Liriche

Part 2

Chapter 23,066 wordsPublic domain

La tua fronte il ciel non guata; Baci il suol languidamente; E sei l'arbor destinata I sepolcri ad ombreggiar. Di tue foglie il verde è bello Se si specchia in queto rio, Ma sul marmo d'un avello L'ombra tua più sacra appar. Ah! dai colpi lo difendi Di procella struggitrice! Solo il varco non contendi Della luna allo splendor; E mentr'ella qual pietoso Volto guata il cimitero Su te canti lamentoso Il notturno volator. Un magnanimo Possente Cui fu carcer l'oceano La sua tomba mai non sente D'un sospiro consolar. Ma tu pieghi i rami mesti Su quell'urna illacrimata, Tu che un giorno lo vedesti Penseroso in riva al mar. Spesso memore nocchiero Tra le sacre aure s'aggira Che dell'esule Guerriero Ebber l'ultimo sospir; E se all'urna s'avvicina Ode i passi d'una scolta, L'ulular della marina, E de' tuoi rami il fremir.

LA TROVATELLA

Infelice trovatella! Malinconico sorriso Sorvolando il tuo bel viso Con amor mi salutò. Quante cose a me dicea Quel sorriso in sua favella! Sì t'intesi, o trovatella, E il mio ciglio lacrimò. Non hai nome, non hai tetto E non sai qual sen t'accolse.... Nata appena ti ravvolse Entro un velo ignota man: E lasciata nella notte Sulle selci del cammino Fin al sorger del mattino Invocasti aiuto invan. Qui raccolta fra gli stenti Sei cresciuta, o trovatella: Ah la faccia tua sì bella Come presto impallidì! Non suonò sulla tua cuna Mai di madre il pio concento; Sventurata! al tuo lamento Mai niun cor s'intenerì. E tra poco vagherai Sola sola tra le genti Come foglia in preda ai venti, Come sperso viator. Forse.... ah l'orrido pensiero Che nell'anima si desta Crudelmente mi funesta!.... Deh su lei veglia, o Signor.

PER UN NUOVO PONTE SULL'ARNO

(_Concepito da Pietro Martini di Fucecchio, giovine architetto di alte speranze, morto sul fiore dell'età, ed eseguito con proprio disegno da Ridolfo Castinelli di Pisa. Durante l'esecuzione, a questo ultimo mancarono due cari figli, onde rimase sconsolatissimo senza prole. Il ponte è collocato in luogo da cui si vede Vinci, patria di Leonardo, i poggi di Cerreto, villa Medicea celebre per la morte d'Isabella, ec., ec., Empoli ove Farinata si oppose al ghibellino disegno di spianare Firenze_).

Ed io lo vidi nell'estremo istante! Io lo udii delirante! E mentre i cari amici Facean corona al doloroso letto, E il Dio degli infelici Gli posava sul petto, Ei la turba vedea degli operanti Nel lavoro sudanti, Ed or con rauca voce Quella turba animava, Or con le scarne braccia Le contrapposte forze equilibrava. — La gente allor dicea — Con lui morrà la generosa idea. — Ma tu, Ridolfo mio, Tu di morte all'artiglio la rapisti Poichè in grembo di Dio L'ali raccolse il giovine compianto; E con nuovo artificio La grand'opra compisti Onde ti vien da mille labbri il vanto. Oh qual strale tremendo, Mentre vegliavi sulla cara mole Come una madre sull'infante prole, Nel più vivo dell'alma ti trafisse! Sì t'intendo, t'intendo......... Ma lascia, o Padre orbato, Lascia allo stuolo degli amici il pianto E dell'Arte nel seno Sfoga gli affetti onde il tuo core è pieno. Queste colline apriche Ov'è sì dolce l'agonia del giorno, Queste castella antiche Tra la verdura torreggianti intorno, Allegreranno i rai D'estranio viatore Che arresterà sul nuovo Ponte i passi. A questo aere sereno Di Leonardo il seno S'apria qual rosa al matutino albore; E su quella pendice Strangolata peria dal suo tiranno Una sposa infelice; E là seduto a cittadino scranno Farinata salvava Dall'incendio delle ire ghibelline Le gigantesche moli fiorentine. Allor che il verno infurierà più crudo, E scalzo contadino, E industre mercatore, E stanco pellegrino, Non più da questi liti Su lenta nave il fiume varcheranno Tremanti irrigiditi, Il nome tuo fra gl'inni dell'affetto Suonerà benedetto. Ah perchè lo straniero Che dall'alpe discende A meditar sull'italo mistero; Sorger non vede a mille Le moli delle antiche emulatici? E spreca i suoi tesori La tralignata gente In lascivie di mimi e di cantori? Quando nella più cupa ora tacente A quei delubri aviti Che immoti al par del sole Aspetteranno i secoli, m'inspiro, In lor della gigante Età che li creò l'ombra rimiro. Ma che dirà dinante Alla fragil beltà di nostre mura Che mai dirà la poesia futura?

IL GIOVINE

_Il Giovine_

Qual chi seduto al rinascente giorno D'una montagna sull'aurata cima Ampio vede orizzonte a sè d'intorno Che arcanamente l'anima sublima; Tal'è il mio spirto. — O immenso azzurro vano Inondato di raggi e di concenti, O bei colori onde si veste il piano, O flutti, o alpestri gioghi, o monumenti, Virtù superna al vostro aperto sole Mi sollevò da tenebroso fondo, E a lei và l'ala delle mie parole In mezzo a tutte l'armonie del mondo.

_Il Sospetto_

Quei che sembra a te dinante D'ogni gioia tua goder, Ha il sorriso nel sembiante E il dispetto nel pensier.

_La Morte_

Non vedesti quella schiera Che vicina a te passò Mormorando una preghiera? Vieni al tempio ov'ella entrò. S'alza il panno d'una bara, Ed un lugubre splendor Faccia immobile rischiara Che par vinta nel sopor. T'avvicina — egli fioria Giovinetto al par di tè, Quanto senti ei pur sentia Cadde infermo, e più non è.

_La Distruzione_

Ve' quel monte? ai nuovi rai In vermiglio pinto appar; Ma tra poco lo vedrai Infuocata onda eruttar. E saette il ciel disserra Sull'altera umanità; Nelle sue febbri la terra Trema, e inghiotte le città.

_Il Giovine_

Floride piaggie, azzurro ciel raggiante Sognava inebbriato il mio pensiero: Ma sol scheletri vede a sè dinante Or che dal sogno si destò nel vero. E me tranquillo qual marina calma Crede chi guata la fronte serena; Ah non sa il mondo che mi piange l'alma, Mentre il riso sul volto mi balena!

_La Speranza_

E perchè a terra pieghi la fronte Nel bel teatro che Dio ti fè? Degli inspirati vieni sul monte E il tuo destino saprai qual'è. Vedi quegli astri! Son mondi erranti Perennemente d'intorno al sol; E sopra gli astri schiere di santi E di cherubi spiegano il vol. Dal ciel discesa l'alma immortale Di prova in prova passa quaggiù, E quando all'alta patria risale Le fan ghirlanda le sue virtù. Pria che tu levi l'ala da terra In gran battaglia dovrai pugnar: Sarà tremenda l'ultima guerra, Ma lieto giorno vedo albeggiar. Allor dei templi tra le colonne Incoronati tutti di fior Vecchi, fanciulli, giovani e donne Alterneranno canti d'amor; E la parola degli inspirati Sopra le genti si spanderà Qual sui marini flutti placati Ampia si spande serenità.

LA SPOSA DEL RICCO

Al verecondo raggio Della sorgente luna Alta magion si specchia In placida laguna. Delle ampie sale l'aere Profondamente tace; Sol di notturna face Al debile chiaror In solitaria stanza Siede una giovin sposa, E sulla destra in languido Atto la fronte posa. Aperte son le pagine Onde tentava invano Porger conforto arcano Al combattuto cor; E solo in quel silenzio Lene alitar si sente D'addormentato parvolo L'anelito frequente. Oh qual pesa sull'anima, Di lei crudel martiro! Difficile il respiro Sprigionasi dal sen..... Sorge, al balcon s'affaccia Cercando aura più pura, E pensierosa, immobile Contempla la natura — Suona delle onde il murmure E un odoroso fiato il crine inanellato Ad agitar le vien. «Perchè festevole «Al mio pensiero «T'affacci, o vergine, «Dal piè leggiero «Dal vel che ogn'aura «Lieve carezza «Dal crin che olezza «Come il mattin? «Quando di rosea «Veste ammantata «Varchi di splendida «Sala l'entrata, «S'alza nell'ilare «Stuolo un bisbiglio, «Ed ogni ciglio «S'affisa in te. «Son io la stessa? oh come disadorna «È la pianta che lieta un dì fioria! «La stagione dei fiori a me ritorna.... «Ma dove andò la primavera mia? «Infelice! il genitore «Qual vil merce m'ha venduta «Alle voglie d'un signore «Che sua sposa mi nomò. «E nel dì che trasportato «Da brittannici destrieri «Alto cocchio inargentato «Al palagio mi recò «Del novello mio consorte, «Chi non disse — Oh lei felice «Che varcate quelle porte «Non saprà che sia dolor! — «Ma che val della ricchezza «Lo splendore invidiato «Se non è la giovinezza «Consolata dall'amor? «Era a questa simigliante «Quella notte avventurosa «Che in quell'astro tremolante «Il mio sguardo si fissò «Teco, o C..., e si smarria «La nostr'alma nell'empiro; «In sul sen la fronte mia «Lievemente si posò! «. . . . . . . . . . «. . . . . . . . . «. . . . . . . . . «. . . . . . . . . «O Fanciulla dei campi abitatrice «Quanto sei più felice! «Nel dì che un umil tetto «S'allegrerà del tuo riso di sposa, «Di gemme peregrine «Ghirlanda non avrai sul biondo crine, «Ma porterai sul petto «D'aprile il più bel fiore «Rapito ai campi dalla man d'amore. Da un improvviso tremito Perchè scossa è la bella, Qual per fragor di fulmine, Smarrita tortorella? Diè un rimbombo la porta dorata, Nel grand'atrio il mastino latrò, Suona un'ora di notte avanzata, Il consorte dall'orgia tornò.

IL POETA CIECO

A G. BATTISTA NICCOLINI

I.

_Sopra un colle al levarsi del sole._

IL POETA

La faccia mia sia volta all'oriente: — E tu dimmi che vedi, or che la brezza Del sol foriera mormorar si sente.

IL FANCIULLO

Vedo una barca Che il lago varca. Là sulla via Un villanello Và lento lento Verso il castello. Di pianta in pianta L'augel che canta Svolazza, e limpide Stille dai rami Cadono al suol. A noi di fronte Sol vedo il monte Che appar turchino Come tranquillo Flutto marino: Inargentato Splendidamente E l'oriente.... Vedo una nuvola!... Ah padre mio Si leva il sol!

IL POETA

Sì lo sento — e allor che il nuovo Sole, o patria, in te fiammeggia Come dio nella sua reggia, Il tuo ciel, le tue montagne Il tuo pian, le tue marine I castelli, le ruine, Svegliano aura di speranza Nel poeta che in suo core Teco piange al tuo dolore! Il caro pargolo Che ancor riposa Già l'amorosa Madre guardò. Al prigioniero Nel duolo antico Come un amico Il dì tornò. E l'uom dal debile Fianco or non sente L'età cadente Su lui gravar. Anche l'infermo Cui speme è morta Si riconforta Nel sol che appar. Tu pur lieve com'ala, o salma mia, Diventi al matutino aere novello: Ma che giova all'estinto che gli sia Lieve la polve sparsa sull'avello? Si spanderà dinanzi al gran pianeta L'alito vaporoso della terra Ora in vista scherzevole e quieta, Or con tremendo sonito di guerra; Rapidi come i palpiti del core Gli uni sugli altri scoppieranno i lampi; Poi l'arco del sereno annunziatore Sorriderà sui desolati campi; Coronerà le torri il sol cadente D'un bel vermiglio dolcemente fioco; Azzurro il monte, roseo l'occidente, Tutte le nubi diverran di fuoco; Gli astri confusi alle riverse piante Tremoleranno in sen della laguna; Or emula del sole, or simigliante A lucid'arco sorgerà la luna; Pria squallide le valli e la pianura, Poi la virtù che terra e ciel trasmuta Risveglierà le rose e la verzura.... Ma per quest'alma ogni sembianza è muta!

II.

_Nelle vie d'una città d'Italia all'ora di mezzogiorno._

_Dei fanciulli lo stuol folleggiante_ _S'apre obliquo sentier clamoroso_ _Tra vegliardi dal fronte pensoso,_ _Tra garzoni dal volto seren,_ _Mentre il cieco rasenta le mura,_ _Col bastone tentando il terren._

IL FANCIULLO

Giovine donna avvolta in bianco velo Vicina a noi passò, E le pupille sue color del cielo Pietosa in te fissò, Disse — _Infelice!_ e pianger la mirai!

IL POETA

Io non la vidi e non la vedrò mai! Un picciolo piede com'aura leggiera, Un guardo ove brilli sereno il pensiero, Un crine diffuso su candido petto, Un pallido aspetto, Il cor del poeta facean palpitar! — Ed or se voce intorno a me sonante Com'arpa tocca da mirabil'arte M'invoglia di conoscere il sembiante Onde il soave accento si diparte, L'alma dal sen si svelle disiante Quasi l'abisso che da lui mi parte Varcar s'affidi; e poi franta la spene Riman qual prigionier nelle catene. Ma ben del poeta lo sguardo si serra Davanti ai codardi che calcan la terra Impressa dell'orme d'antico valor, Con fronte ombreggiato da crine odoroso In cui non lampeggia pensier generoso, Con riso che insulta dei forti al dolor. — Chi tragge un sospiro guardando il sereno Del ciel che si curva d'Italia sul seno Qual volto d'amico su spenta beltà? E invan tra l'olezzo di floridi piani, O a piè di montagne che nutron vulcani Danno ombre di gloria le antiche città. —

III.

_Sulla riva del mare — la sera —_

IL FANCIULLO

Alla torre noi siam dei prigionieri! —

IL POETA

E che vedi sul mar? —

IL FANCIULLO

Vele lontane! —

IL POETA

Ma dove l'onda al ciel si ricongiunge Non si stende una striscia porporina Lungamente sui flutti?

IL FANCIULLO

— Ah quanto è bella! E un'altra striscia sopra lei si posa Che somiglia al color della viola. —

IL POETA

Or guarda il ciel — splende la luna?

IL FANCIULLO

Un lieve Velo di cerchio in guisa la circonda, E a lei vicina tremola la stella.

IL POETA

Qui ci arrestiam — di queste aure marine Quanto m'è grato inebbriarmi il petto! — _E presso al mar s'asside — il figlio intanto_ _Va sull'arena di conchiglie in traccia,_ _O in barca irrequieta al lido avvinta_ _Entra, e coll'agil remo si trastulla._

UN PESCATORE (_cantando_)

«Sempre vicina al lido «Và questa navicella, «Italia è troppo bella «Io non la vuo' lasciar. — «Prima che l'alba nasca «Lasciando il tetto mio «Degli astri al tremolio «Gitto le reti in mar. «E al mio ritorno i figli «Con ilare sembiante «La preda ancor guizzante «Accorrono a mirar. «Vada il nocchiero ardito «Incontro alla procella: «Italia è troppo bella «Io non la vuo' lasciar.

UN PRIGIONIERO (_cantando_)

«M'hai rapita la bellezza «De' miei poggi, del mio sole, «Della sposa la carezza, «II sorriso della prole. «Perchè l'ala del pensier «È rimasta al prigionier? _Poi di lontane_ _Voci armonia_ _Suona sull'onde,_ _E a lor risponde_ _Altra armonia,_ — _Son naviganti_ _Son prigionieri_ _Che della sera_ _Fan la preghiera_ _Sacra a Maria._ — _L'augel notturno_ _Flebilemente_ _Cantar si sente;_ _E i doppi ferri_ _Della prigion_ _Da mano vigile_ _Percossi mandano_ _Lugubre suon._

IL POETA

Del pescator la melodia si tace, Muore sull'aura il prego del nocchier; Quetò la rondinella il vol loquace, E più non si lamenta il prigionier. Ah conosco la notturna Ora all'aere taciturna, Interrotta sol dal murmure Del tranquillo mar che frange, Simigliante ad uom che piange. La conosco: e questa è l'ora Che ricurvo sulla prora Il nocchier pensa più flebile Della patria le pendici, E l'addio dei cari amici! Mare! allor che il tuo vergine zaffiro Era alle stelle e al sol specchio lucente, E di natura al matutin respiro I tuoi flutti turgean candidamente, Nè ancor dei venti al procelloso spiro S'unía la voce del nocchier morente, Te delle madri il disperato affetto Non avea maledetto. Ministro ai voli dell'uman desio L'ardimentoso pin lottò coll'onde, E l'inquieto spirto discoprio Quanto mistero il velo tuo nasconde. Ala d'italo genio il sol seguio Anche nel ciel di sconosciute sponde, E qual gemma rapita al tuo profondo Fu dissepolto un mondo.... Al marin suolo instabile Somiglia l'inquieta Anima del poeta, Che più scolpito sente Il verbo della mente, Allor che delle tenebre Entro la pace immensa Piange, s'allegra, e pensa. Mentre serene rilucean le stelle Sui taciturni alberghi dei cultori, Quai solitarie e più d'ogni altra belle, E quai ristrette in variati cori, Lo spirto mio da questa bassa stanza A voi s'ergea tra i mondi, e queti i vanni Dove degl'infelici è la speranza, Il terror dei codardi e dei tiranni, Vedea da quell'eterna aura sicura Qual lento verme su fiorito stelo Il tempo passeggiar sulla natura Stampando orma di morte in terra e in cielo. E in altre notti, allor che il firmamento Era da spesse folgori solcato, E si spandea col sibilar del vento Il muggito del mare infuriato, Oh quante volte di funereo cinto Sulla soglia inspirato m'arrestai! E antico grandeggiar popolo estinto Fuor delle scoperchiate urne mirai. Poscia quando tra brani di procella Azzurreggiava il ciel novellamente, E a lui tornava la smarrita stella Quai pensier dolce a disperata mente; E della notte il queto orror profondo Sol da cadenti stille era turbato, Esser mi parve abitator d'un mondo Dal sole e dalla gente abbandonato. Veglie di gaudio arcano Inebbriate — addio! Or come il vulgo umano Invoco il sonno anch'io. Nè davanti a marmoreo Vetusto monumento, Allorchè rinnovellano Le upupe il lor lamento, M'assiderò stupito Pensando ai corsi secoli, Al nulla, all'infinito.

IV.

_In famiglia — la notte — _

IL POETA

A me ti appressa, o figlio — oh come dolce Mi fia sentir sulle ginocchia il peso Delle tue membra, e aver la mano avvolta Entro la chioma tua! — voi, figlie, intanto Addormentate il mio dolor col canto.

LE FIGLIE (_cantando sull'arpa_)

«In densa nube avvolto È il nostro genitor, E sempre di pallor Dipinto ha il volto. «Non vede il nostro aspetto, Non vede i nostri fior, Ma l'inno dell'amor Gli molce il petto. «Compagne e notte e die Sarem del suo dolor, Gli allegreremo il cor Coll'armonie, «E alfine i nostri lai Ascolterà il Signor; La luce, o Genitor, Tu rivedrai. _Poi chetamente_ _Ciascuna aspetta_ _Che i labbri s'aprano_ _Del genitor:_ _Anche il fanciullo_ _Lo guarda immoto_ _Per lo stupor._

IL POETA

Matutino il Poeta un dì sedea Al rezzo aprico di fiorita altura, E a sè dinanzi folleggiar vedea Due fanciullette d'un egual statura; Neri sguardi elle avean, guancie rosate E bionde chiome al vento abbandonate. Repente alta caligine Gli s'addensò d'intorno. — «O Figlie mie, la nebbia «C'invidia i rai del giorno! — «Padre travedi; un velo «Sarà negli occhi tuoi; «Sempre sereno è il cielo, «Risplende il sol per noi. — Tacquero; e la caligine Più folta si facea, Al fianco suo le figlie Stringendo allor dicea: — «Ogni creato oggetto «Invola al guardo mio, «Ma dei figli l'aspetto «Nò non rapirmi, o Dio — Ah fu vano il pregar, fu vano il pianto, Crebbe la nebbia, e le due fanciullette Quell'infelice più non vide accanto. — Dove ne andaste? — PADRE, Risposero, SIAM QUI! — Ma qual da un altro mondo Ei la risposta udì. Or sono adulte, ogni gentil le adora: Egli le vede pargolette ancora. _Delle due figlie quella_ _Che al padre e più vicina_ _A lui s'appressa, e in volto_ _Lo bacia affettuosa._ _Egli a quel bacio sente_ _Sua guancia lacrimosa._ _Oh dell'amor la lacrima_ _Perchè non ha virtù_ _D'animar la pupilla_ _Di chi non vede più?_ _E poi l'altra sorella_ _Si stringe al padre anch'ella,_ _E sui ginocchi il figlio_ _Riposa; nel silenzio_ _Solo alitar si sente_ _Un sospirar frequente._

LAMENTO

In questo umano esiglio Compagna io sol non ho. Sempre la cerca il ciglio, Dove la incontrerò? Forse in festiva stanza Tra vergini beltà, Commosso dalla danza Il crin le ondeggierà? O a rai del sol cadente Avvolta in bruno vel Nel tempio mestamente Leverà il guardo al ciel? Oh se mi fosse accanto Quella gentile, allor Che in armonia di pianto Saluto il dì che muor! Oh se con lei le stelle Potessi vagheggiar, Mentre infinite e belle Si specchiano nel mar! Quanto maggior la piena Saria del mio piacer, E quanto più serena La luce del pensier! Ma questa assidua guerra D'indomiti desir Che il petto mio rinserra, Accelera il morir! E forse il nuovo aprile Su tomba fiorirà Che niun ciglio gentile Di pianto bagnerà.

A GIO. BATT. NICCOLINI