# Lo assedio di Roma

## Part 39

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I nostri novellieri raccontano casi d'inquisitori, che assai di lieve componevansi a danari, le cose della fede adoperando giusto per ami da pescare; quanto a' frati avversi a Roma basti ricordare il Savonarola, il quale appunto uscì dall'ordine, ch'ebbe la inquisizione un tempo per retaggio privilegiato: pertanto instituivasi un'inquisizione romana. Come da Roma un dì leggi, ed eserciti si diramarono per l'universo; come a Roma tutto le vie del mondo misero capo alla fontana, dove i gladiatori, superstiti al circo, lavavano le ferite, e il ferro insanguinato, così ora da Roma non più aquile, ma avvolto avevano a dipartirsi per inviluppare le menti entro una rete di errore e di terrore. Ignazio loiolita, ed i suoi si precipitarono a sostenere l'opera di sangue col bramito di fiera.--Furono eletti sei Cardinali presieduti dal Caraffa e dallo Alvarez inquisitori universali in materia di fede, con facoltà di sostituire, e procedere, e giudicare in disparte dal tribunale ecclesiastico ordinario; senza distinzione tutti sottoposti alla loro potestà; le pene che potranno infliggere, carcere, morte, e confisca di beni. Se vuolsi avere esempio moderno della rabbia religiosa di costoro tu non potresti rinvenirne riscontro, tranne nella rabbia politica dei montanari della Convenzione di Francia: presto, predicava colla spuma alla bocca il Caraffa, ferro e fuoco al male prima, che incancherisca; basti a punire il sospetto; non arresti nascita, nè grado; del pari tremino principe o plebeo, prelato o paltoniere; se taluno cerca schermo dietro la protezione dei potenti, guai! di uguale colpo percotansi protettori e protetti; verso cui subito si confessi in peccato, e si prostri qualche po' d'indulgenza si potrà adoperare.--Tale Asino dà in parete tal riceve, dice il proverbio, nè ardere significa persuadere; però da persecuzione sorse persecuzione; qui porrò l'eresie che reputavano gl'inquisitori degne di fuoco, avvertendo che non sono tutte, ed anco per minor fallo bisognava morire: da ardersi chi credeva non le opere proprie bensì i meriti di Cristo salvassero il cristiano; da ardersi chi credeva bastevole la confessione avanti Dio, però che nè Papa, nè Sacerdoti abbiano facoltà di rimettere i peccati; fuoco a cui afferma Gesù Cristo non presente nell'ostia consacrata; fiamma a chi sostiene il Purgatorio fandonia e però inutili le preci pei morti; si brucino coloro, che negano la facoltà nel Papa di concedere indulgenza e perdoni, e dicono potersi i preti ammogliare legittimamente, dannosi i conventi, troppe le feste, ridevole il divieto delle carni e di altri cibi nei giorni prescritti dalla Chiesa: che più? morte e fuoco a chiunque affermi, sostenga od anco pensi la setta luterana capace a condurre le anime per la via della salute.--Furono le accademie scientifiche perseguitate; quella di Modena e l'altra di Napoli chiuse; chi professava lettere visto in cagnesco, la censura resa insopportabile, lo Indice ampliato. Monsignore Giovanni Della Casa compilò il catalogo dei libri proibiti: sommavano a settanta; in breve se ne compilò un secondo più ampio, finchè in quello del 1529 fra le opere degne di fiamma il Casa potè leggere annoverate anco le sue: così sottile fu il rovistare, così ardente il distruggere, che taluni libri scomparirono affatto, come il _Benefizio di Gesù Cristo_; a Roma incenerirono cataste di libri; anco Omar praticò a quel modo in Alessandria, entrambi papi, o califfi, entrambi interessati a mantenere nello errore il fondamento della propria dominazione.--Chiamaronsi anco parecchi secolari a puntello dello instituto scelleratissimo: con immunità e con danaro presente e poco, con isperanze infinito e future si aizzavano; di spie un nugolo: l'antica semenza dei guelfi e ghibellini rinfocolata; alle vecchie si arresero nuove e mortalissime ingiurie; i Principi, paura fosse, o male creduta utilità, porgevano aiuto; esecutori essi medesimi delle sentenze di sangue, la quale cosa il prete significò con la formula ipocrita:--_riporre il condannato al braccio secolare_: appena Napoli ardì impedire la confisca dei beni; Venezia, stata fino allora l'asilo dei fuorusciti per cause politiche o religiose, colta da vertigine, della quale si pentirà amaramente e presto, quanti piglia condanna a fiero supplizio; postili sopra due barche li manda in alto mare fuori delle lagune, dove li costringe ad assettarsi su di una tavola; ad un segno queste si scostano, e i miseri traditi sprofondano nelle acque invocando per l'ultima volta il nome di Gesù; sazievole, nè utile al mio intento riferire i nomi dei tanti tribolati; basti questo, che non salvarono nè fama di vita religiosa, nè veste monastica, nè professione di sacerdozio, nè stato principesco. Renata di Ferrara provò nemico il Duca suo sposo: divisa dalla Francia, senza che alcuno la ripigliasse per lei, ella annacquava con sue lacrime il vino. La più parte dei fuggiti perì senza ricordo del dove e del come; certo cadde nelle insidie parate a mo' di trabocchetto; non fu udito nè manco il rantolo della agonia. Antonio dei Pagliaricci, queste, ed altre nefandigie raccontando, ci afferma come _veruno comecchè, di cuore cristiano poteva impromettersi di morire nel proprio letto_. Però non tutti rimasero presi, nè tutti si spensero, anzi scamparono i più gagliardi e diventarono atleti contro Roma; celeberrimo tra questi Bernardo Occhino, che di generale dei Cappuccini diventò eretico, esiziale per anni, per dottrina, per santità di costume, e potenza mirabile di predicazione; fuggì, traverso mille pericoli, Pietro Martire Vermigli, e dopo lui uno stuolo dei suoi alunni da Lucca. Celio Secondo Curione col bargello e gli sbirri in camera, essendo atticciato, e gagliardo si fa largo a sergozzoni, e ripara tra gli Svizzeri; migrarono da Modena Filippo Valentino e quel Castelvetro che come scrittore troppo fu sotto allo Annibal Caro, ma come uomo (e questo è quello che conta) di troppo lo superò.--Questi tutti andarono ad ingrossare la schiera dei settari di Lutero, di Zuinglio, di Ecolampadio, di Melantone, e di Muncero. La provvidenza poi, che governa le vicende umane, come se questi non bastassero a sostenere la lotta ecco evoca, non so donde io mi abbia a dire, Calvino anima, e volto di scure affilata; egli di petto ad Ignazio fu lima contro lima: e per me ho fede, che se i loro spiriti sopravvissero al corpo, di presente non si abbiano a trovare divisi, bensì incoli di un medesimo luogo, che di certo non sarà il paradiso.

Queste le armi della tetra instituzione, che ha nome Papato allora, adesso, e sempre; affetto, ragione, il tempo stesso, il quale ha virtù di vincere non che i cuori il metallo e il granito, niente possono su i preti composti a curia Romana: udite come bandisse ieri al mondo Pio VIII: «egli è mestieri, venerabili fratelli, perseguitare questi perniciosi sofisti, denunziare le opere loro ai tribunali, bisogna dare i corpi loro in balìa della inquisizione, e mercè le torture richiamarli ai sensi della vera fede della sposa di Cristo.» Ed oggi Pio IX con solenne enciclica, quasi dispettando il secolo, indice guerra alla libertà della coscienza, e dei culti al suffragio universale, alla libera stampa, alla inviolabilità della famiglia, a tutto insomma che non sia regresso verso concetti ormai sommersi nei, gorghi del tempo.--Di qui imparino i settari, che ci governano, con quanto senno essi argomentino; tristo, è vero, ma conforme a sè sempre il Papato: non per virtù, non per generosità, e manco per intelletto l'umano consorzio sarà felicitato con nobili conquiste, bensì per viltà, per anarchia, per repulsa invincibile o per minaccia dei nostri nemici; a questo modo andremo debitori della pena di morte abolita ai fratelli La Gala, di cui fu imposto si rispettasse il capo scellerato; la libertà civile alle pubbliche e private fortune manomesse: la indipendenza agli assalti dell'Austria; la libertà religiosa alla ostinazione del Papa: anco da fetida erba nasce il giglio, ma i gigli usciti fuori così nè olezzano, nè durano.--

Nè le armi sole, ma assicurato il tempo opportuno il Papa bandisce il Concilio di Trento; il tempo era destro però, che allora Carlo, e i due capi della riforma germanica si travagliassero in aspre guerre fra loro, onde gli facevano mestieri i soccorsi della Chiesa e più dei soccorsi gli premeva non gli procedesse nemica. Il Papa si liberava, intimando egli il Concilio, dalla minaccia dello Imperatore di volerlo aprire egli stesso: chi ha in mano il timone governa.--Da noi non si attende la storia del Concilio di Trento; ne possediamo due, quella del Pallavicino, e l'altra del Sarpi, le quali dettate con opposto intendimento, può chi ha voglia di studiare, ponendole a confronto, assai bene conoscere gli umori dei tempi e la verità delle cose.--Chi non può o non vuole attendere a siffatte ricerche sappia, che il Papa instava si cominciasse a discutere su i dommi, l'Imperatore all'opposto dalla riforma; la ragione delle contrarie sentenze questa: la riforma dei costumi confessata necessaria non si poteva contrastare; i libri santi non offerivano riparo, anzi condanna; difficile poi presagire dove, riformando, si sarebbe messo capo; all'opposto spuntandola sul domma la riforma sarebbe andata soggetta a regole e a freni o non avversi, o secondi agl'interessi della Chiesa. Tuttavia i prelati romani per non entrare in iscrezio collo Imperatore composero, che si sarebbe discusso nel medesimo punto sopra il domma, e sopra la riforma; ma in fatto poi si cominciò sul domma, e si venne addirittura a mezza spada mettendo in campo la quistione, se nel solo Evangelo si trovasse compreso tutto quanto importa alla nostra salute. Non ci è mestieri troppa levatura per conoscere, che vinta questa sentenza, il cattolicismo aveva finito; però ogni estremo sforzo si adoperava a rigettarla, e prevalse l'altra che la tradizione della Chiesa propagata dagli Apostoli sotto la protezione dello Spirito Santo fino ai tempi presenti deve accettarsi ed osservarsi quanto e più la santa Scrittura; a questo modo l'interesse del sacerdote rimase, siccome già era, sostituito alla dottrina di Cristo. Roma vinse nel Concilio per perdere più tardi senza rimedio nel mondo. Nè di minore importanza parve spuntarla intorno alla giustificazione, dacchè se veniva deciso la medesima effettuarsi unicamente pei meriti di Cristo, e non in virtù delle opere la Chiesa si trovava a chiudere bottega di sacramenti; e tanta fu la rabbia dei disputatori, che mancate le ragioni contesero a pugni, e se ne ricambiarono dei solenni il vescovo della Cava, e certo monaco greco. Ributtata la definizione assoluta, con asprezza pari respinsero qualsivoglia ammenda, massime quella delle due giustizie, che insomma era un'empiastro moderato col quale si presumeva stabilire, che per salvarsi si chiedessero ad un punto i meriti di Gesù Cristo e la virtù delle opere: pro le stavano Scripando, e i Cardinali Polo, e Contarini, contro il Cardinale Caraffa, e i Gesuiti Salmeron, e Lainez: prevalsero gli ultimi, che ogni sapienza pongono in questi due termini: _fermi o addietro_.

Quando consideriamo la perpetua contradizione dell'uomo sovente, ci sorge nella mente il dubbio se davvero egli possieda discorso, e se per esso proprio si distingua dagli altri animali; di vero il sacerdozio romano piegò al Concilio mosso dal senso del bisogno della riforma, e chiuso nel Concilio pesta le mani e i piedi per rimanere inalterato o concedere solo ammende, che non hanno costrutto; appunto come le Monarchie ridotte al verde oggi accettano le Costituzioni per convertirle in arnesi di tirannide due cotanti peggio di prima.

Il Papa parve, e tuttavia sembra, capo di cotesto moto di offesa o di difesa del cattolicismo, e certo ogni cosa ebbe approvazione da lui; egli convoca il Concilio, egli lo dirige; da lui emanarono le Bolle dei nuovi instituti monastici, sua la Bolla che invia Saverio alle Indie, sua quella, che fonda l'arcivescovado nel Messico; chi altri se non esso, mediante il nipote Rinaldo Farnese arcivescovo di Napoli, tribolò il vicerè Pietro di Toledo a rizzare la Inquisizione in cotesta città, donde le fiere sommosse per le quali dopo tanta uccisione di uomini e' fu mestieri deporne la voglia? E pure nonostante queste apparenze non visse per avventura uomo nella cristianità, che sia co' principeschi consigli, o sia co' privati costumi, più di lui attraversasse l'esito della riforma.--Nei primordi del pontificato si stringeva in lega co' Veneziani, e lo Imperatore _contro i Turchi_; dopo spazio non lungo di tempo fa alleanza _col Turco_ e il re di Francia contro lo Imperatore: combatte con armi spirituali e temporali alla scoperta i Luterani e di celato se la intende con loro.--Così Papa e Imperatore accordatisi a Vormazia per annientare la lega di Smalkalda, il primo manda, giusta il concerto, armi in soccorso col cardinale nipote Alessandro; sbigottito poi dalla prospera fortuna del suo collegato, di punto in bianco richiama il cardinale Alessandro coll'esercito: mentre la Germania settentrionale trema del progresso del potere pontificio, il Papa esulta delle battiture che dà l'elettore Giovanfederigo al duca Maurizio, e aizza segretamente Francesco I sovvenire i Luterani, finchè tengono le armi in mano; osso duro a rodere per Carlo essere tuttavia cotesto; col mezzo dell'Oratore francese lo ammonisce così: «S.S. ha inteso che il duca di Sassonia si mantiene gagliardo, di che piglia inestimabile contentezza, giudicando, che il nemico commune in virtù di questi intoppi si troverà inetto al compimento delle sue imprese, onde pensa, che tornerebbe a grandissimo benefizio comune sovvenire di sotto mano coloro che gli resistono, e dice che voi non potreste fare spesa che fosse più utile.» Nè questi suoi disegni, o piuttosto intrighi, rimasero punto nascosti allo Imperatore, il quale prevalendolo sempre nelle armi mandava al suo Oratore, perchè lo partecipasse al Papa: «avere conosciuto, pur troppo, il pensiero di S.S. essere stato quello di porlo a cimento in impresa zarosa e poi abbandonarlo, per ciò avere alla sprovvista richiamato le sue milizie; nè di questo più che tanto importargli però che prive di soldo, e indisciplinate gli erano piuttosto di danno che di benefizio; amareggiarlo questo altro, nè volerlo sopportare, che senza suo avviso avesse trasferito il Concilio a Bologna.» Piegava allora Paolo sotto la mano di ferro delle Imperatore; ma quietata alquanto la paura, eccolo da capo alle insidie; però, che non si neghi Gian-Luigi Fiesco aizzato non meno dal re di Francia, che dal Papa tramasse la congiura contro Andrea Doria, che andata a vuoto, questi più tardi barattò a Paolo con la morte del figliuolo Pierluigi. Duro freno a mordere, ma dalle labbra fermenti del Papa in cotesto acerbissimo caso uscì spuma non parole, e cauto si mise ad annondare una nuova lega ai danni dell'odiato Imperatore con Francia, Venezia, Svizzera, e _il Turco_: quantunque avesse scomunicato gl'Inglesi, pure consigliava Enrico II a pacificarsi con Eduardo VI per non provarlo d'impedimento alla guerra, che imprenderebbero pel bene della Cristianità.--

La Chiesa si era ridotta al termine di che parlammo per colpa dello strazio che ne manarono i Papi in benefizio dei loro figli e nipoti: per questo diventò necessaria la riforma, che lo stesso Paolo III prescrisse, e verun Papa mai dava come costui esempio pernicioso dei medesimi errori.--Creò cardinali suoi figli o nipoti Alessandro, e Ranuccio Farnese, e Guido Antonio Sforza figliuolo di Costanza Farnese di dodici, di quattordici, e di quindici anni; e non che ad altri allo Imperatore, che gliene toccò qualche parola, rispose, contro il suo costume alterato; e promosse altresì alla porpora Niccolò Gaetani discendente di Bonifazio VIII e congiunto con la casa Farnese; fra i trentasei cardinali, ch'egli elesse, occorre anco un Roderigo Borgia dei duchi di Gandia, onde non istette per lui che un'altra volta il sangue di Alessandro VI non rese sacro il soglio di San Pietro.--Usurpò Camerino alla ultima erede dei Varano, allegando le femmine escluse dalla successione del padre, nè lo rese già alla Chiesa, bensì lo tenne per darlo a Ottavio suo nipote nel modo stesso che dal manto della Chiesa aveva sbarrato Castro per investire il figliuolo Pierluigi, e Nepi per coprire l'altro nipote Orazio. Le paci e le guerre nelle quali egli spinse la Chiesa miravano sempre ad avvantaggiare i suoi; la quale cosa sovente gli veniva fatto di conseguire con destrezza mirabile. Quando prima si pose in mezzo paciere tra Francesco e Carlo a Nizza pescò a Pierluigi il Marchesato di Novara da una parte, e dall'altra provvido ad allogare sposa in casa di Francia la nipote Vittoria col duca di Vandome; a questo, non avendolo ottenuto subito, e poco dopo essendosi rotta da capo la guerra tra Francesco e Carlo, egli ebbe con inestimabile cordoglio a renunziare; ma guasta una tela il ragno ne incomincia un'altra; quindi Paolo più tardi torna agli amori francesi, e gli riesce fidanzare il nipote Orazio con la bastarda di Enrico II.--Ardendo pel desiderio di lasciare alla sua casa un principato che le fosse scala ad acquisiti maggiori ora delibera investire Pierluigi del ducato di Parma e Piacenza e lo sgarò nonostante, che messa la pratica in Concistoro il cardinale Caraffa non intervenisse, anzi nel medesimo giorno visitasse le sette Chiese come straordinariamente si costuma tra i Cattolici nelle gravi sciagure, ed ordinariamente il Venerdì santo; e il cardinale da Trani con onesto sermone tra le altre cose lo ammonisse «e che diranno di siffatto partito i Luterani, ora che il Concilio è aperto, vedendo il patrimonio della Chiesa dai Papi stessi, i quali come fedeli tutori dovrebbero mantenerlo, e difenderlo, essere dato ad altri?» Al Papa non piacque cotesto suono, nè lo menò buono il Collegio dei Cardinali; per la quale cosa se non si rinnegò allora Dio, nè si manomisero i suoi precetti per lacerare in parte il dominio della Chiesa e gittarlo in pastura all'uomo forse più nefando, che mai vivesse al mondo, vorremo noi credere al Papa adesso, che afferma i comandamenti divini impedirgli di rendere la potestà dei suoi domini al popolo italiano per comporsi una Patria potente, e felice?

Non contento di Parma e Piacenza, poco dopo il Papa armeggia per procurare al medesimo suo indegno figliuolo la duchessa di Milano, e sottilmente arguto insinuava pei suoi negoziatori a Carlo: «a te disdice chiamarti conte, duca, e principe, Cesare sei; non le molte provincie, ma i grandi vassalli hanno da formare la tua forza: dacchè mettesti le mani sul Milanese non godesti un'ora di bene; che tu lo renda al Re Francesco non si consiglia, però che questi dopo il primo pasto avrebbe più fame che pria delle terre italiche; ma nè anco lo devi serbare per te, considerando come cotesto acquisto ti abbia fruttato nemici molti e poderosi, i quali ti stimano insaziabile dei domini altrui: se vuoi, che il mal sospetto cessi, fa una cosa, dà il Milanese a qualche duca; così Francesco I non troverà più partigiani, tu all'opposto ti amicherai per la vita Lamagna e Italia, e perciò franco da ogni impaccio potrai portare le tue bandiere nelle più remote regioni, e rendere il tuo nome immortale.» Ma lo Imperatore considerando come quello, che è buono a pigliarsi si prova ottimo a tenersi faceva orecchia di mercante; e poi quando avesse tentennato le persuasioni di Ferrante Gonzaga e di Andrea Doria, avversissimi ai Farnesi lo avrebbono dissuaso di piegare alle voglie del Papa.--Quando trucidato Pierluigi Farnese, Ferrante Gonzaga occupò Piacenza per lo Imperatore il Papa per via di negoziati pose in opera ogni sua arguzia per ricuperarla; al solito metteva innanzi la donazione di Costantino, e subito dopo quella di Carlomagno; ma visto, che coteste donazioni non facevano breccia allegò la cessione di Massimiliano I Imperatore a Giulio II e la conferma fattane da lui stesso Carlo nell'anno 1521: lo Imperatore nonstante siffatte dimostrazioni perfidiava con lunga scrittura a volere serbarsi Piacenza, ed anzi avrebbe preso anco Parma assegnando per compenso ad Ottavio 40,000 scudi di entrata nel regno di Napoli, somma a cui non erano mai giunte le riprese di Parma e di Piacenza; la quale profferta rincrescendo al Papa per torsi le molestie dattorno propose allo Imperatore lo scambio di cotesto ducato con Siena; ma Siena già era segno di cupidigia di Cosimo I; il quale stava su l'avvisato, avendo scritto fino dal 1537: «al Papa non è rimasta altra voglia in questo mondo, se non disporre di questo stato e levarlo dalla devozione dello Imperatore, ma gli sarà mestiero portarsela seco lui dentro il sepolcro.» All'ultimo considerando, che il ducato di Parma e Piacenza mentre lo aveva tolto alla Chiesa poco restava sicuro in mano ai suoi deliberò restituirglielo cassando il baratto antico di Camerino e Nepi: così da capo il ducato Parma e Piacenza difeso dal pontificale ammanto gli sembrava potersi più agevolmente conservare; e non temeva opposizione dal lato dei nipoti come quelli, che egli aveva sperimentato sempre ossequentissimi a propri voleri, non avesse fatto cosa che in massima utilità loro non ridondasse; ora poi bisogna vedere che avverrebbe pungendoli nello interesse; di vero Ottavio si rovesciò, e non si astenne da adoperarsi di avere a certo pranzo in casa Sanvitali Cammillo Orsino governatore di Parma pel Papa per quivi ammazzarlo, o imprigionarlo, e poi correre la terra; e poichè Cammillo non cadde sul vergone neppure aborrì ricorrere a Ferrante Gonzaga precipuo operatore della paterna strage per ottenere con la forza, quello, che con la fraude non aveva potuto conseguire; Ferrante poi (qualunque fosse l'animo suo, che per me giudico tristo) non si mostrava alieno da porgere aiuto ad Ottavio a patto, che ei tenesse Parma a nome dello Imperatore. Il Pallavicino nella Storia del Concilio di Trento afferma avere Ottavio rigettato la proposta; al contrario il Gossellini nella Vita del Gonzaga dichiara, che fu spedito un corriere allo Imperatore per la ratifica dello accordo; checchè di ciò sia Ottavio scrisse lettere a Paolo III significandogli, che dove si ostinasse a negargli Parma per amore, e' se la sarebbe presa per forza co' sussidi del Gonzaga; giunse questa nuova oltre ogni credere amara al Pontifice, il quale querelandosi diceva la viltà del nipote, che per cupidigia d'imperio acconsentiva stringere la mano intrisa del sangue paterno avergli trafitto il cuore assai più della strage di Pierluigi; ma non gli credevano, nè a torto, imperocchè anch'egli, nonostante cotesto omicidio, o non aveva negoziato con Cesare per barattare Parma e Piacenza con lo stato di Siena? Avanzava una speranza al Pontefice, ed era, che il Cardinale Alessandro non avesse intinto in coteste tresca; ma chiamatolo a sè, conobbe il contrario; allora ruppe in escandescenze, e in mezzo ad una procella di rampogne strappò di mano al Cardinale la berretta sbatacchiandola a terra; all'ultimo tramorti; rinvenuto dopo parecchie ore si giudicò morto, per la quale cosa convocati i Cardinali commise loro pigliassero tosto i provvedimenti che al bene della Chiesa reputassero più acconci; però al tempo stesso o che la cupidigia d'ingrandire la propria famiglia ripigliasse in lui il sopravvento, o per la contradizione inseparabile dalla nostra natura sul punto di chiudere gli occhi sottoscrisse un Breve per Cammillo Orsino e glielo mandò pel suo segretario Antonio Elio vescovo di Polo con ordine espresso di restituire Parma ad Ottavio; se nonchè Cammillo da prima sospettandolo falso, non lo volle obbedire, e poi chiarito dell'autenticità sua, ma al punto stesso della morte del Papa, s'intorò nel rifiuto allegando, che la volontà di uomo sano di corpo e di mente non si aveva a posporre a quella di uomo moribondo per avventura privo di discorso di ragione.

