi ve ne chiarirete fra poco: io voglio punire questi malvagi felloni facendoli tagliare tutti a pezzi, o non essere re, perdendo affatto la corona; e facendo questo obbedirò a Pio stesso, il quale mi eccita ad ogni momento di promovere in simile guisa l'onore di Dio, e quello della mia corona.... credete in me, anco un po' di pazienza, e il Santo Padre sarà costretto a confessare che non si poteva provvedere più, nè meglio per la religione.»
Tuttavia il Santo Papa non rimase privo di credenza del macello francese; gli letificarono il cuore le stragi di Caors, di Tolosa, di Tours, di Amiens; nè quivi cessarono la beccheria se non quando videro non avanzare più persona da uccidere; nè poteva fare a meno, imperciocchè gli editti regi ordinavano così: «si corra addosso agli empi sonando le campane a stormo; da per tutto si perseguitino, con ogni arnese si assaltino, come bestie feroci si sterminino, come lupi, come cani arrabbiati desolazioni del regno; se ne rompano le case; non rispettinsi anni, qualità, nè sesso: ferro e fuoco da ogni luogo a mo' d'interdetto.»
Non sono invenzioni dei Convenzionali gli annegamenti di Nantes, bensì imitazioni regie e chiesastiche, dacchè leggiamo che il governatore di Macon facesse quotidianamente buttare nella Saona all'ora della passeggiata a mucchi gli eretici; di che pigliavano maraviglioso diletto le buone dame cattoliche.--A Nantes, e a Lione il popolo inferocito saldò il conto dei sacerdoti, e dei re. Il santo Pontefice aveva mandato milizie ausiliarie a partecipare in guerre siffatte; le comandava un Gabrio Serbelloni. Io sono stato lunga pezza esitante se dovessi tacere o raccontare gli orrori di questa gente benedetta da Pio V, ma mi sono risoluto a dirle perchè uomo apprenda prete, che sia. Io non le chiamo belve perchè farei torto ai lupi, nè appongo aggettivi, perchè non ne conosco veruno abbastanza orribile che loro si attagli: alla presa di Orange il Serbelloni fece precipitare sopra spuntoni, alabarde, e picche gli ugonotti, appenderli e tuttavia vivi arderli a lento fuoco; le donne, svergognate prima, poi messe a bersaglio dagli archibusieri, o impiccate fuori delle finestre; dei fanciulli non si parla... le gentildonne le quali innanzi di patire oltraggio si erano uccise, furono esposte ignude alle scede della ciurmaglia con corna ficcate nelle parti sessuali: parecchi perirono negli spasimi di scottature cagionate dall'arsione di Bibbie di Ginevra abbruciate sopra il corpo loro.--Le abominazioni dello antico Egitto i soldati papalini rinnovarono in Francia; i contadini francesi li chiamavano: «ammazzatori di donne, e di fanciulli; amatori di capre;» però quante capre trovavansi nei luoghi da loro traversati incendevano.
Contro Elisabetta regina d'Inghilterra il santo Padre tramò congiure, tese insidie segrete, allestì guerra aperta, promosse le pretensioni di Maria Stuarda, la sovvenne con ogni industria, nè si rimase contento finchè non l'ebbe condotta al patibolo: rea femmina cotesta fu, e adultera e omicida, ma perchè papesca, la scattò di un pelo che oggi i cattolici non l'adorino sopra gli altari allato a Pio V: questi scrivendo al duca di Alba per indurlo a spedire milizie di Fiandra contro Elisabetta aggiunge, _colei che la trincia da regina l'Inghilterra_[1]; peggio poi quando scrive pel medesimo intento a Caterina di Francia; allora non si perita appellare Elisabetta _rea femmina e perfida_; chiarisce com'egli cospirasse ai danni suoi, e sottecchi aguzzasse ogni ferro per ribellarle i sudditi cattolici, i quali per gli aiuti procurati alla Francia, non chiedevano altro, che essere a posta loro soccorsi a rimettere in trono la Stuarda _loro legittima sovrana_. Dunque per la stessa confessione del Papa è vera la trama contro Elisabetta? Perchè dunque la negano gli storici chiesastici? E perchè vanno fantasticando di amori offesi, e di senili gelosie?
[1] Quæ se pro Angliæ regina gerit.
Questo Papa promosse con tutti i nervi la guerra contro il Turco, la quale fu conclusa con la famose battaglia di Lepanto; ma non sarebbe giusto supporre che a ciò lo spingesse senso di civiltà; papa egli, papa Selimo, però gelosia di mestiere, chè è detto antico _il vasaio portare invidia al vasaio_. Alle cose lungamente da me discorse intorno a questa battaglia nel libro _Isabella Orsini_ ho da aggiungere, che cotesta vittoria rimase senza costrutto perchè l'anno seguente il Turco uscì in mare quanto prima gagliardo, e i Veneziani gli cessero Cipro prima cagione della guerra: i Cristiani poi ci guadagnarono la festa del Rosario, ch'è quella cosa composta di 150 _Ave Maria_ divise per diecine sotto la presidenza di 65 _Paternostri_ inventata dal frate Alano bretone abitante in Olanda; e per vantaggino la giunta di _auxilium christianorum_ nelle litanie. La cronaca di Torres y Aguilera narra come veruna palla o freccia offendesse il Cristo dipinto nel gonfalone; solo due freccie rimasero ciondoloni nel campo, le quali, osservate da una scimmia si arrampicò pei cordami, e quinci strappatele le buttò in mare: su di che osserva il Prescott, che considerando l'enorme quantità dei cappuccini e dei gesuiti presenti a cotesta impresa fa maraviglia come i miracoli fossero tanto pochi.
Nel pontificato di Pio V rimasero soppressi gli _Umiliati_ pel tentativo di ammazzare San Carlo Borromeo; i frati si erano ridotti a 174 religiosi abitanti in novantaquattro monasteri; immensi i beni, e del pari immensi i vizi; la Chiesa ne pigliò le sostanze, di cui parte concesse a San Carlo per instituire seminari, e collegi di nobili, e di Svizzeri; la quale cosa dimostra come la Chiesa adopri la facoltà, che oggi contrasta altrui, di torre via religioni o inutili o dannose applicandone le sostanze ad opere di pubblica beneficenza.
Innanzi di morire volle Pio V. dare la benedizione al popolo, il quale non sapeva che farsene; ma tanto è, il Papa benedice sempre repugnanti, e volenti; di vero, appena morto Roma proruppe in tumulti come al Caraffa.--Il Cantù ei fa sapere, come Francesco Bacone certa volta fu udito esclamare: «o che gingillano a Roma a canonizzare santo questo uomo sovrumano!» Se la cosa sta come il Cantù la racconta gli è mestiere dire: che al gran Cancelliere talvolta si ecclissava la mente come pur troppo gli si ecclissò la morale. Parlando di Paolo IV. ho detto che costui rizzò la forca allato alla croce; Pio V. remosse la croce, e ci lasciò sola la forca: predicatore il carnefice. Nella Spagna e nella Italia l'eresia rimase annegata dentro il sangue, altrove crebbe, e combattè alla stregua della necessità; il cattolicesimo invece di acquistare perse i Paesi Bassi. Il Concilio di Trento, e le asperità di Pio impedirono ogni riforma onde gl'istituti mano a mano rinnovandosi durano, e il male rinchiuso dentro la Chiesa la divorò come il cancro: in Italia fra il popolo non si sentì più favellare di eresie, ma in regioni più alte fu coltivata la filosofia, meno presta sì, ma più radicale emendatrice di errori; la riforma aperse appena mezzo l'uscio alla ragione, la filosofia gliela spalancò tutta; la ragione luterana, o calvinista, o zuingliana, o valdese procedono impacciate, non sono avvinte di corde, ma di stringhe sì, la ragione della filosofia si libra per gli spazi sconfinati del pensiero; fra lei e Dio non occorre impedimento o ritegno.
Dopo Pio V. gli stati pigliano l'andatura, che conservarono fino verso il declinare del secolo decimottavo; Pio IV. sente e dimostra, che la Chiesa ormai senza il ferro dei principi non si regge; sotto Pio V. i principi si persuasero, che anco gli stati loro andrebbero a rifascio se sostenuti dalla autorità della Chiesa non impedissero qualunque spirito che sapesse di libero, ed anco di nuovo; rimase compita la teoria della reciprocazione di tutte le tirannidi fra loro, quella poi di tutte le libertà non hanno in qui appreso i popoli.
Qui sarebbe compito il mio assunto, il quale secondo il disegno, piacemi ricordarlo da capo, consisteva nel dimostrare quale e quanta la legittimità del dominio del Papa, e se vero, che non mai ne fosse stata alienata parte da lui: tuttavolta giova accennare come meglio io possa succinto, le guise per cui la Chiesa s'impadronì di parecchi nobilissimi municipi, e il perfido governo, che ne fece. I priori di Viterbo durante il secolo decimoquarto accoglievano seduti fuori delle mura il potestà inviato da Roma, nè lo immettevano dentro se prima non giurava la osservanza delle capitolazioni loro: a patti men larghi erasi dato Fano; la vendita del sale tutta a suo pro; balzelli per venti anni non ne avesse a pagare; libertà illesa, e diritto di eleggersi chi meglio volesse per potestà senza bisogno di conferma. Sinigaglia da sè s'imponeva le tasse, da sè le riscoteva; alla Camera apostolica pagava il convenuto; e di questo si chiamò contento non che altri Cesare Borgia; e Giulio II. cacciato via da Perugia il Baglione, si astenne da toccare le sue vetuste franchigie, aborrì il retaggio usurpato dal tiranno; per lungo tempo ella pagò al Pontefice un censo annuo di pochi mille scudi; anco sotto Clemente VII. partecipava alla difesa dello stato con milizie sue proprie; così pure Bologna, la quale conservò le sue libertà municipali, amministrò le sue entrate da sè, manteneva milizie proprie, e pagava il legato del Papa; non diversa Ravenna, e le città di Romagna tutte, che liberate dalla dominazione del Borgia, furono da Giulio II. ricevute a patto. Non sempre i governatori erano prelati; all'opposto bisogna confessare che le città stesse imploravano magistrati chiesastici, dai laici rifuggivano: dentro le città prima per necessità, poi anco per uso di discordia antico, il popolo minuto avverso al popolo grasso, il popolo grasso sospettoso dei nobili, i nobili nemici a tutti; i municipi stessi se non sempre contrari fra loro, di rado concordi; onde le assemblee provinciali attecchirono; così i principi e gli stati comporsi in lega o non seppero, o non vollero; i popoli eziandio rimasero disgiunti, bellissime gemme di collana sfilata, onde la causa perpetua della nostra nullezza politica. La poca virtù dei governati, anzi le ree passioni di loro provocarono i governanti ad asservirli, come ordinariamente succede; e poi maledicono al tiranno come cosa fuori di loro, e cadutagli addosso a mo' di _aereolito_, mentre egli nasce dalla servitù ch'essi chiudono dentro nel sangue. Allora nel rinnovamento dei patti di dedizione il prete astuto allunga la mano, e quando si tratta di franchigie da tasse aggiunge: «finchè per cause gravissime a me non piaccia altrimenti,» se di giudizi criminali da definirsi dai potestà eletti dal municipio, il prete mancino arroge: «eccetto nei casi di maestà e simili, ai quali piglierà parte anco il Governatore.»
I borghesi proviamo operosi, e pacifici, cupidi di guadagno, odiatori degli uomini, e delle cose capaci a sturbarlo di presente; del futuro non sanno; quando la vista di qualcheduno di loro si distende molto non passa la lunghezza del braccio con che misurano la pannina, però inchinevoli ad abbietarsi davanti chiunque loro accerti vita tranquilla, e commerci sicuri; talvolta se li difendono da sè, e allora tu li sperimenti feroci così, che Leonida alle Termopili si stinge a petto del borghese, che pugna per la sua bottega; non pertanto indi a breve caglia, chè la fatica lo uggisce, e il pericolo lo impaura; se taluno sorge a schermirlo davvero, ei volentieri lo paga con pecunia, con subiezione, e con la libertà. I nobili per converso schifano la fatica; ai guadagni tirano anch'essi, e come! ma bisogna sieno grossi; onesti non importa; storia questa non pure antica, ma odierna, anzi modernissima; però in ogni tempo armeggioni, arruffatori per allungare le mani in quel del pubblico: mestieri loro tiranni, e ladri; di altro non s'intendono. A simile maledizione aggiungi l'altra delle parti guelfa, e ghibellina, attutite sì, non però spente, le quali dividevano non solo cittadino da cittadino, ma eziandio città da città. A Fano i borghesi si costituirono in lega chiamata in _Santa unione_ di cui questo, lo scopo: «i pacifici si uniscone per opporsi alle ruine, e agli omicidi i quali non si limitano a desolare le famiglie dei tristi che li commettono, ma offendono altresì quelli che intendono mangiarsi in pace il pane guadagnato col sudore della propria fronte.» Di siffatti istituti vedemmo esempi nella Spagna, e ai dì nostri in Italia; ma poichè operavano separati dal Governo, furono da questo aboliti, ed a ragione, chè lasciandoli crescere avrebbero costituito uno stato dentro lo stato, o piuttosto lo avrebbono sovvertito, molto più che lo stato vecchio patendoli veniva a confessarsi inetto a mantenere la sicurezza pubblica, vale a dire, al fine pel quali i governi si fanno. Piacquero all'opposto ai preti, però che per causa di religione sottoponendosi a loro senza fatica e senza spesa si trovarono in mano uno arnese stupendo per riuscire; essi pertanto benedicevano cotesti istituti, li spruzzavano di acqua santa, con le indulgenze li santificavano, li presentavano con gonfaloni, e bandiere; tuttavolta non importa nè manco avvertire com'essi venuti in mano al prete non servissero già allo scopo proposto; al contrario senza pure addarsene servissero a perpetuare la discordia fomentata da costui; nè calunnio io, dacchè il governatore di Romagna G.P. Ghisilieri tale ragguagliava Gregorio XIII: «siccome il popolo disunito facilmente si domina, così difficilmente si regge quando è troppo unito.»
Oltre gli umori tra nobili, e borghesi una mala peste ingombrava le campagne, ed erano le famiglie di contadini collegate fra loro a modo di tribù; anch'esse assumevano nome di guelfe e ghibelline, ma agevolmente lo mutavano; in questo solo ferme, saccheggiare più, che potessero: non importa dirne il nome, basta la infamia; e di queste ai preti resse il cuore valersi per rendere subietti cui in loro fidò; nè ai tempi nostri i Prelati romani diversi; solo tu vogli ricordare le centurie di Gregorio XVI, e i masnadieri benedetti di Pio IX.
Talora o perchè si sentissero stringere troppo o per quale altra causa i municipi si rivoltavano, e collegati insieme si opponevano alla crescente tirannide; qualche volta anco soli, e la storia ricorda Ravenna, la quale dichiarò volersi dare ai Turchi piuttostochè patire la pretesca oppressura. Faenza, pontificando Lione X, cacciò via gli Svizzeri, i quali comecchè valorosissimi fossero, ebbero di catti fuggirsene, tanto può la pazienza offesa del popolo; in pari modo il popolo d'Jesi, assalito e vinto il governatore papalino esigente cose improntissime, lo bandiva dalle mura; però da queste sommosse non ne usciva libertà, sibbene raddoppiata tirannide, onde sovente sorse ragionevole sospetto i preti le provocassero per cavarne argomento ad opprimere. Di fatti, Ancona pagava al Papa tenuissimo censo; crescendo ella pei commerci a florido stato, di un tratto glielo crebbe; il quale aggravio da lei non si comportando ruppe a rivolta, ed assaltato il castello lo prese; si venne agli accordi, ma Clemente VII trucidatore della libertà della sua Patria, non era uomo di certo da rispettare quella di Ancona; sotto presto di difenderla dai Turchi fabbrica la cittadella; non anco condotta a termine alla sprovvista manda fanti, e cavalli ad occupare una porta della città; poi il condottiero delle armi va difilato al palazzo degli anziani, e significa loro che il Papa vale e vuole regnare assoluto: gli anziani piegano il collo e spulezzano; alla città è messo un duro freno a rodere Benedetto Accolti legato piglia in appalto l'entrate di Ancona per 20,000 Scudi all'anno: ordine questo, che praticato un dì nelle terre della Chiesa, dei Turchi oggi vediamo accolto eziandio dai governatori del regno italico. Dopo ciò il regno del terrore; gli antichi statuti manomessi; tolte le armi; i maggiorenti banditi, dai pubblici uffici la più parte dei cittadini esclusi, taluni presi, e decollati, e i capi loro esposti in mezzo a ceri accesi sopra un tappeto nero nella piazza del mercato. Questi i titoli di dominio della romana corte sopra Ancona.
E poichè Roma tiene della natura della lupa, la quale dopo il pasto ha più fame di pria, oppressa Ancona, si volta a Perugia a cui di subito cresce il prezzo del sale niente meno che il doppio; la città si oppone, e il Papa scomunicatala prima le intima la guerra; i Perugini non se sbigottendo punto depongono le chiavi della città a piè di un Cristo drizzato in piazza, e deputano venticinque difensori alla tutela della Patria. Basta l'animo per meritare la propria salvezza non basta per provvedere alla comune: i venticinque non seppero raccogliere forze e pecunia, e lo avessero anco saputo non avrebbero potuto rendersi gagliardi su le armi da fronteggiare Pierluigi Farnese, che mosse ai danni loro con bene 10,000 italiani, e 3,000 spagnuoli; e' fu mestieri mandare oratori i quali con la corda al collo, vestiti a scorruccio chiedessero inginocchiati perdono al Papa di avere avuto ragione. Questo il perdono del Papa; le armi cedute, ogni franchigia tolta, dei venticinque difensori fuggiti le case a terra, il consueto morso di una cittadella imposto; tutto il governo ridotto in un'ufficiale eletto dal Papa di cui il nome basta a chiarirne il compito: «_Conservatore della obbedienza alla Chiesa_.» Qualunque gravezza d'ora in poi i Perugini avessero a sopportare senza dire un fiato.
Ora considerino i discreti, comecchè religiosi e cattolici, se veramente il Papa per disfare simili nequizie sia facultato dalla parte di Dio ad opporre il _non possumus_.