Lo assedio di Roma

Part 19

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La uguaglianza dei vescovi fra loro prescritta dallo Evangelo ed osservata nei primi secoli della Chiesa non può rivocarsi in dubbio. San Paolo scrivendo ai Corinti afferma sè _in nulla_ inferiore agli altri Apostoli[1], anzi rinfaccia apertamente San Pietro di non camminare diritto nelle vie del Vangelo. «Cristo, insegna santo Agostino, affidò la Chiesa non al solo Pietro, e nè principalmente a lui, bensì indistintamente ed ugualmente a tutti gli Apostoli[2].»--La uguaglianza fra i vescovi attestano i SS: Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Cirillo ed altri parecchi, sicchè il Concilio di Aix la Cappella con le parole medesime di San Cipriano sentenziava: «tutti gli Apostoli hanno ricevuto con Pietro uguale partecipazione di potestà, e di onore[3].» Da capo Cipriano parlando a nome di 87 vescovi dell'Affrica rimbrotta Stefano vescovo di Roma: «veruno tra noi presume chiamarsi _vescovo dei vescovi_, nè adopera minacce tiranniche per obbligare i suoi colleghi ad obbedirgli, però che ogni vescovo in virtù della sua potestà è libero nel voto, e nell'amministrazione[4].» Ancora Cornelio successore di Stefano avendo accolto alcuni scomunicati della chiesa affricana San Cipriano lo ammonisce con gravi parole a non alterare la disciplina ecclesiastica onde a cotesti perduti non abbia a parere l'autorità dei vescovi di Affrica minore della sua[5]. Anco nel quarto secolo quel grande luminare della chiesa San Girolamo predicava: «La Chiesa di Roma non differisce dalle altre. Un vescovo sia in Roma o in Gubbio, in Costantinopoli o a Reggio, in Alessandria o a Tanis possiede merito, e sacerdozio uguali; inopia, o dovizia non fanno divario, tutti sono a pari titolo successori degli Apostoli[6].»

[1] II. XII. 11.

[2] Contra Gennad. l. 1. n. 22.

[3] Con. t. 24. p. 1318.

[4] Con. t. p. 786.

[5] Epis. 55.

[6] Epis 101 _ad Evag_.

Chi dei due il vescovo di Roma, o quello di Costantinopoli fu primo a pretendere la monarchia della chiesa? Arduo a sapersi, ma poichè entrambi ormai col cuore gonfio di superbia procedevano appartati dalle vie del Signore è da credersi che ambedue concepissero pari consiglio: però sarà manifesto come il vescovo di Roma, esecrando in quello di Costantinopoli il titolo di _monarca_, ne usurpasse indi a breve per sè il titolo e le prerogative. Il Concilio di Costantinopoli concedeva titolo di primate al vescovo di Roma, i secondi onori all'altro di Costantinopoli; di qui la origine dello screzio, il quale crebbe quando il Concilio di Calcedonia, invano contrastante Leone il grande, non alla giurisdizione romana di lui, bensì a quella della sede bizantina sottomise i vescovi di Eraclea, di Gerusalemme, e di Antiochia. E poichè signoria non pate compagnia, dallo screzio si venne alle contumelie e alle armi; la Chiesa di Cristo unita per la virtù degli Apostoli si divide come la sua veste giocata a dadi dai crocifissori; di lui dopo un mezzo secolo, sedendo papa Osmida, si riconciliano gli animi, ma non per durare; al contrario la contesa si rinfocola più acerba di prima, volendo i vescovi bizantini estendere la propria giurisdizione sopra l'Illirico, l'Epiro, l'Acaia, la Macedonia, e la Bulgaria.--

Però mentre da un lato il vescovo di Roma innanzi di patire, che l'emulo suo si avvantaggi pure di una oncia, manda la Chiesa a rifascio, egli s'industria accaparrarsi qualche o titolo o preminenza che lo ponga in vista delle genti; e davvero bisogna confessare che la infallibilità non sia dote di Papa, o almanco non fu di Papa Simmaco, quando nel Concilio detto delle _Palme_ gli bastò il cuore di fare chiarire _impeccabile_ chiunque tenesse la sede romana; difatti, se non tutti, per certo la massima parte dei Papi potrieno definirsi gli _Apolli di Belvedere dei sette peccati mortali_. Calisto Papa fu ladro, per quanto si legge nei _Filosofumena_ attribuiti a Santo Ippolito, e ripreso dal suo padrone Carpoforo fu messo alla macina. Urbano VI per ira, che sette cardinali si fossero palesati avversi alla sua elezione, menatili a Genova li strangolava: nè corrono anni molti che gli scheletri infelici furono rivenuti nei sotterranei della Badia di San Giovanni dove quel truce si condusse ad abitare. Avari tutti, ma fra di loro porta il vanto Giovanni XXII. Chi più brutto di nefande libidini di Alessandro VI? Chi più pigro o scandaloso di Giulio III? Superbo di Gregorio VII? Giulio II beveva come un lanzo e bestemmiava come un vetturale. Insomma bisogna confessare che se il petto del Papa è proprio stanza dello Spirito Santo egli si trova pessimamente alloggiato sopra la terra. Silverio, e Vigilio contendono del papato, prevale Silverio in virtù della pecunia fornitagli dal re dei Langobardi; proteggono Vigilio femmine infami, Teodora, e Antonina, quella moglie a Giustiniano, questa a Belisario. Cotesto o Papa od Antipapa promette accettare i capitoli favorevoli alla dottrina di Eutiche negante in Cristo la persona umana per contrapposto a Nestorio, che gli negava la divina, se Giustiniano lo sovviene a vincere l'avversario Silverio; aiutato ci arriva, e fa spegnerlo a tradimento; ma poi o si pente, o piglia a tedio la suggezione, sicchè non osserva il patto; relegato in Sicilia da Teodora, minacciato da Giustiniano di un Concilio a Costantinopoli accetta da capo i capitoli di Eutiche: la viltà, come succede, gli fruttava obbrobrio, non concordia, anzi la Chiesa nel suo pontificato si lacerò peggio di prima; allo scisma delle chiese orientali si aggiunsero quelli della Illiria, delle Spagne, delle Gallie, e dell'Affrica; si separarono altresì dalla comunione di lui Toscana, Istria, Umbria, Liguria, e Venezia; lo scomunicò San Paolino patriarca di Aquileia in un Concilio dei suoi suffraganei.

Pelagio I considerando come argomenti spirituali non bastassero a sottomettergli i vescovi avversari s'industriò adoperarci il terrore delle armi; e sembra persuadesse Narsete a sovvenirlo; ma scomunicato dai vescovi si rimase attendendo a raccogliere le sostanze della chiesa streme e disperse nel perpetuo disegno di primeggiare sopra i suoi uguali. Pelagio II rifatto di forze torna ad insistere nel concetto di primazìa, ma poichè i vescovi di occidente riparansi sotto la tutela dei Longobardi, egli disperato di venirne a capo con le proprie facultà si raccomanda a Childerico re dei Franchi di Austrasia, il quale lo trastulla e lo delude.

Intanto se il vescovo di Roma si arrabattava a prevalere sopra i suoi uguali nè manco il vescovo di Costantinopoli rimaneva con le mani alla cintola, e in certo Concilio radunato per giudicare di un vescovo di punto in bianco si piglia il titolo di _Universale_. Questi fu Giovanni digiunatore. Se Pelagio saltasse su i mazzi non è da dire; vomitò ingiurie a bocca di barile, e per ultimo in nome di san Pietro buttò all'aria tutti gli atti del Concilio. Troppo più fiero di lui Gregorio magno, però, che stemperati in ogni mala cosa, nella violenza delle parole turpi, i Pontefici non conoscano confine: vale il pregio considerare quello, che Papa Gregorio magno non aborrisse proferire contro questo patriarca usurpatore del titolo di _Universale_: «tu stai di casa vicino al diavolo, e quanto presumi è scelleraggine espressa; tu proprio ammannisci la ruina del sacerdozio il quale venne istituito da Dio per dare l'esempio della umiltà.... Veruno dei miei predecessori patì mai portare, o lasciare portare questo titolo profano, conciossiachè dove mai un patriarca si appelli _universale_ venga a mancare negli altri il nome di patriarca. Per me credo che accordarti siffatto _scellerato_ titolo, e mandare in perdizione la fede sia tutt'uno.--Se la tua santità chiama _papa me o non capisce, che viene a confessare lei non essere tale, poichè io divento per suo consentimento ecumenico?--Se un vescovo si chiamerà universale andrà di certo a precipizio la Chiesa_[1]». Però mentre Gregorio astia al Digiunatore il nome, s'ingegna agguantare per sè la cosa; per costringere il Patriarca ad umiltà egli primo s'intitola _servo dei servi di Dio_, e così si sottoscrive nella lettera, che gli spedisce, ma intanto si mette coll'arco del dosso a dilatare la primazìa della sua fede sul mondo cristiano, massime in occidente, e nelle sue epistole si dichiara _aggravato dalla cura, e dalla sollecitudine di tutte le chiese_, la quale cosa, ch'è mai se non la presunzione d'imporsi ecumenico agli altri vescovi?

[1] _Epist_. 32. 80. C. 4. Il testo preciso della lettera 18. l. V. di papa Gregorio al patriarca Giovanni merita grave considerazione, ed è questo: «tu togli a tutti l'onore dovuto e lo concentri in te; così facendo tu ti proponi a modello _colui che disprezzando le legioni degli Angioli suoi uguali tentò elevarsi a singolare altezza onde non più soggetto ad alcuno potesse dominare a tutti_. Egli disse: mi solleverò fino al cielo, mi collocherò sopra le nubi più alte, sarò simile all'Altissimo.... industriandoti tu a prevalere sopra i tuoi fratelli con quel titolo superbo non è lo stesso che tu dicessi:--salirò al cielo, porrò il mio trono sopra gli astri?... Che potrai rispondere a Gesù Cristo giudice quando con questo titolo di universale procuri assoggettarti tutti i fratelli? Tu che brami essere chiamato non solo padre ma _padre universale del mondo_. Respingi respingi da te tanto perfida suggestione.»--E ciò perchè questo titolo voleva pigliare egli; sputava insomma su la pietanza perchè altri schifandosene la lasciasse mangiare tutta a lui.

Difatti Bonifazio III, successore di lui, timoroso, che altri lo prevenisse a pigliare per sè il titolo di universale non istette a perdere tempo e indusse lo imperatore Foca a concederglielo; donde tu vedi come anco questo nome da cui tirano tanta superbia i Papi di Roma non si diparta da istituzione divina, ma al contrario sia dono d'imperatore, e di quale imperatore!

Ribelle al suo principe, trucidatore di lui, e della imperiale consorte, e di otto figliuoli innocentissimi, di persona deforme, di aspetto sinistro, nella crapula sprofondato e nella lussuria; codardo così, che a ragione Maurizio quando lo seppe tale esclamasse: «ahimè! se vile per certo diventerà assassino.» Le stragi che menò questo feroce non mai precedute da giudizio, e precedute sempre da atrocissimi tormenti; occhi e lingue strappati, mani e piedi recisi; arsi a lento fuoco, o disfatti dal flagello; l'anfiteatro contaminato da membra tronche: insomma tale non dirò da disgradarne Nerone, bensì da stargli a pari. Nondimanco il papa Gregorio gli manda epistole gratulatorie perchè «la benignità della sua religione fosse giunta al fastigio dello impero; si rallegrino i cieli, la terra esulti e delle opere sue pietosissime il popolo della repubblica universale fin qui afflitto spietatamente meni tripudio[1].» e terminava poi profetandogli, che dopo lungo e prosperoso regno se ne sarebbe volato ritto ritto come un cero nel celeste impero. E' sembra, che il dono della profezia non fosse per anco piovuto addosso al vescovo di Roma, dacchè Foca abbandonato da tutti dopo ogni maniera vilipendii, e strazii ebbe il capo mozzo, e le ceneri del suo corpo, dato alle fiamme, furono disperse al vento. Il clero già tanto non so se io mi abbia a dire o abbietto o truce, pago di leccare il sangue esaltava il nuovo imperatore Eraclio con ressa supplichevole chiamandolo al trono, che avrebbe purificato dalla ignominia. Tale fu Foca imperatore il quale inalzava il vescovo di Roma alla dignità di ecumenico.

[1] _Epis._ 38 b. XI.

Innanzi di procedere raccattiamo per via un fatto strano come quello, che chiarisce la inanità dei nostri moderni uomini di stato, e la sfrontata ignoranza di loro. Gelasio I papa, imperando Zenone, bandiva la Chiesa avere a governarsi libera nello stato; e prima di lui Sinesio vescovo di Tolemaida così ammaestrava il clero cristiano: «per esperienza vi è chiarito come porre insieme Principato e Sacerdozio sia un mettere all'aratro un'asino con un bove. Gli Egizi e gli Ebrei furono un dì governati da sacerdoti, ma poi il Signore separando questi due generi di vita dichiarò l'uno sacro, l'altro politico; questo unì alla materia, quello a se; i Principi ai negozi; alle orazioni noi. Perchè congiungerete quello che Dio separò? Perchè imporci un carico impari alle nostre spalle? Se abbisognate di protezione volgetevi a cui fu preposto alla esecuzione della legge. Avete bisogno di Dio? Andate dal vescovo. Scopo del vero sacerdote la contemplazione la quale mal si accorda con l'azione[1].» Il testo famoso di Gelasio e la lettera di Gregorio III a Lione l'Isaurico occorrono significati, anzi copiati[2] nella epistola ottava scritta da Nicolò I papa a Michele III imperatore: «concedo prima di Gesù Cristo taluni essere stati re, e sacerdoti insieme, ed il demonio ha imitato questo nella persona degl'imperatori pagani, i quali erano altresì _sommi pontefici_, ma apparso colui che fu re e sacerdote vero, lo imperatore non si appropriava più i diritti del sacerdozio, _nè più il pontefice usurpò nome regio_.Imperciocchè quantunque tutti i sacerdoti sieno schiatta sacerdotale ad un punto e regale, Dio però consapevole della umana debolezza, e desideroso di salvare i suoi in virtù della umiltà volle separare gli uffici dei due poteri per modo che gl'imperatori cristiani, abbisognassero dei Pontefici per la vita eterna, ed i Pontefici andassero soggetti agl'imperatori nelle cose temporali. Colui pertanto che serve Dio non s'intrometta nelle cose del secolo, come colui che attende alle cose del secolo non s'intrighi nelle cose divine. A questo modo ognuno dei due ordini rimane circoscritto nei termini della modestia, ed ogni vocazione è applicata a ciò che le appartiene[3]».

[1] _Epist_. 121.

[2] V. lib. _de Anathemate_ di papa Gelasio.

[3] Epis. 8.

Ora se vuoi conoscere come il Papa allora instasse su cosa dalla quale ripugna adesso, la ragione ti comparisce manifesta. Il sacerdozio in cotesti giorni sentiva non potersi ordinare a suo modo, e farsi stato dentro lo stato per riuscire più tardi stato solo e trapotente, se non si appartava dalla subiezione dello impero, però mostrava repugnanza dello antico istituto di principato comprenditore eziandio del sacerdozio per giungere a stabilire un sacerdozio comprenditore del principato: insomma rovesciare la medaglia. Il quale intento avendo con pertinacia grande, e con fortuna ottenuto vediamo il Papato armarsi di leggi atte a camminare compagno a canto lo stato, e se gli capita, padrone; e di vero prima fu compagno, e poi padrone; per ultimo anch'ei provò quanto sia vero il proverbio, che chi più stringe meno abbraccia, e decadde dal superbo concetto di signoria universa sopra le cose spirituali come sopra le temporali, non già per migliore senno, o per mutato consiglio, bensì per impotenza, e smanioso di ragguantare la perduta primazia quando, che fosse. Una volta egli attese a separare le due potenze, adesso il Pontefice si ostina a respingere la partizione, e ciò perchè mutava punto di appoggio alla leva: allora il principato l'aduggiava impedendogli di farsi potenza; ora che dominazione è fatto separandosi perderebbe il principato: di qui l'ira, e la minaccia di adoperare le folgori, che non bruciano più, nè manco i pagliai, per tenere insieme quello, che sotto pena dei medesimi fulmini si pretese un dì spartito.--Per me considero la repugnanza del Papato proprio provvidenziale, imperciocchè là dove la separazione fosse avvenuta a casaccio siccome propose il barone Ricasoli, uomo per certo inettissimo allo ufficio che si tirò su le spalle, la Chiesa di Roma nel modo col quale adesso si trova costituita avrebbe potuto sovvertire, o turbare a sua posta lo stato; e questo parmi avere con buoni argomenti chiarito altrove. Carte in tavola; tutte le religioni, che occorrono dentro lo stato voglionsi libere per ciò che spetta al foro interno; quando poi presumono intrecciarsi con atti esterni agli ordini pubblici, come ogni altra cosa civile, cascano sotto le discipline della _polizia_ nel modo, che la intendevano i Greci.--E poco, anzi punto, secondo la opinione mia, vale che il sacerdozio ha da essere libero, dacchè io pure consenta così, ma al tempo stesso sostengo, che ricondotto alla sua prima istituzione, voglio dire al suffragio del popolo, parmi manifesto, che il popolo non fie per eleggere uomini i quali contradicano alle sue leggi; mentre adesso il clero per suggestione di principe straniero interessato ad arruffarti le faccende di casa compiace a lui non al principe proprio e nè manco al suo popolo. La dottrina del suffragio universale ha da mutare la faccia del mondo; nè rechi amarezza il tristo esempio di Francia: per ora il tino bolle sicchè i raspi e i fiocini vengono a galla; lasciate posare e avrete il vino ch'è conforto dell'anima.

Quantunque ormai per istudio di acquistare potenza i Papi si fossero avvantaggiati delle cerimonie pagane però che quanto la religione perdeva di spirituale tanto desiderava ornarsi di forme sceniche, e affatto materiali, tuttavia verun Papa postergato ogni rispetto più di Gregorio magno strinse lega col paganesimo. A questo uomo misto singolare di pedanteria e di forte volere un dì venne in testa di convertire gl'Inglesi: la causa che lo spinse questa: veduti a Roma alcuni giovani sassoni-inglesi bellissimi di forma domandò chi fossero e donde venissero. Gli risposero essere _angli_, ed egli, «angioli sì cui bisogna liberare dalla schiavitù del demonio; ma da qual provincia vengono essi?--Dal _Deirè_.--Ci supplicano, soggiunse il Papa, a salvarli dalla ira di Dio; e come si chiama il capo o principe loro?--_Ella_.--Alleluia, conchiuse Gregorio, certamente a noi commise il cielo, che per le costoro terre si abbia a cantare alleluia.» Bambinesche forme coteste, le quali velavano concetti terribili, che furono in processo di tempo spedire bolle ai Franchi per consacrare le loro rapine affinchè essi le suggellassero con la scure, e a lui Papa pagassero il prezzo del sangue. Mandava Agostino in Inghilterra co' giovani educati nelle arti della curia romana, e parecchi monaci mascagni, i quali tutti giunti ad Aix scorati per le molestie della via stanno in procinto di stornare, ma Gregorio li rimbrotta di poca fede, e li sovviene di lettere commendatizie pei baroni franchi sbraciando loro a destra, ed a sinistra d'illustrissimo, piissimo, cristianissimo e via con iscialacquo, che non mai fu visto maggiore, se ne eccettuiamo quello, che adesso si fa delle croci dei santi Maurizio, e Lazzaro; gli resse il cuore perfino di scrivere lettere alla immanissima donna Branechilda salutandola eccelsa per ispirito inchinevole alle opere buone, e tetragona nel timore dell'onnipotente Dio[1]. Così andarono innanzi Agostino e i frati sicchè giunti appena a Cantorbery domandano al re Etelberto: «una terra con tutte le sue rendite non per loro, ma per Cristo, facendone atto di cessione solenne affinchè egli Cristo colmi lui re di beni in questo mondo e più nell'altro.» Doveva parere un po' strano al re Etelberto che per divenire meglio vestito dovesse cominciare a spogliarsi, pure bebbe grosso, e donò la prima terra a santo Agostino ed ai suoi monaci, le altre se le pigliarono da loro: il peggio era che i Sassoni gente dura male consentiva lasciare le cerimonie vetuste della barbara religione, sicchè non sapendo che pesci pigliare mandava a Roma per consiglio, e Gregorio lo ammoniva a far la gatta di Masino, sopporti i sacrifici di vittime, lasci stare gl'idoli, non tocchi i tempii, si pigli ogni cosa in santissima pace a patto di appoggiare l'alabarda; e così fu; indi a breve Offa ammazza Etelberto; dai morti non ci ha modo di cavarne costrutto; i preti si voltano ad Offa al quale danno assoluzione plenaria a patto che paghi a Roma un tributo annuale intitolato _danaro di San Pietro_; tale l'origine di questo danaro, che Cesare Cantù non aborriva ricordare nel Parlamento italiano come esempio imitabile; un dì lo somministrò alla Curia romana il tradimento, oggi lo paga il fratricidio. E poichè il prete tiene assai della natura della Fama di Virgilio, che in andando cresce, così a cotesti tempi rimoti con celerità spaventosa, egli impose decime sopra le mercedi degli operai, sopra il soldo dei soldati; che più? fino sopra il turpe _lucro delle meretrici_. Siccome suole, la ingordigia troppa adesso aliena gli spiriti; chi paga, e chi non paga; di più, rotta una maglia aumenta la voglia nei Sassoni di affrancarsi dalla catena, per la quale cosa cacciano di sede Roberto di Jumieges eletto vescovo di Cantorbery dal Papa; allora Alessandro II lucchese si lega co' Normanni, incitato da Ildebrando monaco; questi capo dei frati accattoni, quegli pure paltoniere e tignoso, onde quando lo menarono intorno a processione il popolo gli urlava dietro: «va via lebbra; va via bisaccia.»

[1] Op. t. 4. p 18.

Soccorsi del Papa lucchese furono una bandiera benedetta ed un'anello di oro con dentro non so qual pelo della barba o capello di San Pietro. Guglielmo il Bastardo vinse e compensò il pelo rinnovato nella sua pienezza intero il danaro di San Pietro donde forse l'origine della _carità pelosa_: ma i successori di Guglielmo trovando come cotesto pelo costasse troppo caro, e credendo altresì di averlo a quell'ora pagato oltre il dovere presero a nicchiare, negando il danaro, e le romane improntitudini respingendo, Papa Innocenzo III stizzito, per ispuntarla mandò al re Giovanni senza Terra quattro anelli con molta solennità richiamandolo a meditare la forma, il numero, la materia, e il colore di quelli, però che avrebbero avuto virtù di ammonirlo intorno ai suoi doveri: infatti la forma circolare degli anelli gli avrebbe rappresentato la eternità per cui renunziando alle cose terrene si sarebbe sentito come attratto alle celesti: solo per lasciare più libero il re nei suoi esercizi ascetici si sarebbe egli Papa sobbarcato al carico di governare per lui il suo regno in questo mondo; il numero quattro come quadrato denota la costanza necessaria ad ogni re stabilita sopra le quattro virtù cardinali; la materia aurifera rappresenta la sapienza preferibile ad ogni bene; e come l'oro rappresentasse la sapienza il Papa non lasciava intendere; lo zaffiro indica la fede, lo smeraldo la speranza, il rubino la carità, il topazio le buone opere; per tutte queste ragioni era chiaro come l'inchiostro, che Giovanni senza Terra doveva lasciare, anzi ordinare, che i suoi sudditi pagassero il danaro di San Pietro, e permettere, che il Papa eleggesse vescovi in Inghilterra cui meglio gli garbasse; e poichè Giovanni senza terra uso a rubare per sè, ed anco un tantino ad ammazzare per questo fino i nepoti ebbe torto di non arrendersi alla forza del ragionamento papalino, Innocenzio scomunica Giovanni, lo condanna alla perdita del trono, e commette a Filippo Augusto re di Francia eseguisca la sentenza; il quale ci si ammannisce di buono; senonchè il Papa pensandoci su conobbe come Filippo fosse uomo da levare il regno a Giovanni, non però di darlo a lui, e allora si accomoda con Giovanni a patto, che questi si dichiari feudatario della Chiesa pagando mille marchi di argento di annuo tributo, di cui 700 per la Inghilterra, e 300 per la Irlanda; Filippo di Francia rimase a Dover come più tardi aveva a rimanere Vittoria d'Inghilterra in Crimea, e così per un tempo la Brittannia ebbe la onoranza insigne di essere feudo romano; onore di cui sembra, che si rammenti, e voglia mostrarne a Roma la sua gratitudine.