Part 16
Nella città eterna imparerai a parlare come Aulo Cesellio il quale interrogato che mai gli desse balìa a riprendere acerbo come faceva le iniquità dei Cesariani rispose: i molti anni, ed i punti figliuoli; ovvero come Marco Castricio, il quale negava gli ostaggi commessi alla sua fede a Cneo Carbone, ed a costui, che presumeva atterrirlo con le parole: «bada ch'io ho molte armi;» egli mansueto diceva: «ed io molti anni.» Ed anco piglierai norma di onesto e forte vivere da quel Caio Blosio amico di Tiberio Gracco e della sua fama, non già della sua fortuna, che interrogato da Lelio per ordine dei Senatori a fine, che esecrando il male condotto amico con le nuove parole si procurasse perdono della colpa antica ei repugnò come da azione abominevole; e quante volte gli domandavano: «ma se Gracco ti avesse ingiunto di sovvertire il tempio di Giove l'avresti tu fatto? E se Gracco ti avesse comandato di appiccare le fiamme a Roma l'avresti tu arsa?» Ed altri cosiffatti vituperii, tante ei rispose: «Tiberio Gracco non era capace di ordinare scelleraggini.» Aborrendo lo inclito uomo menomare la reverenza alla memoria dello amico anco con silenzio onesto, o con prudente sermone:---imparerai, cosa anco più difficile, a tacere, nè di questa qualità fondamento oltre la comune aspettativa di ogni virtù cittadina ti fornirà esempio solo M. Perpenna legato a Genzio re degl'Illirici, il quale stretto con blandizie, e con terrori a rivelargli i segreti del Senato accostò il dito indice alla fiammella della lucerna che gli stava dinanzi, e ce lo tenne fermo finchè non lo ebbe tutto arso, dimostrandogli in quella guisa, che i tormenti non valevano sopra di lui; delle carezze non importava dire; gli esempi ti verranno altresì dalle donne come sarebbe Porcia, la nobile consorte di M. Bruto, che cela, e tace la ferita, che si è fatta per chiarire il marito se si sentisse bastevole a tenere il segreto intorno ai disegni, ch'egli agitava nella mente;--e non pure da matrone, bensì dalle femmine, che il mondo cerca e disprezza, registrando le storie il memorabile fatto di Epicari cortigiana, la quale per non essere sforzata dai tormenti a rivelare la congiura contro Nerone con le proprie mani accosciatasi giù in ginocchioni si strangolava. Sopra tutto Roma t'insegnerà a morire, più della vita rendendoti desiderabili le cause del vivere; di Catone si tace, e di Arria maestra di generosa morte al marito, e di Porcia, che impedita a troncare il vivere suo co' mezzi ordinari non rifugge uccidersi trangugiando carboni ardenti, e di Sempronia la sorella dei Gracchi, che invano spaventata dal popolo, e dal senato furenti nega il bacio ad Equizio supposto figliuolo di Tiberio, perchè il decoro della famiglia con la turpe agnazione non si vituperasse; giovi ricordare Quinto Metello Scipione suocero di Pompeo magno, che, ruinate le fortune del genero mentre naviga nella Spagna, vista assalita e presa la nave dai Cesariani si ritira a poppa e quivi si ferisce a morte, donde, sentendo i nemici domandare ansiosi: «dov'è Scipione?» rispondeva: «Scipione sta bene, e vi saluta.» Indi a breve moriva.--E moriva Trasea Peto, ed altro non potendo, col sangue grondante dalle aperte vene propinava a Giove liberatore.
Qua in Roma studia la faccia multiforme della tirannide, onde altra mai non possa più abbindolarti, e di ora in poi capitandotene in mano qualcheduna delle nuove tu possa, dopo brancicatola alquanto, dire: «il vivagno v'è ricucito di fresco, ma il panno è antico.»
Augusto rappresenta la tirannide che s'instilla nel popolo come raggio di sole blando, e inevitabile; le dà sembianza di legge, l'orna con lo splendore delle lettere, la rende gioconda di agiatezza e di comodi; trova Roma di mattoni la lascia di marmo; ed anco ai dì nostri la tirannide, giusta il detto della Scrittura, s'industria ingrassarti il cuore, onde non ci entri, o ci esca senso di dignità. Finchè non si recarono a tedio i lari pudibondi, e lo studio della spola e dell'ago crebbe la gloria delle donne latine che partorirono gli Scipioni, e i Gracchi; adesso predicano il lusso necessità degli umani consorzi, e piglia la più pericolosa di tutte le facce, quella della scienza, con inane consiglio, a parere mio, dacchè solo, che tu distingua se le ampliate comodità si affanno ai bisogni veri della vita procurando più ferma salute, o giorni meno duri, e tu accettale in casa come ospiti amiche; se poi per assillare il genio vanitoso delle femmine, o la obliqua irrequietudine dei figli, o la tua stessa superbia chiudi loro la porta in faccia; meglio sarebbe tu l'aprissi alla volpe. Bada, il tiranno prima ti empie di vanità, e poi ti compra.--Tiberio rappresenta la tirannide che penetra nelle carni del popolo con gli artigli dell'uccello di rapina, odiato odia, e perchè lo desiderino egli attende a lasciarsi successore un'uomo di cui le atrocità valgano a fare dimenticare le sue, e vi riesce; però che egli fosse tiranno astuto, Caligola matto, Claudio imbecille, Nerone, Caracalla, Costantino immani, e parricidi; Galba e Vespasiano rappresentano la tirannide avara, Vitellio la tirannide da taverna, Massimino la briaca, Tito la ippocrita, Domiziano la bestiale, Procolo ed Eliogabalo la infame di laidezze supreme; insomma lì come in un Museo puoi studiare ogni maniera di tirannide, conoscerne le qualità, l'indole, i modi aperti, e segreti, diritti, od obliqui di tribolare la gente, e farne suo pro. Dopo la notizia della Libertà per amarla e praticarla veruna torna più utile quanto quella della Tirannide per evitarla ed aborrirla, perocchè questa sia quasi il rovescio di quella; così nella maniera stessa, e per lo medesime ragioni dopo considerato le facultà dell'anima umana fino a quale stupenda estensione si possano esercitare nel bene giova vedere del pari a qual punto estremo giungano nel male.--Costà i ladri non s'infingono, aperti rubano e la rapina ostentano; chiamansi Mummio o Verre, che quegli la Grecia, e questi Sicilia scorticarono come vittime sagrificate alla loro insaziabile avarizia. Caligola va franco alla volta di Giove, e gli strappa la barba e il manto di oro affermando che gli Dei non portano barba, nè patiscono freddo; mentre ora non si ardisce riprendere non già ai Numi, ma ai preti la male acquistata sostanza; in sembianza compunta, atteggiati a _confiteor_ ecco si accostano di scancio all'altare, ci si inginocchiano davanti, e quando il proto attendo a leggere in _cornu epistolæ_ il vangelo di San Giovanni acciuffano le candele, e soffiatoci su se le rimpiattano in tasca: poi chiotti chiotti tentano svignarsela, imbecilli! gli rivela ladri il puzzo di moccolaia che mandano i mozziconi rubati. Il popolo, che ripiglia il suo non ha bisogno di lavarsi le mani dentro l'acqua benedetta.
L'avarizia non piglia sembiante di amore di Patria, molto meno di umanità; truce è, e truce si mostra. Opimio console avendo per pubblico bando promesso pagherebbe a peso di oro il capo di Caio Gracco, Lucio Settimuleio vuota il cranio dello amico spento, e c'infonde piombo, perchè aumentato il peso il console gli cresca il prezzo, e poichè, somma avarizia sia l'agonìa del regno; tu vedrai per questo Tullia non rifuggire a passare sul corpo di Servio Tullio, e mentre torna trionfante ai domestici lari su carro di cui le ruote segnano per la via una traccia di sangue paterno empie di paura la città, e impone per sempre il nome di _scellerata_, alla via infame per tanto sterminio. Caio Toranio in grazia di procurarsi il favore dei Triunviri svela il luogo dove si tiene nascosto il padre, e somministra i segni perchè i sicari spediti a trucidarlo lo riconoscano. Il padre tratto fuori, più che di sè sollecito del figlio, domanda s'ei viva; rispondongli: vive, e te, con la sua delazione, ammazza. Il misero cadde trafitto più della morte dolendogli la causa della morte. Pari o peggio il fato di Lucio Vellio Annale, che mosso da paterno affetto mentre sotto mentita veste, essendo egli proscritto, si fa al campo Marzio per promovere nei comizi la questura del figlio, scoperto da questo, lo denunzia, e preponendosi ai littori ne segue le traccie, lo trova, e al proprio cospetto comanda, che gli tronchino il capo.
Potrai lagnarti d'ingratitudine, o sopportare con molesto animo l'oblio dei cittadini, ovvero arrovellarti altresì dei tradimenti, e delle persecuzioni dei tuoi carissimi un giorno, quantunque volte tu, miri Furio Cammillo accusato da Lucio Apuleio tribuno di peculato perchè, se la fama porge il vero, gli furono rinvenute in casa due porte di bronzo dalle spoglie etrusche, morire in bando ad Ardea? Nè con diverso guiderdone pagato Scipione Affricano secondo salvatore della Patria costretto a concludere la sua vita a Linterno; certo di questo fu volontario lo esilio, quello di Cammillo per sentenza, e quando nelle esequie del figliuolo si tribolava. Il primo della ingratitudine cittadina non pigliò vendetta oltre quella di negare le sue ossa alla Patria facendo questo suo proponimento scolpire sopra il suo sepolcro: _ingrata patria nè ossa quidem mea habes_[1]; vendetta veramente atrocissima, ma l'unica, che senza rimorso il cittadino può trarre dal luogo, che lo vide nascere, e nondimanco Cammillo hassi a giudicare più grande di Scipione, conciossiachè percosso dalla immanità dei suoi, e quinci cavando funesti auspici per la Patria supplicò gli Dei, che accettassero il suo capo, e delle pene espiatorie il colpissero.--Della miserabile morte di Marco Tullio Cicerone tutti sanno, o molti; Caio Popilio Lena da lui difeso, e salvato nell'accusa di parricidio, presso la spiaggia di Gaeta gli fu sopra mozzandogli il capo, e la destra: soldato era Popilio, suo imperatore Marco Antonio; a Roma nei tempi truci delle proscrizioni soltanto, fra noi in tempi ordinari coteste obbedienze soldatesche si lodano, si premiano, ed anco si presume onorare; pochi all'opposto sanno il caso senza dubbio più reo di Caio Cesare oratore, il quale dopo avere (arduo carico!) sottratto alla scure il capo di Sestilio accusato di maestà contro Silla, mentre a sua posta travolto nella proscrizione di Cinna supplica asilo nelle case del cliente, costui lo strappa dalle perfide mense, e dagli altari dei nefandi Penati e lo consegna a morte. Se ciò commettesse Sestilio per paura o per cupidità ignoriamo; ma se fu per paura di morte si mostrò indegno di vita, se per premio, degnissimo di morte.
[1] Quando il gran Scipio dalla ingrata terra, Che gli fu Patria, e il cener suo non ebbe, Esule illustre si partia, qual debbe Uom, che maschia virtude in sè rinserra; Quei, che seco pugnando andar sotterra Ombre di eroi onde la Italia crebbe, Arser di sdegno, e il duro esempio increbbe _Ai geni della pace, e della guerra_.
E comecchè così scrivesse l'abate Frugoni, viva Dio! è potente scrittura.
Le crudeltà antiche di Roma non vennero mai superate, eccettochè in Roma dalle più recenti dei Papi, e dalle modernissime del moscovita Alessandro, di cui l'amicizia è sì cara ai moderati di Francia. Contempla, fra infiniti, questo caso: Caio Mario in mezzo alle mense ricevuto l'odiato capo dell'oratore Marco Antonio lo stazzona con feroce voluttà, gli dice ingiuria, poi così sanguinoso con le proprie mani lo pone ornamento al convito, e Pubblio Annio, che glielo portò in grembo vuole che così imbrodolato di sangue si sdrai su i letti convivali; poi continuando a guardare per la storia vedrai tutta la stirpe di Mario di mala morte schiantata, e le sue stesse ceneri cavate dall'emulo Silla fuori del sepolcro e disperse su per le acque dell'Aniene.--Di Silla, se il cuore ti basta, puoi esaminare le quattro legioni senza misericordia trucidate nel campo marzio, e lui dire ai Senatori raccolti nel tempio di Bellona spaventati dagli urli, e dal rivo di sangue irrompente nel tempio: «non è niente: pochi ribelli ora si castigano per mio comandamento;» i cinquemila abitanti di Preneste anch'essi, affidati alla sua fede, e anch'essi con istrage promiscua ridotti in pezzi; i quattromila e settecento proscritti prima per odio, poi per cupidità; nè risparmiati la vecchiezza, ed il sesso; anch'egli si dilettò di morti con trucissima industria prolungate; anch'egli, come un dì gl'imperatori antichi posero nell'atrio delle loro magioni le spoglie dei popoli vinti, volle che nell'atrio della sua sopra tante aste conficcassero i capi di L. Scipione, di Giunio Norbano, e di altri parecchi. Mentre a piè del letto fa dai servi strangolare Granio vinto dall'ira muore per istianto di apostema verminosa; gli eredi arso il corpo, ne celano la cenere onde non avvenga a lui quello, ch'egli ordinò si facesse con la cenere di C. Mario.
Taccio della lascivia, mostruosa piuttosto che infame, di Messalina, che conduce pubbliche nozze, vivo Claudio l'imperiale marito, ricercatrice notturna di soldati pei guardioli, sfidatrice di femmine perdute a gara di vergogna. Nerone, ed Eliogabalo convitanti come a festa allo spettacolo di tali abbominazioni, le quali la notte non ha manto sì fosco, che valesse a nasconderle degnamente.
PARTE II.
Assedio di Roma.
Comprendo ottimamente la impazienza di coloro, che male ponno aspettare al canapo la storia di quanto il popolo oprò per avere Roma, e tenerla sostenendo il memorabile assedio, e di quanto sta per operare la monarchia, che se n'è accollato il compito: però importa non arrecarsi degl'indugi da un lato, perchè innanzi tutto bisogna che aggiustiamo qualche partita con Roma; dall'altro, perchè se dobbiamo compire il libro col racconto dei gesti monarchici per salire al Campidoglio noi potremo attendere un pezzo.
Dal primo assunto noi ci sbrigheremo presto come quello che è riposto in potestà nostra; quanto al secondo spetta alla monarchia e al suo governo e non a noi. Noi abbiamo pronte l'anima e la penna; sta alla monarchia apprestare le armi e combattere. Noi ci sentiamo sempre disposti perchè nostro ausilio sia Dio. La monarchia senza aiuti stranieri sembra non possa fare: almeno così ci afferma chi tiene il maestrato della guerra: più bellicoso, chi amministra l'erario: ma la guerra fin quì si è condotta con i cannoni carichi non con le casse vuote.
Parliamo di Roma sacerdotale, e poichè il Papa si vanta rappresentante in terra del principio di ogni giustizia, ch'è Dio, miriamo un po' qual diritto egli possieda, come ai diritti altrui chini la fronte, e se Dio possa manifestarsi alle sue creature per via di così indegna, o scellerata, o stupida cosa come fu la maggior parte dei pontefici romani. Tanti già favellarono su questo argomento, che potrà parere per avventura soverchio; e parrà male per due ragioni; la prima delle quali consiste in questo, che ogni uomo considera i medesimi fatti con modo suo proprio, accadendo nella speculazione quello, che succede nella visione degli enti fisici; ed abbine esempio nelle forme diverse, che gli alunni ricavano da uno stesso modello nelle scuole del disegno; onde ti senti quasi per mano condotto a sempre nuovo, ed inaspettato ordine di pensieri; la seconda ragione poi è quest'altra: che l'errore ti casca come macchia d'inchiostro su l'anima, e per poca stilla ch'ei sia ci vogliono brocche di acqua per isbrattarlo.
Il Conte di Cavour intorno a Roma manifestò due concetti, uno dei quali, per opinione mia, si ha da reputare buono, e l'altro no. Buono quello di combattere la Chiesa romana più con le armi della ragione, che con le armi di ferro; e forse era meglio dire, dovercisi adoperare ambedue, però con questo intento, che la potestà temporale intorno intorno segata dalla dottrina caschi al primo tocco, come la porta santa sotto il colpo leggerissimo del martello del Papa. Chi poi crede che si possa movere guerra efficace alla potestà temporale lasciando incolume la spirituale, non se ne intende, perchè con questo Roma ripiglierà la prima a tempo ed a luogo; già lo fece una volta e non si capisce perchè non l'avesse a fare da capo; se il ragnatelo rifabbrica la sua rete sette volte, la Chiesa tornerà a tramarla per lo manco settanta volte sette; nè tu spera col Sacerdote pace sicura mai se prima la sua usurpata potestà temporale non cessi, e la spirituale non si rimondi da ogni mescolatura di faccende terrene.
La Chiesa romana quando acciecata dalla superbia, e dal considerarsi tanto nella dottrina superiore al secolo, che la circondava, intese definirsi, fece come Licurgo quando piantò la vigna; ella si tagliava le gambe: custode alla immobilità sua pose la maledizione, e il fuoco: nè di roghi, nè di anatemi ella fece a spilluzzico; ma il pensiero non si brucia: anco ai roghi, anzi soprattutto ai roghi dello errore si accendono le torce della verità: quanto a maledizioni avvertite, che quelle dell'uomo ben possono percotere, e percotono l'uomo, ma l'uomo soltanto, mentre quelle della ragione rompono l'uomo e le sue frodi.--
E veramente noi confessiamo come l'uomo col suo intelletto non possa comprendere tutto: tra il cielo e la terra havvi uno spazio, che a sapienza umana non fu concesso penetrare; ma ciò non deve porgere argomento al Sacerdote di empirlo di terrori, di errori, e di fantasmi; aucupi di uccellatore cotesti per cavarne profitto ad ingrassare la mensa: se quì dentro sta chiuso un mistero per me, e tu Sacerdote a posta tua uomo come me, sovente meno di me, _adora e taci_.--
Chi di coltello ammazza conviene che pèra, ha detto Cristo, e con giustizia migliore poteva sentenziarsi: chi seminò l'errore raccatta la morte. Il Sacerdote avvolse intorno alle gambe della umanità una catena d'inganni agguantandola per la cima a fine di reggerne i passi, ma la umanità limandola per secoli con la opera della mente se n'è affrancata, mentre la cima impiombatasi dentro la mano al Prete lo tiene preso provvidenzialmente.
La vita è moto: la immobilità spetta ai cadaveri, ovvero alle cose inanimate: nè cessa soltanto il viandante che si ferma per le lande nevose della Siberia, bensì ogni istituto, che sosta a mezzo il cammino del suo perfezionamento: per condizione di vita l'uomo ha da rimanere incompiuto finchè duri sopra la terra; condanna sia, o grazia il suo intelletto si trova spinto a poggiare sempre e più sempre in alto affaticandosi a diminuire la distanza la quale intercede fra la mente umana e la mente divina.--
Che se ti oppongono: spenta l'autorità chi mai fie potente a creare la regola?--Cristo provvide a questo: l'uomo non la può imporre all'uomo, e la Chiesa non istà nello individuo, bensì nella comunione dei fedeli: così fu una volta, e così ha tornare ad essere: dai Concili composti di uomini guasti di ogni reo costume (e per ora invano gli speri diversi) non ti puoi attendere altro che miserie, più tardi ne uscirà regola e scienza: dalle legna secche prima non hai fumo, tristezza degli occhi, poi fiamma conforto delle membra assiderate?
L'altro concetto, che per me reputai pessimo e sbalestrato dal Cavour fu quello della _Chiesa libera nello Stato libero_. Se la servile piaggeria da una parte non generasse sempre temeraria prosunzione dall'altra, e se prima di avventurare proposte, le quali ci potrieno riuscire funeste le provassimo nella ragione di fatti per meditarci sopra conforme è debito di tutti, massime di cui regge gli stati, troveremmo come la Chiesa romana instasse un dì per siffatta separazione, poi ella stessa la togliesse di mezzo; ed ora ne aborrisca, e quasi fosse empietà la condanni; perpetua la contradizione nei detti, negli scritti, e nelle opere della Chiesa di Roma, comecchè ella sia tutto un prete, _un prete solo che striscia pari ad un boa immane traverso quindici secoli_: durante tre il Sacerdote raccolse nel suo cuore i raggi della divinità, e la sua via fu quella del paradiso; da quindici secoli a questa parte i passi di lui tendono per dritto tramite allo inferno; e nondimanco in mezzo alla contradizione proponesi fine immutabile; cotesta è volubilità delle vele da mulino per movere la mola, che macina il grano per casa.
Noi ci atterremo per non andare errati alle parole di Cristo, e mettendo il vangelo per falsariga sotto il cammino dei preti conosceremo a prova i passi loro essere quelli del granchio; nè vale opporre che la lettera uccida, e lo spirito ravvivi, conciossiachè la lettera di Cristo risplenda luminosa della luce dello spirito. I preti ad ogni piè sospinto ti vanno ripetendo santo Agostino avere sentenziato nelle cose dubbie doverci noi stare piuttosto alla interpretazione della Chiesa, che alla Scrittura, e quando pure l'opinione di questo santo facesse regola, tu nota com'egli dichiari la Chiesa non il prete, e che cosa sia Chiesa avvertimmo. Ma ai tempi nostri, Roma da imprudenti campioni non so bene se o tradita o difesa, sempre pertinace a rifiutare ogni riforma, scendeva nello arringo della discettazione: per questa guisa dopo renunziato il domma della infallibilità respinge anticipatamente i benefizi della disputa; anzi prima di disputare si confessa vinta, imperciocchè, il campo della disamina secondo lei, non avria ad essere libero e sconfinato, bensì all'opposto da lei definito e ristretto: ora chi a tale patto intende combattere si sente vinto.