Canto il superbo gaudio, il folle giubilo
De' miei vent'anni e della mia bellezza. L'amor, l'incanto, l'estasi, l'ebbrezza Dell'esistenza e della gioventù!
Pallida taccio. E intorno a me si leva D'approvazione un blando mormorìo; E mamme di garbate signorine Chiedono il nome del maestro mio.
A lor rispondo: Egli non fa per voi, Mamme cortesi, il mio maestro è Dio!
O buone mamme, vi farìa paura Il direttor d'orchestra che ho nel cuore: Ei batte il tempo fuor d'ogni misura, È maestro Cupìdo, dio d'Amore!
Che batte e batte e lacera a brandelli La viva e palpitante anima mia, Per farne delle rime e dei stornelli, Per farne un canto ed una melodia.
O mamme cui la musica è gradita, Ve ne son tanti di maestri buoni! La scuola mia si paga colla vita. Andate da Lamperti e da Leoni!
MA NON RAMMENTI.
Ma non rammenti più, di', non rammenti Che s'usciva a braccetto per la via, L'un contro all'altro stretti e sorridenti?
Ma non ricordi che s'andava fuori Come sposini di provincia? alteri Di portar per il mondo i nostri amori?
Ma non ricordi come s'esultava Sfrontati e lieti, quando per la via Si fermava la gente e ci guardava?
Ma non rammenti più come la sera Si ritornava a casa frettolosi? Ed io per te scordava la preghiera.
Ma non rammenti, non rammenti tu Che s'usciva a braccetto per la via? — Ed ora non ci salutiamo più.
RANCORE.
Forte, superbo e biondo come il sole, Io l'adoro in ginocchi! Tremante al suono delle sue parole, Vinta dal glauco riso de' suoi occhi.
Ciò che a noi serbi l'avvenire, ignoro; Quali nuove dolcezze, Quale follìa di baci e qual tesoro D'estasi strane e non sognate ebbrezze
Noi strapperemo al minaccioso fato, D'indovinar non tento. Ma un rancore profondo ed implacato Serbo nel core, e irosa lo rammento.
Soli, di sera. Il fuoco scintillante Gl'irradïava il viso; Aveva sulla bocca arsa e tremante Appassionato e tenero il sorriso.
Io lo guardava e mi sentìa morire. Mi serravan la gola I singhiozzi di spasimo e desire: Io lo guardava senza dir parola.
Quand'egli si levò, distolse il viso Pallido e risoluto. — E il folle desiderio fu conquiso, Il nostro primo bacio fu perduto!
Or quando in braccio a lui giaccio rapita, Soavemente stanca, Da baci senza fine illanguidita, Piegando sul suo cor la faccia bianca
Io gli susurro: Non perdono mai. E ancor palpito e fremo Pensando che fra i baci che mi dai Quel primo bacio non ritroveremo! —
SINDACO DI VILLAGGIO.
Presto verrà l'oblìo. — Io scorderò il color degli occhi tuoi, Tu il suon della mia voce e il nome mio.
Quando vedrò mandorlo e pesco in fiore, Un indistinto sovvenir di te Si desterà, cantando, nel mio core.
E nell'anima tua la rimembranza Incerta, trepidante sorgerà Come fantasma nella lontananza,
Se risonare udrai la melodìa Tenera e dolce che cantai per te, O l'araba fantastica follìa
Che ieri a sera impallidir ti fè; Si desterà, cantando, nel tuo core Un indistinto sovvenir di me.
Segue ciascuno intanto i suoi destini: Io torno a battagliar co' sogni miei, Tu a viver fra le bestie e i contadini.
Io torno lieta al mio vagabondaggio In cerca di fortuna e cielo bleu, Co' zingari e gli uccelli di passaggio.
E tu badi all'ingrasso dei terreni, Al buon mantenimento delle stalle, A teste vuote e borsellini pieni.
E tu ritorni ad allevar bestiame, A far l'amore con le contadine — Ed io torno a sognar cose divine,
A scriver versi, ed a morir di fame
VIOLE BIANCHE.
Vi mando le vïole pallidine Che hanno perso il colore e la fragranza, Ma serban delle azzurre sorelline Il nome e la sembianza.
Tale un amor da volontà conquiso S'erge pallido e triste in mezzo al core; Un amor senza baci e senza riso Ma ch'è pur sempre amore!
NON SARÀ MAI!
Non sarà mai! — No! sul mio cor, fra' miei capelli sciolti Tremante il viso non asconderai; Nell'onda lor come da notte avvolti Baci di fuoco troverem giammai! Nè al mio cantar, mentre sognando ascolti, L'anima tutta m'abbandonerai!
Cupa s'erge fra noi la gran barriera Che niuna forza abbattere potrà. S'erge crudele, gigantesca, austera, S'erge fondata sull'eternità. Fra le mie labbra e la tua chioma nera Fra l'esistenza e la felicità!
D'acciaio, di granito o d'adamante Fosser le mura, io le rovinerei. Dalla mia mano arrovesciate, infrante, Dovrebbero piombare a' piedi miei, E sulle lor rovine il trionfante Arco del nostro amore innalzerei! —
T'avrei portato de' miei baci il fiore E di mia lieta gioventù il tesoro. Ma l'estasi mi vietano e l'amore Una fragile donna, un cerchio d'oro, E quattro scarabocchi d'assessore! Non sarà mai ch'io mi ribelli a loro. Non sarà mai!
NOTTE.
Sorride ella e dischiude De' suoi occhi l'azzurra meraviglia, Chè sulla bocca piccola e vermiglia Il suo giovane amante l'ha baciata.
Raggian le stelle eterne Su nel mite fulgor cupo de' cieli. Ella ride; e con grandi occhi crudeli La Morte, nell'oscurità, la guarda.
QUANDO SARÒ PARTITA.
Quando sarò partita, piangerai.
Alta la testa e il viso indifferente, Riderai forte, riderai sovente; Ma la mia voce non soffocherai, Che in fondo al cor ti sonerà fremente. No! la mia voce non la scorderai.
Quando sarò partita, studierai Chino sovra i tuoi libri attentamente; Ma ti starò dinnanzi sorridente, Ed echeggiar nel vuoto core udrai Il suon del riso mio, lieto, insistente. Il mio sorriso non lo scorderai.
Quando sarò partita, ingrasserai; Mangerai bene; e pacificamente La notte dormirai. Ma, in sogno, ardente Sul viso il soffio mio ti sentirai, E i baci miei ti renderan demente: Le mie carezze non le scorderai.
Quando sarò partita, m'amerai; Diverrai meco tenero, indulgente, M'amerai capricciosa ed insolente. Leggera e senza cuore m'amerai. Mi stenderai le braccia avidamente E desolato mi richiamerai!
Quando sarò partita, piangerai.
IDDIO, CHE VUOI DA ME?
Und ein Narr wartet auf Antwort. H. HEINE.
Iddio, che vuoi da me? Quale la meta? La strada mia qual'è? Chi me la vieta? Ove tende quest'alma irrequieta E questo cor ribelle?
A che m'hai fatta, Iddio? Donde mi viene La brama immensa d'un ignoto bene? E lo spirto restìo chi lo trattiene? Chi mi sbarra la via?
Oh! Sentir l'ali fremere e vibrare, E non poterle sbattere, spiegare, E non potersi spingere, slanciare Nello spazio infinito!
Oltraggio ed ironia! Dio ne risponda: Mentre un mare di luce il cor c'innonda, Dobbiamo, al buio, sulla terra immonda Brancolando aggirare!
IO SONO STANCA.
Io sono tanto stanca di lottare: Dammi la pace tu, che solo il puoi! Io sono tanto stanca di pensare: Dammi il sereno de' grand'occhi tuoi!
Io sono tanto stanca di sognare: Or tu mi desta a giorno glorïoso! Io sono tanto stanca di vagare: Legami l'ale, e chiamami al riposo.
APPUNTAMENTO.
Io l'attendo convulsa, irrigidita. — — Egli verrà, fremente e senza voce, Con la superba faccia impallidita Ed il sorriso splendido e feroce.
Verrà. L'attendo. — E penso a mia sorella, Mia timida sorella innamorata, Che avea sì mite il guardo e la favella Ed il pallido viso d'ammalata! —
Egli rideva. Ella era moribonda, Agonizzante in braccio a me giacca; Ed io, di sopra a quella testa bionda, Il suo riso guardava — e non piangea.
Ella è morta. Egli m'ama. — E orrendo, orrendo A me brucia nel sangue un cupo e strano. Desiderio di lui! — Perciò l'attendo. Ed ho in tasca un coltello catalano.
APRILE.
Lascia i tuoi vecchi libri e dammi un bacio, Spalanca le finestre: ecco l'April! Che odor di vïole! Che cinguettìo di rondini! Usciamo, usciamo al sole. Ho la veste e i pensier color del cielo; Vedi, anco gli occhi! — Usciamo. — Ecco l'April!
La bianca veste della terra ha sciolto Impazïente e vincitore il sol: Di sue luci focose Egli la vede timida, E la copre di rose. Paion farfalle i fior, tremuli al vento. Mette l'ale ogni cosa e scioglie il vol!
E non vi son rancori a cancellare? Torti ed oltraggi a riparar non v'han? Non abbiamo nemici? Perdoni a dare o chiedere? — Noi che siamo felici Usciamo, usciamo a salutar la gente, Gl'ingrati cui l'April sorride invan!
E a chi ci vuol del male andremo a offrire Un gran mazzo di primole e la man.
ESTETICA.
Dio, siete buono! — Io lo vorrei gridare Alto così che in ciel m'udisse Iddio E via pel mondo lo vorrei lanciare, Come sfida ai malvagi, il grido mio.
Per il mondo cattivo e triste e stanco Vorrei che la mia fede trïonfante Andasse come un grande angelo bianco Con l'ali aperte e il viso sfolgorante.
Vorrei che dietro a lei, folli e rapite, Tese le braccia e con la fronte al sole, Seguissero le genti sbigottite Al gran richiamo delle sue parole.
Che importa se schernendo a chi gli crede Dietro al mistero azzurro Iddio non c'è? Resti, grande e fantastica, la Fede Come un'illustrazione del Doré!
BAMBINA MORTA.
Avea celate l'ali, e noi scordammo Che potea volar via; Avea sì gaio il riso: Non si credea sentisse nostalgia Del paradiso!
Angelo già sembrava, e noi scordammo Che potesse morire. Con que' timori suoi Non si credea voless'ella partire Senza di noi.
Noi l'amavamo tanto! Ma ella, sempre Così docile e pia, Sentendosi chiamare Ha scosso l'ali ed è volata via Per non tornare.
COCOTTE.
Col viso inciprïato, ove la bocca Tinta di rosso sembra una ferita, Un nuvolo di ricci sulla fronte, Mi passa accanto sorridente e ardita.
Passa con un fruscìo di raso e seta, Un tintinnìo di vezzi e di monili; E l'aria dietro a lei mi soffia in viso Carica di profumi acri e sottili.
Passa; e nel cuore agli uomini solleva Col suo lento sorriso acute brame. Le sorgono d'intorno i desideri Come incantati fior. — Morrò di fame.
VUOI TU?...
Vuoi tu venir con me, fanciullo biondo? Ti vuole il tuo destino, amor ti chiama. Cingi l'arma e l'orgoglio: in faccia al mondo Tu mio paggio sarai, sarò tua dama!
Vieni. Ti condurrò meco lontano. La casa è stretta, vieni fuori! fuori! Lascia il pigro sognar, lo studio vano, E getta i libri in testa ai professori!
Tu meco studierai: seri ed attenti Viaggiando imparerem Geografia. Mi guarderai ne' chiari occhi ridenti Quando vorrai studiare Astronomia.
Pel ben del mondo intero scriveremo La nostra Storia: e sarà tutta in rime! E quanto ad Aritmetica, faremo De' nostri baci il Calcolo Sublime!
Vieni. Di là dal mar ti sarò guida Di monti immensi nell'eterno gelo. Dalle rocciose vette ove s'annida L'aquila, il guardo spingeremo al cielo!
Poi ce n'andremo incontro al sol nascente: Là nascon fra le sabbie de' deserti — Languidi fior! — le donne d'Orïente, Co' veli chiusi e gli occhi neri aperti.
Poi volgeremo a mezzogiorno: l'oro Del sol pare gravar sui fiori stanchi, E glauchi laghi sotto palma e alloro Portano nenufar e cigni bianchi.
Vieni! Al di là d'inverno è primavera, Al di là delle nubi è il Paradiso! Di là de' monti v'è la terra intera Piena di luce, bella di sorriso!
Oh, vieni! Avrem la gioventù nel sangue, Avremo il sol negli occhi e il vento in faccia! E se il mio piè vacilla o il corpo langue Tu allor mi porterai fra le tue braccia.
Forte dell'amor mio, grande d'orgoglio Oh, vieni dunque, il tuo destin ti chiama: Oh mio giovane eroe, vieni — ti voglio! Tu mio paggio sarai, sarò tua dama.
ERO UNA BIMBA CREDULA.
Ero una bimba credula e fantastica, Piena di fede azzurra e sogni d'òr! Credeva il cielo una dimora d'angeli Bianco vestiti e cinti di splendor.
Credea fosser le stelle innumerevoli Buchi nel pavimento di lassù, Fatti perchè l'incanto intravedessimo Che ognor circonda chi non soffre più.
Credea che nella notte essi tornassero In bianche schiere il mondo a visitar; La neve mi parca le piume candide Delle grand'ali, scosse nel passar.
Ma il mondo giudizioso, il mondo ruvido, Il mondo amico della verità, Mi volle desta da' miei sogni rosei, Volle farmi veder l'oscurità!
Or m'hanno tolto il paradiso e gli angeli, Persino Iddio non me lo lascian più! Han sotterrato i morti ed inchiodatili Sotto l'elenco delle lor virtù.
Calpestaron la neve; tramutarono In fango e sudiciume il suo candor. Ad altri mondi, come il nostro miseri, Ridusser le fulgenti stelle d'òr!
E pur la Fantasia, folle ed indocile, S'erge con la Ragione a contrastar, E ancor s'ostina, cieca, fra le tenebre L'orme d'angeli biondi a ricercar.
Come l'onda a li scogli, batte e frangesi Contro la Realtà severa il cor; E resto sempre una bambina credula, Piena di fede azzurra e sogni d'òr!
FRA CINQUANT'ANNI.
Vecchia zitella, calma e intelligente, Serena, rubiconda e senza affanni, Spesso ciarliera e sempre sorridente, Ecco ciò che sarò fra cinquant'anni.
La casa un po' sossopra qualche volta, Ma senza preti, gatti o canarini; E da per tutto e sempre una raccolta Di musica, di fiori e di bambini.
Molt'aria, molta luce e l'armonia Di voci fresche e di visetti cari; Insomma un gran rifugio in casa mia Di birichini e indocili scolari.
E una gran calma in cor. Degl'ideali Miei sogni d'una volta, allora anch'io Sorriderò, aggiustandomi gli occhiali.... Poi d'ogni cosa giungerà l'oblìo.
Alfine un giorno limpido ed azzurro (Vorrei fosse d'autunno e di mattina!) Mi sentirò nell'anima un susurro Come un coro del ciel che s'avvicina.
Nella poltrona, accanto ai vetri aperti Mi sentirò tranquilla e un poco stanca; Del sole mattutino i miti e incerti Raggi cadranmi sulla testa bianca.
Così, le mani in grembo, e da squisito Senso di pace invaso l'esser mio, Il corpo a morte e l'alma all'infinito Darò, pensando a te, sperando in Dio.
FIORITA DI GUERRA.
_Spezia, per la madonna d'Agosto._
Remo; la barca dondola Sull'acqua scintillante. Il mio giovane amante Mi guarda, e ride.
A riva è tutta un'estasi Di fiori e di canzoni. Lassù dai forti guardano, Aspettando, i cannoni.
Entro le chiese spirano Tra gl'incensi le rose, E preghiere odorose Levano al cielo.
Ma il mio amante giovane, A fasci profumati Dentro alla barca mobile I suoi fiori ha gettati.
“Ecco, madonna, adornati Di rose e di viole, Nella gloria del sole Che ti circonda!„
Ma sovra il remo celere Io chino il volto intento, Fuggiam sull'onde lucide E ci sospinge il vento.
Remo; la barca dondola Sull'acqua scintillante. Il mio giovane amante Mi guarda, e tace.
Sotto ai forti impassibili Urtiam contro la riva: L'ombre dei colli spezzano La gaia luce estiva.
Su, per la strada ripida, Piene di fior le braccia, Salgo: e col sole in faccia, E innanzi il mare,
Getto le rose pallide Di gioia e di spavento, Entro la bocca livida Del cannone da cento!
MORGANA.
(A FRANCO LEONI).
Adolescente e gracile, la Gloria, La terribile e bella, lo guardò. E via per rupi e balze e precipizi Lo trascinò!
Lo trascinò pallido ed esultante Dietro il fruscìo delle sue vesti d'or — Gittandogli qual lampo il suo sorriso Promettitor.
E traverso lo scherno e la miseria Tra la fame e l'infamia egli passò. — — Sentendo l'ali e misurando il cielo, S'inabissò.
E la Morte e l'Oblìo l'han soffocato, Mentr'egli ancora all'Immortalità Gridava il nome suo! — Povero nome, Che niuno sa.
LETTERA D'AMORE.
Piove. — Sul mare corrono dei brividi Sotto il vento stridente e fuggitivo Nella penombra del salotto tepido Dormon le rose. Sognano il giulivo Sole. — Io ti scrivo.
Anche nell'ombra del mio core è un magico Fiorir di sogni, pazzo e prepotente! Come fiammanti rose esse inghirlandano A te la bella testa indifferente.
Sogniam, le rose ed io, l'aurore fulgide Del sole, della gloria e dell'amore! Che importa la stagion triste? Che importano Le tue superbie al mio superbo cuore?
Io t'amo, io t'amo! e a nuove altezze fulgide Si lancia ad ala aperta il genio mio! Ecco il canto d'amore che risuscita! Ecco la rima — musica di Dio!
Vado ad amarti in settenari. Addio.
_POSSIBILITÀ._
Non chiedere, amor mio, cose indiscrete.
Non chiedere al buon Dio vita che duri Più de' brevi anni che concessi ne ha, Non chieder luce ai fior, profumo agli astri, Non alla vita la felicità!
Non chieder lauri all'arte; ed al poeta Non chiedere denari in carità; Non chieder perle al mare de' miei occhi, Non chiedere al mio core fedeltà.
E poi che il Fato è caso, e il caso matto Toglie a chi prega e a chi non chiede dà — Forse la vita tua sarà felice, E dopo morte avrai l'eternità.
Forse nel gran giardino oltre gli spazi Dove Gesù tra bianchi angeli va, Coglierai stelle profumate; e fiori Che mandan luce nell'immensità.
Forse nel glauco mare de' miei occhi Quel palombaro, Amore, desterà La perla delle lagrime, dormente Del guardo mio nella serenità.
E forse un dì, che s'ami una sol volta E per sempre — il mio cor comprenderà! Oggi non lo comprende; abbi pazienza. Amami tu! Sarà quel che sarà!
ETISIA.
M'hanno detto di te, pallido amante, Che per fatalità tremenda e oscura, Sulla tragica via della sventura Ti conducea la sorte.
M'hanno detto che già l'ombra del nulla Avea steso su te mani fatali. M'hanno detto che i baci eran mortali Delle tue labbra smorte.
Dammi l'alito tuo, dammi il veleno! Acre è il gaudio, terribile il piacere Dalla tua triste bocca poter bere La voluttà e la morte!
LA MADONNA DEI LADRI.
_Premeno._
Sta sulla via maestra una cappella Rozzamente dipinta. Entro sorride, mitemente bella, Una madonna che, di gigli cinta, Tiene il suo bimbo al sen.
Le piogge e il sole l'hanno impallidita, E una corona, appesa Al suo povero altar, pende avvizzita. Apre le braccia sulla via deserta Il piccolo Gesù.
La Madonna dei ladri l'han chiamata, Questa Vergine mite, Che, bianca e dolce, dietro alla ferrata In umile atto scopre le ferite Dello squarciato cor.
Nei villaggi d'intorno corre voce Che, a notte, i ladri rei Senza pur fare il segno della croce, Chiedono audaci il nascondiglio a lei E qui trovano asil.
Come dolce pensar ch'anco pei ladri Una madonna prega! Io li contemplo i due volti leggiadri, E riverente ed umile si piega Il mio ginocchio a lor.
O pallida madonna dei ladroni, Piena di tenerezza! Han tutti i Santi dalla loro, i buoni! Noi, tristi, abbiam bisogno di salvezza: Maria, prega per me.
FINE
NOTA.
Nella _Nuova Antologia_ del 16 giugno 1890 si leggeva questo articolo di GIOSUÈ CARDUCCI che fu pure riprodotto nel volume decimo (Studi, Saggi e Discorsi) delle sue Opere complete (edizione Zanichelli, 1898):
Le donne non è che abbiano più o meno ingegno degli uomini, l'han differente; e però nella poesia (protesto che intendo parlare soltanto delle autrici di poesia in versi), quando intendono fare quello stesso che gli uomini, non riescono. Nè mi si opponga il manco d'istruzione. Il Rinascimento e il secolo decimosesto in Italia contò donne educate ed istruite come e da quanto gli uomini, le quali leggevan greco e latino pur sapendo di musica e disegno. Bene: scorrete un po', se vi dà il cuore, le rime di quelle madonne; e le troverete non pure inferiori di molto a' più mediocri canzonieri maschili del tempo, ma spiranti dal freddo artifizio un senso di miseria che fa pietà. Sola dié rime comportevoli Gaspara Stampa, perché rimase donna, debole donna, anche in poesia.
Donna in tutto apparisce, ma debole non vuol parere, almeno a tratti, la signorina autrice di queste _Liriche_; che sono, diciamolo subito, un caso assai singolare nella poesia italiana.
Se non che, la giovane autrice è ella proprio italiana? Di padre e di sentimenti sí, e nella simpatica espressione artistica; ma nacque da madre tedesca in Londra. A lei bimba la governante anglicana faceva mandare a memoria di gran capitoli della Bibbia, ma la madre le insegnava il _Pescatore_ di Goethe e il _Palombaro_ di Schiller e le raccontava meravigliose _märchen_ piene di nebbie azzurre. Era una Lindau, cognome di nominanza letteraria in Germania. Rodolfo, segretario d'ambasciata a Parigi, ebbe l'amicizia di Thiers e in patria fu segretario intimo di Bismarck: non gli pregiudicò l'avere scritto romanzi anche inglesi e francesi. A Parigi visse da giovine, carissimo alla Sand, Paolo Lindau, che ha molta fama di drammaturgo e di critico, come scrittore nella _Gartenlaube_ e direttore dell'_Ueber Land und Meer_ e del _Nord und Sud_. Autrice della _Guerra in tempo di pace_ e del _Ratto delle Sabine_, che pare divertissero tempo a dietro anche il pubblico italiano, è una nipote di cotesti Lindau. Dei quali era sorella la signora che fu madre all'Annie Vivanti; signora culta, e che scriveva versi, in tedesco e in inglese, soavi e calmi. In Londra andavano a conversazione da lei poeti e critici della patria tedesca. Tra questi Ferdinando Freiligrath, che, recatasi su le ginocchia la piccola Annie, soleva recitarle suoi versi. Alla _cavalcata del lione_ la bambina, sbarrati i grandi occhi, impallidiva; e il poeta rivoluzionario l'abbracciava e le dicea _Wunder Kind_. Così l'Annie naturalmente parlò per prime lingue il tedesco e l'inglese, e anche quasi naturalmente a otto anni faceva versi nell'una e nell'altra; ma le rimase sempre poi l'impressione che l'inglese fosse la lingua delle sgridate e il tedesco quella dei sogni.
Di nove anni la condussero in Italia; e un giornale di Milano la presenta come alunna della scuola normale superiore. Non esatto. Agli esami di primo anno ella fu bocciata in tutte le materie. Della sua geografia si raccontano cose meravigliose, che assegnasse per confini alla Confederazione Svizzera non so quanti mari. Della storia e dell'antico le manca ogni sentimento. Passando per certo luogo ove erano ammucchiati e in parte ritti molti informi pilastri di pietra grigia e greggia per la costruzione d'un magazzino, osservò: — Pare quella piazza di Roma.... come si chiama? — Voleva dire il Foro Traiano. Ma la lingua de' suoi canti come l'imparò? Non lo sa. Papà, un bravo italiano di Mantova che fece a' suoi giorni il dover suo nelle cospirazioni e nelle battaglie e fu condannato a morte dall'Austria, le declamava l'_Aristodemo_, e la faceva — è la propria espressione della fanciulla — rabbrividir di piacere.
Aveva dodici anni che le morí la madre; e perchè non morisse anche lei la mandarono via. Fu nella Svizzera tedesca due anni; e lesse per la prima volta Shakspeare in traduzione tedesca, e scriveva poesie e fiabe più nebbiose delle tedesche. Poi fu a Londra, poi a New-York; dove prese l'educazione americana e apprese a cantare come una vera italiana. E dell'Italia aveva la nostalgia, e con la fantasia del sangue materno la rivedeva tra le azzurre marine, sotto la letizia del sole attraente a' suoi palagi e alle ville marmoree, in ciò che ne cantò e ne scrisse Goethe: la nuova Mignon ricordava Premeno sul Lago Maggiore. Da tre anni è di nuovo in Italia. Ora pubblica questi versi.
Veniamo dunque al libro. Ma già ci sono. Parlare dell'autore e delle sue condizioni, disposizioni e predisposizioni è un preparare a leggere e intendere il libro: che è il vero officio del critico.
Dei grandi autori italiani la signorina Vivanti non ha letto, ella afferma, una sillaba; se bene un giorno le fu sorpreso un vecchio tomo della Divina Commedia scompagnato, tra più tomi delle opere di Goethe, ricordo materno. Dei recenti e vivi non so quali e a qual segno siano stati più fortunati. D'uno ricorda qualche sonetto che le insegnava la madre: credo amasse per un mese la Contessa Lara: ma certo ha sentito la melodia dei rispetti più o meno popolari. D'inglese, legge i romanzi: di francese certa volta uscì a difendere, non so a che proposito, Coppée. In tedesco conobbe presto Heine, e ne ha tradotto (chi non ha peccato in Heine?): dice piacerle il Lenau. Ma tracce di propria e vera imitazione non sono in questo volumetto di Liriche. Sentesi, per altro, che la prima impressione della poesia, il battesimo dell'arte, la signorina Vivanti l'ebbe nel verso tedesco. L'anima, l'ardenza, l'espressione è meridionale e italiana: ma in quelle liriche, a strofi e a combinazioni di rime non dirò capricciose ma insolite, pur sempre d'armonia ricorrente e determinata, come fanno i veri poeti, per i quali il verso è la pulsazione del cuore e la strofe la circolazione del sangue; in quelle strofi, dico, parmi di ravvisare qualcosa del movimento tedesco. Né me ne dolgo. I tedeschi hanno forse la più vera lirica moderna, almeno nel genere e nell'imitazione popolare. Come in certi occhi, del colore glauco cilestre d'una specie di giacinti, quali i poeti amano imaginare fossero gli occhi delle Nereidi, l'ardore forse del sangue d'oriente va lentamente degradando e non si spegne nel languore ceruleo della fantasticheria settentrionale, così nelle strofi della signorina Vivanti, e anche più a dentro che nelle strofi, il canto italiano alcuna volta vaga, e non si perde, in non so quale ondeggiamento del _lied_ germanico.
Nella sostanza di queste _Liriche_, le più almeno, spira e vive tuttavia il romanticismo; non il formale, ma quello che, come press'a poco del paganesimo diceva Sant'Agostino, è naturale ed immortale, perchè necessità di certe anime e condizione insieme di certa arte: alle quali necessità e condizione certi mutamenti d'idee e costumi nella società a certi tempi dànno non solo il campo, ma la spinta a manifestarsi con particolar rilievo. La nota più sicura a cui riconoscere il romanticismo quale prevalse dal Rousseau in poi è, non la malinconia, non il ravvivamento del misticismo religioso più o meno cristiano, non l'imitazione del medio evo e generalmente della poesia settentrionale, ma il predominio della personalità, dell'_io_ indipendente da qualcosa più che le regole e le consuetudini nella mutevole libertà delle impressioni e delle espressioni, l'esaltazione dell'_io_, la morbosità dell'_io_.
Voglio del genio la pazzia sublime,
canta la signorina Vivanti in una poesia che l'editore fece male a mandare attorno come saggio; essa e due o tre altre che servono per la presentazione e per il congedo lasciano apparire un po' troppo d'ostentazione voluta, che non è il difetto delle restanti. Ora così cantando la signorina Vivanti non sapeva di ripetere il grido dei romantici del 1830, da' quali il suo fare è del resto tanto diverso. Ma quell'incoronamento dell'_io_ sopra sé stessa e sopra il mondo — intendo sempre nella poesia — fu la caricatura barocca di un fatto necessario al rinnovamento della poesia, e specialmente della lirica, che è la poesia della poesia. Era un ritorno — chi lo sospettava allora? — all'antico, all'antico immortale, all'antico eterno. La lirica eolia fu in questo senso romantica, e Alceo e Saffo poetarono l'_io_, come di certo non facevano i raciniani, i petrarchisti, i tassisti, i metastasiani, sciapitamente classici, di Francia e d'Italia.
Ma Saffo mi riconduce alla signorina Vivanti.
Signorina, non fate smorfie, vi prego, co' vostri ventidue anni: Saffo non è mica una vecchia. Abbandoniamo pure al melodramma la figura con la lira in mano e i veli al vento su la rupe di Leucade: ma Saffo “dalle chiome di viola, dal dolce sorriso sublime„ è la sorella maggiore d'ogni poetessa vera (scarsa famiglia), è anzi il tipo ideale, in marmo pario illuminato in lontananza dal sole, della poesia femminile. C'è tanta passione, tutti lo dicono, nel sospiro angoscioso della fanciulla antica: — Già tramontò la luna e anche le pleiadi, la notte è al mezzo, l'ora trapassa, ed io giaccio sola! — Ma perchè non dirò che nella stessissima verità semplice sollevasi appassionatamente a più largo infinito (mi si perdoni l'improprietà dei termini) questo sospiro di questa fanciulla viva?
La lunga notte mi negò ristoro, Alfin l'alba è risorta. Nell'orïente il ciel si tinge d'oro, Ed ogni stella è morta.
Chi sa s'è vero ch'avvi un Dio lassù? Un Dio ch'ama e conforta! Io penso a voi che non m'amate più, Ed a mia mamma, morta.
Perchè non potrò dire che è perfetta, d'una perfezione serena e profonda, questa intuizione ideale del vero, tanto greca insieme e tanto popolare?
Sorride ella e dischiude De' suoi occhi l'azzurra meraviglia, Chè sulla bocca piccola e vermiglia Il suo giovane amante l'ha baciata.
Raggian le stelle eterne Su nel mite fulgor cupo de' cieli. Ella ride: e con grandi occhi crudeli La Morte, nell'oscurità, la guata.
Sono due canti (e li ho scelti a punto di manifestazione diversa soggettiva e oggettiva, e tra i più brevi) che danno la nota caratteristica e superiore della poesia della signorina Vivanti quando e dove è più artisticamente determinata e corretta. Non sempre è cosí: non di rado, o per amor di bizzarria o per esuberanza di vita, la poetessa si sbriglia a scorrerie che non tutti applaudiranno. Se non che pur nell'eccesso del sentimento e nell'abbandono dell'arte, se anche l'elocuzione non è di gusto corretto, c'è la verginità dell'espressione. Non mai la frase col rossetto, non la polvere di riso, che tra noi in poesia usano molto anche i maschi.
Di donne, nella lirica moderna europea io ne ammiro due: la Marcellina Desbordes Valmore, per l'elegia, dirò cosí della devozione nell'amore, la Elisabetta Browning, per l'inno, dirò cosí, dell'estasi nell'amore. E ora, francamente, per altre ragioni, sotto altri rispetti, io ammiro anche questa italiana, per il ditirambo, mi sia lecito dir cosí, della femminilità artistica. La signorina Vivanti non avrà, anzi non ha di certo, la purità angelicamente elegante della Browning (sonetti dal Portoghese); è tutt'altra natura; ma non ha il morbido della Valmore, che qualche volta risente, poveretta, del suo mestiere di attrice francese. La signorina Vivanti è quel che è: un temperamento femminilmente ma potentemente lirico, portato insieme fisiologico del sangue misto, e morale della tradizione domestica e dell'educazione americana. Come è arrivata a scrivere cosí francamente e quasi sempre corretta — i difetti sono di elocuzione e di stile — non avendo studiato nulla? Meglio cosí. Pur troppo in Italia la preparazione allo scrivere, sia di prosa sia di versi, è tuttavia di maniera; maniera antica o moderna, maniera classica o romantica, maniera signorile o popolare: leopardiani o manzoniani, lombardi o fiorentini o napoletani, son tutti a un modo. La sincerità dell'alacre ingegno, spiegatasi da prima nell'esercizio di due lingue, l'una logicamente pratica, l'altra naturalmente poetica, e la felicità della forte ignoranza di tante cose false e appiccicaticce, han dato alla signorina Vivanti la possibilità d'una rappresentazione assolutamente immediata.
Potrei citare più passi; ma preferisco che il lettore cerchi il libro e si fermi, se crede, ai canti intitolati _Destino_, _Sull'Atlantico_, _Non sarà mai_: che forza! Seguitando, non si faccia caso di certe monellerie; volti pagina, e scorgerà tra i versi gli occhi della poetessa inondati di lacrime vere, come nel canto _Via_: che dolcezza! Volti altre pagine, e tra le lagrime ancora scorrenti udrà scoppi di risa argentine, ed esultanza come d'una bambina che sente la gioia dell'esistere: _Dio, siete buono_.
Specialmente nella rappresentazione oggettiva, questa giovine donna ha l'arte forte. Quante Maddalene nei colori e nei versi, nel marmo e su la scena! Ecco una Maddalena nova, e, nell'arditezza castigatissima:
In bionde anella il folto crin piovente Sovra gli omeri ignudi, insino a terra Ne sparge la dovizia rilucente Inginocchiata innanzi al suo Signore.
(Leggere il resto a pagine 29, 30 e 31).
E ha il genio buono. Chi tra noi italiani cantò mai la santa miseria, così teneramente e religiosamente, come l'autrice di questi versi?
Crebbe tra le bestemmie e le percosse Quella gracile bimba spaventata: Morì a vent'anni, mite ed innocente, Quella piccola martire affamata.
Or van per le stellate vie del cielo I poveri piedini ignudi e stanchi, E la tremula man coglie beata — Gigli d'argento! — i fulgidi astri bianchi.
E gli angeli, stupiti e riverenti, Chinan gli alteri luminosi rai, Mirando in quel pallido viso stanco La bocca che non fu baciata mai!
La giovine donna che scrisse tali versi sa e sente che di libri come questo suo primo non se ne fa che uno, ma bisogna farne altri diversi, più varii almeno in parte e più alti e più ampi, e non bisogna, come troppi oramai, seguitare e finire imitando sé stessi. Ma che fare e come? Io odio la critica de' merli. Cioè: quando leggo certa critica de' criticanti italiani, m'immagino i merli, in gabbia, che pretendano rassettare i becchi agli usignoli e insegnar volare alle aquile.
Aspetto, e confido.
GIOSUÈ CARDUCCI.
E il poeta, richiesto del consenso di riprodurre in fin di questo