Part 15
E tuttavia scrive Livio con la consueta sua magnificenza: «non senza consiglio gli Dei, e gli uomini scelsero cotesto luogo per porvi Roma; quivi colli saluberrimi la circondano, quivi il fiume destro per trasportare agevolmente dalle spiaggie mediterranee le vittuarie, e i cibi marini; prossimo ha il mare per le sue comodità, non però troppo da temere offesa di armate nemiche: luogo unico insomma per giacitura in mezzo alle terre d'Italia, e per augumento di Roma[1].»
[1] Lib. 5. c. 54.
Ma Livio non presagiva il dominio dei Preti capaci a disfare in tre quanto il Creatore fece in sette giorni con le poderose sue mani: e posto eziandio, che Livio movesse soverchio affetto ella è cosa sicura, che Roma sotto Augusto conteneva quattromilioni di anime, e ai tempi di Vespasiano il suo circuito sommasse a 13,200 passi. Roma aveva are, e sacerdoti, e vittime votive, e messi da parte gli emblemi di forza prepotente a ragione la salutarono ed effigiarono sotto Nerva Roma felice con in mano un timone per chiarire come a lei spettasse il governo del mondo.
Ora giova pel suoi nuovi destini, ch'ella sia così, imperciocchè l'uomo pigli amore alle cose che gli costano fatica, massime se trovi il compenso largo alla opera durata; la quale ragione essendo pari per gli obietti animati ovvero inanimati spiega la causa per la quale i padri tanto si appassionino pei figliuoli. Nè io mi condurrò mai a credere, che la natura ci abbia dichiarato perpetua guerra, però che questo sarebbe contrario al fine della creazione: di vero sebbene da prima più spesso e con maggiore ampiezza, oggi rado, e ristretto la natura agitandosi muta mari in deserti, e viceversa, e monti in valli o valli in monti trasformando orribilmente l'aspetto delle cose, pure gli uomini assai più tenaci delle formiche non isgomentandosi tornarono indefessi al lavoro, ed ora la natura quietata lascia vincersi, ma da mani valorose, ricordando in certa guisa i connubi spartani, dove al marito toccava usare una quasi violenza alla moglie, e ciò perchè accendendosi più veemente l'appetito ne nascevano figliuoli gagliardi a maraviglia e belli.
Dove mai per ricerche ed esempi si dimostrasse che la natura veramente sta in guerra contro l'uomo, con esempi manifesti e non meno copiosi mi rimarrebbe a chiarire come non sia da per tutto così; e nelle parti dov'ella soverchia troppo, l'uomo intontito si rannicchia nella inerzia, mentre all'opposto nelle meno dure cresce di coraggio facendo come alle braccia con la natura, e le fora i monti, le incatena torrenti, mette il morso al mare, le acchiappa il fulmine, e se ne serve da corriere, e ad altre maggiori audacie egli si attenta nè ella se ne cruccia: però non parmi vero, nè utile affermare la necessità della guerra perpetua della natura contro l'uomo, dello spirito contro la materia, della libertà contro la fatalità.
Quello, che io affermo troviamo giusto considerando che nulla impedisce, che Roma possa tornare quale fu prima, e qualche segno ne vediamo anco adesso nel bonificamento delle paludi pontine, e Roma, che cascò fino a non contare dentro i suoi muri oltre sessantamila anime, risorse a stato meno infelice.
Quivi città da popolare, terre a dissodare, culture a instituire, paduli a prosciugare; quivi elementi fruttuosi proposti all'esercizio delle industrie umane: Roma a conquistare; l'antichissima Roma diventò quasi un nuovo mondo aperto alla solerzia degl'Italiani; l'acquisto di terra agevole, ferace per lungo riposo, le opere da condurre, premio corrispondente alla fatica somministrano altrettante cause per desiderare di possederla, e posseduta tenerla per ogni verso accettissima.
Non importa, che Roma torni alla immane grandezza dei tempi di Augusto, e tuttavia bisognerà pure che cresca oltre quello che adesso è, per la quale cosa giova, che ella abbia luoghi vuoti di abitatori e desideri riempirli, e maggiormente diventerà scema per lo spulezzare di tanti scarafaggi forestieri usi a comparire dove si fa pattume, ed a scomparire dove il pattume si rinetta. Le varie parti d'Italia forniranno il proprio contingente di nuovi incoli che alla nuova dimora porranno amore pure ritenendo l'affetto per l'antica, donde certamente hanno da scaturire due beni, che Roma diventerà capitale di tutti, e di nessuno esclusivamente; Panteon delle rappresentanze dei diversi popoli italiani; stretta con vincoli quasi di parentezza con tutte le città italiche; l'altro, che i vari Municipi parranno come confusi in lei: nè dinanzi a Roma alcuno sentirà rimuginarsi dentro l'uzzolo di primeggiare; e cesserà una volta per sempre ciò che torna in supremo fastidio adesso, voglio dire che dove tu freghi di un'attimo le improntitudini municipali di Torino ti bandiscano la croce addosso come uomo insoffribile per misero ed eccessivo furore di campanile.
Che se la politica, e la economia indicano Roma capitale d'Italia, ragioni di etica ci sospingono gli spiriti italiani. Che importano libri costà? Lì ti parlano le ruine, e i sassi, e t'imprimono solenni insegnamenti. Odi Lutero; quando ei prima la vide racconta, che cadde sopra le ginocchia, e levate le mani al cielo esclamò: «Salute Roma, o la santa, o la consacrata dal sangue dei martiri... e pure adesso tu sei cadavere, mucchio di cenere.»
L'altro tedesco, cui reputò bello convertire la sua musa di fuoco in istatua di marmo, Pigmalione alla rovescia il quale rapiva il fuoco celeste per animare la sua creatura di marmo, il Goethe scriveva di Roma: «altrove ti è mestieri cercare, qui la copia ti opprime: ad ogni passo ti occorre o palazzo, o giardino, od arco di trionfo, o intercolonio, o ruina, o casuccia, o presepio così fitto che tu potresti disegnare ogni cosa sopra il medesimo pezzetto di carta. A che serve una penna? Qui bisognerebbe possedere mille stili, e non pertanto ti sentiresti vinto ogni giorno dalla sorpresa, dall'ammirazione, non meno che dallo spossamento.--Contemplando questa città che dura da oltre venticinque secoli tante volte, e così pienamente trasmutata di forma e d'indole, e che nondimanco sta sempre sopra la medesima terra e spesso co' medesimi chiodi, e co' medesimi arpioni, talora crediamo assistere al gran consiglio del destino, e partecipare ai suoi eterni decreti.--Roma è scuola solenne, dove ogni dì t'ispira troppe più cose, che tu non puoi con parole significare; e sarebbe spediente dimorarci per secoli chiusi dentro silenzio pitagorico[1].»
[1] Goëthe, Viaggio in Italia. 2. Parte.
E l'arduo Byron, il re dei poeti dell'anima, allo aspetto di Roma mandava fuori questi nobili concetti: «O Roma! O Patria mia! O città dell'anima! Gli orfani del cuore devono volgersi a te madre solitaria d'imperi estinti! Essi impareranno da te a comprimersi in petto i loro affanni meschini. Che sono di faccia ai tuoi i nostri patimenti, e i nostri dolori? Venite a vedere i cipressi, a udire i cuculi, ad aprirvi una viottola su gli sfasciumi dei troni, e dei tempii voi di cui le angoscie sono sciagure di un giorno... ecco un mondo fragile sotto i nostri piedi quanto la nostra creta[1].
[1] Canto IV del Pellegrinaggio del Fanciullo Aroldo.
Roma dalle: «Antiche mura, che ancor teme, ed ama «E trema il mondo quando si ricorda «Del tempo andato e indietro si rivolve»[1]
[1] Petrarca.
Affermano Roma avesse tre nomi uno sacerdotale ed era _Flora_ o _Anthusa_, l'altro civile, che fu _Roma_, il terzo misterioso _Amor_. Quanto a me credo di ciò sia niente e l'_Amor_ nascesse da leggere alla rovescia il nome _Roma_; chè se mai avessimo a reputare vera la leggenda questo noi impareremmo di più, che ammonita fino dai suoi primordi ad amare trasgredì perpetuamente al precetto, donde le venne quel fascio di miseria, che sbigottisce i suoi stessi nemici, e tuttavia dura; imperciocchè nè senno astuto, nè prodezza di braccio valgano dove manchi amore.--Non può accertarsi, pure è da credersi, che la umanità ti ami quando le rompi con l'ariete i muri di casa per farci penetrare la luce, e certo poi ti esalterà se le apporterai un tanto benefizio per virtù di persuasione, e la tua potenza poggerà sopra saldi fondamenti; ma il dì che inebbriato della scienza, o della forza farai sentire agli uomini che tu mutasti loro la soma non la servitù, quel dì avrai pronunziato la tua sentenza di morte; immaginando incatenare altrui ti accorgerai avere incatenato te stesso; nel porre agli altri un limite te diffinisti; e le cose finite sono destinate a perire. Roma imperiale è morta, e nonostante le jattanze dei preti le tiene dietro Roma sacerdotale. Il Vaticano in breve starà di contro al Campidoglio come sovente occorrono nei tempii cattolici un sepolcro dirimpetto all'altro; la Roma nuova ha da meritarsi lo emblema, che ho detto vedersi nella medaglia coniata in suo onore ai tempi di Nerva, col timone nelle mani, quasi preposta a guida del mondo; imperciocchè fosse antico instituto di lei dare la nozione del diritto ai popoli _jura gentium_; e le sue leggi meritamente si chiamassero la ragione scritta, onde come i ruderi delle fabbriche romane ti occorrono per tutta la terra conosciuta, i frantumi dei sapienti responsi dei suoi giureconsulti tu trovi in ogni codice di popolo civile; nè questo, io penso, deva riputarsi vanitosa prosunzione, però che posto ritornasse in fiore un senato romano il quale stesse a pari dello antico invece di ricorrere all'arbitrato di qualche principe divenuto savio più che per altro per anni, e per isventure lice credere, che volessero preferirgli un consesso di uomini per forte volere temperanti.
Roma di tutto ti si farà maestra, nè con parole inani, tristo retaggio del secolo tabella, bensì con esempi gagliardi i quali solo possono rimettere i nervi a queste nostre generazioni sfatte. Sì tu apprenderai a che meni lo screzio tra patrizi, e plebei, e come sia più prudente invece di partecipare a questi i privilegi dei primi, torre via le disuguaglianze non solo al cospetto della legge bensì per quanto fie possibile nelle sostanze mercè gli ordini della buona economia, negl'intelletti in grazia della diligente educazione.--Roma t'insegna come gli stati precipitino quando una classe dei cittadini accaparrati per sè gli utili, e il seguito che vengono dai pubblici offici ne pretenda escluse le altre, e i governi diventino consorterie ingiuste sempre per necessità ingiuriose, provocataci, e superbe le quali contese se finiscano con certa maniera di empiastri dove veruna delle parti rimanga soddisfatta è male, e se per tumulti dove scapitino tutte è peggio: guai se mettano capo agli esilii, alle carceri, e al sangue. I Gracchi, come avvertiva il Mirabeau, morendo gittano all'aria un pugno di polvere insanguinata, e da cotesta terra nasce Mario. Mario suscita Silla, quindi a breve Tiberio erede della Repubblica strangolata; poi i Barbari giù dalle Alpi a mo' di Lupi accorrenti all'odore del sangue.
Quivi Stolone ti si conficca nella mente immagine perenne del plebeo povero abbaiatore dei ricchi, che fa mettere la legge, veruno cittadino si attenti acquistare oltre i cinquecento jugeri di terreno: raccolta poi buona quantità di pecunia ei ne compra mille; nè per onestare la cosa gli giova metterne cinquecento in testa del figliuolo, che posto in accusa da Popilio Lena con la sua medesima legge è condannato.
Roma per norma al popolo nostro di costume veramente civile, onde come a pietra di paragone ci provi i suoi uomini, ti addita un Marco Rutilio Censorino, il quale eletto per la seconda volta censore raduna il popolo e lo ripiglia severamente perchè con siffatta elezione prolungasse la durata di un ufficio, che i padri ordinarono breve come quello, che conferiva soverchio seguito; un Fabio Massimo cinque volte consolo, ponendo mente il padre, l'avo, e il bisavo avere tenuto il medesimo maestrato, arringare il popolo per dissuaderlo a eleggere il suo figliuolo, non già per manco di virtù, che in lui concorrevano copiosissime, bensì perchè fosse di esempio pessimo il continuato imperio nella medesima famiglia; uno Scipione Affricano, che contrasta al popolo la facoltà d'inalzargli statue, e decretargli qualunque onore o mercede perchè combattendo i nemici della Patria egli compiva il debito di cittadino, e non altro.
Colà in Roma apprenderai il cittadino armato non estimarsi nè essere tenuto da più degli altri, anzi o meno, o da guardarsi maggiormente come quello, che può riuscire da vantaggio pernicioso alla repubblica; anteponendosi a buon dritto Licurgo, Solone, Numa e simili a Temistocle, ed a Cammillo però che questi con le armi tutelassero la Patria una volta sola, mentre gli altri con le leggi provvidero alla prosperità, e sicurezza futura di quella: nè ciò per sentenza del solo Cicerone, bensì degli stessi imperatori Leone ed Antemio, e consegnata nelle leggi dove si trova scritto, «che non solo quelli i quali sono armati di corazza, di scudi, e di brandi militano per lo impero, ma i giurisperiti altresì; militano coloro, che fidati nel glorioso dono della eloquenza difendono le speranze, la vita e la posterità dei cittadini[1]»
[1] Lex. 14. Cod: de Adv: diversorum Judiciorum.
Le armi cedevano alla toga; e se taluno si attentava affermare in mezzo allo strepito dei ferri non farsi sentire la voce delle leggi questo soldato era Mario, che poi ruppe ogni legge. In Roma Postumio Tuberto, Manlio Torquato consoli dannano a morte i propri figliuoli perchè malgrado il divieto loro avessero assalito e vinto i nemici. E se Papirio dittatore dopo avere condannato alle verghe Fabio Rulliano, che senza ordine del dittatore combatte e rompe i Sanniti, gli rimette la pena ciò fa annuendo alle preghiere del popolo romano, e dei tribuni suoi mossi a compassione del padre di Fabio già dittatore, tre volte consolo, e salvatore di Roma; con questi, e tali altri esempi si mantenne la disciplina costà, e vi sarebbe comparsa, come veramente ella è, immane cosa, che un soldato avesse ardito, come testè accadde a Torino, presentatosi in Parlamento vantarsi avere trasgredito la legge; mostruoso fatto da invertire ogni ordine della Repubblica, che l'Assemblea lo lodasse, ruina espressa della Libertà poi se con guiderdone siccome benemerito lo avessero proseguito.--Più tardi la Repubblica rimase contristata da simili esempi, ma allora i soldati non obbedivano più la legge bensì l'uomo, non cittadini, bensì gladiatori, infesti per fermo alla Libertà, non però meno esiziali al tiranno, che vie vie ammazzano mettendone il trono allo incanto.
A Roma imparerai come nelle guerre civili il Capitano non pigliasse titolo d'imperatore, nè vincendo gli rendessero grazie per decreto, nè egli ardisse menare l'ovazione, molto meno il trionfo. C. Antonio, spenti Catilina ed i compagni suoi, ordina ai soldati lavino le spade, e si purifichino innanzi di entrare nel campo; e non, che altri Mario, e Silla t'insegneranno a Roma come le vittorie su i cittadini sieno eventi luttuosi da consacrarsi agli Dei infernali, quegli fuggendo dai tempii, e dagli altari, questi omettendo le immagini delle città vinte nelle guerre civili quando menò il trionfo. A Torino sì esulta quando si vince non già Catilina, bensì Garibaldi, non avversi ma amici, e si largheggia a danaro, e si promuove a gradi superiori.... Andiamo a Roma; che esempi di temperanza civile, e di grandezza italiana non ci può dare Torino.
A Roma cotesti sassi, la terra stessa ti diranno con quali arti si crei un popolo grande, e creato si mantenga; essi ti rammenteranno come il Senato romano dopo la disfatta di Canne per nulla sbigottito inviasse soccorsi nella Spagna; ed esposto allo incanto il terreno occupato dal campo cartaginese, mentre il nemico instava minaccioso a porta Capena, non pure lo vendono, ma sì no cavano il maggiore prezzo delle garose licitazioni: lì imparerai come coteste anime non meno eccelse, che sapienti, invece di empire il mondo con la confessione della propria fiacchezza reputano più disutile vincere co' soccorsi stranieri, che dannoso perdere in sè solo fidati quando in procinto di rompere la guerra a Pirro udirono come i Cartaginesi spedissero in ausilio di loro cento venti navi mandarono un legato per licenziarle, però che essi costumassero imprendere le guerre, che si sentivano capaci a sostenere senza bisogno di soccorsi; altrui. Oggi un Ministro della Guerra a Torino bandisce al mondo, che la Italia con quattrocentotrentamila uomini (non mai i Romani ne adunarono tanti!) nulla può senza il soccorso di Francia. Andiamo a Roma che maestra di grandezza non ci può essere Torino.
Anco altrove, che che calunniando la umanità si attenti sostenere la empia setta la quale nega in altrui la virtù, ch'è morte alla tristezza sua, anco altrove, massime a Firenze, puoi conoscere quanto sagrifizio in pro della Patria sappiano fare i popoli accesi nel santissimo amore che lei; ma in Roma questa virtù diventa febbre. I Deci padre, e figliuolo si profferiscono vittime volontarie alla salute di Roma; e lasciando del sangue se favelliamo di averi, che chiamano secondo sangue, e a troppi troppo più caro del primo, nota, nella seconda guerra punica gli universi cittadini chiesero, remossa ogni causa di esenzione, essere accettati a pagare il tributo, le donne dettero gli ornamenti muliebri ed i fanciulli, non potendo altro, le insegne della loro _ingenuità_ la bolla e la pretesta; nè cavaliere, nè centurione domandò il saldo durante la guerra: i padroni dei servi affrancati da Sempronio Gracco a Benevento ne ricusarono il prezzo. Che più? Gli appaltatori delle feste religiose informati come per penuria di pecunia pubblica il Senato stesse per sospenderle, si proffersero continuarle a proprie spese col patto, che al termine della guerra ne sarebbero soddisfatti; ed anco a cotesti tempi per mercadanti parve avessero toccato le colonne di Ercole della liberalità.
Nè altrove come a Roma tu avrai esempi del modo col quale la uguaglianza civile con tutte le potenze dell'animo si prosegua, e del modo feroce onde si punisce chi la insidia. Genuzio Cepione pretore mentre esce da una porta percosso da non so quale prodigio consulta gli auguri, che lo chiariscono lui destinare i fati a re di Roma ove mai ci ritornasse: da tanta scelleraggine aborrendo ci si condanna a perpetuo esilio. I Romani in memoria del fatto ed in laude dell'uomo su cotesta porta ponevano la sua immagine condotta in bronzo; però la porta ebbe nome di _Raudusculana_, chè in antico il bronzo si chiamava _raudera_.--Spurio Cassio Vescellino sendo tribuno della plebe propone primo la legge agraria per gratificarsi il popolo nel pravo intento di assoggettarselo poi. Cessato lo ufficio il padre Cassio convoca il consiglio di famiglia di parenti, e di amici, e lui accusa e convince d'insidia alla libertà della Patria; da tutti dannato ordina il padre si uccida con le verghe; il suo peculio consacra a Cerere; e Plinio ricorda avere veduto ai suoi tempi il simulacro di Cerere fatto col danaro di Spurio Cassio[1]. Bruto ammazza Cesare senz'altro rito, che con ventitrè pugnalate. Questi i tiranni pallidi di paura urlano essere atti feroci, e meritamente; costoro fanno il loro mestiere; ed è ragione, che lo ripetano a coro i complici della tirannide. Diversi noi, consideriamo che pigliare un giudice e mutatolo in mannaia mozzartene il capo, ovvero la legge e convertitala in corda stringertene il collo, o i figli del popolo ed avventarli soldateschi mastini alla gola del popolo, troppo più rimescola sottosopra il consorzio civile che non il pugnale immerso nel cuore al tiranno. Rotta, che sia una volta la legge sottentra la violenza, per la quale cosa non si conosce con che diritto si presuma che altri ti faccia la guerra a modo tuo, e non in quello, che altri giudica per ottenere su di te vittoria facile e intera. Strana cosa! Un dì altari inalzaronsi ai trucidatori dei tiranni, e si ebbero il pregio di eroi, e di semidei; andarono lungamente celebrati nei peana argivi Pelopida, Timoleone, Trasibulo, Armodio e Aristogitone e simili: oggi, se antichi riverisconsi, e nelle scuole rammentatisi modello alle giovani menti, se moderni si dannano agli Dei infernali. Che gl'imperatori moltiplichino affannosi i delitti di lesa maestà, e affermino capitale delitto il negato saluto alla propria immagine provandolo poi a suono di scure, bene sta; e' sì arrabattano a fare il loro mestiere, ed anco s'intende che per paura rabbiosi, o per cupidità convulsi lo vadano ripetendo i satelliti che tengono dintorno, e da loro ricavano infamia, pane, e ardire; ma che altresì lo bandiscano uomini che presumono avere a cuore la Libertà non s'intende, molto più che così non la intendeva nè anco Marco Aurelio imperatore, il quale consegnando la spada emblema della sua carica al Prefetto del palazzo gli diceva: «piglia questa e se impero retto difendimi, se iniquo uccidimi.»
[1] «Romae simulacrum ex aere factum Cereri primum reperio ex peculio Sp. Cassio quem regnum affectantem pater ejus interemerat.» PLIN. lib. 3 4. Cap. 4.
Roma con le sue rovine ti ammaestra che pari fato attende quel popolo il quale recandosi a tedio il lavoro stende le mani alla elemosina dei cittadini, e più funesto assai ai doni dei re. La dovizia lasciata dal re Attalo al popolo romano fu proprio la camicia di Nesso, ond'ei rimase incenerito. Benefattore della umanità è quegli, che appresta lavoro alle mani, e scienza allo intelletto del popolo: ricordi sempre costui come quando il cozzone intende saltare sopra le groppe del puledro gli presenta blando nel cavo della palma la biada, e Cesare mentre con le larghezze del suo testamento pare liberale al popolo romano porge la cima della catena di cui lo ha avvinto al successore Ottaviano: il popolo corrotto la celebrò bontà di amico, e fu libidine di tiranno che nè anco per morte si attuta.