Part 4
Pure, posto eziandio, ch'egli a dritto tema: o perchè presume che noi ancora abbiamo paura dello spettro che ha evocato? Noi dobbiamo non portare il peso dei suoi errori; se commise colpe egli le espii: qui appunto stanno le ragioni dello screzio fra noi, che come noi non fummo complici dell'atto, così non intendiamo sopportarne le sequele. Noi pertanto abbiamo bisogno di Roma, conciossiachè durando la Francia in cotesta nostra terra, sorgano due necessità; la prima, in lei di tenerla ai comodi suoi, e ai danni nostri; la seconda, in noi di odiare la Francia quanto Austria, e peggio, chè la offesa del fratello e dello amico irrita gli animi troppo più profondamente che quella mossa dal nemico.--
Noi abbiamo bisogno di Roma. Il Papato, un dì, camminò sul tramite che gli segnava il sangue di Cristo e apparve al mondo verace ministro di lui... ma giunto al bivio forviò mettendosi su la strada dei beni terreni, e poichè allora precedeva la intelligenza universale, intese a comporre con la venerazione, gli errori, la potenza, e le altre cose di cui aveva copia un'argine oltre il quale non si dovesse avventurare la umanità, pena il fuoco dello inferno; quando poi ella vide, che se non gli uomini tutti, almanco taluno, di questo fuoco lontano non temeva le scottature, ci surrogò un buono, e bel fuoco di fascine da cocere il pane e calcinare le ossa degli eretici.--Nè valse; le colonne di Ercole mal poste nel mondo fisico, peggio si presume porle al mondo morale, e la Chiesa per opinione mia, sparse il seme della sua ruina il giorno in cui si affermò compita; imperciocchè limite nello spirito sia immobilità, attributo della materia; da quell'ora in poi ella fu impedimento in mezzo della via; da prima, lo intelletto umano si sforzò forarlo, e ci riuscì con le riforme le quali traversando a fatica per cotesto pertugio tanto o quanto uscirono mescolate co' frammenti che ne staccavano, e ciò fu molto rispetto alla negazione, poco per la filosofia, o vogliamo dire per lo specolare liberissimo della umanità, il quale sdegnoso di ogni sentiero, che apertissimo non sia, ha cumulato onda sopra onda, e adesso passa su cotesto ostacolo senza pure far gorgo. Non si può, e molto meno io voglio disdire, che buona parte di umanità rimanga di qua dall'argine, ma ce la tengono la usanza, e lo errore, che d'ora in ora dimoiano meglio, che neve di aprile.--La umanità che pensa ed ama, non offuscata da tristi partiti, oggimai per mirare la Chiesa cattolica bisogna che si volti addietro; e senza ira, le dice: «tu mi sparisci nelle nebbie del passato; non io ti condanno; ti condannasti tu stessa alloraquando ti togliesti di camminare innanzi; io precedo con Cristo trionfante, quello che io ti lascio, è il suo sepolcro vuoto.»
A queste cause antiche ed universali di mortifera decadenza, il Pontificato ne aggiunse altra recente e peculiare al nostro paese; pensando egli riprendere lena co' sermoni dei vecchi, raccolse vescovi di ogni gente a Roma perchè dichiarassero in modo solenne, sacro, e santo, e necessario il potere temporale al governo delle anime: nè qui passavano il segno, passarono il segno, e fu oltraggio e minaccia quando bandirono Roma non appartenere agl'Italiani, bensì a non so quante centinaia di mila cattolici.--Dopo ciò, la guerra è rotta. Roma importa diventi nostra e subito, o noi cessiamo favellare della unità d'Italia.--
Sia che il popolo largisse Roma al Pontefice, o i greci Imperatori, o i franchi gliela donassero, non può fare a meno che gliela dessero come a principe, o delegato di principe, e gliela trasferissero nel modo ch'essi la possedevano; ora il derivato non ha, nè esercita maggiori diritti di quelli che gli vengono dalla sua origine: e ciò quanto a legge.--Verun caso come il presente somministra argomento di paragone migliore per chiarire come la potestà temporale contenda con la spirituale, e la confusione dei fini loro affatto diversi, generi cozzi perpetui, nè rimediabili mai.--Quanti professano la medesima religione si appellano, ed estimansi figli del Dio che venerano e dei suoi sacerdoti, i quali si affermano immagine visibile, o vicarii, o interpreti del Dio invisibile, membri tutti della medesima famiglia spirituale, fratelli nella orazione, partecipi dei sagrifizi, quanti vivono, arbitri accedere nel tempio del Dio vivente e pregare: ciò viene dal diritto della comune religione, e s'intende; ma che di punto in bianco, scambiando lo spirituale col temporale, quanti sono credenti in una fede si tengano signori e padroni della terra dove sorge il tempio od abita il sacerdote del Dio questo non s'intende, e non è.
Un'uomo di molta dottrina, amico mio dilettissimo, e per singolare ventura fratello del Cardinale Viale Prelà, autore del famoso concordato con l'Austria, favellando meco sovente con assai garbo, mi mostrava il partito miserabile, che i Preti di Roma in ogni tempo confondendo le cose dello spirito con le materiali, procacciassero ai proprii interessi sia mediante l'abuso delle metafore, sia con lo equivoco dei traslati, sia con qualunque altro argomento tornasse loro più a grado; nè solo ne favellava, ma sì ne volle l'ottimo cittadino lasciare ricordo stampato nel suo libro dei _Principii delle belle lettere_: «dallo abuso delle parole, egli ammonisce, di leggieri si trapassa allo abuso delle idee, ed anco alla pravità delle opere; così, dagli appellativi di gregge, di pastori e simili, attribuiti ai cattolici ed ai sacerdoti loro, ne scappò fuori la conseguenza che la Chiesa possedesse il diritto di ammazzare gli eretici, i quali, a mo' di lupi le insidiavano il gregge; di fatti, il gesuita Salmeron oltre questa, non porta altra ragione per mettere la mano nel sangue: _lupos interficendi, idest corporalem vitam hæreticis auferendi_. Narrasi che in Inghilterra alquanti congiurati si peritassero a minare, e buttare in aria il parlamento dov'essi annoveravano non pochi parenti ed amici; desiderosi pertanto di porsi in quiete la coscienza consultarono il padre gesuita Gametto sul quesito se fosse lecito senza commettere peccato sobbissare una _torre_ dove tra cento nemici occorressero otto o dieci amici; e il gesuita che aveva subodorato la trama, rispose: sicurissimamente poterlo fare, e senza uno scrupolo al mondo; dopo ciò, non istettero più dubbi come quelli che per traslato erano usi chiamare il palazzo di Westiministere la _torre dell'eresia_.--Altro esempio calzante, è questo altro; nelle controversie lunghe e terribili tra il papato e le corone, circa le investiture, la Chiesa misusò fellonescamente delle parole _adulterio, sacrilegio_, ed altre cotali, fondandosi sopra il testo delle Scritture:--la Chiesa è sposa di Gesù Cristo.--e su l'altro: io ho detto a voi sacerdoti: voi siete dei, da ciò, per linea retta perpendicolare nella geometria della Chiesa, adulteri, violenti, pirati, e ladri, chiunque si attentasse toccare pure col dito quanto la Chiesa aveva detto: _è mio_; e a modo di corollario, quale gli avesse spenti di ferro o di veleno diventava santo o giù di lì.»
Ragionando sempre alla medesima guisa, ognuno dei cento milioni di cattolici, come ha diritto di pregare nel tempio, possiede pari diritto sul tempio, su la terra che lo sopporta, e sul paese che serve a mantenere il tempio e i sacerdoti; e siccome ognuno non può nè deve portarsene via un frammento, può impedire e deve, che altri se ne impadronisca. Così Roma, nel concetto dei Preti diventò, quasi Tebe dalle cento porte, o piuttosto una casa aperta a tutti i venti; le chiavi essi impugnano, non mica per chiudere, bensì sempre per tenerne spalancato lo ingresso; e perchè accogliemmo il Prete e lo nudrimmo, eccoci fatti una cosa _nullius_; siamo preda del primo occupante: noi respinti dal dominio di casa nostra, mentre in casa nostra hanno potestà gente remotissime e selvaggie, le quali forse nè manco sanno Italia che sia, nè dove giaccia Roma.
Anco a noi sia lecito cavare una conseguenza dalla dottrina, che il Papato professa, la quale è questa: poichè per diventare padroni in casa nostra bisogna che il dominio sacerdotale cessi, e poichè il prete intendo esserne il portinalo per aprirne l'uscio a quanti presumono entrarci--sgombri dalle nostre dimore. Noi non ravvisiamo il vicario di Dio che letifica i suoi figliuoli con la libertà in colui, che ci vorrebbe sottoposti a perpetuo ed universale servaggio. E se vuol fare il portinalo vada in paradiso a dare la muta a san Pietro, che a quest'ora deve essere stracco.
Noi abbiamo bisogno di Roma però che colà si annidino tre voleri pari, e tre poteri dispari ad impedire con tutti i nervi, che la Italia si compia. Instituti barbari furono gli asili, i quali provocavano un dì più delitti, che non ne reprimessero lo pene un'anno; e tutta via sopportavansi; tanto è disagevole sradicare dalla società un'ordine di cose, il quale nei tempi ebbe pure argomento di vita, quantunque adesso siasi trasmutato in argomento di morte. Di fatti, nei tempi eroici e nei barbarici la espiazione del delitto importava molto all'offeso, ed alla famiglia di lui, al pubblico poco; oggi procede il contrario: e poichè i delitti si componevano allora con danari, di cui la voce più tardi si fa sentire nei petti mortali gagliarda sopra quella del sangue, premeva salvare il colpevole dai primi bollori dell'offeso, dove il grido del sangue supera quello dell'interesse. Anco sulla consegna dei rei, riparati in paesi stranieri, si pendeva incerti se la si dovesse ributtare, ovvero promovere; nè questo in tempi lontani, bensì pure ieri, nè da ingegni vulgari, al contrario eccellentissimi; a mo' di esempio dal Beccaria: e ciò perchè non reggevano da per tutto miti le leggi, nè sicuri ci si formavano i giudicati; ai tempi che corrono, se la libertà non fece troppi avanzi, e se la giustizia politica brancola sempre per acciuffare, per quanto poi spetta l'amministrazione della giustizia nei delitti comuni tra stato e stato, poco divario occorre; e quando fie abolita la pena di morte screzio, a mio credere, non ce ne sarà veruno.
Oggi, finalmente, acconsentendo a sensi civili sentiamo quanto sia indegno, che speri asilo nel tempio colui, il quale lacerò truculento i precetti del Dio che si adora là dentro; ovvero nella dimora dell'oratore, o negli stati del principe, cui ha da correre l'obbligo di operare in guisa che ogni parte di mondo vada immune da delitti. Solo dall'obbligo della consegna si escludono gli accusati e i condannati per colpe politiche; e questo io reputo ingenua confessione dei governi che nelle faccende di stato o non sanno, o non vogliono praticare giustizia. Or bene, ciò che la Corte di Roma nè anco ai tempi di Sisto V pativa, oggi patisce; nè soffre solo, bensì promuove, ostenta, e se ne vanta.
Ma là dove si trattasse sottrarre un capo dalla scure, e il rifuggito agitassero la paura ed il rimorso, di ora in poi egli avesse a strascinare la vita penosa come palla incatenata ai suoi piedi, nè inteso ad espiare l'antico potesse commettere nuovo delitto, forse vi sarebbe tale, che non approvando mai, pure compatisse alla pietà del sacerdote del mitissimo fra quanti Dii furono al mondo, e sono. Ora, ditemi, uomini italiani, egli è così che si mostra il sacerdote romano? Quando mai il preteso vicario di Cristo si mostrò avaro di sangue, comecchè innocentissimo? Costui mette lo sentenze di morte ai piedi di Cristo! Ma che mai gli hanno a dire i piedi di Gesù quando gli manca un raggio della bontà del suo cuore?[1] Quando ei fuggiva da Roma con la pisside di Pio VI in seno, e al fianco la donna Spaur, nata Giraud, egli non cessò mai (racconta la donna Spaur) supplicare il divino Redentore per la salute dei suoi persecutori, i quali più tardi mandava spietatamente a morte[2].
[1] Pio IX pose la sentenza di morte del Locatelli ai piedi del Crocifisso, e poichè dai piedi di lui non gli venne ispirazione alcuna, lo mandò al supplizio.
[2] Pendant toute la route il ne cessa d'adresser au Redempteur des prières pour l'amour de ses persécuteurs, et de reciter le breviaire et d'autres oraisons avec le père Liebel.--
Merita altresì essere notato il caso della pisside affatto ignoto o poco manifesto. Il Vescovo di Valenza mandò a Pio IX la seguente lettera, la quale gli fu consegnata solo il 21 Novembre 1818.
«Santissimo Padre
«Nelle sue pellegrinazioni, massime a Valenza dove morì, il grande Pontefice Pio VI portava la santissima eucarestia sospesa al petto proprio, o su quello dei prelati che lo accompagnavano, ed egli desumeva da questo augusto sacramento luce per la sua condotta, forza nei suoi patimenti, consolazione nei suoi dolori, pure attendendo il viatico pel suo passaggio alla eternità.
«Io possiedo in modo certo ed autentico la _pissidina_, o vasetto, che serviva a questo così santo, pietoso, e memorabile uso, e mi attento farne dono a Vostra Santità. Erede voi del nome, della sede, delle virtù, dei coraggio, e quasi delle tribolazioni del grande Pio voi forse terrete in qualche pregio questa modesta ma pure importante reliquia, la quale, io spero, non dovrà più essere adoperata in pari uso, e nondimanco chi conosce gli arcani della Provvidenza e chi, le prove a cui Dio serva la vostra Santità?--Io prego per voi con amore, e con fede.--
«Lascio la pisside dentro il borsellino che la conteneva appunto com'era quando se ne serviva Pio VI portandola attaccata al collo.--
«Io conservo grata memoria e riconoscenza profonda della bontà vostra verso me nell'ultimo mio viaggio a Roma; degnatevi, santo Padre, aggiungervi la vostra benedizione apostolica che aspetto prostrato ai vostri piedi.»
«Valenza 15 Ottobre 1848
«Pietro Vescovo di Valenza.
Relation du voyage de Pie IX a Gaète par M. la Comtesse Spaur, nèe Giraud. Paris. Antyot 1852. p. 9 et 27.
E poi ben'altra è la ragione dello asilo che adesso fre Roma ai masnadieri della terra. Non si tratta già salvarli alla pena, al contrario, spingonsi ad uccidere e; essere uccisi; non gli accoglie dopo commesso il deliti bensì gli ordina, e li manda a tuffarsi le mani nel sangue non alla espiazione, ma alla colpa: il danaro raccolto dalla pia credulità dei fedeli a Roma si converte in istrumenti di morte; costà si fabbricano pugnali che per temperare più taglienti dopo averli arroventati nel fuoco del sacro cuore di Gesù, spengono dentro l'acqua benedetta.--Che vorrete contrapporre voi altri sacerdoti, e sacerdotali? Per avventura, che ogni partito fu sempre giudicato buono quando o si difende, o vuolsi ricuperare il proprio? Di questo a suo tempo: intanto il Papa è o no! vicario di Cristo?--È.--Badate, Cristo rampognava Pietro quando percosse Malco i! servo del sacerdote Kaiaffa: «riponi il ferro; chi di coltello ammazza conviene che muoia.» Ora, di grazia, gli è questo il Cristo di cui si chiama vicario il Papa ovvero un altro?
Veramente, che i preti a Roma si sieno fatti complici di quanti masnadieri ci vomita il mondo da loro non si nega; anzi, si ostenta senza pur darsi pensiero che a cotesto modo operando rendono aborrita quella religione sotto la quale riparano i fatti nefari. La religione, essi pongono, come Federigo Barbarossa sospese vivi i corpi dei tortonesi prigioni, intorno alle torri nello assedio di Tortona, io vo' dire perchè i cittadini cessassero il saettame, o continuando, prima di arrivare ai suoi arnesi di guerra, traferissero i petti dei congiunti: ma se taluno si attentasse negare il rapporto della commissione d'inchiesta intorno lo stato delle provincie meridionali, io noto, che ne allego i fatti non già la esposizione, la quale dice e non dice, rivela e nasconde, biasima e loda, come le balie (ho udito raccontare) un passo ella muove innanzi e due indietro... si mostra e non si mostra, pari a Bertoldo quando si presentò con un vaglio davanti la persona al re Alboino; al pane sembra che senta orrore dire pane, e sasso al sasso, la piglia larga, e poi stringe a randa, leva a cielo la giustizia e il diritto per nabissare l'una e l'altro a mo' dei saltatori, che si tirano indietro e pigliano la rincorsa per isfondare i cerchi: i diritti altrui dissimula, gli spogliati oltraggia, e sovente ti richiama al pensiero quel Fimbria, di cui narra Valerio Massimo, che ai funerali di Caio Mario investì Scevola ferendolo malamente nel volto, e poichè costui si salvava fuggendo, Fimbria imbestiato gridava volerlo accusare al popolo; di che taluno maravigliando lo interrogava, che mai potesse apporre a Scevola, e Fimbria rispondeva: «--non avermi lasciato ficcare tanto il mio stile nel suo corpo da poterlo uccidere.»
Lasciamo coteste sazievoli e vulgari compilazioni monumenti di colpa, di piaggeria, di astio, e di paura a bandire un diritto appo il quale conquiste, trattati, prescrizioni, e tutto, viene meno; il diritto del popolo, che vivendo ara, difende, e ricupera la terra ove è nato, e morendo cresce con le sue ossa la terra dove giace sepolto. Lasciamole, dico, e condiderate sola la parte compilata dal deputato Castagnola copiosa di fatti quanto sobria di parole, e vedrete quale l'opera nefaria di Roma, e quale scellerata miscela per lei si faccia di religione, e di omicidii; mirabile a dirsi! Un Romano di Gioia, il quale per errore di mente si dà ad intendere essere campione della fede e difensore del trono, conosciuti tardi i compagni suoi, così lasciava scritto nei suoi ricordi: «siccome in questi era unicamente il pensiero di rubare.... cominciarono ad agitarsi contro di me dicendo:--noi siamo usciti in campagna e siamo chiamati ladri, dunque dobbiamo rubare, e se il nostro capo non fa come noi, mala morte farà, oppure rimarrà solo.» E tuttavia cotesti compagni suoi pigliavano nome di _Giurati alla fede cattolica_; con sacramento obbligavansi a difendere mediante la _effusione di sangue_ Dio, il sommo Pontefice Pio IX, Francesco II re delle due Sicilie, ed a combattere i _ribelli della Santa Chiesa_[1]. Pasquale Forgione presso a morire, presago che i bersaglieri i quali gli stavano dinanzi fossero ordinati per metterlo a morte, disposto a confermare le sue dichiarazioni al confessore protesta _combattere per la_ _fede_. Se gli obiettano la fede cristiana aborrire dalle stragi, dagl'incendii, dalle immanità di cui egli si è contaminata l'anima, egli risponde: «di questo non sapere niente, egli combattere per la fede, lui essere, benedetto dal Papa e possedere documenti chiari, mandatigli da Roma; chè chi combatte per la santa causa del Papa, e del Re Francesco non fa peccato.»--Nè costui si scuote punto allo annunzio della morte imminente, e nè al giusto terrore, che il giudice tenta incutergli con le parole:--«ma come di tante scelleraggini hai tu potuto tenere per testimone, e, nel tuo pravo concetto, complice la Madre di Dio portando appeso al petto questo laido abitino con la sua effigie del Carmine? Di peggio non potrieno fare li stessi demoni, tu hai deriso la religione, e Dio.»--Senza commoversi il Forgione persiste: «io, ed i miei compagni abbiamo la Madonna nostra protettrice, e se aveva la patente con la benedizione non sarei stato certamente tradito[2]» Il Borjès, anch'egli, maledisse il momento in cui abbindolato, mentre crede trovarsi preposto a partigiani agitati dallo spirito della fede si mira attorno una collezione di rappresentanti di tutte le galere di Europa; lo stesso Tristany ebbe a mettere le mani addosso al Chiavone, e farlo fucilare pei suoi delitti: affermano che ciò cocesse al re Francesco, ed è credibile la fama imperciocchè vediamo licenziato il Tristany; e forse può anco darsi che costui ammazzasse il compagno meno per odio delle scelleratezze commesse, che per gara di comando: con gente siffatta s'indovina sempre quando si pensa al peggio.
[1] Relazione p. 172. 73.
[2] Relaz. alleg. pag.170, 71.
E' fu avvertito come Roma noccia forse assai più con i sobillamenti morali, che per forza di arme, e questo non sembra possa negarsi; nè danno siffatto muove solo dai preti, ma dal Borbone altresì, e dai Francesi. Quanto alle armi, agli ordinamenti, ed ai fini del Borbone, pari a quelli del Prete, e non occorre farne altra parola, senonchè meritano considerazione due cose: che il Pontefice come signore temporale non dovrebbe prendersi la scesa di capo pei negozi di Napoli; e s'ei lo fa ci è indotto dal pensiero di rattrappare la terra pel cammino del suo paradiso, come a cui ci vuol credere dà ad intendere, che possa espugnarsi il cielo rimettendo nelle sue mani il diritto del popolo sopra la terra; se sieno fratelli in Cristo può dubitarsi, ma fratelli nella tirannide si sentono e sono: l'altra, che Francesco Borbone stanziando a Roma si è posto in luogo strategico unico al mondo, e dico unico, imperciocchè colà non pure si trovi difeso da amici potentissimi, ma gli stessi nemici confessino non volerlo o non poterlo combattere; però con sicurezza intera, a bello agio, senza pericolo di un pranzo, o di un sonno turbato, egli ordina, insidia, trama, e mantiene la guerra civile: non valeva certo il pregio superare Gaeta; in ben altra fortezza si rinchiuse il Borbone; almeno Gaeta non ci fu impedita, o poco dagli amici nostri; di Roma adesso, così ci persuadono gli amici, noi dobbiamo rispettare le benedizioni apostoliche, e gli stiletti.
Ora ecco quanto allegano Francesco di Borbone, e i suoi fazionari in prò suo e di loro.--Noi ripigliamo il nostro; nostro il regno, nostri i popoli; ci vengono per baratti, per trattati, in virtù di carte sottoscritte, bollate, in buona forma, e guarentite; ond'è che ce ne cacciaste fuori? O piuttosto perchè vituperando il rapitore vi avvalete della rapina? Voi barattate le carte; gli spogliati siamo noi, e voi c'infamate per ladri se per ogni via c'industriamo riagguantare il nostro; sicuro! ai nemici si ha da nocere meno, che fie possibile, ma le sono sentenze da starsi nei libri del Grozio, e del Puffendorffio; un dì queste magnifiche cose non sapevano i principi, e non facevano; oggi le sanno ma non le fanno; ecco il divario che passa tra il vecchio e il nuovo.--
A me Borbone che apponete voi? Il diritto del popolo? Ma voi tremate a verga quando obbligati mettete fuori questo diritto; le parole escono scorticate dai denti stretti, e su le labbra vi levano le gallozzole come se fossero corrosive: voi amate, e voi fate capitale del popolo come lo amo, e lo avrei curato io; un'ora libero ma per darsi il padrone, e poi schiavo per _omnia saecula saeculorum amen_. Ma via.. di che popolo mi contate voi? Certo non erano popolo i miei ministri corrotti per tradirmi, nè popolo i generali comprati per vendermi; e dalle mani di questi non da altri si agognavano consegnate le mie spoglie, forse il mio sangue; e poichè si voleva mutare soma, non servitù, procuravasi con affannosa sollecitudine, ch'egli, il popolo, non se ne accorgesse, e nè manco levasse il muso di su la consueta paglia che pasceva. Certo, costoro cupidi di guadagnare, non ci era pericolo si spendolassero per tema di perdere, e tuttavia ebbero premii non solo dei traditori arrisicati, ma sì dei guerrieri virtuosi; i miei di Spagna pagarono Maroto; (fu pagato anco Giuda) poi lo cancellarono dalla memoria degli spagnuoli.
O per avventura presumerete chiamare popolo quei mille uccelli di rapina che si avventarono alla sprovvista sul mio regno, e lo misero sossopra più per istupore, che per terrore della loro audacia? Udite: o voi li sovveniste, o no. Se li sovveniste nella opera da corsale, io vi chiamerò complici, io, insidiatori, io, pirati regi; e contro cui? Contro un re fanciullo; inesperto di regno, sottomesso ad odio sterminato per le colpe dei suoi maggiori; mallevadore innocente, e sventurato. Forse mi ostinava io a seguire le orme paterne? Non elargiva volenteroso quelle larghezze del vivere civile che mi si chiedevano? Negai cosa alcuna?