Lo assedio di Roma

Part 24

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Qui facciamo sosta ai racconti ed ai fatti esposti ingegniamoci cavare alcuna considerazione profittevole al nostro assunto; e innanzi tratto raccomando al lettore tenersi sempre a mente come per me si ricerchino gli annali ecclesiastici pel fine di chiarire quale abbia davvero il Papa diritto sopra le terre che accora con la mala signoria, e se cotesto suo _non possumus_ concedere che i popoli rimangano consolati da meno reo governo sia tanto bugiardo quanto stupido. Non si nega, che principi barbari ricorressero a Roma meno per decidere piati, che per santificare delitti; e questo i Papi fecero sempre purchè il colpevole fosse il più forte, e nel pagamento della consacrazione del misfatto non istesse su lo spiluzzico. La primazia usurparono i Papi con fraude, e con menzogna non già con luce d'intelletto, Roma antica vinse col ferro proprio, Roma papale col ferro altrui, e l'aspersorio di proprio: che scienza ebbe Roma? Certo superiore a molti barbari, ma non a tutti; e poi ella usò la scienza per rabbaruffare la gente in un pruneto di errore. Nulla in lei viene dal cielo, e nulla dalla potestà terrena, quando mai questa ultima valesse a vendere, o a donare popoli come greggi, la quale cosa risolutamente si nega. Circa a fede, il Papa, in questo successore genuino di San Pietro, ne dubitò, rinnegò Cristo, e non confidando più nella virtù della dottrina (noi lo mostrammo) si appoggiò alle daghe di Costantino, nè a lui solo ma bensì ad altri come Teodosio il grande, e Valentiniano III, entrambi i quali misero il catechismo nelle mani ai littori, e reputarono la carcere più efficace a convertire del pulpito[1]. Non contenti di tanto i Papi (anco questo abbiamo detto) fecero condannare a morte chiunque non credesse come loro. Dice bene il de Maistre, che il Papato nei secoli di mezzo tramandò luce; però tacque ch'ella fu luce di fascine. Da Costantino è menzogna che il papa avesse doni; nè si prova gli avesse da Pipino, e da Carlomagno; almeno documenti scritti, e conosciuti autentici s'ignorano: ad ogni modo non gli conferirono assoluto dominio; di fatti Carlomagno ed i suoi successori vediamo esercitare nelle provincie pretese donate al Papa sovrana autorità, come crearci giudici, ed annullare confische decretate dal Papa. La Chiesa di Roma prima lusinga i greci imperatori, poi li tradisce, e sè avvantaggia; sta un pezzo co' Longobardi, e quando li teme, dentro li scalza con la ribellione, di fuori spinge loro addosso i carlovingi; balenando questi, si volta ai tedeschi Corrado, ed Enrico. E se i Papi poterono mostrarsi riottosi contro i degeneri re dei Franchi fino a deporre i vescovi eletti da questi, ed altri eleggerne a modo loro, e se di fronte agl'inviliti carlovingi farsi dichiarare dal Concilio di Reims sovrani assoluti della Chiesa universale deve attribuirsi a questo, che l'imperatore Enrico tenendosi sotto come vassallo il Papa riputava tornasse in pro suo il credito che egli si andava, come suo vassallo, acquistando; e veramente per un tempo fu così. Nelle costituzioni imperiali[2] occorre un'atto in virtù del quale il diritto di Carlomagno a eleggersi un successore, e a nominare i Papi di Roma si trasferisce insieme agli altri, in Ottone, e negl'imperatori tedeschi; tale documento per giudizio universale si reputa apocrifo; e sembra, che gl'imperatori abbiano voluto contrastare ai Papi il privilegio di fabbricare carte false; ma se apocrifo hassi a tenere cotesto atto, certo è poi (e fu accennato poco anzi da me) che Enrico nella sinodo di Sutri depose tre Papi e promosse al pontificato il vescovo di Bamberga; certo del pari è, che lo imperatore pregato o no designava il Papa, e certo altresì che quattro Papi tedeschi uno dopo l'altro per suo comandamento furono esaltati alla sede apostolica, senza pregiudizio della parte, che come di ragione, deve averci preso lo spirito santo. Clemente II di Bamberga, Meone IX dei conti di Daipurg, Damaso II e Vittore II bavarese. Grande l'autorità degl'imperatori però che essi eleggessero a tutti gli uffici ecclesiastici: ed era costume dei capitoli, cessato il superiore, rimandare l'anello e il pastorale al principe, che li consegnava in simbolo della autorità ecclesiastica al nuovo scelto; sovente lo imperatore come colui che poteva, o credeva potersi fidare in uomini a lui devoti, gli armava di autorità temporale che unita alla spirituale forniva maraviglioso fondamento alla propria potenza. I Papi ci si accomodavano e, come suol dirsi, bevevano grosso, perchè co' Tedeschi andava un nugolo di monaci e di frati che nei paesi conquistati rizzavano su fondaco di religione dando in baratto di poco bene terreno fattorie e poderi a bizzeffe nei regni sterminati del paradiso: vescovi e abati acquistavano titolo, e dritti di conte ed anco di duca; non più si dichiarava i beni ecclesiastici formare parte delle contee, ma sì all'opposto le contee parte dei vescovati; nella Italia settentrionale le città quasi tutte governate dai visconti dei Vescovi.--Ora questo stato di cose non poteva durare, chè non si vide mai mantenersi vassallo chi, volendo, può diventare signore, e la spada messa in sua mano perchè ti difenda presto o tardi egli adopererà per soverchiarti; così mostra la esperienza a tutt'oggi; se fie per mutare domani staremo a vedere.

[1] Cod. _Teod_. XVI. 1. 2 «_Vogliamo_ che tutti i popoli retti dalla nostra clemenza osservino la religione, che il divino apostolo San Pietro insegnò ai Romani.»

[2] _Goldat_. 1. _p_. 221.

Sotto Leone riarse (e non poteva fare a meno avendo al fianco consigliere il monaco Idelbrando da lui promosso al cardinalato) lo scisma di oriente; molte le cause, tra cui comparisce massima quella di comunicare col pane lievitato, ma in fondo tutte erano velo alla cupidità del Papa e del Patriarca di soperchiare l'uno l'altro; però secondo possiamo conoscere sembra, che il Patriarca Michele Cerulario si contentasse essere lasciato messere e donno in casa sua; ma Papa Leone non glielo consentiva; nè a torto però che i suoi predecessori avessero fatto tanto tramestio per conseguire il primato, che ormai gli pareva non gli potesse essere più contradetto; si reputava dentro una botte di ferro, e su l'orizzonte papalino incominciava a spuntare il non _possumus_ famoso. Certo la tristezza congiunta alla ignoranza avevano spinto il Papa a costituirsi arbitro supremo di tutto il mondo; ma noi pensiamo: se il Vicario di Cristo avesse atteso meglio ai precetti di Cristo non si sarebbe lasciato traviare nei passi della iniquità; non avrebbe sparso il crisma sul sangue; avrebbe accolto sotto il manto l'orfano e il pupillo, e non dato mano a spogliarli e forse a trucidarli; molto meno avrebbe dallo inchino interessato del ladro desunto argomento per costituirsi giudice del genere umano; e sì che i santi Agostino, e Bernardo, e Ivone camotense gravemente avevano ammonito la Curia per queste sue improntitudini; anzi tu nota che a favellare più forte li riteneva la fede, che le Decretali fossero genuine sostenute come apparivano dall'autorità, quantunque falsamente invocata, di nove Papi, Anacleto, i due Sisti I e II, Fabiano, Cornelio, Vittore, Zeffirino, Marcello e Giulio; che mai avrebbero detto se le avessero sapute false? La libertà di appellare sempre, e ogni punto della causa al Papa troncava i nervi alla disciplina; gente perduta, preti di malo affare si procuravano a quel modo la impunità; il Papa agguindolato, e indotto in errore; chiarito poi, o si ostinava nella sentenza ed era iniquo, o la emendava, e allora per lo spesso correggersi perdeva il credito; chi doveva pagare le debite pene costantissimo nelle difese; chi sostenere le accuse cagliava e dalle molestie infinite annoiato lasciava correre con danno inestimabile non pure della religione, ma della comunanza civile altresì. Intanto il Concistoro dei Cardinali mutato in tribunale tutto dì intento a giudicare cause; il Papa preside, la curia piena di avvocati, di procuratori, e di litiganti rissosi, interessati, e mascagni: non casa quella del Vicario di Cristo, bensì della Discordia. I Legati di Leone non si potendo accordare col Patriarca Cerulario penetrati nella chiesa di Santa Sofia nella ora terza del 16 luglio 1054, mentre celebravasi la messa, depositarono l'atto di scomunica sopra l'altare maggiore; il Cerulario a volta sua scomunicò il Papa ed i Legati, e così di male in peggio le faccende di oriente: da una parte e dall'altra odio di prete, che non perdona mai. Levati di mezzo Papi, e papassi forse avverrà che un giorno i popoli si riuniscano: in Dio.

In verità io credo, che Gregorio VII, santo dalla parte della Chiesa, ed eroe da parte di parecchi scrittori, altro non fosse che un frate impronto, ed ignorantemente temerario: ingegno scolastico, e pedantesco, avremmo a lodarlo di costanza dove la esperienza non c'insegnasse come sorella della costanza sia la cocciutaggine dote delle femmine, e dei fanciulli; costui pigliando i partiti, che per tempo sì lungo sconvolsero la cristianità se ne previde gli effetti perverso fu ad un punto, e stolto; se non li presagì fu solo stolto. Per altra parte poi male si apporrebbe chi reputasse inusitati o nuovi i concetti di Gregorio, imperciocchè noi li vediamo attecchire e germinare nella Chiesa prima di lui; egli più degli altri stese le mani perchè i tempi lo secondavano meglio, e di natura fu avventato. Questo il complesso della sua dottrina ricavato dal Concilio lateranense del 1074, dalle epistole, e dalla raccolta, che ha nome: _i dettati del Papa_: chi gli successe la tenne per regola, la ragione non giunse mai a deviarne i preti; qualche volta la forza, ma per breve tempo, che più insistenti delle formiche essi tornarono quasi subito nel consueto cammino.

La Chiesa, sentenzia Gregorio, ha dritto dominare su tutto perchè giudicando ella delle materie spirituali, che sono le più perfette, tanto più deve giudicare le temporali, le quali proviamo imperfette. Lo stato regio non si parte per niente da Dio, all'opposto lo creò con le sue proprie mani l'orgoglio: il cristiano devoto alla religione cattolica deve reputarsi più re del re irreligioso, però che il re scevro di religione che cosa è mai se non tiranno? Così essendo sta al Papa distribuire corone, giudicare principi, e questi, quanti sono, hanno a confessarsi vassalli di santa Chiesa cattolica, e dopo giuratole fedeltà pagarle il tributo.

Non diverso a Gregorio aveva dichiarato Niccolò I due e più secoli innanzi, e scrivendo al vescovo Advenzio il quale lo consultava intorno alla obbedienza da prestarsi ai principi, lo ammoniva così: «sicuro! lo Apostolo lo ha detto e non si nega: obbedisci al tuo re come superiore, ma tra re e re ci corre; tu l'obbedirai se eletto dirittamente, e se governa a modo, e a verso, perchè l'Apostolo ha detto altresì: obbedite al re per cagione del Signore non già contra Dio; e sappi al re tristo contrastare a merito[1].» Il quale concetto rincalza il Concilio di Toledo col Canone: «il vocabolo _re_ tira origine dal _retto_ governare, però se opera con giustizia possiede diritto a reggere, se no, lo perde.» Allora l'altro testo di san Paolo, che anco ieri allegava Pio IX perchè i Polacchi allungassero il collo alle mannaie russe: «voglionsi obbedire i principi comecchè _discoli_;» o non si conosceva, o si dissimulava. La barca di san Pietro dal Testamento vecchio e nuovo piglia le vele per navigare con ogni vento.--

[1] Tom: VIII. _Comil_. p. 487.

I dettati del Papa sonano così: «Non vi ha al mondo che un solo nome, quello di Papa[1]: egli solo può valersi degli ornamenti imperiali; a lui devono tutti i principi baciare i piedi; egli unicamente possiede facoltà di nominare e deporre i vescovi, presiedere, e sciogliere i Concili: veruno può giudicarlo: la semplice elezione lo fa santo: egli non erra, non errò, e non errerà mai: a lui spetta deporre i principi, e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ec.»

[1] _Papa_ cava la sua etimologia dalla sincope di Pater patris un dì comune a tutti i vescovi, da Gregorio preso per sè solo.

A rendere più terribile la scomunica, ed operativa di sconvolgimento universale Gregorio ordinò, che in virtù di lei lo scomunicato perdesse la proprietà dei beni, e dei servi, l'autorità su i figliuoli.--Nel Papa solo il diritto di conferire imperio, regni, ducati, marchesati, contee, insomma tutto quanto gli uomini possono ricevere o dare. Chiunque accetterà dal re vescovato, od abbazia, ovvero officio ecclesiastico sarà deposto, ed ogni principe, che darà le investiture escluso dalla comunione dei fedeli.--

Nè basta: Gregorio prescrisse, che il culto religioso non dovesse essere compreso dal popolo però che _questi quanto meno intende, e più adora_. Comecchè il divieto delle nozze dei preti si partisse da Niccolò II, tuttavia cotesto Papa lo fece ad istanza d'Ildebrando, il quale diventato pontefice non rifiniva da perseguitare i preti ammogliati infamandoli eretici, aizzando loro addosso il volgo, facendone calpestare le ostie consacrate come esecrabili.--

La temerità sacerdotale ricevuta siffatta spinta ruzzola giù a mostruose pretensioni offendendo nel suo rovinio uomini od instituti dentro i quali viene a cozzare. Bonifazio VII in suono affettuoso avverte Filippo il Bello:«tu hai da sapere, figlio mio, che ci sei suddito nelle cose spirituali; nè a te appartenere la collazione dei benefici, e delle prebende, e chi altramente crede casca nell'eresia.» A scanso come sembra, di qualunque equivoco, questo Papa curiale pubblicò l'_Editto perpetuo_ dove si leggono le seguenti peregrine cose: gl'imperatori, i re e gli altri principi tutti sono tenuti a comparire alla udienza nel palazzo apostolico come gli altri uomini quando sieno regolarmente citati.--

Nella solennità del Giubbileo vestito di ammanto imperiale egli comparve davanti i popoli accorsi con due spade nelle mani e bandì all'universo: «un solo Cesare, un solo re dei Romani vivere al mondo, e questi essere il sommo Pontefice.» Con Innocenzio III la superbia diventa delirio, ed è ragione però che sentisse fuggirgli di mano le passate enormezze, ond'ei si arrovellava quanto meno era potente a ritenerle; per vaghezza leggi quello che il giocondo uomo decretava nel _Capit. Solite_: tanta corre distanza tra il Papa, e il re quanta tra il sole e la luna.--La glossa tirato il conto di questa differenza sommando trova come il Papa superi il re 47 volte; ma un canonista perfidia il calcolo sbagliato, e rifacendolo a modo suo dichiara l'autorità pontificia 7744 volte maggiore a quella dello imperatore, e del re,--e lascia andare i rotti.--Jacopo Leone, dal quale in parte ricavo questi fatti, consultati i 21 volume della _Biblioteca massima pontificia_ ne stralcia questi assiomi da disgradarne per la giustezza loro quelli di Euclide.

«1. il Papa una volta eletto, comecchè un minuto prima _fosse ribaldo da galera_, è un vero Papa.

«2. il Papa stando a cavallo al diritto _non pecca mai_, nè può offendere la legge; anzi ha potere di dispensare dal diritto positivo.»

«3. il Papa non può abusare della sua potestà, e _sia scandaloso_, o simoniaco _gli si ha ad obbedire_: i disobbedienti atei, o per lo meno _eretici_.»

«4. al Papa devono obbedire tutti i re.»

«5. il Papa quanto a potestà scavalca i santi, e perfino gli Angioli.»

«6. quello che fa il Papa, Dio fa.»

Le glosse ampliando affermano il Papa facultato a dispensare contro il Vangelo, gli Apostoli, e il diritto naturale; il Rubeo addirittura ogni più scapestrata enormezza compendia in questo aforismo: «il Papa può tutte le cose fuori del diritto, sopra il diritto, e contra il diritto.»--Ma non ci ha mestiero glosse quando un Papa, Innocenzio III ti spiattella: «credere facilmente, che Dio permetta al Papa di potere fare cose _contra la fede_[1].» E dev'essere proprio così, poichè il Papa ne ha fatte tante senza che Dio se ne risenta! Per ultimo Urbano II a certo vescovo che lo consultava intorno alla penitenza da darsi all'uccisore di uno scomunicato rispondeva: «noi in coscienza non estimiamo omicidi quelli che ammazzano per zelo della madre chiesa cattolica[2].» Leggendo questa dottrina anco noi abbiamo tenuto per fermo, che il signore della Rovere Ministro della guerra deve avere appreso ai giorni nostri _umanità_ alla scuola di Papa Urbano.

[1] _Serm. su la Consagr. p. 229_.

[2] _Can._ 47 cons. 23 8. 5.

Ogni uomo può immaginare agevolmente a che menassero di siffatta ragione premesse; tuttavia ne riporterò qualcheduna. Salomone re di Ungheria cacciato dal regno si raccomanda al suo cognato re Enrico di Alemagna profferendosegli vassallo se lo rintegra nel regno; di ciò inalberando Gregorio manda a Salomone: _il tuo regno è mio, chè gli antichi re lo donavano a san Pietro_. Di più lo imperatore Enrico il _nero_, dopo avere acquistato cotesto regno, offerse alla tomba del principe degli Apostoli, una lancia, ed una corona, quindi è chiaro ch'ei glielo volle donare: i regni devono mantenersi liberi da ogni signoria straniera per assoggettarsi unicamente alla Santa Sede. Un barone vocato Vezelino recando molestie al re di Dalmazia, il Papa lo ammonisce, che cessi, però che cotesto re ci sia posto per autorità della Santa Sede, e offendere lui sarebbe come offendere lei: da parte di san Pietro deponga le armi, e se ha ragioni vada a Roma e le faccia valere. A Demetrio tzar, o kan, o chi altro si fosse dei Russi scrive questa lettera, la quale per essere vera non ci appare meno inverosimile e strana: «tuo figlio venendo a visitare il sepolcro degli Apostoli ha dichiarato volere ricevere il regno dalle nostre mani come dono di san Pietro, e noi glielo abbiamo conceduto.» Circa allo impero, tostochè per diventare imperatori avevano con parole e co' fatti confessato necessaria la consacrazione del Papa, egli era chiaro, che come ei li faceva così poteva disfare, donde per conseguenza in lui il diritto di volerli e l'obbligo negli imperatori di essergli vassalli. Quanto alla Sassonia, l'universo sapeva Carlomagno averla donata alla Santa Sede: non importa avvertire che eccetto il Papa veruno aveva udito far motto di simile donazione. Ai Legati in Francia commetteva Gregorio facessero pagare a capo di ogni anno almeno per ciascuno uomo un danaro a san Pietro secondo l'antico costume se tanto è che lo venerino padre e pastore: nè dovere ai Franchi sembrare grave il balzello però che nei libri conservati nello Archivio di san Pietro si legga qualmente lo imperatore Carlo raccolte ogni anno 1200 libbre di argento da soli tre luoghi, Aquisgrana, Pui, e Santo Egidio le offerisse alla Chiesa. Anco quì non occorre dire come nei Capitolari, nelle storie, e nei documenti del tempo di simile donazione non si trovi parola[1]. Quanto alla Inghilterra tirarono i Romani Pontefici tanto la corda, che alfine si ruppe; imposero, e lo ricordammo altrove, al vile Giovanni _senza terra_ la tenesse in feudo dal Papa; e così fa, onde per modo ci si annidava il prete, che il _danaro di San Pietro_ ai giorni di Enrico III si stimava _metà_ delle entrate del regno; di che non contentandosi il legato Martino, Enrico lo cacciò via; dopo la cacciata del quale fatta cercare più sottilmente dai ragionieri la cosa trovarono, che dibattuto il danaro di san Pietro al re avanzava non bene dell'entrate intero il _terzo_; gli altri due terzi avvantaggiati a Roma. La Spagna sua; occuparla in parte i Saraceni, in parte i cristiani, ma per lui essere tutt'una, e bene crivellata ogni cosa, egli amava meglio andasse in mano ai Saraceni che stesse in mano ai cristiani contumaci della santa madre Chiesa. Quest'altra più immane; Gregorio scrive ad Orzoco giudice di Cagliari intimandolo a pagare il danaro di san Pietro con gli arretrati, e lo facesse presto perchè gli stavano alle costole Normanni, Toscani, e Lombardi, i quali gli profferivano larghissimi partiti fino a lasciargli la metà della rendita contentandosi dell'altra metà s'egli consentiva loro la conquista della isola: non tardasse dunque a rispondergli se non voleva esporre l'isola al saccheggio, e agli altri mali della invasione: per ultimo (mirabile a udirsi!) commetteva al medesimo Orzoco ordinasse a Iacopo arcivescovo e a tutto il clero a radersi la barba; dove negasse tutti i beni loro confiscasse.

[1] Platina nella vita di Urbano II racconta, come Enrico vescovo di Soissons risegnasse il suo vescovato nelle mani del Papa perchè proposto vescovo dal re, di Francia, e giurò nelle sue mani non sarebbe mai intervenuto alla consacrazione di vescovi di nomina regia.

Ora ecco il Papato, che strisciando, e servilmente obbedendo gl'imperatori romano-greci, i franco-carlovingi, ed i tedeschi aveva acquistato come vassallo potenza! intende all'improviso passeggiare su le teste di tutti. Industria somma, perseveranza inaudita, arti moltiplici furono adoprate per venire a capo di questo, ma insipiente ne fu il concetto: chiunque crea instituti per costringere lo spirito umano edifica sopra l'arena, peggio chi lo respinge; a riuscire pel momento giovarono al Papa la minorità di Enrico, e la ribellione dei feudatari alemanni: quanti ribelli, tanti collegati al Pontefice: di fatti i baroni molestati dalla soverchia potestà dello Impero si affaticavano a diminuirla, onde parve bello, ed opportuno avere nella impresa compagno il Papa; avendo a camminare lungo tratto di via insieme non videro, o almeno non vollero vedere il punto dove si sarieno divisi: per la strada, suol dirsi, si assestano i basti, e questo talora proviamo vero, tale altro no: quì si sconciarono. Importa notare come il Papa da prima tolse il diritto di conferire i benefizi al popolo per darlo allo imperatore; adesso intende spogliarne lo imperatore per dividerselo co' baroni; più tardi manderà allo inferno i baroni se si atterranno a conservarlo.

La origine democratica del Papato, e la sapienza concessero facoltà a Roma di farsi sovrana del mondo, come altra volta le valsero pel medesimo fine la tenace aristocrazia, e la spada; ma la virtù democratica adoperata per fondare la più molesta di ogni tirannide, e la sapienza per abbuiare le menti nello errore perpetuo dovevano per necessità ritorcersi contro di lui. Sorse la stampa e fu come il sole che assorbe il lume della lucerna accesa a vegliare il morto; la democrazia inasprita di avere tirato, senza addarsene, per tanto tempo l'alzaia alla tirannide ruppe il freno, e prese a darle de' calci; i medesimi partiti messi in opera per tenere su ritto lo immane edifizio contribuirono, e non poteva fare a meno, ad atterrarlo, come quelli, che violentissimi erano e stemperati; e' fu mestieri possedere milizie fedeli, epperò i matrimoni proibiti, i monaci moltiplicati; ancora, ci vollero danari, e di molti, così per regnare, come per sopperire agli strani appetiti compagni inseparabili della sua potenza. La gente si strascinava in paradiso ammanettata come reo al supplizio; condannati erano i fedeli alla vita eterna come a' lavori forzati. Non lo tento nè manco, e tentando non ne verrei a capo, di noverare le industrie romane per raccogliere danaro; la più spedita era quella di levare sangue addirittura dalla vena pigliando, come in Inghilterra, di schianto i due terzi delle entrate; ciò non potendo durare, alla lancetta surrogavano le mignatte; e allora espiscarono le _riserve_, le _aspettative_, le _annate_, le _indulgenze_, le _decime_, le _bolle_ per _fondazioni_, _conferme, dispense_ di genere infinito, _per benefizi_, e simili. Tutto a Roma si vende, tutto; onde Cristoforo Colombo, il quale fu piuttosto pinzocchero, che religioso, ingenuamente lasciava scritto, che coll'oro si compra anco il paradiso: dall'altro lato si ruzzolò giù fino alla mannaia ed al fuoco.