Part 34
Ed era un Cardinale della Chiesa, che sbottonava così, immagina che avrebbe detto Lutero se si fosse trovato a Roma in quei tempi. Nè sole le sostanze della Chiesa, o dei cittadini gettaronsi nelle fondamenta della potenza dei Borgia, ma il sangue altresì; di fatti il Valentino ammazzato il fratello lo gittò nel Tevere; il padre Alessandro pianse e si disperò, poi ridottosi a colloquio col Valentino si tacque, nè più ricordò il trucidato figliuolo. Io per me penso, che queste saranno state le truci consolazioni di Cesare; dentro una corona non capire due teste, però o Cesare o Francesco Borgia; e il fatto mostrava chiaro per la fortuna della casa meglio assai adattato lui, che il morto; il quale con pari odio lo ricambiava, ma meno si sentiva audace, ed era povero di partiti. Così avere ordinato il genio di Roma fino dai tempi di Romolo, la prima pietra fondamentale per costruire grandezza nella eterna città dovere essere intrisa di sangue fraterno. Quasi tutti gli storici aggiungono come oltre la cupidità dello impero spingesse il Valentino al fratricidio l'astio di vedersi il fratello rivale negli amori incestuosi con la sorella Lucrezia, la quale con entrambi, e con altri, cristiana Messalina e peggio, si mescolava; e può darsi, chè della famiglia degli antichi Atridi, dei meno vecchi Borgia, e dei moderni Romanoff di Russia tutto è lecito credere; tuttavia non penso, che anco il padre Papa appetisse abbominevoli congiungimenti con la figliuola[1]: troppo il misfatto, troppo poche le prove, e per compenso non presto fede alla vita incontaminata, che ci raccontano avere ella condotto dopo le nozze col d'Este; le lettere scritte da lei duchessa di Ferrara a Pietro Bembo, che poi fu Cardinale, e le treccie dei suoi capelli biondi che vi sono attaccate le quali si serbano nella Biblioteca Ambrosiana di Milano dimostrano espresso, che forse ella perse il pelo, il vizio mai. Anco sopra di lei il Papa faceva fondamento di grandezza; già accennai delle terre, e delle ricchezze donatele; ora ricordo, che in pubblico concistoro Alessandro la promosse governatrice perpetua della città e ducato di Spoleto, ce l'accompagnò il fratello Giuffrè con regia pompa, e si racconta, come in quel torno ella essendo caduta inferma tre vescovi le ministrassero le cure servili alle quali prepongonsi le privatissime ancelle; le dettero quattro mariti; al Papa padre aveva un bell'ordinare Gesù, _quod Deus junxit homo non separet_, egli univa, e scioglieva secondochè gliene tornasse il conto; il primo fu certo gentiluomo napolitano o spagnuolo, che la tolse innanzi che Alessandro agguantasse le somme chiavi, e dopo la lasciò avutane la mancia; di costui non mi venne fatto rinvenire il nome e non importa; poi se l'ebbe Giovanni Sforza e la tenne quattro anni in capo ai quali si lasciarono; il Guicciardino narra, che ciò fu per colpa del Papa _il quale non potendo soffrire neppure uno sposo per rivale annullò il matrimonio per causa d'impotenza_; arduo a credersi, e inoltre mal si accorda con le nuove nozze subito procurate a Lucrezia di Alfonso duca di Biselli figlio naturale di Alfonso II re di Napoli; da questo ebbe un figlio, e sembra i coniugi si amassero, però o gelosia, o cupidità di più utili parentele, ovvero odio che il giovane gl'inspirasse, o quale altro demonio invasasse il Valentino lo fece assassinare da una mano di sicari davanti la stessa porta di San Pietro, e poichè sembrava che delle ferite _non volesse morire_ un bel dì lo trovarono nel letto strozzato.
[1] Il Pontano per Lucrezia viva, e che sopravvisse a lui meglio di 20 anni, compose questo epitaffio:
_«Lucrezia fu di nome, e Taida in fatti, «Adesso in questo tumulo riposa. «Di Alessandro figliuola, e nuora, e sposa! «Hic jacet in tumulo, Lucretia nomine sed re Thais, «Alexandri filia, sponsa, nurus.»_
E il Sannazzaro, quel sì pio, che cantò con un poema pieno di devozione _de partu Virginis_, fece questi altri versi in infamia del padre, e della figliuola:
_«O fato! sempre ti appetisce un Sesto «Lucrezia, adesso per te il padre è questo! «Ergo te semper cupiet, Lucretia, Sextus! «O fatum diri numinis hic pater est!_
Concetto degno di scolare di rettorica come quello, che poggia sul riscontro del nome di Sesto Tarquinio, e del numero di ordine, che toccò ad Alessandro.
Il Guicciardini il quale sempre pensa alla più trista nondimanco con prudenza dichiara: «era medesimamente fama, se però è degna di credersi tanta enormità, che nello amore di madonna Lucrezia concorressino non solamente i due fratelli, ma eziandio il padre medesimo.»
Questo vuolsi considerare, che il Pontano e il Sannazzaro napolitani erano, e devotissimi agli Arragonesi indegnamente traditi dai Borgia, e la passione non vede lume; gli uomini corrono a credere piuttosto il male che il bene per tutti massime pei potenti; i quali se beneficando sempre appena acquistano grazia, diventano segno di odio imperituro quando adoperino la potenza in danno ed in istrazio altrui.--E certo io reputo indizio grande di verità il silenzio, che di questo incesto col padre ed anco co' fratelli osservò il Burcardo maestro di cerimonie del Papa, il quale delle infamie di casa Borgia ti comparisce piuttosto rivelatore sfacciato, che dissimulatore devoto, o almanco prudente.
Quando mi sono adoperato di purgare il Papa e la figliuola Lucrezia dalla scellerata accusa io lo confesso ci sono stato condotto piuttosto dallo orrore, che sento per simili immanità, che da persuasione, la quale fosse in me; difatti vuolsi sforzo non piccolo a sostenere così, dove pensi quali, e quante le turpitudini, e le brutture in che si avvoltolarono costoro. Tu odi questo racconto ricavato non mica da gente ostile, bensì da amicissima, anzi dallo stesso maestro di cerimonie del _sacro_ palazzo, Burcardo, e poi confrontando con quanto Svetonio e Tacito raccontano di Nerone, e Sifilino di Eliogabalo giudica dove sia maggiore la infamia: «nella domenica ultima del mese di ottobre cinquanta _meretrici oneste_, o vogliamo dire cortigiane cenarono col duca Valentino nelle sue camere nel palazzo apostolico, le quali dopo cena prima con le vesti addosso e poi ignude danzarono co' servitori, e con altri convenuti là dentro: poi disposero candelieri da altare con i ceri accesi sul pavimento dove essendo sparse noci le meritrici giù nude carponi si dettero a raccattarle aggirandosi traverso i candelieri; il Papa, il duca, e la sorella Lucrezia tutte queste cose contemplando ne pigliavano maraviglioso diletto: all'ultimo per giudizio dei presenti furono distribuiti i premi ai vincitori con vesti di seta, paia di pianelle, berrette, ed altro, vale a dire, a quelli che pubblicamente si fossero più volte mescolati in venereo congresso con le femmine[1].» Certo senza tema di aggravarci la coscienza noi ci possiamo avventurare a credere molte cose di simil padre, e di siffatta figlia.
[1] _Burcard. Diarium De convivio quinquaginta meretricum cum duce Valentino_. Eliogabalo, per testimonianza di Sifilino fece di più, compose alle meritrici radunate una bellissima orazione, la quale, chi ne ha vaghezza, può leggere nel medesimo autore.
Gli uomini inconsueti allo sguardo lungo nelle storie sbigottiscono del presente; chi poi ha per costume speculare nei tempi tocca con mano come la Provvidenza, o vuoi ordine segreto delle cose mantenga il mondo in perpetua vicenda cavando dal male il bene, ed anco pur troppo dal bene il male dove questo o giunga inopportuno ovvero offenda co' modi; però dallo eccesso della depravazione romana ecco uscirne la necessità della riforma; troppo presto arrivarono i martiri di Basilea, e troppo presto altresì Girolamo Savonarola, nè buono in tutto, nè sacro; chè presumendo ritemprare la gente con la esagerazione della beghineria si tolse a compagno della opera l'errore, non già la sapienza, inoltre ricorrendo ai miracoli dimostrò tre cose, una anco a mente dei creduli, e fu la prosunzione di tentare Dio ad operare miracoli per lui; le altre al cospetto della filosofia la quale giudica così, o egli ci aveva fede, ed era grullo, o non ce l'aveva, ed era ciurmatore: anco cotesto avviticchiare la religione con la politica non va, nè può andare a sangue ai prudenti: per ultimo spietato fu col Gonfaloniere Bernardo del Nero, e i quattro cittadini messi a morte dirittamente forse, ma in ispregio della legge dal medesimo frate proposta, ed a insinuazione di lui decretata: nè si opponga, ch'ei se ne stette a parte, imperciocchè questo al contrario lo aggrava, avendo lasciato fare i suoi fazionari cui egli avria di leggeri potuto impedire; ma non importa, il ragno dopo sette volte cessa ordire la sua tela la umanità non ismette mai; tra poco verrà Lutero.--La sventura della invasione straniera anch'ella a qualche cosa fu buona: tardi a cotesti tempi i commerci fra gli uomini, difficili, per non dire disperate le notizie lontane; strade nessuna o poche, e queste dirotte, o pericolose; la stampa novellina; da questo veniva, che pochissimi sapessero le infamie di Roma, ed in confuso; ora i Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli, gli Svizzeri, e di ogni generazione stranieri qui convenuti videro a prova chente fossero Roma, e i sacerdoti suoi; e le incredibili immanità ebbero pure a conoscere vere; donde lo scapito della reputazione già grande toccava il colmo. La Chiesa appartatasi dalla dottrina di Cristo, e dalla virtù dei primi padri della Chiesa con la temeraria improntitudine sua si era alienata i fedeli, sicchè curando meno lo spirituale, assai aveva fatto assegnamento sul dominio temporale, e vi era riuscita; la Chiesa considerata stato non fu mai tanto potente come ai tempi di Alessandro VI; dopo lui declina; più tardi lo vedremo, si arrabatta a riagguantare il credito spirituale con le manette, i roghi, e il carnefice, ma atterrisce non guadagna cuori; e il temporale, dopo essersi dibattuto invano per reggere da sè, non può sostenere, se non a patto di profferirsi sbirro ai principi secolari: messi in comunella gli arnesi delle varie tirannidi instituiscono preti, e principi società di tiranni.--Ora la Chiesa cattolica agonizza, e l'hanno condotta a tale molto la virtù dei riformatori, e dei filosofi, ma cento cotanti più i suoi misfatti, e la sua superba follia; ella pensò avere riposto nel sepolcro la libertà dell'anima, ed in vero, ce la chiuse, non però morta: quel sepolcro diventava un'altare, e dalle fessure della lapide proruppe la luce, che illumina e non consuma, eccetto le ree cose. Di fronte alla inquisizione sta la stampa; a Costantinopoli, tolto alla cristianità per colpa dei principi, l'America data alla cristianità da un popolano, il quale secondo il solito ne ottiene un guiderdone di catene. Da tutto questo deriva, che noi dobbiamo ammirare, per mio giudizio, come provvidenziale il pontificato di Alessandro VI; più volte questa forza segreta, che agita i casi umani lo preservò; la prima quando reduce dalla sua legazione di Arragona, e di Portogallo ruppe sopra la spiaggia pisana, e di centottanta ch'erano con esso seco su la galera, veruno, egli eccettuato, si salvò; la seconda allorchè tracollando la cima del campanile di San Pietro massi enormi e ferri gli cascarono ai piè senza offenderlo mentre in compagnia del Cardinale capuano passeggiava per la loggia delle benedizioni; la terza, e fu la più paurosa di tutte: stando egli nelle segrete stanze il giorno della festa di San Pietro un turbine fra folgori, e pioggia schiantato il più alto dei cammini del Vaticano lo rovescia con immenso fracasso sul tetto, il tetto, sfondasi fiaccando due travi del pavimento più prossimo, le quali ruinando il soffitto della medesima stanza nella quale in cotesto punto si trovava il Papa ne fracassano la trave maestra, che precipita giù in mezzo a un nugolo di calcinacci giusto in quel punto, che due prelati d'ordine suo si erano fatti alle finestre per chiuderle; onde essi sbigottiti dallo sprofondamento inforcati i parapetti quindi strillavano: il Papa è morto!--Il Papa, se togli lievi contusioni, e moltissima paura ne uscì liscio, gli altri no; chi ne rimase morto, chi ferito; egli volle andarsene in pompa a ringraziare la Vergine nella Chiesa del Popolo, cui aveva fatto dipingere a immagine della Vannozza!
Molte costituzioni di questo degno sacerdote tuttavia come dommi si riveriscono ed osservano; che monta ei fosse quello che fu, e che piglia fastidio ridire? Quanto a fede poteva disgradarne i più solenni fra i santi padri. Perciò che spetta noi altri scrittori, noi dobbiamo professargli obbligo grande, ed è la censura della stampa confidata ai Vescovi, ed ai Vicari. La tirannide per istinto sente la ingiuria della libertà, e per converso questa le ingiurie di quella: il duello da secoli dura fra loro, nè sta sul punto di cessare per ora.
Pio III, dei Piccolomini, passa come ombra sopra la opposta parete, subentra Giuliano della Rovere col nome di Giulio II; dicono eleggesse questo nome con la intenzione d'imitare i gesti di Giulio Cesare, nè questo io credo, chè uomo inane ei non si mostrò mai, comecchè ambizioso fosse ei molto, di sè sentiva altamente, e come osserva con parole argute il veneto Trivisan: «il Papa vuole essere il dominus et il maistro del foco del mondo.» Assunto al pontificato a posta sua bandì una bolla contro la simonia dei brogliatori al papato, quantunque egli per arrivarci promettesse al Cardinale Ascanio Sforza restaurare i suoi nel ducato di Milano, a quello di Carvajale conserverebbe il regno di Napoli al re cattolico; che più? Il Valentino si obbligò per iscritto promovere a gonfaloniere, e Capitano generale della Chiesa. Ora se questa non è simonia in che cosa dovrebb'ella consistere noi per verità non sappiamo; ma i potenti ebbero sempre in costume una volta saliti in alto, maledire la scala, che gli ha condotti. Egli fu d'indole piuttosto, che risoluta avventata; urlò _fuori barbari_, e più volte gli spinse in Italia cominciando da Carlo VIII; sempre vario, ora infocato, tempesta contro i Veneziani, e da prima gli scomunica; vedendo non fare effetto le scomuniche forma la lega di Cambrai ai danni loro; ma poichè essi disertati rendono la città causa prima dei suoi furori, di un tratto di amico si fa nemico ai Francesi, arma gli Svizzeri, scomunica il duca di Ferrara perchè amico alla Francia, assedia la Mirandola, ed espugnatala ci entra per la breccia; lui non domano gli anni, nè le infermità, nè le asprezze di rigidi inverni; acquista alla Chiesa Bologna e Perugia, quella levando ai Bentivoglio, questa ai Baglioni, e la prima ordina a reggimento oligarchico, la seconda a democratico; nato, e cresciuto in mezzo ai repubblicani, Giulio repubblicano era a modo suo; durante la vita sostenne sempre, che non valgono nascita, nè trattati per legittimare il dominio di principi così nostrani come forastieri sopra i popoli; ogni cosa dover cedere dinanzi alla comodità di questi, unici e veri sovrani della terra. Siffatte dottrine professò Papa Giulio, e qualche altro Papa altresì; forse, cercando, si troverebbe ancora parecchi principi repubblicani in casa altrui; in casa propria poi la bisogna cammina diversa.
Di amici un dì Luigi XII e Giulio II diventano nemici mortalissimi; quegli convocati i Concili di Bourges, di Pisa, e di Milano fa che vi depongano il Papa; Giulio raccoglie il suo Concilio in Laterano, scomunica l'altro, e dichiara Luigi decaduto dal trono: si guerreggiano con le penne, con le armi, e con la lingua; il men triste saluto di Luigi al Papa era; _briacone_; quello del Papa a Luigi non importa dire. Il Cattolico usurpa iniquamente la Navarra approfittandosi di cotesti rimescolamenti, e il Papa in odio a Francia approva; il quale trasportato da quella sua veemente e procellosa natura, per isgararla sul re Luigi, ordina la lega santa affatto contraria all'altra di Cambrai; di qui nacque la terribile battaglia di Ravenna vinta dai Francesi con la morte di Gastone di Foix: vittoria miserabile fu quella, conciossiachè le fortune francesi indi a poi declinassero sempre. Lo imperatore Massimiliano con improntitudine austriaca presume tenere per sè Verona e Vicenza: Bergamo, Padova, Treviso, Bergamo, e Crema concederà a titolo di feudo imperiale a patto gli si contino duegentomila fiorini di presente, e quarantamila annui; i Veneziani, rotta la pazienza, accordano co' Francesi; il Papa si rode dentro dalla rabbia, inferma, e muore. I laudatori di questo Papa affermano i suoi concetti generosi sempre, ma poi per soverchio di passione sovente guasti, e parci lode strana, però che, se ne eccettui Dio, veruno conosce le origini del pensiero, nè all'uomo è dato giudicarne fuorchè dagli effetti; riesce poi arduo credere, che generoso fosse il disegno di spengere la repubblica di Firenze, bandire Piero Soderino innocentissimo, rimettere in casa i Medici solo per vendicarsi di avere consentito Pisa essere stanza al Concilio, senza punto avvertire che Firenze pusilla, e strema di forze non poteva ributtare la istanza di Luigi poderosissimo allora in Italia: nè lo salva addurre come Giulio non prevedesse nè consentisse mai i Medici si comportassero da tiranni a Firenze, perchè appunto ne fossero stati banditi a causa di tirannide, ed anco non lo fossero stati prima, tiranno diventa qualsivoglia cittadino, il quale venga rimesso in casa dalle armi straniere; e i Medici prima di entrare in Firenze se ne fecero innaffiare la strada di sangue cittadino; informi Prato allo eccidio del quale si trovò presente il cardinale Giovanni dei Medici, che or'ora si trasforma in Lione X. Insomma dopo avere disegnato di opporre barbaro a barbaro servendosi dell'uno per cacciare l'altro, tolto a Luigi il titolo di cristianissimo, e conferitolo al re Enrico d'Inghilterra (e fu facile), e toltogli anco il trono, e donatolo a cui se lo andava a pigliare (questo poi parve più difficile), dopo avere a furia di bastonate sul pavimento fatto certo il Cardinal Grimani, che anco gli Spagnuoli se ne dovevano andare, e dopo empito di sangue, di miseria, e di disperazione quasi tutte le terre d'Italia morì lasciandovi barbari quanto, e più di prima.
Tuttavia Giulio fu Papa animoso, e di spiriti eccelsi così che, nota il Machiavello, se prima di lui non vi era barone romano, per piccolo ch'ei fosse, il quale si peritasse a sfidare la potestà della Chiesa, ai tempi suoi anco il re di Francia bisognava che procedesse con riguardo verso di quella. Egli concepì il disegno di San Pietro, promosse Bramante, anco Michelangiolo, e di uno sguardo benigno fecondò Raffaello. Lione, che gli successe mieteva la messe seminata da lui; questi grande di nome, Giulio grande di sostanza; che se cupido ei si mostrò dello altrui (quale il prete che non sia cupido?) arraffò per la Chiesa; fu ladro ma sacro; solo persuase Guidubaldo di Montefeltro duca di Urbino ad adottare, in difetto di successori, per figliuolo Francescomaria comune nipote a cui rese le signorie di Mondovì e di Sinigaglia; più tardi lo elesse vicario di Pesaro, e morendo supplicava i Cardinali, che non lo removessero; questa unica grazia facessero alla sua memoria, ed alla famiglia di lui.
Il Cardinale Raffaello Riario sperò che riscattata Imola dalle mani del Borgia la si renderebbe ad Ottaviano, e s'ingannò; il Papa rispose reciso non volere arricchire la famiglia a danno della Chiesa; e proprio pochi momenti prima ch'ei desse i tratti madonna Felicia sua figliuola maritata a Giangiordano Orsino con accese parole instando presso il morente per un cappello a benefizio di Guido da Montefalco suo fratello uterino, glielo negò dicendo esserne indegno. Ora di Lione X.
Piuttosto che lamentare inopia, patiamo abbondanza di scrittori intorno a lui, e non pure vari ma contrari; però di questo Papa possiamo dire quello che cantava l'Ariosto di Augusto:
_«Non fu sì savio, nè benigno Augusto «Come la tromba di Virgilio suona. «L'avere avuto in poesia buon gusto «La proscrizione ingiusta gli perdona._