Part 36
Nel Ricordo CCCXVII insegna.... che insegna egli mai? Cose che essendo state pensate e dette ora sono trecento anni e più fra noi, sembra impossibile che non l'abbiano apprese, apprese non l'abbiano tolte a norma di vivere: «tutti gli stati, chi bene considera la loro origine, sono violenti, nè vi ha potestà che vi sia legittima, dalle repubbliche in fuora nella loro patria e non più oltre: nè anco quella dello imperatore, ch'è fondata in sulla autorità dei Romani, che fu maggiore usurpazione che nessun'altra; nè eccettuo da questa regola e' preti, la _violenza dei quali è doppia, perchè a tenerci sotto_ usano le armi spirituali, e le temporali.»
--Tre cose, messere Francesco desiderava vedere innanzi, la sua morte, ma dubita, ancora ch'ei vivesse molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, Italia liberata da tutti e Barbari, e liberato il mondo dalla tirannide di questi scellerati preti.[1] E sembra, che sia difficile però ch'io mi trovi giusto a desiderare queste cose come lui; però se non conseguiva la prima, sua la colpa in gran parte, essendosi adoperato a tutto uomo a rituffare la Patria nel servaggio, quantunque lo spettacolo della virtù cittadina strappasse dai suoi labbri beffardi la singulare sentenza:--«accade qualche volta e' pazzi fanno maggiori cose, che e' savi: procede perchè il savio dove non è necessitato si rimette assai alla ragione, e poco alla fortuna: il pazzo assai alla fortuna e poco alla ragione; e le cose portate dalla fortuna hanno talora fini incredibili. I savi di Firenze arebbono ceduto alla tempesta presente, e' pazzi avendo contro ad ogni ragione voluto opporsi, hanno fatto insino a ora quello che non si sarebbe creduto, che la città nostra potesse in modo alcuno fare.--«E su ciò nota, che i cittadini di Firenze non si posero in balìa della fortuna bensì della virtù, la quale se non li rese felici nè anco potè farli sventurati, avendo conseguito fama immortale, e morte onoratissima combattendo per la Patria; mentre Messer Francesco, che certo si poneva fra i savi, nocque alla Patria, guastò il nome, e dopo vita umiliata lo colse la morte senza compianto. Piaccia al cielo che i nostri figliuoli, tenuta a vile la sapienza dei Guicciardini, s'innamorino della follìa del Ferruccio.
[1] Ricordo CCXXXVI.
A così enormi prodigalità, a tanti tramestii ogni gran fonte di guadagno veniva meno, sicchè per ultimo mise mano alla vendita delle indulgenze facultando i suoi commessi ad aprirne mercato là dove trovassero il terreno disposto. Qui non ha luogo la storia di simile successo, epperò mi passo da investigare se e quanto vera la fama delle turpitudini, che lo accompagnarono; fatto sta, che cose brutte ci furono, e Lione fece prova di solenne imperizia a toccare quel tasto. Non secondando gli umori dei tempi la Curia di Roma potè, mescendo disciplina e domma, perfidiare offesa alla religione ogni conato di riforma morale, e commettere al fuoco il molesto predicatore; quando poi, per le cause discorse allorchè tenni proposito di Alessandro VI, gli stranieri conobbero di che panni vestissero i preti di Roma bisognava, per evitare che i nodi arrivassero al pettine, avvertire due cose, mutare costume, e credere, o fingere credere quello che sotto pena di fuoco si pretendeva che credesse altrui: di vero dei roghi dei primi eretici non avanzò altro, che ceneri, le quali andarono disperse dal vento; ma di quelli di Girolamo da Praga, di Giovanni Huss, e del Savonarola rimasero tizzi accesi a illuminare le menti degli uomini. Gli scrittori clericali, ed anco altri per avventura non clericali negano addirittura la incredulità del Papa e dei chierici romani, ovvero co' soliti arzigogoli l'attenuano: certo noi non possiamo accertare se Papa Lione dicesse a Pietro Bembo:--buon pro ci fece, Pietro, cotesta novella di Cristo.--Neppure ci è dato conoscere la verità di quanto afferma Lutero, il quale scrive avere udito a Roma certo sacerdote nella consumazione del sagrifizio della messa dire a voce alta, quasi parlando all'ostia:--_pane sei, e pane rimani_,--comecchè la ci paia proprio fandonia, a meno che il prete non fosse matto; tuttalvolta ci era da fare poco fondamento su la fede di un Papa educato dal Poliziano, il quale sul serio scriveva a Lorenzo il magnifico fargli specie come la moglie Clarice non si vergognasse di mettere fra le mani al suo figliuolo Giovanni un libro barbaro come il _saltero_, e questo Giovanni fu per lo appunto Lione. A Roma Pomponazzo predicava l'anima mortale ovvero materia; e dalle sue opere si apprende manifesto lo spregio in che ei teneva la religione cristiana[1]. Erasmo ebbe a maravigliare non poco quando un dotto prelato pretese provargli la uguaglianza dell'anima umana con quella delle bestie per via di argomenti cavati dalla storia naturale di Plinio. Sappiamo da Paolo Canensio nella Vita di Paolo II come giusto in Roma, anzi nella Curia medesima, moltissimi prelati, massime giovani, andassero strombazzando la fede cattolica fondarsi sopra pie frodi di uomini riputati santi, piuttosto che sopra testimonianze di verità; e discorrendo pei generali il Caracciolo nella vita di Paolo IV ci assicura che in quel tempo non pareva fosse galantuomo e buon cortigiano colui che dei dogmi della Chiesa non avesse qualche opinione erronea, ed eretica.--Nè in Roma solo ma per tutta Italia; e il Daru, il Ginguenè, e il Ranke ricordano certo poema di Francesco de' Lodovici intitolato il _Trionfo di Carlomagno_, dove immagina Rinaldo, essendo penetrato nell'antro dove la Natura fabbrica gli animali, sente dire da lei, ch'essa assegna loro più intendimento o meno secondo la eccellenza della forma; e domandando egli se anima ce ne metteva la Natura risponde:
_«Quell'altro poi, che in voi dici immortale «Io non lo fo; se Dio lo fa, sel faccia; «Che cosa egli si sia nè so, nè quale. «Puote esser molto ben, che a lui ne piaccia «Far, quando i corpi fo, qualcosa in voi, «Che torni al vostro fin nelle sue braccia._ «E questo se a te par creder lo puoi.--
[1] Messo a mal partito poi si ritrattò affermando così avere sostenuto non per suo convincimento, bensì secondo la opinione di Aristotele, ma ei mentiva; _materialista_ incurabile lo chiariscono le sue opere tutte, e per fine l'epitaffio, che, da lui stesso dettato, gli posero sopra la tomba.
Quanto a costumi non importa dire; anco prima di Leone le meretrici pubbliche avevano sepoltura in Chiesa, come la famosa Imperia, cui inalzarono onorato monumento in San Gregorio con tale epitaffio dove levavasi al cielo la venustà delle sue forme.--A dritto uno storico gravissimo dichiara il pontificato di Lione essere stato tutto un Baccanale; Marco Minio oratore con parole come convengono al suo ufficio compassate scriveva:--è docto, e amador di docti, ben religioso, ma _vuol viver_.--Di lui corse fama bieca per troppo addomesticarsi che faceva co' paggi di corte, formosissimi tra i garzoni d'Italia, e il Giovio nel difenderlo lo aggrava, dacchè dopo averlo encomiato casto al pari di Giuseppe ebreo o giù di lì, mi scappa fuori con la domanda: e chi può avere scrutato i segreti della notte? E aggiunge poi che tali bazzecole non si hanno a rinfacciare ai buoni reggitori, essendo noto come quel Traiano, delizia vera della umanità, di culto eccessivo proseguisse gli Dei consenti Venere e Bacco: per me dico, che le specialità non possono con giustizia apporsi a persona dove non siano chiarite; rispetto alle generalità basta la induzione onesta e giudiziosa; così questa facenda dei donzelli non credo perchè non trovo provata, ma nè pure mi persuado della esemplare castità di Lione considerando la vita, gli ozi, ed i sollazzi di lui; stivalato e incavallato buona parte del tempo egli spendeva alla caccia, e tanto dietro questo divertimento andava perduto, che per poco non cadde prigioniero dei Turchi a Civita Lavinia; le commedie alle quali egli assisteva, ai dì nostri la censura più rilassata ributterebbe come troppo invereconde; mostruosi i vizi di Alessandro VI, e per questo appunto meno nocivi come quelli, che si svelavano nella immane loro bruttezza; pieni di pericolo quelli di Lione perchè eleganti; tutto rettile il primo, sirena il secondo; non arduo schermirsi dalle infamie borgesche, impossibile non isdrucciolare nelle corruttele medicee; ora le turpissime cose spolverizzate dei profumi di Tibullo, di Anacreonte, e di Orazio. Giuochi, canti, e femmine leggiadre; il Papa caritava anch'egli, e bene; giocava alla disperata, vincesse o perdesse le monete di oro buttava via: pareva larghezza e non era, bensì voglia o bisogno di vedersi attorno faccie contente che lo rallegrassero; di vero, passato quel momento, si mostrava piuttosto scarso, che no; e qualche volta anco avaro. I suoi sollazzi crudeli, e rammentiamoci, che il Petrarca, il quale più volte volle divinare amore, ci scappa fuori con questi versi:
_Ei nacque di ozio, e di lascivia umana, Nudrito di pensier dolci e soavi, Fatto Signore e Dio da gente vana._
E quel Platone filosofo solenne, donde venne l'amore platonico, spasimò di amore per Archeanassa di già attempata dicendole con galanteria da disgradarne un Parigino, che nelle rughe del suo volto scorgeva il nido degli amorini; e quello ch'è peggio ebbe in delizia Astero venustissimo per cui compose bellissimi versi, che pure ci sono avanzati. Accoglieva parasiti a patto mangiassero corvi, scimmie, ed altre simili ree vivande; se squisite le avevano a scontare con mille strazi, e spesso con percosse da spezzare loro le braccia, e le costole; non mancarono nè anco le ferite con le quali rimase deturpato il Querno: uomini per vecchiezza venerabili uccellava così, che ne diventarono matti; dopo averli ridotti a questo miserrimo stato li cacciava su la pubblica via. L'inglese Roscoe panegirista di Lione narra del trionfo del Barballo, povero uomo che pativa dello scemo, infatuato della poesia così da reputarsi maestro non che ad altri all'Alighieri e dei velluti verdi e dei rasi cremesini, dei ricchi e belli vestimenti, dei preziosi ermellini, e di ogni altro apparecchio per la sua incoronazione in Campidoglio; ce lo mostra assettato sopra le groppe dell'Elefante che il re di Portogallo donava a Papa Lione procedere glorioso, poi tremare a verga però che il Liofante, atterrito dal rombazzo di urli, di nacchere, di trombe, e di tamburi, giunto al ponte Santo Angiolo non volle più ire innanzi, sicchè fu ventura al tapino scendere salvo da cotesta altezza, e tra i fischi, e le sassate della bordaglia ridursi al suo povero tetto.
L'Inglese dabbene tratto dalla manìa di lodare il suo eroe non bada che quel povero Barballo abate fosse, e come pure ci ricorda il Giovio, di sessanta anni vecchio, per aspetto venerabile, e di capelli canuti, nè che per cotesto strazio crudele in lui restasse spento quel po' di lume d'intelletto, onde l'uomo fa fede della sua origine celeste[1]. In somma chiunque si assettasse sopra la cattedra di S. Pietro se tristo diventava immane, se comportabile tristo, lo inculto selvatico, il culto vulgare: pareva, che un'aere pestilenziale si respirasse in coteste sedi sublimi; leggesi come Lione assai si commovesse quando Lutero accennò ai costumi pieni di obbrobrio della Chiesa romana, allorchè poi prese ad assalire il dogma assai se ne rallegrasse: «costui ha tolto» corre fama ch'ei dicesse, «costui ha tolto a dare di scure al ceppo; «più forti braccia che non sono le sue ci si ruppero, e ci si romperanno.» Lione s'ingannò; sagace era, ma la troppa fiducia illude i meglio avvisati; sicchè i preti andranno in fondo per sempre esclamando, che la bandiera del diavolo non prevarrà; che se questa superbia non faceva velo a Lione avrebbe veduto la necessità appunto di stringere le redini dello spirituale; imperciocchè mentre il papato insaniva dietro i beni terreni, ed i vani diletti, i principi laici per incalzarlo meglio delle cose dell'anima neglette si prevalevano a loro pro; di vero Carlo VIII assai si avvantaggiava del Savonarola contro Alessandro VI, Luigi XII per mettere Giulio II a partito convocò il Concilio di Pisa. Lo imperatore Massimiliano prese a proteggere Lutero, non patì gli usassero violenza, e quando lo raccomandò al principe elettorale di Sassonia gli disse: «custoditelo diligentemente, che un dì potremmo avere bisogno di lui.» Troviamo scritto pei libri come Carlo V fra le cose di cui molto si pentiva annoverava quella di avere osservato la fede del salvacondotto a Lutero, parendo a lui che gli eretici non meritino altro che capestro, e fuoco; e questo può darsi, così favellava a San Giusto distrutto parte dalla gotta, e parte dalla paura del diavolo; però quando lo fece sparire a Varburga, uno scrittore del tempo ci attesta: «ch'ei soleva escusarsene pel rispetto al salvocondotto; ma la verità fu _che conoscendo, che il Papa temeva molto di questa dottrina di Lutero, lo volle tenere con questo freno_.»
[1] Ma il Giovio cortigiano e vescovo dopo averci narrato, nella Vita di Lione X, che il Cardinale Bibbiena si distingueva a far perdere il senno ad uomini provetti, e il Papa soleva pigliarsi spasso di loro, li lodava, li regalava, dava loro ad intendere panzane per modo che di sciocchi ch'essi erano gli faceva diventare al tutto pazzi ed insensati, aggiunse: _siffatti scherzi erano degni di un principe nobile e gentile._
Scrittori gravissimi meditando intorno alle cause per le quali la dottrina di Lutero attecchita in Germania non provò in Italia affermano, che in Italia pigliò indole piuttosto letteraria, che teologica; e dicono altresì, che i nostri filosofi invece di riformare la religione saltarono su ad abbattere Dio addirittura; certo lo studio dei classici così greci come latini educò, più che non bisognava, i savi del tempo al dubbio beffardo; e non contrasto la negazione di Dio essere antica dottrina in Italia; per non rammentarne altri da Guido Cavalcanti fino al Pomponazzo ne occorre continua la traccia; ma la sentenza degli scrittori alemanni troverai non vera solo che tu pensi ai tanti confessori della dottrina luterana surti in Italia tutta, a Siena come a Ferrara, a Lucca come a Firenze, a Napoli, e altrove, nè fra gli uomini solo bensì tra le donne, e non mica vulgari, o ignoranti, ma all'opposto preclare per ingegno, e di alto legnaggio. A suo luogo accennerò della causa, onde la riforma venne meno in Italia; intanto se ciò fosse bene o male, io non saprei; dacchè la riforma ti paia cosa finchè combatte, ed abbatte: adesso cattolicismo, e riforma mi fanno sembianza di gladiatori spiranti per le mutue ferite; chi lamenta la unità cattolica offesa per mio avviso ha torto; imperciocchè prima di raccogliere gli uomini tutti, o almanco la massima parte, in una fede sola essa decadde per non riaversi mai più; nè era desiderabile, che da lei si assembrassero i viventi dentro concetto di errore; e parmi non abbia ragione chi si lagna, che non incontrino favore fra noi le dottrine dei riformisti, dacchè se meno assurde tuttavia ci sonano a posta loro erronee, o almeno vuote della verità finale in cui spero, che si appunteranno un giorno tutti gl'intelletti umani:--_Dio_--
Dio, mente dell'universo, al sentimento del quale per sicuro non ci avviano nè Bibbia, nè Corano, nè altro libro di religione antico o moderno; e dico sentimento non conoscenza, però che per questa a noi facciano difetto sensi, e spiriti, mentre per sentirlo ci basta amore.
Poichè in fondo all'agonia di fondare stato alla sua casa Lione si trovò con tre bastardi, Giulio cardinale poi Clemente, Ippolito e Alessandro, di un tratto preso da non so quale uzzolo di emulazione per Giulio II si mise a gridare: «fuori barbari!» A questo fine aizza l'un contro l'altro Francesco I e Carlo V, i quali non avevano bisogno di stimoli; al Papa piacevano Parma e Piacenza guadagnate da Giulio, e perdute da lui; onde ricuperarle bisognava romperla con la Francia; gli garbavano altresì molte provincie del regno di Napoli, e tutto, magari, se si potesse; ma per questo bisognava osteggiare lo Impero; scelse per amica la Francia; poi allo improvviso lasciata in asso la pratica si accorda con lo Impero: di qui la guerra che il Guicciardino descrive, e della quale fu parte: anco una volta ebbero a sentire i Francesi (comecchè non l'abbiano imparato mai) la terra d'Italia avere destinato i cieli per loro sepoltura; persero Milano, Lodi, Pavia, Como, e Parma e Piacenza; queste due città insieme a Ferrara, per patto accettato da Carlo V, dovevano aggiungersi alla Chiesa. Il corriere gli portò la nuova a Malliana mentre recitava il _benedicite_ seduto a mensa: «buona nuova è questa che ci havete portato» disse al corriere, e non capiva in sè dalla gioia: se si straviziasse non importa dire; gli Svizzeri di guardia presero a menare gazzarra, e quantunque il Papa mandasse ad ordinare, che smettessero non gli diedero retta: era il 24 di novembre, e tra il calore del fuoco, i fumi del vino, e l'eccitamento dell'allegria il Papa sentendo il caldo grande non posava mai di andare su e giù dal balcone al cammino; la notte gli prese la febbre; fattosi condurre a Roma si mise a letto; intanto sopraggiunse la nuova della resa di Piacenza, e la sua gioia cresceva intantochè il maestro di cerimonie, consultato da lui, lo chiariva non essere costume della Chiesa celebrare con feste, e grazie a Dio le vittorie riportate sopra principi cristiani, a meno che grandissimo benefizio ella non ne avesse risentito; egli rispose che il benefizio veramente era maraviglioso; apparecchiasse pure le feste, e pel 1 di decembre riunisse il concistoro. In cotesto giorno non fu tenuto il concistoro perchè Lione si sentiva indisposto vie più, però non tanto da inspirare apprensione; nella giornata giunse un'altro corriere con la notizia della presa di Parma; e il Papa parve andarne in visibilio: si saria detto che si contendessero la sua vita la Fortuna, e la Morte; superò questa, e nella notte del 1 decembre 1521 rese l'anima senza sacramenti. Certo tristo poeta con un certo distico latino, a torto attribuito al Sannazzaro, ammonì che non glie li poterono amministrare però ch'ei gli avesse venduti.--Di tanti servi, e cortigiani il solo frate Martino buffone e parasito gli si trovò allato nell'ora del transito, il quale non sapeva confortarlo altrimenti, che dicendogli: «ricordatevi di Dio, santo Padre.» E Lione smanioso esclamava: «Dio buono! Dio buono!» Comune opinione fu, ch'ei morisse di veleno; ne incolparono parecchi Francesco I, il duca di Ferrara, e l'altro di Urbino, però altri negarono; forse l'accusa si partì dalla considerazione dell'odio che ciascheduno di loro gli aveva naturalmente a portare, massime i due ultimi, i quali se fosse vissuto si avevano a tenere per giudicati; nè del diverso grido uomo può farsi maraviglia; imperciocchè anco col cadavere aperto davanti, chi lo sostenne e chi lo negò attossicato. Il Sanuto riporta certa lettera d'Jeronimo Bon, veneziano dimorante in Roma, al suo barba dove leggiamo: «non si sa certo se 'l pontefice sia morto di veneno. Fo aperto; Mastro Fernando judica sia stato venenato; alcuno de li altri no; è di questa opinione mastro Severino che lo vide aprire, e dice, che non è venenato.» A noi questo importa poco; ci preme invece mettere in sodo, che Lione come gli altri Papi arraffò violento, insidioso, e ladro; restituì costretto; nè manco per ombra reputò lo stato pontificio d'istituzione divina, nè sè impedito a cederlo per comandamento di Dio; fisime queste di quel prete scemo, che ha nome Pio IX.
Lo scopo di questo epitome pertanto sarebbe compito massime quanto alla prima proposta, che il temporale non fu istituzione divina, bensì rapina, e la storia dei Papi seguenti altro non fa, che confermare come eglino stessi per promovere figli o nipoti il patrimonio della Chiesa alienassero. A Lione subentrò Adriano di Utrecht maestro dello Imperatore: questi non ebbe difetto di virtù, anzi si celebra grandemente come colui, che procedè temperatissimo, e modesto. In certe lettere scritte al Cardinale Fiesco così occorre descritto: «del proprio è avaro: di rado concede, e più di rado piglia; al rompere del dì celebrava messa: chi ami, e se qualcheduno ami s'ignora: a non trascorre mai alla ira: dai sollazzi rifugge: allo annunzio della sua elezione al ponteficato non esultò; all'opposto fu sentito sospirare per angoscia.»
Volle riformare e non potè sia a cagione della vita breve, e più perchè non volendo omettere gli studi sua delizia mancò di applicazione, che non basta la indole tenace per reggere gli stati, ma si richiede altresì tenace opera, e scienza, e pratica di negozi: però non reca meraviglia se la gente interessata a mantenere i vecchi abusi lo avversasse in tutto. Se intendeva sopprimere delle vendite chiesastiche quelle, che gli parevano contaminate di simonia, gli opponevano i diritti ormai quesiti dei terzi; se riformare le dispense matrimoniali lo spaventavano col dirgli che ruinava la disciplina della Chiesa; se reprimere i disordini delle indulgenze, gli obiettavano, badasse bene, che per edificarsi Lamagna non gli fuggisse Italia.--Essendo stata vinta ai suoi tempi Rodi, e il Turco invasore dando a temere non che per Ungheria, per Italia e per Roma, con istanze supplichevoli s'ingegnò condurre fra Francesco, e lo Imperatore se non pace almeno tregua, e non l'ottenne, però che i Francesi sprofondati come sempre nel proprio interesse quotidiano, senza curare l'avvenire, delle sconfitte dell'Austria esultavano, importando loro piuttosto lo Impero perisse, che la cristianità si salvasse. Dettando questo Papa dabbene le istruzioni al nunzio Chieregato spedito alla Dieta di Norimberga lo ammoniva: «la corruttela dal capo si diffuse per le membra; abbominevoli eccessi si rinnuovano ogni giorno presso la sede apostolica; delle cose spirituali è nefando lo abuso; tutto qui vedo contaminato; peccarono tutti; non uno ha fatto il bene, non uno. Egli periva esclamando: «oh! quanto è duro venire al mondo in tempi nei quali virtù di uomo non basta, e bisogna, ch'ei ceda.» Questa esclamazione, per cura degli amorevoli suoi, fu incisa sopra la tomba di lui nella Chiesa tedesca di Roma; ed anco sopra l'altra sepoltura che provvisoriamente lo accolse in San Pietro si leggeva questa non meno disperata sentenza: «Qui sta Adriano IV a cui nulla potò incogliere di peggio nella vita, che imperare[1].» Mi occorse altresì un altro epitaffio di lui così composto, che chi lo lesse ebbe ad esclamare: «tutti hanno avuto che fare con questo Papa eccetto Dio.» Lo bandirono ignorante, e non era; gli garbavano gli studi gravi, gli altri aborriva, massime la poesia come quella che manteneva vivi i costumi e le credenze dei pagani. Della libera stampa non fu amico di certo, se dobbiamo credere il Berni, il quale nel capitolo contro questo Papa scappa fuori con questi versi:
_«E quando un segue il libero costume «Di sfogarsi scrivendo e di cantare «Lo minaccia di far buttare in fiume.»_
[1] Hadrianus IV hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita, quod impererei, duxit.»