Lo assedio di Roma

Part 33

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Vinti e spogliati i nemici, rimaneva a spengere, ed a spogliare gli amici; già per venirne più agevolmente a capo il Papa si era industriato commettere scandali tra gli Orsini e i Colonna, e ci era riuscito come quelli che _ab antiquo_ procedevano scambievolmente nemici; però il Papa si mosse meno pel proposito di separarli, che per l'altro di non farli mai ora nè poi riunire. Fino dalla capitolazione dell'Atella il Papa dopo avere fatto sostenere, in onta alla fede giurata, Virginio Orsini, ne pubblicò i beni ordinando al duca di Gandia, e ad altri parecchi mandassero la sentenza ad esecuzione: donde una guerra lunga e varia, ove nella difesa di Bracciano mostrò la donzella Bartolommea, sorella di Virginio Orsini, tale prova di valore da disgradarne i più intrepidi. Carlo Orsini in buon tempo venuto di Francia con Vitellozzo Vitelli, che congiunti erano, si legano ai danni dei Borgia; gli sovvennero Perugia, Narni, e Todi, e messe assieme le genti s'incamminano a Bracciano; occorsero loro i papalini, ed incontratisi su la via di Soriano danno subito di piglio alle armi: dopo lunga battaglia andarono sconfitti i papalini, prigione il duca di Urbino, sfregiato in faccia Francesco Borgia. Impaurito il Papa, chiede accordare, e l'ottiene; in questa pace fu notabile il caso seguente: il Papa di leggeri ammollì su tutto, tranne che volle gli Orsini gli pagassero 70 mila ducati per le spese della guerra; ma perchè sapeva costoro corti a pecunia li persuase a non liberare il duca di Urbino, eccettochè con la taglia, e gli Orsini non intendendo a sordo gliela imposero, e appannata, 40,000 fiorini, i quali da una mano presero e dall'altra pagarono al Papa; così Alessandro buscava la taglia di tale, che combattendo per lui era caduto prigioniero! Dopo questo successo gli Orsini servirono i Borgia di coppa e di coltello, soldati e sicari come meglio loro ordinavano, sicchè poste in oblio le date e le ricevute ingiurie estimavano esserseli amicati per la vita: funesta fiducia con tutti, co' Borgia poi anco matta, ma anzi non è così, almeno non sempre, imperciocchè tanto gli Orsini quanto i Vitelli congiunti, ed aderenti loro incominciassero quasi per istinto a fiutare la mala parata, per la quale cosa convennero segretamente alla Magione terra prossima, a Perugia, per concertare la comune difesa: a questo congresso si trovarono il Cardinale Orsini, il fratel suo Paolo, Vitelozzo, Giovampaolo Baglioni, Ermes Bentivoglio, Oliverotto, Antonio da Venafro pel Petrucci di Siena, e dicono ci si facesse rappresentare anco la vedova di Giovanni della Rovere signora di Sinigaglia. Al Talentino incominciava a voltare faccia la fortuna: i suoi capitani ormai ribelli restituiscono nell'usurpato retaggio il duca di Urbino maravigliosamente sovvenuti dai popoli devoti al principe benemerito: pel costoro abbandono scemato l'esercito al Valentino questi trovandosi a mal partito ordina con celeri messi ad Ugo di Cardona e a don Michele capitani fidatissimi suoi, schivata ogni battaglia, ridursi a Rimini con quanto rimanga loro di forze, ma non gli obbediscono allettati dal destro di pigliare Fossombrone, e Pergola, dove sorpresi da Paolo Orsini e dal duca di Gravina restano percossi di sconcia battitura, il Cardona casca prigioniero, don Michele a gran ventura scappa a Fano, poi a Pesaro. I collegati potevano vincere spingendosi risoluti innanzi, e non seppero, per riguardo al re di Francia protettore dei Borgia, come se i principi stranieri non si amichino sempre chi vince; dacchè tutte le leghe non abbiano ragione oltre queste due, il danno o il comodo che puoi recare; ora questa venendoti a mancare quando sei vinto gli è chiaro come l'acqua, che tu non offerisci più argomento di lega. Mentre costoro ciondolano improvvidi, i Borgia usano l'estremo dell'arte per cavarsi dal mal passo: prima di tutto il Valentino s'industria rabbonire i Fiorentini; stava allora presso a' lui oratore di Firenze Niccolò Macchiavello, e proprio l'andava tra corsaro e pirata; il primo non rifiniva far toccare con mano che aveva sempre nudrito filiale amore per Firenze, non averglielo troppo palesato fino di ora perchè sendo debole gli pareva che avessero potuto ascriverlo a paura, e sospettarlo poco sincero, egli di cui un dì avrieno detto le genti, che quando la lealtà fosse stata bandita dal mondo avrebbe preso rifugio nel suo seno: ora poi, che vinto ogni ostacolo si sentiva gagliardo si profferiva affatto uomo di Firenze, lo mettessero alla prova, e vedrebbero. Da ora in poi Firenze e i Borgia avere ad essere tutta una cosa.--

Questo per paura che i Fiorentini legandosi co' ribelli in questa stretta non l'opprimessero. I Fiorentini, che per non venire in uggia al Borgia ricerchi più volte dai ribelli si erano ricusati a fare causa comune con essi, dichiaravano al Valentino per bocca del Macchiavello: alle proteste di amore del Borgia credere quanto nel vangelo e più; e di questo avesse per pegno, che sollecitati a legarsi co' suoi nemici per abbatterlo avevano rifuggito sempre, e rifuggirebbero. Posto in quiete da questa parte il Valentino prese a negoziare con Paolo Orsini, e riuscì ad agguindolarlo con parole, e con doni: gli uomini per ordinario sono prosuntuosi in proprio danno, e nello altrui, ma più nel proprio, però che accomunandosi ai tristi in questo fidano, o che questi si guarderanno bene di farla a loro, o che sapranno guardarsene, e quasi sempre restano ingannati; tu poi imita la prudenza dello antico Ulisse, quando rasenti lo scoglio delle Sirene turati le orecchie, se con la cera, o con le mani non rileva, purchè tu le tappi; Paolo prese a serpentare gli altri sicché volenti o no li condusse agli accordi, di cui primo effetto fu lo abbandono del duca di Urbino al quale toccò rifare i passi dello esilio. Rispetto al Bentivoglio, i collegati lasciarono lui, ed egli i collegati e con duri patti si compose col Borgia, che mallevati dal re di Francia, dal duca di Ferrara, e dai Fiorentini lo guarentirono meglio.--

In virtù dello accordo il Valentino deliberò co' suoi capitani tornati a divozione di lui se fosse ad assaltarsi Toscana o Sinigaglia; elessero Sinigaglia, e di vero mossero colà di concerto commettendo il terzo tradimento, come quelli, che alla posta della Magione avevano promesso sostenere la Castellana. La città noti oppose resistenza; solo la Castellana, e il Doria ridottisi nella Rocca dichiararono ad altri non volersi rendere, tranne al duca; per la quale cosa gli Orsini mandarono per esso; ed egli colto il destro, parendogli, che della sua andata non potessero pigliare ombra poichè eglino medesimi lo chiamavano, rispose, andrebbe, ma la città sgombrassero dalle milizie loro stanziandole nei borghi, dacchè nella città intendeva alloggiare le proprie, e come disse fecero: allora si mosse da Fano, e non potendo farne a meno spinti dai fati gli occorsero in su' muletti Vitelozzo, Pagolo, e il duca di Gravina, entrambi Orsini, questi armati, l'altro disarmato con una cappa foderata di verde, afflitto in vista quasi presago della morte imminente, e corse fama, che innanzi di separarsi dalle sue milizie fece con loro le ultime dipartenze raccomandando ai capi la casa sua, e i nipoti ammonì che non alla fortuna degli avi pensassero, bensì alla virtù, e gl'imitassero. Se con lieta fronte gli accogliesse il Borgia non si racconta nè manco, se nonchè stringendo gli occhi si accorse non essere fra loro Oliverotto, e saputo come fosse rimasto dentro Sinigaglia con le sue genti attelato sopra la piazza, mandò don Michele a dirgli, che menasse le milizie altrove e andasse con gli altri a complire il duca. Oliverotto non se lo fece ripetere due volte studioso con la nuova obbedienza cancellare l'antica ribellione. Entrati tutti insieme in Sinigaglia scavalcarono all'alloggiamento del duca, che li condusse in sala, donde poichè ebbero alternato alcuni ragionari, il duca sotto pretesto di mutare vesti si allontanò; sopraggiunsero a un tratto scherani che pigliarono i traditi a mano salva. Il duca tosto monta a cavallo e si arrabatta a svaligiare le milizie di Oliverotto e degli Orsini; riuscì con le prime perchè prossime e prese alla sprovvista, con le seconde no, che avuto tempo di mettersi insieme con ardimento pari al valore si ridussero in salvo. Durante la notte Vitelozzo, e Oliverotto erano strangolati, il primo (pare impossibile!) pregando si supplicasse il Papa a dargli la indulgenza plenaria, l'altro piagnendo, e tutte le sue colpe riversando su Vitelozzo. Ma chi potrebbe affermare queste cose vere? Le riporta il Machiavello, il quale da altri non può averle apprese eccetto dal Valentino e dai carnefici suoi interessati troppo a fare comparire colpevoli i traditi, e non contenti, secondo il costume dei tiranni, a saperli morti se anco non li sappiano e contennendi, e vili: Paolo, e Francesco Orsini il duca di Gravina furono strangolati più tardi avendo prima voluto accertarsi il Valentino, che il suo dabbene genitore Alessandro Papa aveva a Roma messo le mani addosso al Cardinale Orsino, all'Arcivescovo di Firenze Rinaldo Orsino, a Messere Iacopo da Santa Croce, al protonotaio Orsini, ed all'abate Alviano fratello di Bartolommeo.

Gli argini al delitto parvero rotti; dopo questa strage piglia Città di Castello dei Vitelli, piglia Perugia dei Baglioni, saccheggia lo stato di Siena, piglia Chiusi, e Pienza, invade gli stati degli Orsini. Il demonio, a detto della gente sbigottita, fatto vicario di Cristo, il vessillo dello inferno in mano al Papa, il padre dei fedeli dispensatore a un punto di crisma e di veleni, i sette sacramenti in questo mondo oppressione, nell'altro dannazione, a cui raccomandarsi non sapeva, il cielo sembrava fatto più truce dell'erebo e senza fine disperata la gente diceva: «Dio non è!»

Di un tratto questi immani colpevoli, che stavano sopra le leggi divine ed umane con le proprie mani si avvelenano; il Papa muore; il Valentino della vita in forse perde il credito; tradito chi tutti tradì, spogliato chi tutti spogliò, abbindolato, deriso, fuggiasco cessa di vivere per ferita rilevata in oscura avvisaglia, e fu fortuna oltre i meriti suoi.--

La pietà pei tristi è furto della pietà dovuta ai buoni, però io non mi appassiono per la strage di tali, da cui se pochi ne eccettui, furono anco più rei del Valentino, il quale pure qualche sollievo ai popoli concesse, e di tanti basti dire di Oliverotto da Fermo: rimasto orfano costui raccolse e nudrì lo zio Fogliano avo materno, il quale volendo fargli apprendere la milizia lo accomodò con Paolo Vitelli; ebbe fortune varie, e ottenne fama di valoroso; militando in ultimo sotto la bandiera del Valentino gli si parava occasione di approssimarsi a casa. Da Camerino scrisse allo zio chiedendogli licenza di andare a riverirlo per mostrargli i segni di prodezza acquistati in guerra facendosi accompagnare da cento cavalieri; risposegli lo zio: magari! sarebbe le mille volte il ben venuto. Va, gli occorre lo zio, che gli getta le braccia al collo, e piange: se lo mette in casa co' cento cavalieri: fa baldoria, pare che dall'allegrezza non possa più capire dentro la pelle; indi a pochi dì per festeggiarlo meglio imbandisce un convito ai maggiorenti di Fermo; Oliverotto sopra le mense ospitali trucida tutti, poi balza fuori sanguinolento e con la spada alla gola costringe i cittadini a tremarlo principe. Certo chi tale acquista non merita misericordia se il Valentino lo spoglia.

Tuttavia anco ad acquistare a quel modo ci voleva pecunia, e di molta, ed anco per la spesa di certa pompa regia, che ai Borgia piacque sempre sfoggiare un po' per talento, e un pò per politica, imperciocchè i panni rifacciano le stanghe, e il parere avvezza ad essere, ed educa altrui a riverirti. Del Papa a cotesti tempi corse un distico, il quale volgarizzato suona così:

_Vende Alessandro altari, e chiavi, e Cristo; E ben lo può, che pria ne fece acquisto._

Aperse mercato d'indulgenze, ma questa vuolsi considerare galanteria; chi non poteva andare a Roma pel Giubbileo pagasse la indulgenza un terzo della spesa del viaggio; immenso ei ne raccolse tesoro; il Bembo afferma 800 circa libbre di oro dalla sola Venezia, e parmi troppo se consideriamo, che le miniere del Perù, e del Messico erano tuttora sconosciute; immagina un collegio di ottanta scrittori di Brevi e li mise allo incanto, e neppure qui vuolsi biasimare troppo; costrinse il cardinale Colonna a rendere l'Abazia di Subiaco, e quanti simoniacamente lo promossero ebbero a rimettere fuori lo ingoffo; e in questa parte quasi lo lodo; spogliò i Savelli; peggio toccò ai Caetani; di un tratto imprigiona Giacomo protonotaro apostolico, e l'unico figlio Niccolò; questo strozza, quello avvelena, poi dichiara devoluti alla Camera Sermoneta e gli altri stati di loro: indi a breve li comperava Lucrezia ottantamila fiorini, e si dissero, e altri finse credere, sborsati; e' bisognava fare roba per Lucrezia, e fu colpa dei Caetani, che la possedessero, e che accomodasse a questa femmina dabbene; a forza s'impadroniva della eredità del Cardinale Domenico della Rovere, nonostante la facoltà concessagli per disporre liberamente delle sue sostanze da Sisto IV; per quella del Cardinale Zeno morto a Venezia strepitava, sicchè il Senato per lo meno reo consiglio gli ebbe ad ammollare non poca moneta. Il Cardinale di Lisbona assalito da subito male si riebbe alquanto; parendogli sentirsi prossimo il fine supplica il Papa gli conceda testare del suo; quegli nega; il Cardinale arrovellato dona tutto il suo ai servi, agli amici, e ai luoghi pii; poi risana, i beneficati non che gli mostrassero gratitudine gli negarono soccorso, e lo uccellavano. Appunto come più tardi successe all'Ammannato, il quale poichè si fu disfatto del suo in prò dei Gesuiti lasciandosi tanto, che bastasse alla presunta sua vita si trovò a vivere oltre il presagio; nè soccorrendolo cotesti cuori duri ed avari il tapinello vagava per Firenze supplicando:

_«Un po' di carità per lo Ammannato «A cui mancò la roba, e crebbe il fiato._

Eredi universali di tutti, il Papa, ed i figliuoli; ma spesso venivano a screzio fra loro come accadde alla morte di Pietro Caranza cameriere segreto del Papa; fra i beni lasciati da lui si trovavano ventimila fiorini; Alessandro gli donava alla Lucrezia, ma il Valentino che ne aveva bisogno pei fatti suoi li prese, e agli urli del padre e della sorella fece orecchia da mercante. Creò quarantatrè Cardinali, da ognuno dei quali raccattò almanco diecimila ducati, da taluno più. Tutto questo come turpemente iniquo ti mette addosso fastidio; quanto ti narrerò adesso ti farà paura; prima creò Cardinali, e porse loro la maniera di arricchire per via di inusitate angherie; quando a mo' di mignatte li sapeva pinzi di sangue succhiato li spengeva, e così costumò coi Cardinali di Capua, Santo Angiolo, e Modena, odiati tutti e a dritto: all'ultimo, che fu Giambatista Ferrara composero il seguente epitaffio, che reco dallo idioma latino al sermon nostro.

_Giambattista Ferrara nello interno Giace a quest'urna: ebbe la terra il corpo, I beni il Papa, e l'anima l'inferno._

Il Valentino per menare grossa la guerra richiede danari al Papa, il quale patendone inopia s'indetta col figlio a cavarne da questo suo trovato; eleggerebbe per la festa di san Pietro nove Cardinali tra i più ricchi prelati della Corte, poi li conviterebbe a cena, dove gli avvelenerebbe tutti, così le nove eredità giungerebbero manna ai loro bisogni; tal detto, tal fatto; i Cardinali pubblicati furono Giovanni Castellare, Francesco Remolino, Francesco Soderino, Melchiorre Copis, Niccolò Fiesco, Francesco di Sprate, Francesco Iloris, Jacomo Casanuova, e Adriano Castellante da Corneto tesoriere, che si giudicava il più ricco di tutti. Il Papa, e questo fu tiro del Valentino, non li convitò nelle proprie case, bensì pregava il Corneto gli prestasse per simile festa la sua vigna prossima al Vaticano, la quale gli venne più che volentieri consentita: a questo modo non davano adito a sospetto, e si assicuravano la presenza del Corneto: mandarono intanto vini preziosissimi, tra cui parecchie boccie attossicate; il maggiordomo complice le aveva in custodia con la istruzione del come le avesse adoperare; ora sia che il maggiordomo sbagliasse, o piuttosto tradisse i traditori, sopraggiunto il Papa alterato per lo eccessivo calore del giorno e chiesto da bere trangugiò il veleno; indi a pochi istanti entra il Valentino e anch'egli tracanna tossico. Narrano alcuni, che il Papa costumasse portare addosso un'ostia consacrata avendogli certo astrologo predetto che insino a tanto che ei la portasse veleno alcuno avrebbe avuto virtù su di lui, e giusto in quel punto accorgendosi averla dimenticata al Vaticano mandò monsignor Caraffa a pigliarla! comunque paia stravagante, per cui conosce le contradizioni dello intelletto umano, e la ragione di cotesti tempi non gli tornerà incredibile.--

Quando il Caraffa tornò, il Papa era sfidato, e il Valentino preso da atroci dolori rotolandosi per la terra mugliava. Morto il Papa veruno prendeva cura dei suoi funerali: i congiunti e gli aderenti suoi atterriti del presente, e paurosi del peggio con la fuga, o col nascondersi si procacciavano salute; il vice cancelliere intimò l'associazione: andarono tutti mossi dalla novità del caso, ma entrati appena nella Chiesa di san Pietro il popolo fatto impeto per arraffare le torce al clero lo sbarattò, ed egli corse a ripararsi in sagrestia; rimasto il cadavere in mano alla moltitudine gli si assiepa dintorno per imprecargli l'eterna dannazione; se non che vistolo orribilmente deforme, gonfiato, e nero, con la bocca aperta, la lingua fuori ciondoloni, colante tabe dal naso, e contristata dallo insopportabile fetore scappò via senza potere profferire parola. Sulle prime ore della sera taluni tristacci a ciò comandati lo cacciano dentro alla cassa e poichè per la gonfiezza a stento ci capiva, con istrazi, e con iscede lo rincalcavano.

Oltre ai raccontati, per adunare i danari, ricorse ad altri partiti, e furono imporre gravissima tassa agli ebrei sotto colore della guerra contro il Turco, e col medesimo pretesto volle la decima delle rendite ecclesiastiche non eccettuato Cardinali, nè monasteri, e poi invece che guerreggiare il Turco non una ma due volte lo salutò amico, e ne supplicava i soccorsi; una cosa ordinò contro i Turchi, e fu l'obbligo di recitare in confusione di loro l'_Ave Maria_ al suono di mezzogiorno. Con questa difesa la cristianità poteva dormire tranquilla fra due guanciali: intanto i devoti sappiano che recitando l'avemaria meridiana si gratificano l'anima di quel santo pontefice, che fu Alessandro Borgia.

Sfrontatezza di prete è cosa enorme, due cotanti cresce nel frate: nel gesuita poi perde peso, numero, e misura, però ci ha caso sentirci opporre: «lasciamo da un lato le arti, il pontefice ripigliava il suo.» Anco così non sarebbe vero; il Papa avrebbe sempre lacerato il manto pontificio per istituirne retaggio ai propri figli, e al Valentino uno stato da potere usurpare Roma e la Italia. Per ottenere sposa al suo bastardo Giuffrè Sancia bastarda di Alfonso il Papa consentì si alienassero dalla Chiesa le contee di Anguillara e Cervetri, poco prima causa di guerra tra Ferdinando di Napoli e lui: un dì propose in concistoro erigere un ducato di Benevento, Pontecorvo, e Terracina, ed investirne il duca di Gandia; nè i Cardinali dissentirono, uno, il Piccolomini, si oppose invano: dov'è dunque il dominio temporale d'instituzione divina? Dove la ragione del _non possumus_ di questi preti potenti della nostra sola stoltezza. Quando Lucrezia andò a marito ad Alfonso d'Este arraffò al capitolo di Bologna Cento, e Pieve, e gli aggiungeva per dote alla figliuola dilettissima.

Che fosse diventata Roma in cotesti tempi io non dirò, lascio che lo racconti il Cardinale Eligio di Viterbo di cui le parole queste, voltate nella favella italiana: «non mai nelle città della sacra giurisdizione furono visti più scellerati tumulti, più spessi saccheggi, nè stragi più miserande, non mai per le vie meno vigilate la rapina dei ladroni, o in Roma non mai maggiore la copia delle spie, e dei delitti, o la licenza dei sicarii, o l'audacia e il numero degli arraffatori per modo che fuori delle porte non puoi andare, nè dentro senza pericolo rimanere; i cittadini si avversano nemici; legge umana o divina non si osserva; se in casa serbi alcun che di bello o di prezioso, guai! Invano in torre chiuso, in casa, o in camera ti confidi sicuro; nulla vi ha di sacro, nulla di salvo; quì l'oro, la violenza, e il veleno comandano.»--