Lo assedio di Roma

Part 13

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Questo intorno ai capitani; circa le milizie quando per tutta Italia andavano famose le Bande nere, ed anco la ordinanza della Milizia fiorentina le soldatesche del Piemonte si reputavano le più scadenti di tutte.--E perchè non paia avventato e maligno il mio dire, siami lecito riportare quanto trovo sparsamente scritto intorno ai capitani, e alle milizie piemontesi durante il secolo decimosesto nelle relazioni degli ambasciatori veneziani arguti nell'osservare quanto schietti nello esporre. Ora di queste relazioni io ne conosco cinque, stampate a Firenze; la prima è di Andrea Boldiù la quale è tratta dalla biblioteca Capponi insieme coll'altra del Lippomano, che al nostro scopo non approda; due ne somministra l'archivio reale di Torino e sono di Sigismondo Cavalli, e di Giovanfrancesco Morosini, l'ultima pubblicava il signor Cibrario. Quanto a' capitani; e ai soldati afferma il Boldiù: «ha parlato assai sua eccellenza; sebbene non ha terminato cosa alcuna di dare forma alle genti del suo paese nel modo che sono le cerne di vostra serenità, che si chiamano ordinanze; per le quali già ha fatto _colonnelli e nominati molti capitani, pochissimi dei quali sono, come intendo, che abbiano comandato in guerra alcuna_. E cercando io poi di sapere quanto si sperava, che potesse essere il numero di queste ordinanze mi viene affermato, che per servire nel paese ascenderiano a 24000 uomini, ma volendo condurli fuori non passeriano 8000, ma questi buoni veramente[1].» Il Cavalli più alla recisa: «di uomini da guerra, che abbiano servizio con sua eccellenza, _nè dei suoi sudditi_, nè di altri vi _ho conosciuto persona di gran nome o valore, salvo che il Signore della Trinità_, il quale vostra serenità avrà inteso nominare per le operazioni onorate che fece alle imprese di Cuneo e Fossano.... _il signor Duca non si serve gran fatto di lui, prima perchè non vuole mostrare, che quello che fa sia per consiglio del medesimo; poi_ (nota, o riponi in mente lettore) _perchè dove tutti gli altri suoi servitori gli parlano con molta timidità, lui per dire il vero O quando si trova in Corte parla più liberamente... per tal causa vive il più del tempo ritirato in casa sua_. Vi è ancora il signor Masino, che a tempo di guerra era vice-duca, questi è galantuomo e cavaliere liberale, ma nel _fatto di guerra non ha mostrato virtù sopra gli altri_. Il conte d'Arignano ancora lui è prudente gentiluomo, ma non ha _fatto operazioni, che, meritino essere rammentate più, che tanto_. Restano alcuni privati capitani, che si possono riputare _buoni soldati_, ma non sono persone di grande portata[2].»

[1] Relazioni venete, Serie II, vol. 1. p. 136.

[2] Relazione dell'Oratore Cavalli. Relaz. degli Amb. veneti. S. II. Vol. II, p. 33.

Più spezialmente circa la qualità dei soldati, e l'indole dei piemontesi l'oratore Giovanfrancesco Morosini informa il Senato: «il letto loro è pieno di foglie di alberi per la molta povertà, del paese non tanto causata poi in effetto dalle lunghe guerre, e continue, che ha avute, quanto da una _naturale viltà e dappocaggine di quei popoli_; la quale ancora è causa, che con tutto che pei tanti anni continui sieno stati nudriti ed allevati nelle guerre, _non sono però_ al giudizio di molti, da essere tenuti per _molto atti allo esercizio delle anni per non dire, che sieno inettissimi a quello_.»

Questa relazione del Morosini va copiosa mirabilmente di notizie intorno alla milizia del Piemonte; chi ne abbia talento (e lo dovrebbe avere, ma ne dubito, perchè la gioventù in mal punto oggi si mostra aliena dagli studi, massime storici) può esaminarla intera; al mio assunto giova cavarne questo altro tratto: «ha il signor duca, oltre alli presidi, una milizia di 16000 fanti bene armata sotto quaranta insegne, le quali prima erano 66, ma sono state questo anno ridotte al numero di quaranta, a fine di scansare le spese dei capitani, e degli officiali di 26 compagnie; e li fanti sono stati distribuiti in modo, che in ogni bandiera saranno 400 fanti, e sua eccellenza viene ad avere avanzato 5200 scudi all'anno. Queste genti sono al governo di 42 gentiluomini, tutti suoi vassalli, salvo che uno, ch'è il signor Guido Piovene suddito della serenità vostra e gentiluomo vicentino...... Questi tutti hanno nome di colonnelli e sono stipendiati diversamente l'uno dall'altro, avendo chi più, chi meno secondo la inclinazione di sua eccellenza. _Questa gente, come ho detto di sopra, non è molto atta allo esercizio delle armi_, salvo, che certa poca quantità verso Fossano, e il Mondovì, li quali per essere tra loro stessi in perpetua gara riescono più esperti, e pronti a menare le mani, che gli altri; ma _quanto più sono buoni allo esercizio delle armi tanto più sono fastidiosi, ed insolenti ad essere governati, e disciplinati. Fa usare sua eccellenza molta diligenza per tenere bene disciplinata questa milizia_ facendo mostre spessissimo, alle quali molte volte si trova di persona sperando pure con questo frequente esercizio doverle _levare da quella naturale pigrizia, che hanno; ma difficilmente credo, che vi riuscirà essendo più forte la natura, che l'arte_[1].»

[1] Relaz. ven. S. II vol. 2. p. 130.

Da principio Emanuele Filiberto pare, che facesse capitale sopra i popoli di Savoia, sicchè Sigismondo Cavalli racconta egli avere, per lo scopo di assicurare i stati, «principiato a fare le cernide, ovvero ordinanze dei suoi popoli, ed obbligare ogni comune a dare tanti corsaletti, picche, archibugi, e morioni; e già quelli della valle di Aosta _debbon essere in buono stato_, perchè quando sua eccellenza passò di là, tornando di Savoia, volle vederne la mostra, la quale riuscì assai bene[1]» Senonchè Francesco Molino dopo dieci anni nel 1574 referendo al Senato così favella di cotesta medesima milizia: «i popoli che abitano la Savoia sono per lo più _timidi_, e _vili_: non si danno ad alcuno esercizio, e nè tampoco a quello delle armi, e fecero vedere questa poca inclinazione alloraquando il duca ordinò una milizia, per la quale avendo speso più di seimila scudi in arme, in poco tempo fu ritrovato, che dei _morioni, e corsaletti se n'erano serviti a fare delle pignatte e degli spiedi_[2].» e comecchè poco più innanzi afferma i popoli del Piemonte più atti ad adoperarsi, più capaci di disciplina, o più industriosi dei Savoini, non si sa bene con coteste premesse s'egli intenda più avvilirli ovvero commendarli.

[1] Relaz. ven. S. II. vol. 2. p. 37.

[2] Relaz. ven. S. II. vol. 2. pag. 246. Innanzi però di pigliare congedo dalle Relazioni degli Oratori Veneti giovi cavare da loro, a fine d'instituire i debiti confronti quale, la gratitudine del duca Emanuele Filiberto fondatore vero della casa di Savoia verso coloro che nella fortuna avversa lo sovvennero col sangue e con gli averi. «Quelli poi che sono stati fedelissimi a sua eccellenza e l'hanno in ogni tempo servita, si trovano di malavoglia, perciocchè quando aspettavano, tornati in Patria, ed a casa di avere alcuna mercede per essersi tanto tempo trovati spogliati di quanti beni avevano, vedono che solamente si danno a loro parole, ed all'_incontro a quelli che sono stati totalmente contrari a sua eccellenza si danno maggiori onori, che vi sieno e sono adoperati prima degli altri, il che mette alle volte in disperazione tale, che prometto a vostra Serenità, che si conosce chiaramente che muterieno voglia se tornasse il tempo com'era prima della guerra_. Relazione dell'Oratore A. Boldiù. S. 2. vol. 1. p. 441. Rispetto all'osservanza nella quale tenevasi il Consiglio di Stato, e le deliberazioni di lui..» In questo consiglio rare volte si trattano materie di stato, o solo allorquando vuole servirsi sua eccellenza delle deliberazioni di quello _per causa sua_, come fece ultimamente con accomodarsi con quelli suoi di Agrogna, perciocchè disse, che ciò fatto aveva perchè aveva così deliberato tutto il consiglio di Stato......Poi domanda sua eccellenza li pareri loro, e dice:--io intendo che si faccia così:--o pure si leva dicendo:--_si delibererà poi_--e molte volte occorre, che sua eccellenza non va al consiglio, e se vi si trova non si obbliga molto a quello, che sarà parso alla maggior parte di quelli, che vi sono. E dirò più, che io ho saputo per certo, che fu un giorno deliberata una materia d'importanza alla presenza di sua eccellenza, e di ciò fu commessa la lettera per la esecuzione al Signore Fabri secretario deputato a detto carico, ma sua eccellenza fece poi chiamare esso secretario in camera sua, ed ordinogli altramente, onde fu eseguito per lo appunto il contrario di quanto era stato deliberato con maraviglia di tutti quelli consiglieri suoi. Di modo che si può dire assolutamente che delle cose sue sua eccellenza intende, o vero vuole e delibera a sua voglia sola.» Il che si rassomiglia come uovo ad uovo al Consiglio convocato da Serse prima di rompere la guerra con la Grecia dov'egli dopo salutati i Satrapi, secondochè ci testimonia Valerio Massimo al capitolo quinto del Libro IX della opera sua, così prese a dire: «non ho voluto parere di fare le cose di testa mia, però voi vi avete a ricordare come vostro debito sia non consigliare bensì obbedire.» Adesso qualche cosa circa allo amore di Emanuele Filiberto archetipo dei Reali di Savoia per la onesta libertà dei popoli, nonmenochè dello studio ch'egli poneva a mantenere gli antichi loro diritti: «per dimostrazione di questa sua potestà, continua il medesimo oratore, che intende, che sia _assoluta non ha voluto tenere li tre stati del suo paese, come l'obbligano le convenzioni antiche della casa di Savoia con li suoi confederati, osservate sotto ciascun altro principe passato_.» Che cosa poi fossero questi tre stati si ha dall'altra Relazione di Francesco Morosini, il quale rincalza la testimonianza del Boldiù: «solevano al tempo degli altri duchi di Savoia essere divisi in tre parti, che loro dimandano stati, cioè cherici, gentiluomini feudatari, e gente popolare; li quali erano convocati dai duchi sempre quando volevano qualche donativo dal paese, o mettere qualche angaria ai popoli, e con questi si accordava il lutto. Ma dopo il ritorno in istato di questo signor duca, parendo a lui di averselo acquistato con la spada alla mano, e _che la ragione di guerra voglia, che i popoli restino liberamente alla discrezion dei principi, perdendo ogni privilegio, che per lo innanzi avessero ottenuto nei tempi in cui si erano volontariamente dati, però non è mai parso a sua eccellenza di fare questa convocazione, ma ha voluto disponere a modo suo liberamente mettendo da se tutte quelle angarie che gli è piaciuto mettere, di che universalmente tutti ne restano male soddisfatti_.

E tu considera fede, e giustizia: imperciocchè se i suoi dominii erano venuti in potestà altrui ciò doveva attribuirsi a difetto del debito del principe, il quale consiste appunto nel difendere i popoli al suo reggimento commessi, onde non egli ad altri, bensì altri a lui doveva farne pagare le pene. E questo come vero in massima si trovava verissimo in pratica, essendochè i popoli non fossero venuti meno alle difese, nè alla devozione; mancò il duca al popolo non il popolo al duca; anzi Chieri abbandonato si difese per modo, che quando il presidio ne uscì gli uomini e le donne pei patimenti sofferti parevano fantasmi; a Rivoli, disertate le sue campagne, vide morire mille persone, tra cui molte per fame, e tre soli nascere. Cuneo respinse l'assedio dei Francesi, affaticandocisi dintorno non pure gli uomini, ma le donne altresì, tra le quali famose Giovanna sorella al conte di Etremont, ed Eleonora dei Rabìa; la terra della Trinità in pena del pertinace soccorso apportato a Cuneo rimase dall'Annibault quasi distrutta: la difesa di Nizza, e il valore della Segurana conosca il mondo così, che ogni parola intorno a quella parrebbe soverchia.--La tirannica ingratitudine di Emanuele Filiberto tanto più offende ogni senso morale, che proprio contro la volontà espressa di Carlo III, suo padre, i Nizzardi gli salvarono Nizza, e lui. «In queste strette, attesta il _Ricotti Storia della Monarchici piemontese_ l. 4 p. 252, l'ardire e la fedeltà dei cittadini di Nizza, e dei soldati parte Piemontesi, e parte Savoini, che presidiavano il castello, salvarono _il Duca, e forse la monarchia_.» Intimati dal Duca di consegnare Nizza al Papa Paolo III, ovvero allo Imperatore Carlo V. i Nizzardi rispondono: essersi dati a patto, che non venissero mai ceduti nè alienati senza il consentimento loro; e dove questo accadesse essersi riservati il diritto di resistere con le armi, e tanto oggi essere risoluti fare, e senza dare tempo alle risposte gridando: _Savoia_! costrinsero quel duca dappoco a tacersi scornato. Il presidio del castello preso odore che i Signori di Musinese e di Bourges, quegli capitano, e questi luogotenente volessero tradire, e forse era sospetto, li cacciarono via non senza un carpiccio delle buone; poi udendo che il Padre Carlo aveva menato il figliuoletto Emanuele Filiberto al bacio dei _santi piedi_ di Paolo III padre di Pierluigi Farnese proruppero a furia sotto la guida di Aimone di Lullin, e di Grato di Provana, lo ripresero, e menatolo in castello giurarono difenderlo, finchè il fiato reggesse. Questo singolare duca di Savoia di certo non pensava a riunire sotto la sua dominazione la Italia, dacchè ponesse tanta smania a sottoporre i suoi sudditi alla straniera dominazione quanto altri ne mette ora a liberarneli, per modo che non contento se non si provava all'ultimo cimento, raccolti così soldati come cittadini Nizzardi nella piazza di San Giovanni egli prese a dire: «ma, signori, voi siete sudditi miei; io sono vostro principe e signore, o perchè dunque non volete, che il papa e lo imperatore alloggino nella città e nel castello quando ve lo dico io?» Risposero: «voi siete nostro signore, e sarete; viva Savoia!» e più pertinaci, che mai di non volere ammettere persona se ne andarono via: della quale risoluzione vivendo il duca in ansietà grande ebbe dal Provana il conforto di queste parole: «Non si dia pena Eccellenza, che questa volta le rape di Savoia, il burro di Piemonte, e il porco salato di Nizza hanno fatto insieme una pietanza, che ne anco il diavolo ne mangerebbe.» Emanuele Filiberto molti anni dopo, aggiunge il Ricotti su le testimonianze del Lambert, e del Gioffredo, confessava all'ambasciatore di Venezia avere potuto conoscere sicuramente che Carlo V. voleva rubargli Nizza per servirsene con Villafranca per iscala da passare dalla Spagna in Italia. Io non aggiungo parola però che mi parrebbe sciupare la impressione, che arreca tanto mostruosa ingratitudine. E nè manco era vero, che il duca avesse ricuperato il Piemonte con la virtù delle sue armi; egli lo riebbe per rimbalzo delle guerre con varia fortuna combattute tra Francia, Spagna ed Inghilterra; il trattato di Castello Cambresi non restituì ad Emanuele Filiberto nè tutti, nè definitivamente i suoi stati; la Francia conservò le piazze di Torino, di Chivasso, di Villanova, di Asti, di Chieri, e di Pinerolo obbligandosi a restituirle dopo assettate le sue differenze col duca per via di congressi, o di arbitri; e ciò avvenendo la Francia arebbe smantellato del Piemonte e della Savoia le piazze, che le sarebbe parso. La Spagna per converso terrebbe presidio in Asti e Vercelli finchè non isgombrasse la Francia. Inoltre toccò a Emanuele Filiberto, giovane di trentuno anno, chiudere gli occhi e mandare giù la _pillola amara_ della moglie Margarita sorella del re di Francia donna attempata di 40 e più anni; nè questo è tutto: Nizza, la prode, e fedelissima Nizza, allora, come ai dì nostri, turpemente sagrificata imperciocchè pel trattato di Grudendal tra Filippo II e il duca rimanesse stabilito che il re metterebbe e pagherebbe il presidio del castello di Nizza, e dei forti di Villafranca; darebbe in dote 60 mila scudi a donna Maria figliuola naturale del duca: i castellani giurerebbero fedeltà al re e al duca, e morendo questi senza eredi il re diventerebbe assoluto padrone di coteste terre.--Gli scrittori piemontesi confessano siffatto accordo frutterebbe a Emanuele Filiberto _eterna infamia, se la ineluttabile necessità non lo scusasse_;--dacchè, essi aggiungono, il duca non avesse parte nel congresso, e fosse del tutto in balia della Spagna, salvo lo aiuto che per emulazione gli potesse venire dalla Francia; la quale cosa posto, che sia, come la raccontano, gli è falso espressamente il pretesto, ch'egli allegava per dominare assoluto, la liberazione dei suoi stati dal dominio straniero per virtù di arme.

Nè gli scrittori piemontesi negano questo; al contrario facilmente confessano, che sul cominciare del secolo decimosesto _il difetto_ di coltura _non era compensato con la gloria delle armi_, le quali erano misere ed incerte; e la difesa dello stato non usciva già dalla copia, nè dalla prodezza delle milizie paesane, bensì dal danaro proprio, e dall'avarizia altrui.--

Ma non è vero, che negli altri stati d'Italia si procedesse a quel modo; anzi il vero è al contrario, nè gli stessi Scrittori piemontesi lo ignorano, dacchè lo stesso Ricotti nella Storia delle Compagnie di ventura in Italia ci attesti Firenze e Orvieto fino dal 1350 avere istituito i balestrieri del contado per affrancarsi dalla infamia della milizia mercenaria; e Venezia più tardi con l'ordinamento delle cerne; ed altri altrove; ma più che tutti da capo Firenze la quale a' conforti di Antonio Giacomino Tebalduccio, e di Niccolò Macchiavelli instituì nel 1506[1] la ordinanza della milizia fiorentina con le prescrizioni, e norme che si leggono per le storie, e da prima furono diecimila nel contado di Firenze solamente fanti, sei anni dopo si fecero anco cavalli nel numero di 500. Questa abolita dalla tirannide dei Medici, ecco Giovanni dalle Bande nere formare la stupenda milizia di cui la memoria ancora non langue, e sicuramente coll'occulto concetto di stabilirla arnese per acquistare gagliardo stato in Italia, e difenderlo contro ogni straniera soperchieria; da questa onorata scuola, cessata la tirannide medicea, risorsero le milizie fiorentine, e furono spartite in milizie del contado disposte in trenta _battaglie_, ed in milizie di città in quattro bande una per quartiere, ed ogni banda in quattro compagnie con sedici gonfaloni in tutto; da prima cavaronsi dagli uomini di diciotto fino a trentasei anni, e se n'ebbe un tremila all'incirca, ma forse più che meno nella sola città; più tardi si presero da diciotto fino a cinquantacinque anni, e in tutto se n'ebbe un cinquemila.--Nella vita di Francesco Ferruccio mi sono ingegnato quanto meglio ho potuto discorrere di questa gloriosa milizia, la quale non si mostrava come apparivano i soldati piemontesi allora pigri, grossieri, contennendi, e vili bensì tali che il Ricotti medesimo confessa: «colla modestia, e con la esattezza sia nel comandare sia nell'obbedire, con la perizia delle mosse, con la ricchezza delle vesti, e delle armi, non meno che con la concordia, ed unione diventò in breve soggetto di maraviglia ai più vecchi soldati[2].» Nè per questo solo ella fu maraviglia ai presenti, ed onorata memoria ai futuri, bensì per ferocia di magnanimi propositi, e per valore inclito.--

[1] _Scritti inediti di N. Macchiavelli risguardanti la storia e la milizia, illustrati da G. Canestrini_.

[2] _Op. cit. p._ 6. _cap._ 3.

Io non riporterò la testimonianza di scrittori fiorentini come quelli i quali si potrebbe per avventura supporre che procedessero parzialmente, ma sì di Carlo Capello oratore veneziano del pari che degli altri dei quali mi valsi per giudicare la qualità delle armi piemontesi; costui pertanto, scrivendo al serenissimo Doge gli afferma: «tuttavia non si perdono di animo e sempre con maggiore costanza si confermano in volere ovvero conseguire la libertà, ovvero portarsi di sorte, che se la perdono, speso, e consumato tutto l'avere loro non vi sopravviva alcuno, e solamente si dica: _qui fu Firenze_.[1] «E quanto più il pericolo stringe tanto maggiormente s'intorano a mettersi ad ogni sbaraglio. «Tanta, scrive il medesimo oratore il 14 Luglio 1530, è la costanza degli animi di ciascuno, tanto indurata la ostinazione di volere liberarsi che hanno deliberato pubblicamente patire ogni estremità, e subito, che il Ferruccio si scopra... uscire della città con tutta la gente di guerra e con quelli della milizia cittadina, e combattere e così vincere ovvero insieme con la vita perdere il tutto avendo determinato, che quelli che resteranno alla custodia delle porte, e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta abbiano con le mani loro ad uccidere le donne ed i figliuoli, e por fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro, che sono nati, e desiderano di vivere liberamente.»

[1] _Lettere alla rep. di Venezia dell'Oratore Cav. C. Capello, Firenze_ 26 _Novembre_ 1529.

Che se questa deliberazione, la quale non ha riscontro nelle storie, tranne nella giudaica, dove gli Ebrei difesero Gerusalemme da Tito imperatore menzogna di umanità, non sortì il suo effetto, il mondo lo sa, vuolsi attribuire alla codarda avarizia degli Ottimati, i quali allora adoperavano come la setta dei Moderati adesso, e al tradimento di Malatesta, il quale, come disse Matteo Dandolo allo ambasciatore del Duca di Urbino:--_ha venduto quel popolo, e quella città, e il sangue di quei poveri cittadini, a oncia, a oncia_.

Dopo cotesta epoca illustre, e lacrimevole non vale, per opinione mia, il pregio ricordare milizia italiana: entriamo nei tempi in cui il Filicaia lanciò nella serva Italia i due sonetti pari a due gridi di dolore, che c'introneranno perpetuo gli orecchi, finchè ella non sia tutta sgombra dagli stranieri.

_--. . . . . Del non tuo ferro cinta «Pugnar col braccio di straniere genti «Per servir sempre o vincitrice, o vinta_:

Quando la Francia si avventò alle alpi repubblicana in vista, ladra in fatti e tiranna, i Piemontesi o soli, o in compagnia degli Austriaci davvero mala prova fecero, nè possono cavarne argomento ad esercitare egemonìa.

Nel 1848 le armi piemontesi sembra che avessero virtù finchè mantennero l'ardore di che l'avevano arroventate lo entusiasmo popolare, e l'ira; poi giù giù illanguidiscono, e disperdonsi nello sbandamento più che battaglia, ed anco rotta di Custoza.--Nel 1849 Novara.

E Novara fu troppo peggio che sbandamento, se come allora la fama porse, e registrò la storia, si ebbe a chiamare presidio nemico per salvare la città dalla rapina dei nostri. Chè se le rapine novaresi taluno negasse oltre le testimonianze degli scritti io non saprei altrimenti provarle, non però delle genovesi di cui io stesso vidi i vestigi, ed udii i deplorabili racconti; nè valore, nè resistenza scusano, imperciocchè nè prodezza propria, nè gagliarda difesa, la quale è pure prova di animo generoso che vuolsi dai soldati massimamente onorare scusano le ladronaie; e per queste vanno offuscati i nomi d'altronde chiarissimi del Malboururgh antico, di Massena, di Soult; ed in ispecie del Rusca piemontese, della cui avara crudeltà si conservano memorie singolari[1].