Lo assedio di Roma

Part 23

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I discendenti di Carlomagno, come se eredi del peccato dei padri dovessero portare il peso delle loro iniquità, si odiavano a morte, l'uno contro l'altro combattendo si dilaniavano, il Papa in mezzo, ora soffia di qua, ora di là e _mangia i frutti del mal di tutti_; della debolezza altrui ingagliardendosi, mettendo il piè dove altri lo ritraeva, intero, fermo, procedente come il destino inflessibile in breve troviamo avere condotto tanto oltre l'edifizio della sua prepotenza, che ormai più poco gli manca a mettere il tetto. Niccolò I 15 anni dopo Sergio bandisce potere la Santa Sede disporre a suo libito delle corone però che i principi non fossero atti allo esercizio della loro potestà senza la sagra del Papa; vietava al clero giurare vassallaggio nelle mani al principe; la Chiesa romana si affermava giudice universale: 1. in materia di scritti--2--in tutte le cause ecclesiastiche dell'universo in prima istanza ed in appello--3--su le leggi civili da approvarsi in quanto si accordavano co' canoni, se no da respingersi--4--intorno alla condotta dei principi a fine di laudare gl'incolpevoli, e deporre i rei. E' fu in grazia di siffatta potestà venutagli proprio da sè, che intimava il re Lotario ripigliasse a sua legittima sposa Teutberga, e ripudiasse Valdrada non moglie ma adultera; rispondeva Lotario avere licenziato Teutberga avendone ottenuta licenza da due concili di Aquisgrana, e di Metz, i quali non solo ne avevano conosciuto, ed approvato le cause, ma la stessa Teutberga, più volte liberissima, e scongiurata di palesare il vero lo confessava; e le cause erano gravissime; prima di tutte avere ella commesso incesto con Uberto suo fratello chierico di perduti costumi: anzi ella medesima mandava lettere al Papa con le quali protestava sentirsi sazia del mondo, volere ridursi a vita di continenza; le nuove nozze del re con Valdrada di suo pieno consenso; perchè le sturberebbe ella per lunga prova infeconda? _avere fatto disegno di recarsi a Roma per aprire al Papa i suoi segreti affanni_. Questa ultima profferta e' sembra che avesse dovuto accettarsi come il miglior partito per iscoprire il vero; ma non fu così; Niccolò riscrisse: la sua testimonianza non valere niente; non permetterle il viaggio di Roma; il suo posto allato al marito; la sua sterilità non dipendere da lei, bensì dal marito (il Papa, non potendo egli trovarsi sotto il letto degli sposi, lo avrà ricavato dallo Spirito Santo). Ad ogni modo se desidera vivere in continenza non le si nega; basta, che Lotario prometta osservarla egli stesso cominciando dal rimandare Valdrada. I concili di Aquisgrana e di Metz come conciliaboli dannò, dei vescovi, che ci avevano preso parte, alcuni ritolse in grazia, altri punì. Morto Niccolò e subentratogli Adriano, Lotario gli si volse umilmente supplicandolo essere accolto nella comunione dei fedeli, gli concedesse l'andata a Roma: ottenuta licenza, andò: veruno gli si si fece incontro, e fu costretto (questo ricordano gli storici chiesastici con esultanza) a ripararsi dentro certo albergo assegnatogli fuori delle mura, vicino alla Chiesa di San Pietro, il quale non _era stato manco spazzato_: negarongli la messa; solo dopo alquanti dì il Papa lo ammise dentro Roma, e dicono, gli amministrasse la eucarestia unicamente dopo che gli ebbe fatto giurare, che aveva osservato il comandamento del Papa Niccolò di astenersi da ogni commercio con la concubina Valdrada, ed essere risoluto di ora in avanti di rompere qualunque vincolo con lei; dicono altresì che Lotorio giurasse; e se questo accadde merita biasimo meno lui che lo pronunziò, che quello il quale lo costrinse a prestarlo.--Nè verosimile era per altra parte, che Lotario si fosse astenuto da conversare con Valdrada; le cose vietate tanto più appetite; e tranne il divieto del Papa lontano chi valente a impedire il re? Gli stessi vescovi del suo regno affermavano il divieto papale tirannide; la prima moglie non dissentiva le seconde nozze a Lotario. Ora quello intimargli alla sprovvista in pubblico così strano giuramento sotto la impressione della paura di trovarsi respinto di chiesa o non è vero, o fu estorto per potere infierire sopra la memoria del re, che morto indi a breve in Piacenza di febbre maligna Adriano bandì ciò essere avvenuto per castigo di Dio dello spergiuro commesso poco anzi da Lotario prima di ricevere l'ostia consagrata.

Lo scisma della Chiesa di Oriente prese inizio nel pontificato di Niccolò, in quello di Adriano crebbe, nè mai più le Chiese in modo durevole accordaronsi, nè possono: cause apparenti, e fino ad un certo punto vere, la cocciutaggine greca a non consentire la procedenza dello Spirito Santo dal padre, e dal figliuolo; le nozze legittime vietate dal Papa ai preti; la disputa se Dio il pane azzimo o piuttosto il lievitato aborrisse; il digiuno settimanale; il sangue degli animali per cibo agli uomini reietto o no; i latticini permessi o vietati la prima settimana di quaresima; l'anello, la barba; il battesimo amministrato mercè la effusione dell'acqua, o per via d'immersione, ed altre cosiffatte cianciafere, arzigogoli, e ciammengole; e così affermo; perchè eccetto il celibato, ch'è cosa seria, delle rimanenti parrebbe avesse dovuto reputarsi dal Papa faccenda suprema quella dello spirito santo, e non ne fu niente, imperciocchè la disputa non si accese mica subito tra i Greci e i Latini, bensì tra Greci e Franchi. Leone III lasciava, e persuadeva Carlomagno a lasciar correre; ma Carlo qui si palesava prete, Leone uomo di stato: troppo più della procedenza dello spirito santo premeva a lui che i Bulgari si dichiarassero soggetti alla romana, e non alla greca giurisdizione; proprio per non guastarsi per causa di lana caprina Leone concesse che al Credo aggiungessero il _filioque_; ma questo si ponga in sodo che non prima del 1274 il concilio di Lione ordinò che il _filioque_ ci aveva a stare come articolo di fede; e chi negasse: allo inferno; e così sia, ma tu pensa, che per 1274 anni i Cristiani andarono in luogo di salute senza credere che lo spirito santo procedesse anco dal figliuolo, ovvero traboccarono a casa del diavolo per colpa dei Papi che avevano a parlare chiaro, e invece gingillarono quasimente 13 secoli senza sapere che pesci pigliare.

Causa vera dello scisma l'odio antico dei due popoli, impazienti entrambi di servire, entrambi cupidi di dominare; l'uno superbo dell'antica, e l'altro della nuova sede imperiale; ambedue guasti dalla vana scienza donde la presunzione, e il sofisma. Da prima a Costantinopoli prevalse Ignazio amico a Roma, poi Fozio infestissimo; da capo Ignazio galleggia con esultanza infinita di Adriano II, il quale bandisce Ignazio santo e lo imperatore Basilio scellerato omicida del suo benefattore, Michele III non ascrisse all'albo dei Santi, ma ci mancò un'_ette_; e così durò finchè egli visse; lui morto torna in fiore Fozio per tracollare senza riaversi più una seconda volta: ma o corte, o popolo, o Ignazio, o Fozio accordavansi tutti nel respingere il primato latino: i ministri del Papa furono vilipesi e sostenuti in carcere; la Bulgaria congiunta alla Chiesa di Bisanzio; di Spirito Santo non si parlò più; i Papi arrovellandosi ingrossano i bargigli; alla stregua inviperiscono i Greci; di contumelie un diluvio. Quando l'accetta dei Normanni si piantò diritto nel cuore della Puglia, e Roma si accordò con loro ad ungerla coll'olio santo a patto di fare a mezzo, il Patriarca Michele Cerulario greco ebbe a sgombrare da cotesta contrada; ma in partendo ammoniva il gregge ad aborrire le romane eresie; il Papa di rimbecco spedì fino a Costantinopoli i suoi legati per iscomunicare il Cerulario, i quali di fatti andarono e deposero l'anatema sopra l'altare di Santa Sofia; le formule si conoscono; oggi mettono la gente di buono umore, allora facevano drizzare i capelli; dopo coteste ingiurie atrocissime, talora, secondo la necessità stringeva, Roma si accostava a Costantinopoli, o questa a quella, ma ognuno stava fisso al chiodo, massime poi, che la temeraria improntitudine dei Papi contro i Reali di Lamagna sbigottì i Reali di Costantinopoli.

Nè sotto questo Papa audacissimo la scomunica si tenne nel cerchio delle cose spirituali; bensì proruppe fuori fino a scomunicare Carlo il Calvo là dove si fosse attentato impadronirsi del regno del suo nipote Lotario; ma gli si rivoltorno contra con maniere e più con parole acerbe parecchi vescovi francesi, tra i quali Incamaro arcivescovo di Reims lo riprese con questi sensi, che voglionsi raccomandati alla meditazione di chi legge: «la conquista dei regni della terra si opera in virtù di armi, e di vittorie non già con le scomuniche dei vescovi e dei Papi; nè tu puoi essere ad un punto _vescovo_ e _re_ e i predecessori tuoi hanno retto la Chiesa non già lo stato.» Ed aggiungeva per ultimo: «il Papa non ci darà mai ad intendere, che ce ne andremo allo inferno se respingiamo il re ch'ei ci vorrebbe imporre sopra la terra.» Ma il Papa vie più s'intorava, e ribellava il vescovo di Laon contro Carlo suo zio, nè, secondo il costume, osservando regola o misura il proprio figliuolo gli aizzava contro; a questo modo infranti i vincoli che la natura e Dio posero tra gli uomini di un tratto il Papa si volge blando allo scomunicato e si profferisce pronto a riconoscerlo imperatore. Donde la causa della stupenda voltabilità? Luigi II cadeva infermo di male di morte; niente più Adriano aveva a sperare da lui; tutto a temere da Carlo: qui il panno mostrava la corda; di Cristo non già, di Mammone vicario il Papa.

Il fine a cui mira questo epitome delle usurpazioni ecclesiastiche non desidera la storia di Giovanni VIII, che per danaro incorona Carlo il Calvo imperatore; non delle guerre tra Carlo e Carlomanno figliuolo di Luigi il germanico; non delle violenze esercitate dal Papa a' danni della stirpe di Carlomagno benefattore dei preti; e non delle troppo più maligne insidie di lui; solo avverti come Giovanni, mentre atterrito dalle armi di Carlomanno lascia a precipizio Roma per ripararsi a Troyes, e colà raccolto un Concilio promuove la dottrina del primato del Papa, e dei vescovi sopra tutti i principi della terra, con supplicazioni raumilia Carlomanno, ed ottiene da lui l'ufficio di vicario imperiale nella Lombardia. Passano parecchi Papi senza infamia; unico vanto; viene Formoso scelleratissimo, il quale oltre i Saraceni chiamò in Italia Arnolfo alemanno per contrapporlo a Berengario; dopo morto, i suoi nemici ne cavano dallo avello il cadavere, e spogliatolo dello ammanto pontificio, e mutilato delle dita lo precipitano nel Tevere, donde lo estrae Gregorio IX, e lo restituisce alla cristiana sepoltura. Stefano VI, che menò strazio sì disonesto di Formoso è strangolato, poi a sua posta torna in onore, mercè Sergio III.

Corriamo in fretta, ed in punta di piedi su questo moticcio di fimo, e di sangue, che si chiama papato; invano l'ornarono, anzi l'oppressero di titoli santi, e di cerimonie splendidamente religiose; egli è uno spargere acqua nanfa nella stanza mortuaria. Due meretrici danno, e tolgono il pontificato ai loro bertoni, e talora col pontificato gli tolgono la vita.

Benedetto IV regna pochi mesi; pochi giorni Leone V, cacciato da Cristoforo, il quale a volta sua, dopo sette mesi, si trova sbandito; e non è il peggio. Marozia consacra papa Sergio III, e Teodora Giovanni X; ma la Marozia soffoca co' guanciali Giovanni bagascione della madre Teodora: e dopo Leone VI e Stefano VII ovvero VIII di così brutte ferite cincischiato dai Romani, che egli per colpa della sua deformità non si attentava di comparire in pubblico. Marozia con le sue benedette mani accomoda sopra la cattedra di san Pietro il proprio figliuolo Giovanni avuto da lei adulterando con papa Sergio III: e fu infelice consiglio per ambedue, imperciocchè Alberico figlio legittimo di Marozia, lei e il turpe fratello imprigionati, quantunque non papa regge da principe Roma. Nè questo Alberico si contenta disfare Papi, ma presume farli altresì; di vero suo figlio Ottaviano, che primo mutò nome, fu eletto papa e si chiamò Giovanni XII; di lui sappiamo questo, che fino di Sassonia aizzò contro Berengario re d'Italia lo imperatore Ottone; questi però, nonostante la grazia in cui teneva Giovanni commosso dalle molteplici e tutte infami accuse, raduna una sinodo a Roma e lo cita a comparirvi per dire sue discolpe; ma costui fugge in Anagni, e s'inselva _a guisa di fiera_[1]. La Sinodo lo depose: moltissime le accuse fra le quali precipue, avere ordinato un diacono nella stalla, ed un vescovo di dieci anni, come pure celebrato la messa senza comunicarsi; vivere in concubinato con tre donne, una delle quali già concubina del padre suo; tolto gli occhi a Benedetto compare, i genitali a Giovanni Cardinale; darsi a cacce come selvaggio; comparire di tutt'arme armato al pari di masnadiero; sprofondarsi in commessazioni in compagnia di male femmine; bestemmiare peggio di un'eretico: il matutino omettere, le ore canoniche non recitare!... E così durò, finchè Ottone rimase, voltato, ch'ebbe le spalle; Giovanni rientra in Roma; una sinodo, aveva deposto lui, un'altra sinodo depone Leone, che fugge senza voltarsi indietro per riparare presso Ottone; quivi muore, e gli va dietro Giovanni Papa, morto come si disse di una solenne batosta sul capo datagli dal demonio; ma come fu vero da un marito, il quale coltolo nel letto con la propria moglie gli spaccò il cranio.

[1] Platina Vita di Giovanni XII; «senz'aspettare il giudizio fuggì su quel di Anagni, ed a _guisa di fera_ si stette un tempo per coteste selve nascoso.»

Benedetto V eletto senza licenza di Ottone si confessa in fallo, e risegnato l'ufficio fugge via; col favore di Ottone torna Giovanni XIII ferocissimo, il quale per vendicarsi del bando a cui lo avevano condannato i Romani decapita il prefetto, e dodici tribuni, con atroci strazi lacera parecchi maggiorenti fra i cittadini; lui cessato ritorna in ballo Benedetto per farsi strozzare da Bonifazio VII, il quale all'omicidio aggiungendo il furto spoglia le chiese di Roma, e va in Costantinopoli, donde partitosi in breve mette le mani addosso a Giovanni XIV assunto al pontificato nella lontananza di lui, e lo fa morire di fame.

Ora i Romani, vinta la pazienza, condotti da Crescenzio, si ordinano a repubblica; lui eleggono console; Gregorio V rimena in Italia Ottone tedesco, e disfatta la repubblica, tronca il capo a Crescenzio; contra la religione del patto di morte atroce fa morire Giovanni, assunto papa mentre egli stava lontano a macchinare col tedesco Ottone la servitù della Patria.

Siamo giunti al decimo secolo, e vedemmo fin quì come i diritti della Chiesa altro non sieno se non delitti; e tuttavia qui pongono i preti la sorgente del carico divino di reggere il mondo, ed imperare su Roma, per cui cedere un'iota, o comporsi in pace con la cessione della minima tra le prerogative loro non possono: bene reputano i preti i nostri uomini di stato ignoranti, nè veramente hanno torto (almeno ai dì nostri); in antico era diverso, però Napoli, in Toscana, e a Parma, in Torino no, dove per piacere al prete di Roma si dannava a morire in carcere Pietro Giannone proditoriamente arrestato, e iniquamente tenuto. Pronunziando Baronio cardinale alla santa sede devotissimo la sentenza di questi primi dieci secoli dichiara così: «avrebbero meritato il diluvio di fuoco di Sodoma;» e poc'oltre, come chi da necessità costretto confessa a malincuore, soggiunge: «mostri i Papi, o piuttosto falsi Papi, di cui i nomi rammentasi per non lasciare lacuna nella sequela dei Pontefici, però non si creda mica, che la Chiesa restasse senza capo; mai no; Gesù Cristo stesso la regolava[1]» Così il dabbene cardinale parlando a questo modo si dà della zappa su i piedi; imperciocchè verrebbe a persuaderci due cose; la prima, che quando Cristo prende da sè le briglie in mano non vanno meno peggio le faccende dei preti, ch'è quanto dire non potersi in guisa alcuna governare la Chiesa; e l'altra superflui, anzi dannosi alla Chiesa i sommi Pontefici, se pure è vero che Cristo governa quando escono Papi o scellerati, o ciuchi. Ma ora chiariremo se la sentenza del Baronio accordi con la verità.

[1] Anno 908 e 912.

I costumi, e le arti della meretrice Marozia sembra, che assai si confacessero alla Chiesa di Roma, però che la sua discendenza cestisse ottimamente in mezzo a lei. Dalla sua famiglia nacque Benedetto VIII, il quale non potendo in altro modo vincere il fratello, e il figliuolo di Crescenzio, restauratori della repubblica romana ricorse ad Arrigo di Baviera, barattando la incoronazione di e costui a imperatore con la servitù della Patria; pessimo costui in tutto così, che corse fama in quel tempo essere stato sempre vivo dannato alle pene eterne dello inferno. San Piero Damiano nella vita dello abate santo Odilone racconta, che dopo morto, fu vista la sua anima da un santo vescovo cavalcare sopra un cavallo nero per luoghi romiti, e domandandole questi perchè cagione così dopo morto andasse sopra il cavallo nero cavalcando, quello rispose: il danaro sparso per elemosina ai poveri non avergli approdato avendolo con rapina raccolto; ne troverebbe il santo vescovo altro in certo luogo nascoso, lo pigliasse, e lo donasse per amore di Dio, e questo gli avrebbe fatto gran bene però che da buona fonte venisse.--Anco i santi non isgabellavano papa Benedetto VIII; nè di lui migliore il fratello Giovanni XIX, che gli successe comprata a bei contanti la Vicaria di Cristo, e questo attestano non che altri gli stessi scrittori chiesastici: egli incoronò imperatore Corrado il _Salico_, e gli fu servo per dominare spietato; sempre con l'oro, e per questa volta, anco con un po' di violenza: a Giovanni successe il nipote Benedetto IV fanciullo di anni, e d'infamia provetto; cacciato dai Romani, che eleggono in sua vece Silvestro III, egli rientra in Roma per forza di arme, dove dimorato alquanto, trovando increscioso il papato, anch'egli a sua posta per ridursi a vita quietamente vituperevole vende vicariato di Cristo, doni dello spirito santo, infallibilità, e ogni cosa per un sacco di ossa a Gregorio VI. Dunque da ciò arguisci, che vissero eziandio Papi i quali non che cedessero parte dei male acquistati beni venderono altresì il sacerdozio; ed anco questo si confessa dagli storici cattolici, solo si aggiunge, che in pena dello errore commesso, la giustizia eterna dannasse l'anima di Benedetto a vagare sopra la terra in sembianza mostruosa e piena di spavento; su di che mi stringo a dire come anco questa la racconti san Piero Damiano; e i santi godono il privilegio di misurare le melensaggini con lo stato. Dicono, che Gregorio non sapesse fare nè manco un'o con la canna, e questo è poco male; peggio questo altro, che anch'egli assai si dilettasse usare il breviario del cardinale di Retz[1]: fatto sta, ch'ei si tolse un coadiutore; perciò, oltre il coadiutore, Roma si godè ad un tratto tre Papi, Benedetto IX, Silvestro III, e Gregorio VI; i Romani potevano lamentarsi di manco di pecore, non già di pastori.

[1] Al cardinale di Retz trovandosi a Corte cascò di sotto il roccetto un _pugnale_; onde i Parigini lungamente chiamarono stiletto il _breviario del Cardinale di Retz_.

Dopo parecchi Papi giunge al pontificato Leone XI nel quale riarde il concetto della primazia sopra tutti i petenti della terra; costui fu tedesco, e mandato dallo imperatore Arrigo a reggere Roma; per arruffare ei piglia il partito dei vescovi francesi convocati a Reims contro il re Enrico; poco dopo si conduce a combattere contro i Normanni; le profferte di questi respinge, ed ingaggiata battaglia prova nemica la fortuna del giorno; di tumido fatto codardo piange, e trema: ai Normanni par bello, forse anco utile, possedere consacrata dal vicario di Cristo la terra rapita a taglio di spada.