Lo assedio di Roma

Part 11

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Contrariamente ai presagi, ci dicono uomini, che lo potrebbero sapere come lo imperatore di Francia si disponga a levarsi da Roma, lasciando libero, il popolo romano di eleggere il reggimento che meglio desidera: dopo quattordici anni e' sembra, che si voglia ricordare a Roma essere andato appunto per questo; gli è un po' tardi per la verità, ma meglio tardi, che mai. Certo Romolo per fondare Roma consultò gli avvoltoi dell'Aventino non i galli di Parigi: Roma si avrebbe a pigliare col dosso non già con la palma della mano voltata al cielo; in questo modo si chiede la elemosina: e noi andremo a Roma con la Libertà come il contrabbandiere col frodo sotto: non così, non così si salisce il Campidoglio a salutare le anime latine, bensì si scende nelle Catacombe a gemere sopra i martiri cristiani, e nondimanco pazienza! Purchè fosse...! Le memorie della romana grandezza io vo' confidare che a mo' della piscina miracolosa monderanno il popolo italiano della turpe lebbra della _moderazione_ o fracida, o ladra, o codarda. Deplorabile cosa questa, che la gente la quale moderata si appella, per onestare la bruttezza loro abbiano inquinato gli affetti come i nomi più santi, non si potendo comprendere politica, etica, anzi neppure domestica economia senza moderazione.

E se fosse, come i nostri avversari si ripromettono ed io no, certamente noi avremmo a correre le fortune della Francia, con questa avvertenza però, che le fossero d'accordo con le nostre; ed anco se comparissero fino ad un certo punto diverse, non però contrarie; inoltre si avrebbe a porre mente, che le fortune le quali noi possiamo correre con la Francia approdassero alla Francia, ovvero alla Francia ad un punto e al suo imperatore, imperciocchè se favorendo gl'interessi di questo non giovassero alla Francia, e peggio se gli nocessero allora adagio ai ma' passi, che per cosa al mondo io non vorrei movere orma, la quale forse lo imperatore mi ponesse a credito, e certo poi la Francia mi appuntasse a debito. Mutabili le dinastie nel mondo; mutabilissime in Francia, la quale non ardua a pigliare, è una maladizione tenere: breve, io vorrei che l'aquila non mi portasse seco nè nei suoi voli, nè nella sua caduta, e cessando il principe mi rimanesse lo stato: concetto, che senza alterazione di amicizia non solo apparisce lecito, ma è doveroso professare ai reggitori di popoli. Rammentiamoci sempre di questo, che Cristo, il quale o Dio infatti, od uomo prossimo alla divinità, non disse parola mai che non palesasse tutta sapienza e sommo amore, bandì inesorabilmente «chi di coltello ammazza, di coltello conviene che muoia.» E lo impero è surto dal sangue.

Adesso poi supponiamo il caso certo meno grato, ma giusta la opinione mia più verosimile assai, che i Francesi non intendano sgomberare Roma, che avanza a noi? Pigliarcela. Oppongono pieno di pericolo il partito: e veramente è così: dubitano possiamo precipitare nel mandarlo ad effetto: certo si corre rischio di rompercisi il collo. O dunque mal consiglio è il tuo? No, bensì l'unico prudente, e lascio da parte se animoso; unico prudente perchè a tale siamo ridotti noi, che altra elezione non ci resta, che tra la morte certa, e la morte probabile; rimanendo fermi noi fuggiamo l'acqua sotto le grondaie. Agevole riesce molto negare il danno, ma impedire che sia gli è un'altro negozio: ora da ogni lato compaiono segni di disfacimento; hanno creduto, e credono ricucire con filo di ferro, e precipitano nella buca dentro cui altri tracollò a capo fitto: che se pei reami antichi trovarono buona la sentenza che non hanno più ragione di vivere quando si appoggiano unicamente su la forza, verissima la sperimentiamo negli stati nuovi sorti dalla benevolenza del popolo.

Ci domandano il modo di pigliarla, e noi rispondiamo: «che giova dirvelo? Tanto voi non ardireste praticarlo: voi affermaste avere diritto su Roma, e poi allibiste rifiniti dalla paura; gli è fiato perso a favellare con voi; noi vi proveremmo uguali a Bertoldo, il quale non trovava albero che gli garbasse per esserci impiccato. Ve ne suggerimmo uno senz'armi e voi lo dileggiaste, e faceste dileggiare come delirio di cervello che abbia dato nei gerundi; ve ne mostrammo un'altro con armi, e voi lo malediste ribellione, e levando insegna contro insegna, crisma contro crisma, perfidi![1] spasimanti e urlanti di paura lo faceste affogare nel sangue; eravi un dì tale tra voi di voi non tristo meno, ma più sagace, che avrebbe acceso i moccoli a piè dei Santi per la mossa del prode uomo Giuseppe Garibaldi, e con tutte le sue forze lo avrebbe fatto sloggiare da Sicilia; traversato, che costui avesse lo stretto di Messina egli, senza posa, addosso; dov'ei levava il piede egli metteva l'orma, così a Napoli, e così al Volturno; relitte le terre sicule non lo lasciava per questo, all'opposto sempre dietro talchè le spalle di lui sentissero l'alito focoso delle sue nari: l'uno con molta mano di gregari fuggendo, e l'altro con molto esercito regolare inseguendo giunti su la piazza del Vaticano, arrestati, e arrestatori sarebbero entrati di amore, e d'accordo in San Pietro a cantare il _Te Deum_ più sincero, che Dio ascolti da moltissimi anni a questa parte.» Questo avrebbe forse fatto il Cavour inetto a operare e ad operare grandemente, pure capace ad approfittarsi dell'operato altrui; adesso i suoi successori, il Ferrari ha detto si rassomigliano ai generali di Alessandro; nè manco per ombra! La politica che ora prevale è quella del cane dell'ortolano, il quale _non mangia cavoli e non li lascia mangiare_.

[1] _«........in Francia voi «Correre, insegna contro insegna, e crisma «Contro crisma levar, perfidi!» Adelchi_

Provvidenza o Fortuna che sia voglionsi ammirare i casi portentosi pei quali l'uomo, che pure si stima avvisato, se altra volta pensò, che la volontà, e la forza di un popolo commesse ad un braccio di ferro potessero meglio ricondurre la Italia all'antica grandezza, ora bisogna, che si ricreda e confessi che Libertà interna ed esterna scaturiscano scintille di spada percossa di un colpo solo su la pietra. Ci fu un'ora in cui se fosse apparso un'uomo robusto, che nei plebei diletti non imbestiasse sua vita, in cui un'anima grandemente cupida, non ragnatelo a cui paresse disgradare Cesare od Alessandro chiappando una mosca, e portarsela a risucchiare dentro al buco; un'anima ferocemente disdegnosa, la quale avesse voluto agguantare Roma come si agguantano le corone, non già come s'intascano l'elemosine, e posto la mano dentro ai capelli d'Italia con alto grido detto a noi: «tacete, e combattete; finchè vive in questa terra uno schiavo allo straniero non vi è permesso favellare di Libertà.» Noi lo avremmo seguitato: noi gli avremmo messo in mano la rivoluzione come il fulmine in quella del Saturnio.--Forse era a temersi Cesare, ma ben venuto Cesare a patto che se ei ripugnava cibarci del pane della Libertà ci saziasse almeno di quello più duro della Gloria; non permettesse, che la nostra vista restasse contristata dalla gente vile che sta nell'atrio del tempio della Libertà, pubblicana perpetua da Cristo, e prima di Cristo per vendere e per barattare.--Quando gli Ebrei, vinte le colpe loro dalla moltitudine delle nostre, diventeranno nostri signori e padroni, questa gente vile li surrogherà nel ghetto a venderci ciarpe, e panni vecchi; delle loro anime non si gioverà nè manco il Demonio: non varranno il carbone che le abbruci.--

Ora poi il pericolo della prevalenza del solo è logorata; il giorno passò e non ritornerà più: invece dell'uno, che afferra le moltitudini, le moltitudini afferreranno l'uno, però che i popoli, levando un dito sollevino, e abbassino i loro capitani; i capitani senza soldati compaiono personaggi da commedia. Meglio così: sia dunque che la Francia ci conceda Roma in acconto di soldo per le armi italiano prestate alle sue guerre, o dobbiamo acquistarci Roma non consenziente, ed anco contrastante la Francia, ormai senza offerta spontanea di pecunia e di sangue per la parte dei cittadini italiani non si può.--

Voglia Dio, che quando di questo si persuaderà la gente non sia troppo tardi. Ad ogni modo con altro, che con parole il pro' cittadino è uso affermare la Unità della Italia.--

Noi abbiamo bisogno di Roma per salvarci dal flagello della guerra civile. Badate a questo sconsigliati e provvedete se non per la Patria, per voi.

Se tacere giovasse sarebbe ufficio di pessimo cittadino, anzi pure di nemico aperto favellare, e se le parole si reputassero vane dimostrerebbe il dirle animo tristo; parmi debito palesare il mio concetto però che spero le mie parole possano essere seme di bene, e capaci a partorire rimedi valevoli.--Affermano i principi di Piemonte avere sempre indirizzato i concetti loro ad unire in un solo corpo la Italia; e parmi piaggieria espressa, imperciocchè lasciando dei tempi remoti certo le donne, che durante la minorità dei figliuoli reggevano le provincie piemontesi ai tempi della discesa di Carlo VIII, e furono la duchessa di Savoia, e la marchesa del Monferrato, non pensavano a questo quando sovvennero di moneta e di gioie cotesto re ond'ei potesse mandare a ruba la Italia da un capo all'altro con opere piuttosto da predatore, che arraffa, che da principe, che conquista; nè a me sembra dovere aggiungere verbo per chiarire la inanità del vanto; che se per supposto si avesse anco a concedere dovremmo confessare, che i disegni dei principi del Piemonte per lo meno non differissero da quelli che concepirono eziandio le repubbliche dei tempi medi, e lo tentarono, e fu acquistare quanto più potessero signoria di popoli soggetti; così Venezia, e Firenze esercitarono dominio sopra le terre vinte, o comprate; nè i popoli proffertisi accettarono compagni, bensì vassalli; le storie ricordano, che solo dopo molto secolo la repubblica di Venezia accolse tra i senatori alcuni pochi Candiotti in rimerito della mirabile resistenza contro l'armata turca; fra i quali un Manin, donde discese quel Manin, che fu ultimo doge della repubblica tradita dal primo Bonaparte.

Non vuolsi mica fiore d'ingegno per capire come nella indole del popolo subalpino l'antico genio italico sia entrato poco, ed a stento: uomini positivi, e diremo così aritmetici sono i piemontesi, schifano la immaginazione per sè, l'altrui gli affatica; anco se taluno di loro n'è tocco le sue fantasie pigliano aspetto di forma geometrica, onde per ragionare l'assurdo, e mettere il disordine in architettura valgono oro. Anco gli edifizi offrono argomento a indovinare la disposizione del popolo, che li fabbricò, e quivi contempli per lungo ordine case uguali in tutto l'una coll'altra, sicchè da prima tu resti ammirato, poi ti uggisce, per ultimo la fastidievole regolarità ti ammazza: uomini, e mattoni ti appaiono formati proprio sopra un medesimo modello; costà da secoli passarono, e ripassarono lo spianatoio: chi mai fu il mal cristiano? Tutti; nè si potrebbe senza ingiustizia asserire che i principi amassero livellare più che i popoli amassero essere livellati. Il valoroso Ferrari ragionando del Bottero, e della sua _Ragione di Stato_, lo fece proprio toccare con mani, ed allorchè qualche principe si dispose non mica a dare libertà sibbene a smettere qualche prerogativa, ch'era vergogna di secolo civile, ebbe a toccarne dai suoi fedeli sudditi e servitori una ramazzina delle buone. Sequela altresì di questa quadratura di spirito parmi la tardità a mutare, e la perseveranza nel passo che hanno pure, se non a maltalento, con molta renitenza mutato. Chi dei popoli subalpini legge per avventura queste pagine non s'inalberi, dacchè mi garbi procedere alla rovescia di quello, che costumano i detrattori, i quali incominciano a levarti a cielo per flagellarti poi di santa ragione; dirò più tardi dei molti, e nobilissimi pregi tuoi; adesso ascolta e non battere, perchè se batti ti baratteremo lo scudo in cinque lire.--Pertanto il Piemontese ama piuttosto ordinare, che discutere; sentenziare dommatico, che dimostrare; favellare succinto (tranne gli avvocati, che formano classe a parte e parabolani li proviamo in tutto il mondo; il mestiere mangia l'uomo) e tuttavia male rispondente al concetto, nè terso, molto meno elegante, perchè dallo idioma sincero della Italia un dì appartati, e nè oggi vogliosi cultori di quello, come coloro, che intendono e vogliono impiombarci nella lingua il parlare proprio. Certo possiedono scrittori insigni, ma si conosce di botto, che appresero l'arte su i libri, onde il Botta adopera un tal quale stile, che ti sembra gittato sopra il modello del Casa o di qualche altro autore del secolo decimosesto; e il Gioberti ti turbina in mezzo una lavina di parole, elette se vuoi, ma così rimescolate, che è spasimo leggerle: dei minori taccio, i quali nè troppo studiosi dei classici, nè tutti in balia ai modi del dialetto, a leggerli ti alleghiscono i denti[1].

[1] Un dì la più parte dei parlatori piemontesi non si attentavano movere un braccio per accompagnare col gesto la orazione, uno solo ardiva con la mano diritta descrivere un quadrante dall'umbelico fino al fianco destro; ed un'altro audacissimo con ambe le mani segnava intorno al suo corpo un mezzo circolo; chi fosse questo Capaneo della tribuna piemontese non importa, ch'io dica, che ognuno capisce accennare io al Brofferio, cui Torino, in mercede del lungo apostolato di Libertà, lascia negletto, o si compiace vedere esposto al dileggio di schifosi profanatori di arti, che ormai, loro mercè, non si chiameranno più _belle_. Orologi in casse ti apparivano cotesti Oratori con la facondia a _tic tac_, e il _gesto_ a lancetta che segna mezza notte passata. Io lessi già da certo scrittore francese paragonata la Camera subalpina ad un'assemblea di notari, e ciò per onoranza: se costui biasimava che avrebbe detto di peggio? Ma io spero, e non invano, che a questa ora il popolo di Piemonte abbia compreso che la Italia non è morto di cui i notari devano leggere il testamento, nè la Libertà uno incendio per mandare deputati acquaioli a spegnerla in furia.

Se pertanto presumono i Piemontesi impiombarci su la lingua la favella loro, tu pensa se tutte le altre o usanze, o pratiche, od ordini dove qualche volta gli assiste la ragione.--A questa superbia dette nome scientifico il Gioberti cavando fuori il vocabolo greco di _egemonìa_ il quale denota sempre potestà soprastante così regia come popolesca, ed _egemonìa_ chiamarono gli antichi la Luna effigiata con due pallide fiaccole nelle mani a rischiarare col lume accattato il sentiero ai sorvenienti. Il Gioberti col nome greco insomma volle farci palese, che i suoi conterranei possedevano diritto, abilità, ed anco dovere di plasticarci a similitudine loro, cacciarci quanti siamo Italiani dentro la forma dove fabbricano i mattoni a Torino; ed esemplificando contemplava nel Piemonte la Macedonia italica, e nelle terre nostre il Peloponneso, l'Attica, la scaduta Lacedemonia, e la Beozia d'Italia; costà sorgevano Filippo, e Alessandro, quì da noi retori, e artisti ornamento alla magnanima rudezza.--Cotesto ingegno tumultuario che chiappava le cose a volo, e di cento aspetti, che presentano, si fermava sopra quel solo, che porgeva rincalzo alla sua scapestrata immaginazione, non comprese come la egemonìa macedone si traducesse in tirannide, in guerre interminate e senza costrutto, in morte della libertà interna, in guerre civili, e per ultimo in servitù straniera.

Ma nel Gioberti più che in altri si palesò il tipo curioso di vestire con sembianze di ragione lo assurdo; mirabili i conati di lui per sottoporre le astruserie metafisiche a formule scientifiche, anzi a cifre arabiche, o a forme geometriche; miscela continua, e indigesta di astrattezze e di pratica; _stellino_[1] abbarbagliante di giudizi veri, e di falsi, di guizzi d'ingegno sublime, e di grullerie; breve, uomo che avrebbe provveduto meglio alla sua fama, o avvantaggiata la Patria se sortiva meno da natura o avventatezza, o fantasia, o le avesse sapute temperare di più.

[1] _Stellino_ chiama il popolo, quel tremolare scintillando che fa l'acqua percossa dai raggi del sole: parola efficace parmi, ed io l'adopero.

Così battezzati _egèmoni_ della Italia dal metafisico Gioberti (il quale per arroto voleva mettere nella _egemonìa_ come socio d'industria anco il Papa), _vestiti da domenica_ con un nome greco sempre più i Piemontesi sprofondarono nella prosunzione nella quale stavano fitti fino alla gola per disciplina di armi poche ed inferme, pure le uniche che potessimo reputare italiane, per topografia la quale li persuase che il nemico tremasse la loro virtù, mentre gli rispettava a cagione della positura, per l'esito fortunato della testardaggine messa in opera sopra popoli ridotti nella loro potestà, in fine per piaggerìa di tali che gli adulavano per dispetto di non avere livrea dai propri padroni, e per altre cause, che non importa andare tanto sottilmente investigando.--

Ora la egemonia si esercita, se non m'inganno, o per violenza, o per civiltà, o per violenza e per civiltà congiunte insieme. La violenza non partoriva mai la _egemonia_ nel modo che la intendeva il Gioberti, bensì o l'annientamento del popolo subietto, o il rancore, che matura nel suo segreto la vendetta; nè la violenza egemonica approda meglio anco congiunta con la civiltà; di che pigliate esempio solenne da Roma, la quale, se ne eccettui la Grecia, poteva vantarsi civile sopra i popoli superati da lei; anco Napoleone I disse suo recondito disegno quello di passeggiare la civiltà armata pel mondo, e forse fu vero, non già perchè costui se lo proponesse, o ci pensasse, ma sì perchè l'uomo anco senza saperlo diventa arnese in mano alla forza arcana che affatica il secolo. I barbari si successero come in pellegrinaggio a Roma per pagare il debito di cotesta romana egemonia; la guerra di Spagna, i popoli, che per odio della tirannide tracotante si strinsero ai tiranni umiliati, i cosacchi del Don due volte in Parigi ad abbeverare i cavalli nella Senna saldarono la egemonia francese.--

I Piemontesi invece sostengono avere provato il metodo loro nella Liguria, e nella Sardegna con utilità manifesta dello stato.--Qui si considera prima di tutto come siffatta sentenza risponda a capello allo aneddoto delle anguille scorticate vive esposto un dì dal Windam nel Parlamento inglese[1], poichè quello, che riesce praticare col boccone il quale ti possa capire dentro la bocca, bisogna mettere da parte col boccone che sia capace ingolarti; e nè anco la Liguria, e la Sardegna potè a fine di conto masticarsi il Piemonte vivendo in cotesti paesi odio profondissimo contro di lui, un dì frenato dalla impotenza per via delle condizioni politiche di Europa, oggi temperato dalla necessità di costituirci in popolo grande e potente.--Alle teste gagliarde del Piemonte sembra adesso sia accaduto quello che avvenne al cavaliere, il quale avendo messo il piè nella staffa nell'atto di pigliare lo abbrivo invocò lo aiuto di Santo Antonio, e con tanto impeto il fece che innanzi di potere levare la gamba per inforcare l'arcione cascò giù capofitto dall'altra parte; per la quale cosa si doleva col santo, che troppa grazia gli avesse conceduta. Troppa Italia da masticare di punto in bianco alle mandibole subalpine: affermano taluni avere udito gentiluomini piemontesi impazientirsi dell'annessione delle provincie meridionali d'Italia come d'impiccio; e questo ho udito ancora io, e congratularsi con la fortuna, e con loro, che la Lombardia dopo un'ammannimento tedesco di dieci anni fosse tornata loro a mo' di bottino di guerra però che nella guisa, che ci venne nel 1848 non si sarebbe potuta mantenere, tanto fumava allora, e dalla Costituente fino ai rovesci delle maniche per le vesti militari non ci era da averne bene, mentre adesso domata, e castrata era proprio una pace....

[1] E non rincrescerà saperlo ai miei lettori. Si quistionava nella Camera dei Comuni intorno all'abolizione della tratta dei Neri proposta dal Willebeforce; la contrastavano i conservatori, e i moderati con la ferocia degl'interessi offesi, onde uno di loro di un tratto saltò su a dire, che non riusciva a comprendere la tenerezza nuova per la carne nera dacchè era tanto tempo, che se ne faceva la tratta, che ormai la ci si doveva essere avvezzata. Il Windam deputato della opposizione notò cotesto argomento potersi mettere di riscontro alla risposta di quel tale cuoco, che rampognato di scorticare vive le anguille prima di cucinarle si scusava dicendo: «avere sempre costumato così e secondo la sua opinione, essere scorso ormai spazio ragionevole di tempo, ond'esse ci si fossero avvezzate.»

Rimane la egemonìa della civiltà, la quale sarebbe unica che si vorrebbe accogliere, e meritasse durare: questa però desidera nel popolo, che la esercita un primato dal giudizio universale consentito, bontà quasi ineffabile, e arguzia profondissima in esercitarlo, e disposizione nel popolo subietto a lasciarsi fare: mentre se non possiedi le qualità del primato invece di prendere resti preso, come accadde ai Langobardi, ai Normanni e ad altri popoli stanziati qui in mezzo d'Italia. Vuolsi altresì che nel popolo egemonico la civiltà sia naturale, e propria non ascitizia; però che se ella sia accattata da altri non che tramandarla altrui, e' fie bazza se la mantiene egli; onde parrà, che meno, che ad altri la qualità egemonica si attagliasse alla Luna, di cui i raggi riflessi se danno luce, non fanno calore: ed anco la civiltà da stabilirsi non vada contro corrente, e trovi corrispondenza, altrimenti passa come olio nell'acqua, e tale fu la civiltà dei Saracini a Napoli, in Sicilia, in Sardegna, e nella Liguria dove attecchì un momento ma non potè cestire.--

Ciò fermo; ora voi altri uomini subalpini in che e come volete esercitare questo primato su noi vestendo la presunzione arrogante col classicismo del nome?--Già voi, ed i vostri più incliti, di civiltà non si talentano; e' sembra che piaccia loro e giovi essere considerati stirpe in linea diritta discesa dai vetusti allobroghi, o dai taurini entrambi celti, non _gentile sangue latino_[1]. Già lo dissi altrove, e qui ripeto, imperciocchè ai dì nostri queste anime di polpo poco sentano, e ritengano meno. Cesare Balbo desiderava l'appennino ligure si fendesse, e pertugiasse: più in là no, però ch'egli non consentiva: «che nemmeno fantasticando si lasciasse la immaginazione varcare altri appennini: hacci abbastanza di sangue meridionale, abbastanza di fantasia poetica, e d'ingentilimento italiano, aggiunti i Liguri ai Piemontesi; _e troppo di gentilezza tornerebbe in effeminatezza_.» Di fatti o che vogliono desiderare di più i Piemontesi: paradiso terrestre Torino; _sancta sanctorum_ Torino: se ne contentino, e non cerchino migliore pane, che di grano: «hacci nel mondo, domanda a sè stesso il dabbene conte Balbo, hacci nel mondo paese più bello del Piemonte? Egli giace appunto a quarantacinque gradi equidistante tra l'equatore e il polo; tra l'arsura e il gelo. Il bene fisico come il morale deve stare nel giusto mezzo[2].»

[1] Gentil sangue latino «Sgombra da te le vergognose some; «Non fare idolo un nome «Vano, senza soggetto....

[2] Balbo. Carta geograf. del Piemonte, p. 415-417. A Torino, in questo paradiso terrestre d'Italia, abbiamo goduto un freddo di 17 gradi sotto il O a mezzo giorno!