Lo assedio di Roma

Part 37

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I detrattori di lui notano come il Giovio racconti il Papa essergli stato cortese di un benefizio perchè lo seppe alieno dalla poesia: «così, avverte il medesimo messer Paolo, mi giovò la ignoranza;» tacciono però quello che aggiunge, ed è questo, che se il Papa lo amava, perchè non faceva professione di poesia, molto poi lo teneva in pregio scrittore di annali elegantissimo. I Romani odiarono Adriano non perchè non possedesse virtù, al contrario perchè non possedeva vizi; tentarono per fino ammazzarlo, e Mario di Piacenza, impedito ad usare il pugnale contro il Papa, lo volse contro sè e si uccise; i Cardinali lo detestavano, e quando mentre egli orava nella cappella pontificia ruinò la volta fracassando parecchi Svizzeri e lui lasciando illeso, taluno di loro si fece sentir dire alla libera: «oh! quanto era meglio ci restasse schiacciato lui, che quei meschini.» Proprio cotesto Papa nacque a mala luna; a fine di conciliarsi il favore della Germania volle canonizzare un santo tedesco, Pennone di Sassonia; non lo avesse mai fatto! Gli si scatenò contro Lutero con un libro (Lutero componeva libri come focacce) intitolato: «Contro il nuovo idolo, che deve erigersi a Misna,» sicchè ebbe a pentirsi per non averlo lasciato stare.

Ecco Clemente VII: di lui nei nostri libri favellammo assai; molti storici lasciarono minuta descrizione della sua indole: come Medici si versò nelle lettere; assai si dilettò di arti; della musica prese maraviglioso sollazzo; sonava e cantava non senza lode di maestro; lo affermano non avaro, non superbo, non libidinoso, parco nelle vesti e nel cibo; ma di cuore fu diaccio, senza pietà, implacabilmente imperioso, timido, pieno di ambagi; a' danni suoi simulatore e dissimulatore solenne; finchè durò Cardinale ebbe fama di eccellente governatore dello Stato, e la perse da Papa: in mal punto strinse leghe, e fece guerre, e conchiuse paci.

Avanti lui i Papi chiamavano in Italia principi cristiani, gli uni contro gli altri aizzavano, e questo fu per loro affrancare la Italia dagli stranieri, onde sovente le raddoppiarono le catene, e sempre si aggravò di peso la catena di quello, che qualchevolta ci rimase solo: in siffatta opera nefaria non diverso dagli altri, anzi più, che tutti colpevole Clemente, e lo confessa egli stesso; imperciocchè nella istruzione conferita al Cardinale Farnese, che poi fu Paolo III, quando andò legato in Ispagna, si raccomanda a chiarire lo Imperatore come per lui Francesco I. ebbe tronchi i disegni di spingersi fino a Napoli nella sua prima invasione d'Italia; per lui Lione X. non impedì la elezione di Carlo; per lui non fu fatto caso della vecchia costituzione proibitiva del cumulo sopra la medesima testa delle corone imperiale e del regno di Napoli; per lui Lione si collegò con Carlo pel ricupero del ducato di Milano; per lui finalmente il maestro dello Imperatore era assunto al papato. Insomma costui tanto si avvilì, che un bel giorno gli venne ad uggia la propria abbiezione; allora ei s'industriò a comporre la lega tra Veneziani, duca di Milano, Francia, Inghilterra e lui per deprimere in Italia la soperchieria spagnuola; ed innanzi aveva tentato contaminare il marchese di Pescara, il quale dopo lunga ponderazione se meglio gli tornasse tradire, o rimanersi fedele allo Imperatore, rimase fedele: intanto il Papa agguindolato da altrui, e da sè stesso si trovò solo.

Il sacco di Roma è noto per infelice celebrità; Clemente cadde prigione, lo colmarono di obbrobrio, e di scherno, però che mentre l'Imperatore lo teneva in ceppi ordinasse in tutti i suoi regni si esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; ma le battiture, le quali per gli uomini di cuore sono cause di giusto sdegno, persuadono il prete a mansueti consigli: si accordò pertanto coll'Imperatore, lo incoronò, gittategli le braccia al collo lo baciò in volto a piè degli altari, e dello aiuto porto a costui per inschiavire la universa Italia ebbe per salario la facoltà di sottoporre la Patria alla tirannide del suo bastardo Alessandro, venuto al mondo dal sacrilego commercio del sacerdote con certa serva affricana: lo Imperatore per calpestare Firenze gl'imprestò quel medesimo esercito, che gli aveva nabissato Roma, onde il Papa potè stabilire nella nobile Patria la signoria medicea, la quale incominciava con amori incestuosi per cessare con amori nefandi, se pure coteste infamie possono chiamarsi amori.--Viluppo maraviglioso di vicende umane! Lo Imperatore trema della riforma presagendone diminuzione al suo assoluto dominio, e se ne serve per domare il Papa; il Papa all'opposto aborre dalla riforma, e l'aizza contro lo Imperatore: quietata alquanto la paura il Papa si accosta di nuovo a Francesco I. di Francia, il quale a sua posta in odio a Carlo promuove i riformati in Germania, e li sovviene con ogni maniera sussidi; in Francia gli arde.--Il Langravio Filippo di Assia con sagacia pari alla virtù, ed alla fortuna si approfitta di simili insidie, ripone in casa il duca di Vittemberg, e conduce Ferdinando di Austria alla pace di Kadan: la riforma, in grazia di questa pace fatta sicura, allaga la Danimarca, la Pomerania, la Marca brandeburghese, il Palatinato, la Sassonia in parte, tutta la bassa Germania; in breve seguiterà la Svevia. Affermano come anco qui il Papa rimanesse aggirato dalla vacua presunzione di Francesco I, il quale lo accertò, che i principi luterani in riconoscenza degli aiuti somministrati sarieno agevolmente tornati in grembo della Chiesa, ed all'opposto se ne valsero per convalidare lo scisma ed estenderlo. Dopo così grande jattura Papa e Imperatore si sentirono dalla necessità costretti a convenire in un modo di difesa comune; ma l'uno non si fidava dell'altro, anzi con odio infinito si aborrivano; allora parve a Carlo (e fu un bel tratto davvero) uscire fuori con la proposta del Concilio; per questo si sarebbe posto freno alle papali intemperanze, e termine alla rosa dei protestanti, provveduto a sè solido fondamento, perchè appoggiato alle deliberazioni di collegio gravissimo, non già in balìa dei capricci di un'uomo.

Il Papa, secondo il solito, alla parola Concilio si arruffa, e scrive di mano propria allo Imperatore, essere cotesto partito pieno di pericolo dove fosse adoperato senza discrezione e non concorressero le circostanze capaci a renderlo vantaggioso; la Curia romana ne rimase sgomenta così, che gli uffizi rinvilirono tanto, da non potersene più cavare danari; dopo le solite ambagi conchiuse notificando al fratello dello Imperatore i principi da lui consultati non avere corrisposto; averne tenuto proposito anco al re Francesco, il quale era di parere non correre tempo propizio per cotesta facenda: così giusta al costume delle deboli menti, cresceva il male col differirne il rimedio.--Anco lo scisma inglese fu consumato a cagione del suo continuo annaspare: invece di opporre rifiuto assoluto promise avrebbe compiaciuto il re, ma per allora bisognava non pensarci avendo la prospera fortuna levato lo Imperatore a stupenda superbia, e col precipitare nuova rottura con lui ne sarebbe accaduto l'eccidio totale del suo stato: starebbe alle vedette e quando qualche congiuntura favorevole gliene porgesse il destro lo servirebbe da buono amico come gli si era professato sempre; ma la congiuntura favorevole non venne; al contrario sempre più gli andarono le cose a rovescio; e poi l'agonia d'imporre tiranno alla Patria il suo bastardo gli fece scredere o non curare lo scisma inglese; tremenda cosa è questa, e non pertanto verissima, al preteso vicario di Cristo piacque più il servaggio dei suoi concittadini che la unità della Chiesa; quindi di un tratto avoca a Roma la causa del divorzio di Caterina con Enrico VIII, ed ordinato con segreto messaggio al Cardinale Campeggio, che arda la bolla decretale del divorzio già partecipata al re, rompe fraudolento la fede, ed è cagione, che il re Enrico infellonito separi la Inghilterra dal grembo della Chiesa cattolica.--Con questo Papa cessa se non il volere, certo la potenza nella Corte romana di costituire libera la sovranità temporale della Chiesa, mentre l'autorità spirituale logorata a conseguire simile intento casca a pezzi; ormai siamo giunti a tali termini per cui tocca al papato sostenersi con altri concetti o perire.

Di vero, in questi tempi a cui bene osserva comparisce la genesi di tre partiti; quello della riforma ormai potente, e per gli acquisti fatti fiducioso ad ottenerli maggiori mandando ogni cosa sottosopra; il secondo partito si compone di mezzani, che sarebbero i nostri moderati, i quali per via di mutue concessioni non pure intendono impedire nuovi danni, ma sì anco assettare i passati; per ultimo il terzo, che si ammannisce a guerra aperta, e disperata non solo per mantenere il presente, ma sì, potendo, riacquistare il perduto. Dapprima prevalsero mezzani però che gli uomini, massime nelle questioni morali, repugnino precipitarsi agli estremi repentini, e zarosi, e perchè il papato sentendosi infermo innanzi di cimentarsi voleva tastare il terreno. Al partito mezzano appuntavasi la congregazione dell'_Oratorio dello Amore divino_ alla quale appartenevano Gaetano da Tiene, Lippomano, Contarini, Sadoleto, Giberti, Caraffa, ed altri parecchi; nelle altre parti d'Italia consentivano con essi Brucioli, Reginaldo Polo, Pietro Bembo, Gregorio Cortese, Luigi Priuli, Marcantonio Flaminio, Giovanni Valdez, Vittoria e Vespasiano Colonna con la sua moglie la bellissima Giulia Gonzaga, l'Occhini, il Carnesecchi, il Morone, fra Antonio da Volterra; insomma per non produrre allo infinito questo catalogo di nomi, veruna città d'Italia andava scevra di persone, che commosse dal pericolo imminente di ruine religiose, e per conseguenza anco morali e civili non predicassero con le parole, e con lo esempio la necessità di riformare la Chiesa.--Questi partiti mezzani in ogni contesa vengono a galla: accarezzati da tutti inorgogliscono scambiando per autorità propria la peritanza dei partiti estremi di venire impreparati a mezza spada; e per loro speciale sapienza la tregua, che precede le procelle così fisiche come morali.--Nè anco gli uomini i quali formano siffatti partiti durano lungamente insieme essendo legati fra loro da comune paura, non già da passioni, o concetti comuni; così vero questo, che le consorterie mezzane, cessato il terrore che le tenne unite, si screpolano in frammenti, e si osteggiano a morte. Si provano poi sempre funeste a sè stesse, ed a cui vogliono tutelare, perchè, concedendo, crescono baldanza al nemico, e scemano credito all'amico; quello non contentano, all'opposto inviperiscono, questo debilitano e rendono male soddisfatto.--I moderati religiosi, per ciò che spetta a dottrina dommatica, si trovavano rasentare i luterani, e potremmo anco dire luterani erano senza accorgersene, mentre col sostenere la unità della Chiesa, la venerazione del Papa, e la più parte dei riti cattolici non potevano accordarsi co' seguaci di Lutero: e spesso quello che maggiormente importa non è ciò che più divide, comecchè la supremazia papale presenti scoglio dove rompe ogni composizione.

Considerate la inanità della dottrina di questa Consorteria esposta da Gaspare Contarini uomo del tutto degno di reverenza: «è legge di Libertà, egli predica, la legge di Cristo; a ragione i luterani vituperano come servitù di Babilonia starsi soggetti alla pretensione esorbitante del Papa di pigliare la propria volontà a norma unica di costituire od annullare il diritto positivo. Potremmo chiamare governo quello dove sia regola la volontà dell'uomo per natura inchinevole al male e governato da infinite passioni? Incomportabile ogni dominio oltre il dominio della ragione; tutto questo sta bene, ma l'autorità del Papa appunto è dominio di ragione come quella che Dio confidò a San Pietro, ed ai suoi successori, affinchè incamminassero il _gregge_ sopra la via della umana felicità. Quindi deve astenersi il Papa di ordinare, proibire, o dispensare a suo talento, ma sì giusta la regola che tutto riferisce a Dio, ed alla comune salute, la quale non può fare a meno di essere regola di ragione, di comandamenti divini, e di amore.»--«Guardati, aggiunge poi il nostro Gasparo, volgendosi a Paolo III, di non lasciarti vincere la mano dalla tua volontà, che sceglie male, e pende alla servitù del peccato: se da ciò andrai immune tu sarai libero, tu potente, e la vita della repubblica cristiana veracemente sarà chiusa in te.» Non si desidera troppa levatura per comprendere la fallacia di siffatto argomento; immagina quanto vuoi, e credi la regola fuori della tua volontà, ma quante volte fie rimesso al tuo arbitrio consultarla o no, e intenderla secondo i tuoi errori, secondo la tua ignoranza, ed i tuoi affetti, egli è come non ci sia.--La tinta gialla non istà negli oggetti circostanti, sopra loro la diffonde la itterizia, che hai.

Tuttavolta siccome il vento spirava riforme, e la gente procedeva appassionata agli accordi, la si volle tentare con tutti i modi. Paolo III, succeduto a Clemente, spediva il dabbene Contarino suo nunzio alla conferenza di Ratisbona; mandato senza limite non gli volle affidare, perchè ci hanno cose, che il Papa solo può concedere, ed altre che stanno fuori perfino della sua potestà: nè parve disonesta la scusa. Paolo commetteva argutamente al suo legato: non mettiamo troppa carne al fuoco; prima d'inoltrarci vediamo un po' se possiamo andare d'accordo intorno la supremazia della Chiesa, poi sopra i sacramenti, e su _qualche altra cosa_; in che consista questa _qualche altra cosa_ non è chiaro; si adombra però con le formule, che Roma procede secondo lo spirito delle sante scritture, e con la dichiarazione di osservare l'uso costante della Chiesa. Parole equivalenti alle porte segrete donde il debitore scivola alle persecuzioni del creditore importuno. E qui per lo appunto giaceva l'osso non avvertito (pare impossibile!) nè manco dagli uomini più sagaci di cotesto tempo: tanto vero ciò che Marino Giustiniano oratore veneto in Germania presso il re Ferdinando informava il Senato: «agevoli parergli gli accordi là dove il Papa, renunziata la pretensione di essere vicario di Cristo nel temporale, si contentasse rappresentarlo unicamente nello spirituale: ai vescovi ignoranti si dessero coadiutori periti; non si vendessero da ora in poi le messe, non si cumulassero i benefizi, la comunione sotto le specie del pane e del vino si concedesse; e con qualche altra zacchera lo screzio della giustificazione, e delle opere buone per salvarsi si accomoderebbe.» E questo di leggieri credo ancora io; e il Contarino da quell'uomo sagace, ch'egli era propose alla Dieta rovesciare l'ordine delle cose da trattarsi, prima il dogma, poi la supremazia del Papa: procedendo con siffatto metodo in breve i teologhi delle sue parti accordaronsi su quattro punti principalissimi; il Contarini si lasciò andare fino a convenire, che la giustificazione si operasse per via della sola fede senza mestieri di opere. La buona gente non capiva in sè dalla contentezza; ormai predicava ogni discordia assettata, mantenuta la unità della Chiesa e con essa quella dello Stato: che rimaneva dunque per ridurre a perfezione il negozio? Poca cosa in verità, la ratifica di Lutero, e del Papa. Lutero esaminato bene gli articoli dell'accordo buttò carte in tavola, e disse ai Deputati, che glieli presentarono: «rigettarli reciso perchè pieni di equivoco: a lui piacere le cose chiare.» Dall'altro canto il Papa sottoposti gli articoli ai Cardinali Caraffa e San Marcello, perchè gliene riferissero, questi se ne mostrarono scandalezzati, li dissero nebulosi, e insidiosi: da ambe le parti ragione ad un punto e torto, ognuno li voleva patenti a modo suo: insomma accordarsi non potevano, chè virtù al mondo non basta per mettere in pace il fuoco e l'acqua. Il Papa astuto rispondeva: «non approvo, nè respingo la convenzione, solo avverto, che anco i parziali di quella giudicano come i concetti ne abbiano ad essere meglio esplicati.»

Ecco le correnti sotterranee, che cospiravano occultamente a mandare a male il negozio: per simile convenzione la Germania avrebbe acquistata stupenda unità religiosa e civile, a capo della quale dove fosse giunto a mettersi l'Imperatore, fermo nella idea, che a lui spettasse il diritto di convocare il Concilio, poco più gli avanzava per giungere alla monarchia universale, che stette lunga pezza in cima dei suoi pensieri: però se ne spaventavano i cattolici al pari dei luterani, il Papa non meno di Lutero. Il re di Francia ostentandosi, secondo il solito, sviscerato della Chiesa sobillava sotto dicendo: «la causa di Roma in pericolo: degno di acerbo biasimo il contegno del legato in Germania, il quale così si era lasciato abbindolare, che ormai più poco rimedio ci si vedeva: non patire i principi cristiani si agitassero faccende di tanto momento senza essere consultati: ad ogni modo egli sempre pronto a mettere per la tutela della Chiesa le forze e la vita.» Mentre il re Francesco ficcava queste male biette presso i cattolici, non rimaneva da fare fuoco nell'orcio presso i luterani, e mandava loro lettere, che il Granvelle ministro di Carlo V. affermò con suo giuramento di avere letto egli stesso, con le quali lì confortava a non accordarsi; _avere voluto conoscere le opinioni loro, le quali non gli spiacevano_.

Anco i principi cattolici non andavano di buone gambe in cotesta faccenda; lo esempio fortunato del Langravio Filippo stimolava non pochi a imitarlo: tra questi il Duca di Baviera, e l'elettore di Magonza: l'ultimo avvisava il Papa: ci pensasse due volte ad accordare, gli avrebbero portato via le penne maestre, e lo vedrebbe.» Roma, Francia, Lamagna di un tratto levaronsi contro Carlo V.: «i nemici dello Imperatore, scrive il segretario del legato Contarmi, dentro e fuori paurosi della sua grandezza, dove mai egli avesse raccolto sotto la sua autorità la universa Germania, presero a seminare la zizzania tra i teologhi: e l'interesse come sempre vinse la ragione.» La opera dei mezzani perpetuamente così; le carezze tornarono in vilipendi, la riverenza in iscede; ogni cosa al vento: bastavano due, ed erano tre gl'interessi contrari per non venire ad accordi. Il Papa voleva ricuperare il suo dai luterani; Lutero torre di sotto al Papa quanto gli avanzava; lo Imperatore salire sopra le ruine di ambedue.

Nella Chiesa, scomparsi i mezzani, prevalsero gli estremi: ora in breve esporrò, che cosa operassero per impedire il naufragio della barca del pescatore San Pietro.

Come chi presagisce la necessità della guerra ci si apparecchia con lunghi ammannimenti, il partito ormai diventato dominatore della Chiesa vide la deplorabile decadenza degli ordini monastici, e s'industriò ridurli a termine da potersene servire con profitto: le raccolte erano sperperate, quindi la necessità di tornare al lavoro; non che le altre regole quella dei Camaldolesi si trovò corrotta; un Giustiniano, o piuttosto un Bosciano, sottomise a discipline più severe, impose solitudine assoluta, e vita separata in cellette sparse qua e là per luoghi pieni di orrore; rinnovaronsi i voti, e con maggiore severità ne curarono la osservanza: ma i tempi ben di altro abbisognavano, che di eremiti contemplativi.

Anco i Cappuccini ricondussero al canapo; tuttavia anche qui le notti vigilate, le discipline, il silenzio, i digiuni poco soccorso potevano portare alle angustie del cattolicismo: fin d'allora le vesti, la foggia del calzare, i capelli rasi, il salvatico che emanava da loro li facevano contennendi e vili: e poi quelli che più premeva riformare non erano i monaci bensì i componenti il clero secolare; nè parve mai consiglio buono spendere tempo e denaro in rassettare arnesi logori mentre puoi farli più acconci e nuovi.--Degli uomini dell'_Oratorio dello amore divino_ due, dispersi gli altri, rimasero uniti, Gaetano da Tiene, e Giampiero Caraffa; accordaronsi, perchè diversi d'indole; ciò sembra contradittorio, e non è, e pensandoci sopra ne troviamo la ragione in questo, che due uomini pari d'ingegno, e di talento vanno per una medesima strada dove quegli cammina con più risoluto passo, questi con orme più tarde, sicchè all'ultimo chi resta addietro si chiarisce inutile; mentre coloro, che procedono per diverso sentiero si prestano mutuo soccorso, uno si avvantaggia della opera dell'altro, si completano insieme: se entrambi nelle diverse, non però opposte vie, fanno lavoro di pregio uguale meglio che mai, se dispari non monta; imperciocchè uno aderendo all'altro riesce tutto a guadagno: gli uomini, i quali per diversi tramiti tendono al medesimo segno si accomodano fra loro come la guaina, e il coltello. Gaetano fu mite, Giampiero turbolento; quegli parlava rado e soave, questi copioso e veemente: entrambi tenevano ufficio autorevole, chè Gaetano fu _Protonotaro partecipante_, Giampiero vescovo di Chieti ed Arcivescovo di Brindisi, e li risegnarono per fondare l'ordine dei _Teatini_; oltre i tre voti consueti stabiliscono di non cercare elemosine, vivrebbero con quelle che sarieno state loro spontaneamente largite; non si astrinsero, almeno da prima, a foggia speciale di vesti, non a riti particolari; si conformerebbero a quelli dei paesi che avrebbero visitati; scopo loro instituire un seminario di preti secolari governato con ordini monastici; intendevano guadagnarsi i popoli con le missioni, coll'amministrare i sacramenti, con la cura degl'infermi. Da prima partorirono non lieve impressione comparendo su pei trivi, e per le piazze col berretto quadro in capo, roccetto e stola, a piè di un crocione, sopra un palco parato di panno nero predicando smaniosi terrori piuttosto che speranze, ed anzi di additare la via del paradiso spalancando davanti gli atterriti a due battenti le porte dello inferno: giovavano al popolo, ma di bene altro soccorso questo aveva mestiero; non erano a bastanza pugnaci; nello instituto non si trovarono ordinati a guerra, e nell'applicazione non penetravano profondo nel cuore del popolo nè con mani gagliarde a modo loro lo plasticavano. Nocque loro il partito di astenersi dall'accatto, onde in breve non poterono ammettere altre persone, che le provviste con maggiori o minori sostanze; di qui ricchezza, e superbia: e procedendo con simile tenore si venne al punto, che per entrare nell'ordine dei Teatini bisognò produrre le prove della nobiltà; il cerchio degli educandi si restrinse, e diventato aristocratico, epperò esclusivo, di ora in poi non valse ad altro, che a fabbricare vescovi.

Dopo i Teatini vennero i _Somaschi_, fondati da un Girolamo Maini; anco di questi fu intento educare, predicare, assistere gl'infermi, e più specialmente pigliarsi cura degli orfani, pur troppo infiniti a cotesti tempi in Italia per le guerre continue e per le pesti che la desolarono: dopo o insieme co' _Somaschi_ i _Barnabiti_ per istudio dei preti Zaccharia, Ferrari, e Morigia milanesi: buoni tutti a qualche cosa, impari a reggere contro la procella, trattandosi adesso meno provvedere al futuro, che porre argine efficace alla ruina del presente. A tanta mole quasi bastò un matto; e questi fu Inigo, o vogliamo dire Ignazio Lopez di Recalde nato a Loiola nella Guipuscoa. La Chiesa lo ha scritto sopra l'albo dei santi, ed il Gioberti me lo ciurmò uomo grande da paragonarsi con Giulio Cesare in tutto e per tutto, perfino negli _occhi grifagni_; stravizi d'ingegno, che perse, o non ebbe mai bussola: tu lettore mira se matto o savio potesse essere Ignazio: ei nacque di signorile lignaggio; cresciuto in castello remoto il suo cervello si saturava con ogni maniera di frottole, e di errori da lui parimente creduti, e serbati cari; da prima usò in corte di Ferdinando il Cattolico, poi in quella del duca Najara dove vie più gli prese a turbinare dentro la mente una vertigine di armi, di amori, di cavalli, di dame, di santi, di apostoli, di angioli e di demoni: alla difesa di Pamplona contro i Francesi percosso di terribile ferita in ambedue le gambe, rimase, finchè visse, zoppo.--