Lo assedio di Roma

Part 18

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E quanto San Bernardo dichiara in prosa Dante confermava da parecchi secoli in rima:

_«Di oggimai, che la Chiesa di Roma, «Per confondere in se due reggimenti, «Cade nel fango e sè brutta e la soma_[1].»

[1] Purgat. 16.

Dunque Cristo di cui si vanta Vicario il Papa gli vieta espresso ogni potestà temporale nel mondo.

Però quando leggi come nei primi tre secoli la Chiesa si mantenesse pura non la devi intendere così puntuale che mali esempi non fossero di già corsi in lei. Il desire ceco tira alla terra, e il corpo dà perpetua gravezza all'anima; fra i molti fatti comparisce notabile quello di Vittore I, il quale presumeva imporre ai Vescovi di Asia l'uso osservato a Roma di celebrare la Pasqua; i Vescovi asiatici non volendo obbedire egli trascorse al punto di bandirli separati dalla sua comunione; di che acerbamente lo rimproverava Santo Ireneo chiamandolo vuoto di carità, e pieno d'ignoranza. Stefano I in certa questione intorno al battesimo amministrato dagli eretici si chiarisce avverso alla dottrina di San Cipriano vescovo di Cartagine, il quale confutandolo lo taccia di leggerino, di gaglioffo, e di cocciuto presontuoso; e San Firmiliano vescovo di Cesarea ribadisce il chiodo scrivendo al medesimo Papa: «essere universalmente biasimate la stupidità, l'arroganza e in modo speciale il difetto di carità in lui, che sè estima erede di S. Pietro, mentre egli lo giudica il pericolosissimo fra gli eretici.» E' pare che questo Papa non avesse troppo fortuna co' santi.

La parola _clero_ viene dal greco, e significa _sorte_, che è quanto dire i sacerdoti _sortiti_ al servizio dello altare tutti si consacrino a quello lasciando addietro ogni cura mondana; pari ai leviti d'Isdraele si contentino delle decime, e delle oblazioni.--La _tonsura_ poi denota la renunzia ad ogni cosa temporale: tutto si poneva in comunella tra i cristiani, ed anco dopochè i sacerdoti per munificenza di Costantino imperatore possederono terre, e casamenti per lungo tempo ebbero le sostanze comuni: le divisero in seguito. I vescovi eleggeva il popolo; parecchi fra loro vissero del lavoro delle proprie mani, e fu cosa degna; oggi si aborrisce parendo, che Cristo si degradi ad essere trattato da mani che il lavoro santificò, come se egli stesso con l'opera sua non sovvenisse al padre fabbro: servi dei servi di Dio non si dicevano quei primi sacerdoti, ma erano: loro intento procurare il bene meno del singolo, e di una classe, quanto della intera comunità.--Veramente San Paolo insegna, che gli anziani, o vuoi _preti_ (che appunto prete suona anziano) quando fanno bene, e faticano nella parola e nella dottrina devano reputarsi degni «di doppio onore[1]»; ma avverte altresì: «quando abbiamo vitto, e vestito contentiamoci[2].» E queste, nota San Girolamo, erano appunto tutte le ricchezze dei Cristiani.--Insomma per istringere quanto ci rimane a dire in una sola sentenza rammenteremo le parole di San Giovanni Crisostomo:--nei primi secoli della Chiesa preti di oro celebravano in calici di legno, adesso sacerdoti di legno celebrano in calici d'oro; e di quale legno! Di quello del quale Gesù Cristo comanda che inetto a fruttificare, ovvero atto a frutti tristi vuolsi mettere sul fuoco.

[1] A Timoteo. V. v. 17.

[2] Id. VI. v. 8.

I lutti della Chiesa e la ruina d'Italia derivano pur troppo dalla origine a cui alluse l'Alighieri nostro:

_«Ahi! Costantin di quanto mal fu madre «Non la tua conversion, ma quella dote, «Che da te prese il primo ricco padre_.»

Però che se la donazione di Costantino sia ormai confessata una delle infinite fraudi per cui la curia di Roma avrebbe ad essere condannata a perpetuo ergastolo come falsaria, tuttavia si ha per certo, ch'ei si fosse largo a Salvestro vescovo di Roma di protezione, e di averi, per la quale cosa costui uscito dallo scuro subborgo fuori di porta Capena, dove viveva confuso agli Ebrei, si condusse ad abitare il palazzo Laterano proprietà una volta della imperatrice Fausta.

La Chiesa, e i chiesastici un tempo fabbrica e fabbricanti di falsità, nè permesse solo o sofferte, bensì prescritte: così quando non si avevano gli atti di un qualche martire pel dì della sua festa s'immaginavano; e tanto più erano accetti quanto più strepitosi; di quì le leggende mostruose onta della ragione umana, le false Decretali, i libri sibillini, il Libro della Gerarchia, i Canoni, le Costituzioni apostoliche, e la Donazione di Costantino.

La prima volta questa donazione occorre rammentata nella lettera di Adriano I a Carlomagno per destare in costui la gara della larghezza: ne affermano fattore quell'Isodoro il quale di _peccatore_, che si chiamava prima si trasformò in _santo Isidoro e mercatore_. Tra le altre cose si diceva in essa: «noi attribuiamo alla sede di Pietro tutta la gloria, e tutta la potenza imperiale. Noi diamo a Salvestro ed ai suoi successori il nostro palazzo di Laterano, la nostra corona, e tutte le nostre vesti imperiali, la città di Roma, e tutte le città occidentali della Italia, e delle altre contrade. Noi gli cediamo il luogo non essendo giusto che un imperatore terrestre conservi la minima possanza dove _Iddio ha stabilito_ il capo della religione.»

Oltre queste, bene altre diavolerie contiene il documento, come, a mo' di esempio, che l'imperatore Costantino si conduce a cotesto atto per consiglio dei suoi _satrapi_; ch'egli ha riposto dentro _due cassoni di ambra_ i corpi dei Santi Pietro e Paolo, e dopo avere costruito in onoranza di loro basiliche eccelse assegna alle medesime poderi grossissimi in Giudea, in Grecia, e in Tracia per mantenervi dentro _la luminaria_, e tutto questo nè manco in dono, ma per salario di averlo Papa Silvestro guarito dalla lebbra, e battezzato.

Di siffatta donazione ce ne ha parecchi esemplari; a tutto oggi arrivano a 12, uno secondo il solito diverso dall'altro, ma ciò non toglie che come genuini li venerassero tutti e dal Graziano per genuino si ponesse nella sua collezione quello, che primo gli capitò davanti.

La critica storica ha dimostrato come Costantino nella epoca della mentita donazione non si trovasse già in Roma, ma sì in Tessalonica ed a quei giorni non reggesse prefetto a Roma, secondochè l'atto di donazione asserisce, Calpurnio, bensì Lucrio Verino.

Menzogna il battesimo di Costantino a Roma per mano di Papa Silvestro, mentre il battesimo l'ebbe in punto di morte in Nicomedia da Eusebio da Cesarea vescovo di cotesta città.

È menzogna altresì che le provincie italiche fossero donate e sottoposte al Pontefice; al contrario. Costantino le governò sempre come sue mandando a reggerle prefetti uomini consolari correttori e presidi.

Ciò nonostante, finchè poterono i preti difesero l'autenticità di cotesta donazione con le ugna, e col becco, o se non buttarono sul fuoco (come taluno afferma) Lorenzo Valla, che ardì impugnarla con parole acerbe verso la metà del secolo decimoquinto, ci corse poco; sessanta e pochi più anni dopo si pigliavano spasso di cotesto documento Prelati solenni e Cardinali, ne sorrideva il Papa stesso, e l'Ariosto senza una paura al mondo la metteva nel mondo della luna:

_«Di varii fiori ad un gran monte passo, «Ch'ebbe già buono odore, or pute forte, «Questo era il dono (se però dir lece) «Che Costantino al buon Salvestro fece.»_

Potremmo dirne delle altre; al nostro assunto basti tanto, e poniamo in sodo prima di ogni altra cosa come _fondamento precipuo della potestà temporale del Papa sieno la fraude e la menzogna_.

Il Papa prese da Costantino, ma rimase anco preso; per questa volta invece di pescare ei fu pescato; a mo' del pesce fu vinto nella gola: importa ora conoscere le cause, onde Costantino così di un tratto si mostrò sviscerato pel Papa: io ragionando pongo da parte ogni intervento soprannaturale, molto più che mi occorre narrato in diverse maniere. Di fatti, Cecilio riferisce come la notte precedente alla battaglia del ponte Milvio, dove la fortuna di Costantino prevalse su quella di Massenzio, una visione lo ammonisse a mettere sopra gli scudi dei soldati il _celeste segno di Dio_ se voleva vincere. Eusebio nella vita di cotesto imperatore dice, come camminando egli a capo dello esercito tutto pensoso intorno alla religione da seguitarsi levate le ciglia vide una croce luminosa sopra il sole col motto traverso: «con questo segno vincerai;» di che rimase smosso; pure non essendo bastante a fargli dare la balta nella notte successiva gli comparve davanti (in sogno s'intende) nientemeno, che Cristo in persona, il quale lo accertò, che se gl'importava debellare Massenzio non doveva fare altro, che pigliare cotesto segno per bandiera, la quale cosa Costantino non si fece dire due volte, e ne compose subito il famoso _Labaro_, ch'ebbe virtù di dare a lui ed ai successori di lui sempre vittoria sopra i nemici meno quando ne toccarono. Questo i Cristiani, ma i Pagani non mondarono nespole, che Nazario nel Panegirico di Costantino attesta come di cosa veduta da tutta la nazione dei Galli, che un'esercito di angioli era sceso giù dal cielo volando a sovvenire a Costantino, e ne descrive la faccia luminosa, il portamento altero, la garbatezza mescolata con la gagliardia, con le altre virtù, le quali se non possedessero gli angioli non si sa chi mai le avrebbe a possedere.

E' pare che siffatta frequenza di miracoli piuttosto che persuadere le menti le debba irritare; e sembra altresì che questi miracoli quando non furono fraude per gli occhi, sieno oltraggio allo intelletto; ma vi hanno stagioni in cui agli occhi del pari che allo intelletto piace rimanere delusi; onde potrebbe anco darsi che o sogno, o visione, od altra cosa simile movesse l'anima di Costantino.

Costantino in tanto che lo ammannivano per santo ebbe dai preti titolo di _vescovo dei vescovi_, e non era poco: però dall'altro lato quasi per tenere in bilico la sua perfezione gli stava sul petto un peccato, non tale certo a senso dei preti da fargli chiudere da San Pietro le porte del paradiso in faccia, ma che un po' di fastidio glielo doveva recare,--egli era un semplice parricidio: però che costui portasse le mani micidiali nel sangue del figliuolo Crispo. Ora la fede di saldare questo suo debito, con altri parecchi mercè un poco di acqua sul capo può averlo disposto al cristianesimo, differendo a riceverlo secondo il costume di allora in punto di morte.--Di costumanza siffatta porgono esempio Teodosio il grande e Valentiniano II; nè il medesimo Santo Ambrogio ebbe battesimo prima della sua promozione al vescovato di Milano, però che a quel modo si esentassero dalle pubbliche penitenze che a quei tempi la Chiesa usava co' cristiani penitenti, ed anco credessero così praticando assicurarsi meglio la salute eterna.--Certo il suo pericolo ci era, mettendosi i catecumeni a repentaglio di uscire dal mondo senza quel salutevole bucato, ma sarebbe stato come annegare nel forno, dacchè la morte non viene così subito, che un po' di tempo per salutarla non conceda, ed acqua, ch'è materia del sacramento da per tutto se ne trova (così come dell'acqua accadesse pel vino!) e le poche parole necessarie per la forma di quello ogni menno sa dirle[1].

[1] Eccetto un canonico il quale, per quanto mi narrarono a Montepulciano, corto in divinità ed in lettere anco più, chiamato da un tavolino di tre sette ad amministrare in fretta e in furia il battesimo ad un neonato, se ne schermiva allegando non sapere che cosa dire; trovato allora un rituale e presentatoglielo perchè leggesse, costui posto con le spalle al muro lesse la formula secondo apparisce abbreviata così; «_ego te baptzo: in none: pris: fi_.» e siccome il nome dello Spirito Santo significano con due SS. egli pigliandole per una cifra arabica concluse: «numero cinquantacinque.» Poi asciugatosi il sudore per la sofferta fatica voltosi agli astanti disse: «Fortuna, che ho imparato un po' di aritmetica in gioventù altrimenti questa povera anima andava perduta.»

Molto doveva talentare eziandio al tiranno la obbedienza ceca e passiva, che i primi cristiani ostentavano per le autorità temporali fino a predicare come parte della loro dottrina la pazienza di principi comunque perversi _etiam discolis_; e riverirli come costituiti proprio con le sue mani da Dio: ho detto ostentavano, chè deboli essendo ed invisi non ardivano romperla ancora co' Governi; conciossiachè non pure codarda ma contro la natura appaia simile dottrina solo che tu consideri essere stata professata dall'Apostolo Paolo regnando Nerone, uso a far dare la caccia ai cristiani quasi belve in bosco, e ad ardere alle sue mense i cristiani vivi per doppieri; ed anco se dottrina siffatta fosse stata leale non si sarebbe convertita nelle mani di San Tommaso in facoltà di ammazzare il tiranno per violenza o per frode postosi a capo dello stato per tormentare il popolo.

Delle virtù cristiane intese avvantaggiarsi altresì Costantino per la ragione medesima per la quale i ladri si procurano servitori onestissimi: i buoni costumi, la industria, e la parsimonia insieme alle altre virtù partoriscono le ricchezze onde il tiranno può alimentare meglio i suoi vizi: forse nei principii può essere stata causa a rifiutarli la codardia praticata dai primi cristiani come precetto evangelico, ma durò poco, però che tornando alle guerre, ed al sangue sembri, che l'uomo rientri nella sua natura; e nei concili adunati sotto Costantino, i vescovi cortigiani bandirono l'obbligo del giuramento militare, e la scomunica contro i soldati, i quali, durante la pace, gettavano via l'arme.

La conversione di Costantino nell'ordine delle cose umane questo gli fruttò, che potè valersi del cristianesimo come arnese di guerra per soperchiare i suoi nemici, ed istrumento in pace per disporre il paese a perpetua servitù. Io non credo che quando Costantino donò a Papa Silvestro il manto, il caval bianco, e la signoria una voce dal cielo fu udita, che disse: «oggi è messo il veleno nella Chiesa di Dio[1]» come non ho voluto aggiustare fede all'apparizione del _Labaro_, però mi resta chiarito vero quanto afferma Santo Atanasio che Costantino sovvertì la costituzione del Signore trasmessa agli Apostoli[2]. Di fatti mentre fino a costui il vescovo usciva eletto nel modo che resulta manifesto da queste altre parole di Santo Leone _Papa_: «si preferisca per vescovo quello che il _popolo_, e il _clero_ ha concordemente richiesto. Guardisi a non ordinare alcuno che dal popolo non sia voluto, e domandato acciocchè il popolo preso a contro pelo non odii, o disprezzi il suo pastore e si separi dalla religione non avendo potuto ottenere quello che desiderava. _Chi ha da presiedere a tutti sia eletto da tutti_[3]. Nè i vescovi soli eleggevansi dalla universalità della Chiesa, ma tutti i ministri, tra cui vuolsi porre mente ai Diaconi, dei quali era ufficio amministrare le cose temporali della Chiesa al fine che i vescovi attendessero indefessi a predicare, e ad insegnare.--Ora, imperante Costantino, i vescovi non si eleggono più dal popolo; all'opposto, testimonio Santo Atanasio, egli li «spedisce ai popoli che non li vogliono, da luoghi stranieri e lontani ben cinquanta giornate, e li fa scortare da soldati, e tali vescovi invece di accettare la _giustizia_ che i popoli farebbero di loro portano ai giudici minacce contro il popolo [4].» La terra tirò il sacerdote alla terra, sicchè mentre nei primordii della Chiesa non che non si sentisse parlare di antipapi, appena si trovava uno che volesse fare da papa; a mezzo il secolo quarto Pretestato prefetto di Roma pagano, sobillato a rendersi cristiano rispondeva: «magari! fatemi vescovo di Roma, ed io mi farò cristiano.»

[1] La leggenda da alcuni si reputa bugiarda perchè narrata da _G. Leti_ nello Itiner. della Corte di Roma t. 1; ma io per me non la tengo meno falsa per leggerla nella _Disciplina degli Spirituali_ scritta da quel santo uomo, che fu frate Domenico Cavalca da Vico pisano.

[2] Epis. ad solitarios.

[3] Epis. ad Anast. Thessalonic, c. 5.

[4] Epis. ad solitarios.

Dopo alterata l'elezione dei vescovi pel fine di convertire il cristianesimo in arnese di governo, ecco che Costantino introduce tra i vescovi le stesse differenze di grado stabilite nella gerarchia pagana dello impero: la importanza della giurisdizione episcopale andò alla stregua della importanza della diogesi dove il vescovo sedeva. Questo decreto il Concilio di Nicea promulgò e il Concilio di Calcedonia poi confermò con le parole: «Se qualche nuova città è stabilita per comando dello imperatore _l'ordine della diocesi seguirà la forma del governo politico._» Costantino intimava i Concili, li presiedeva, forniva ai vescovi il viatico, e il mantenimento, arduo starsi appartato, più arduo contrastare, e in mezzo ai rei colpevole il giusto, nè forse tra cotesti vescovi vi era chi volentieri non servisse da un lato per dominare dall'altro.

Adesso così a tratti consideriamo l'andatura della biscia romana per acquistare dominio principesco, e prevalenza sopra la Chiesa di Cristo. Nel Concilio di Nicea per la prima volta si udì ricordare il nome di patriarca, e compartirlo non solo al vescovo di Roma, ma ed anco a quelli di Alessandria e di Antiochia dichiarati uguali fra loro. La fortuna ci è, e si agita fuori di noi; beato quello che afferratala se la lega innanzi al carro, e fu fortuna che i vescovi scacciati dalle sedi orientali, segnatamente Santo Atanasio vescovo di Alessandria, ricorressero a Roma, dove Giulio I allora vescovo gli accoglie a braccia quadre, e ne cava partito di convocare un Concilio a Roma per costringere con molte minaccie i nemici di Santo Atanasio a professargli venerazione ed ossequio: quì stava la ragione per lui, e la ragione gli somministrò l'addentellato a costruire un diritto: subito dopo, lo assistesse la fortuna, o ci adoperasse ingegno, il Concilio di Sardica confermò le sentenze di quello di Roma. Papa Liberio vescovo perde il terreno acquistato, però che Costanzo imperatore preso in uggia Atanasio ordina a Liberio si separi da lui; Liberio si prova resistere; era immaturo il tempo, quindi ne tocca; cacciasi in esilio in Berea, sostituiscongli nel vescovato di Roma Felice II, ma vinto dal tedio condanna Atanasio, e tornato a Roma governa la sua Chiesa in società con Felice.--Allora il papato esercitavasi eziandio in accomandita tra soci: Damaso eletto vescovo dopo Felice appare di meno facile contentatura, e con armi, e sangue contende del vescovato di Roma con Orsino: uscito vincitore Valentiniano lo chiama a parte del titolo di _pontefice massimo_, Graziano poi glielo renunzia intero, ed ei lo accetta, chè vano ei fu, e dei vescovi di Roma il primo, che ostentasse splendido trattamento, anzi regale.

Da Numa s'instituiva il pontificato; prima l'ebbero i patrizii soltanto; poi anco i plebei: soprastava il sommo pontefice al culto pubblico ed alle cerimonie, al calendario, alle feste, agli oracoli, agli augurii, alle quistioni religiose, ai giudizi delle colpe contro gli Dei, alle vestali, ai sacrifizi, alle sagre, ai giuochi: trasse nome il pontefice dalla cura ad esso, ed al collegio dei pontefici minori affidata di mantenere il ponte di legno, che conduceva oltre Tevere: finchè stette in piedi la repubblica l'autorità del sommo pontefice si estendeva, su Roma, e suo contado; quando gl'imperatori presero questo ufficio per loro fino ai limiti estremi dello impero. Il dono pareva di titolo inane, ma il prete subodorò il partito che avrebbe potuto trarne e lo ebbe caro; sul gomitolo gentile si avvisò dipanare la nuova primazia della Chiesa romana.

Facile è la discesa verso lo inferno, disse Virgilio, nè sembra che il pendìo dello inferno pagano fosse più arduo di quello verso lo inferno cattolico, imperciocchè dallo studio di acquistare ricchezza presto si fece trapasso al delitto: e Graziano imperatore, quantunque parzialissimo al vescovo di Roma, ebbe mestieri di promulgare la legge 10 _de Ep. et Ecclesias_, che occorre nel Codice Teodosiano con la quale si vietava agli ecclesiastici bazzicare le case delle vedove, e dei pupilli onde col perpetuo serpentarli non cavassero loro di sotto per via di donazione, o di testamento le sostanze di famiglia. Di questa legge tesse San Girolamo singolarissimo encomio lodandola come medicina molto acconcia alla corruzione dei chierici[1].

[1] Epist. _ad Eustac_.

Non è nostro scopo esporre la storia della Chiesa romana, però lasciamo dormire in pace quattro Pontefici che non fecero dire nè bene nè male: non favelleremo di Origene peregrino intelletto ma balzano da tre, nè di Pelagio predicatore del libero arbitrio contro la necessità della grazia, e il peccato originale; nè di Nestorio negante Dio nato da donna, opinione antica rinnovata ai giorni nostri da Ernesto Renan; e nè manco dei due Concili di Costantinopoli, il secondo dei quali contro Macedonio nemico alla divinità dello Spirito Santo, o di Efeso contro Nestorio dove la Vergine Maria venne dichiarata _Theotocos_, cioè madre di Dio.

Leone Primo di una spinta maestra mandò innanzi gl'interessi della Chiesa di Roma però che inducesse Valentiniano III a decretare ver un vescovo si attentasse a innovare senza il consenso del vescovo di Roma; le costituzioni della Chiesa romana avessero forza di legge nelle altre chiese. Trovando poi con Marciano il terreno più morvido, lo condusse fino a decretare la pena di morto contro qualunque esercitasse cerimonie pagane: già siamo a 455 anni dopo Gesù, e voltandoci addietro non vediamo ormai il punto donde il Cristianesimo piglia le mosse; la Chiesa di Cristo si raffida meglio nelle manette, che nella parola; e intanto, che ella si arrabatta ad averle di suo lo piglia in presto dal Despota. Il _verbo_ alle mani del Papa già è fatto mannaia. Ai tempi di questo Papa, Attila mosso alla ruina di Roma atterrito dalle parole di lui si arresta sul Mincio, e l'hanno per miracolo; poco dopo sopraggiunge Genserico, il quale non curate le invenie del vecchio imbelle nabissa la città dei Cesari, e lo hanno per meritato castigo alle colpe dei Romani. Così con la Chiesa di Roma non si vince, e non s'impatta. Del miracolo nel caso di Attila parlano bravamente tutti gli scrittori chiesastici; ebbe monumento dipinto da Raffaello nelle logge Vaticane, e scultorio in San Pietro per opera dello Algardi; del fatto di Genserico o tacciono, o si attentano a sostenere che anco lì un po' di miracolo ci fu, dacchè, intercedente Leone, tre chiese andarono immuni dal saccheggio; e a fin di conto quantunque il sacco durasse quattordici giorni, e quattordici notti, bruciassero fabbriche, votassero case, le chiese spogliassero, anzi con mirabile vicenda le reliquie di tre religioni la pagana, la giudaica, e la cristiana in un fascio rapissero, il tetto dorato del Campidoglio arraffassero, le gemme a Eudosia imperatrice ghermissero, a Leone fino i vasi di argento, dono di Costantino, strappassero, molte migliaia di Romani di entrambi i sessi, o per piacevole aspetto, ovvero per talento utile pregiati, menassero in cattività, gli scrittori chiesastici, ed anco qualcheduno non chiesastico sostengono, che molti mali Leone il _grande_ prevenne, e _grande_ senza fallo egli fu, ma nell'arte di estendere l'autorità sua sotto colore di fede ortodossa, e di ecclesiastica disciplina.